Main partner:

GDPR, utilizzare una piattaforma di gestione dei consensi fa bene ai ricavi. Lo dice uno studio

Gli editori che hanno scelto di adottare una consent management platform hanno registrato CPM e livelli di fill rate ben più alti di chi non ha modificato il proprio setup

di Alessandra La Rosa
29 agosto 2018
big-data-audience-targeting

Con l’entrata in vigore del GDPR lo scorso maggio, diversi editori si sono dotati di CMP (consent management platform), piattaforme create appositamente per la raccolta e la gestione dei consensi degli utenti all’utilizzo dei propri dati a scopi pubblicitari.

Ma, al di là di una più facile gestione dei processi, l’utilizzo di tali strumenti ha portato anche dei benefici economici a chi ha scelto di adottarli? Secondo uno studio internazionale, sì.

La società di monetizzazione Mediavine ha infatti condotto una ricerca, indagando l’influenza che l’uso delle CMP ha avuto per gli editori su CPM (costo per mille impression) e fill rate (livello di riempimento degli spazi adv) a cavallo dell’entrata in vigore del GDPR, ossia tra marzo/aprile e giugno/luglio. Il risultato? Gli editori che utilizzano una CMP registrano livelli più alti di CPM e fill rate.

Secondo lo studio, i publisher dotati di una CMP hanno avuto un aumento del 9% del costo per mille impression dei loro annunci, e una crescita del 5% dei livelli di riempimento degli spazi. Chi invece non ha optato per l’adozione di una CMP per il proprio traffico proveniente dall’Europa, ha visto scendere tali elementi nel periodo in esame rispettivamente del 43% e del 34%, senza annunci targettizzati.

La società sottolinea, in particolare, come la differenza a livello di costo per mille impression sia impressionante. Chi aveva una consent management platform ha registrato infatti CPM medi il 52% più alti di chi non ha cambiato il proprio setup dopo l’entrata in vigore della GDPR. Quanto al fill rate, invece, i valori erano il 39% più alti.

Il programmatic nella tua e-mail. Ricevi gratuitamente la nostra newsletter