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GDPR, presto una nuova versione del Framework IAB. Ci sarà anche Google

Entro quest’anno IAB Europe lancerà una nuova versione del suo Transparency and Consent Framework, e Google salirà definitivamente a bordo del progetto.

Inizialmente immesso sul mercato la scorsa primavera, in vista dell’entrata in vigore del GDPR a maggio, il framework di IAB è un sistema creato per stabilire uno standard per la raccolta e la condivisione del consenso sul trattamento dei dati all’interno della filiera pubblicitaria. Il nuovo regolamento europeo infatti impone a chi raccoglie e tratta dati di utenti appartenenti all’UE di essere conformi a una serie di regole, tra cui avere il consenso chiaro e informato da parte degli utenti sull’utilizzo delle loro informazioni personali, pena multe fino a 20 milioni di euro o il 4% dei ricavi annuali. In questo senso, il framework IAB standardizza il processo di richiesta del consenso, rendendo più facile anche la sua condivisione tra i vari attori della supply chain.

Dal suo lancio ad aprile, il sistema è stato adottato da sempre più operatori del mercato, che ad esso hanno adattato le proprie CMP (piattaforme di gestione dei consensi). Tra di essi, però, c’è sempre un grande assente: Google. Big G a tutt’oggi non ha ancora reso il suo strumento Funding Choices conforme al TCF di IAB, e questo ha causato non poche difficoltà all’interno del mercato pubblicitario, considerando il cospicuo peso del colosso di Mountain View nel comparto. A onor del vero, Google ha espresso sin dall’inizio la sua volontà di far parte del progetto, tuttavia ha sempre rimandato la messa in conformità della propria piattaforma dichiarando di voler prima studiare a fondo le caratteristiche e il funzionamento del framework IAB.

Adesso però ci sono delle novità. Secondo quanto ha dichiarato IAB Europe alla testata MarTech Today, l’associazione sta preparando una nuova versione del framework, raccogliendo i feedback degli operatori inclusa Google, e dovrebbe lanciarla entro quest’anno. Dal canto suo, Big G ha fatto sapere che si allineerà al nuovo standard non appena verrà immesso sul mercato.

«Google supporta il Transparency & Consent Framework di IAB Europe, che aiuterà gli editori grandi e piccoli a rendersi conformi alle richieste del GDPR – ha dichiarato un portavoce di Google -. Noi abbiamo firmato un contratto con IAB Europe per entrare nel Framework e stiamo lavorando con IAB per integrarci prima possibile».

IAB Europe e IAB Tech Lab starebbero attualmente incorporando i commenti dei vari editori europei sul nuovo TCF, con l’intenzione di arricchirlo dal punto di vista delle tecnologie e delle policy. Tra i commenti al vaglio dell’associazione, in particolare, ci sarebbero la richiesta di controlli più granulari e l’integrazione del concetto di “legittimo interesse”. Proprio le stesse tematiche che un paio di mesi fa erano state oggetto di una serie di incontri tra Google e vari editori, agenzie e fornitori di ad tech.

Negoziare con gli ad exchange per abbassare la tech tax: l’evoluzione della Supply-Path Optimization

Oggi nella nostra rassegna spazio all’evoluzione della Supply-Path Optimization, a una novità di SpotX sul fronte targeting e al rapporto tra GDPR e Influencer Marketing.

Negoziare con gli ad exchange per risparmiare sulla tech tax: la nuova frontiera della Supply Path Optimization

Tra le parole più in voga nel mondo del Programmatic, la Supply Path Optimization (SPO) consente alle aziende di individuare il modo migliore (ottimizzato, appunto) per arrivare all’inventory che desiderano. Adesso, questo processo è giunto a un nuovo step: quello in cui gli inserzionisti negoziano con le piattaforme di scambio per creare la propria strada più economica verso l’offerta. Un esempio è quello dell’agenzia Goodway Group, specializzata in programmatic lato domanda, che ha stretto un accordo con PubMatic in cui la SSP si impegna ad abbassare le proprie fee se essa aumenta i propri investimenti sulla piattaforma. Leggi di più su AdExchanger.

Anche SpotX integra la soluzione di ID unificato di The Trade Desk

Dopo Triplelift, ora anche SpotX si aggiunge alla lista di piattaforme che hanno integrato la soluzione di ID unificato di The Trade Desk, con l’obiettivo di migliorare l’indirizzamento delle campagne digitali. L’ID unificato consente a diverse società della catena di valore di integrare il modello di cookie di The Trade Desk alla propria copertura di tracciamento, aumentando così i loro match rate per un migliore targeting degli annunci. Leggi di più su MediaPost.

Gli effetti del GDPR sull’Influencer Marketing

Il mercato dell’influencer marketing è in crescita e in costante evoluzione. Ma tra le nuove difficoltà delle aziende che lo utilizzano, oltre la questione disclosure, c’è anche l’utilizzo dei dati, e i limiti che su di esso impongono normative come il GDPR. Molte delle agenzie e piattaforme che connettono i brand con potenziali influencer fanno infatti affidamento sui dati degli utenti per determinare se i follower del personaggio hanno possibilità o meno di essere attirati dal brand: per il 54% dei marketer, le informazioni sul pubblico sono una parte essenziale dell’identificazione del giusto influencer. Ma il GDPR complica le cose e, cosa non da poco, aumenta i costi. Leggi di più su eMarketer.

Privacy, il 30% degli italiani non ha mai negato o limitato l’accesso ai propri dati

Le aziende oggi sono sempre più attente a come raccogliere e utilizzare i dati degli utenti, complici anche nuove normative che fissano dei paletti in materia, come il GDPR europeo. Ma le persone sono altrettanto attente alla protezione delle loro informazioni personali?

In Europa sembrerebbe non così tanto. Secondo gli ultimi dati Eurostat per il 2018, lo scorso anno all’interno dell’Unione Europea il 75% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha usato uno smartphone per scopi privati, ma il 28% quando ha utilizzato o installato un’app non ha mai limitato o rifiutato l’accesso ai suoi dati personali. L’Italia è poco sopra la media Ue, al 30%.

Il Paese dove i cittadini si proteggono di più risulta essere la Francia, in cui la percentuale scende al 10%, seguito da Germania (16%), Paesi Bassi e Lussemburgo (entrambi il 17%). La Repubblica Ceca è invece la Nazione dove la popolazione online si protegge di meno (67%), seguita da Bulgaria (49%), Cipro e Regno Unito (entrambi al 43%).

In realtà il problema, secondo quanto emerge dai dati Eurostat, non è la mancanza di informazione. Secondo l’istituto, solo il 7% dei possessori di smartphone nell’Ue non è a conoscenza della possibilità di limitare o rifiutare l’accesso ai propri dati personali quando si utilizza o installa un’app. Meno della metà (43%) ha dichiarato di avere un sistema di sicurezza installato automaticamente o fornito dal sistema operativo, e un ulteriore 15% ha ammesso di aver sottoscritto un sistema di sicurezza o di averne usato uno installato da qualcun altro.

E proprio a proposito di sicurezza, oggi 28 gennaio è il Data Privacy Day, giornata istituita dall’Unione Europea nel 2006 per sensibilizzare la popolazione sulla protezione delle proprie informazioni personali online. Un problema che a quanto pare è ancora molto diffuso, non solo per l’aumento del cybercrime, in un momento in cui i dati sono preziosissima merce di scambio, ma anche per l’ancora scarsa attenzione degli utenti alla propria sicurezza digitale. A tal proposito, la società di sicurezza Sophos ha stilato una classifica degli errori più comuni commessi dalle persone, e che mettono a rischio la loro vita digitale. Tra questi ci sono ad esempio il riutilizzo delle password, lasciare la webcam sempre accesa, non aggiornare i software e consentire alle app di avere accesso completo al proprio dispositivo.

Google e il framework di IAB per il GDPR, ecco gli ultimi sviluppi

Da un po’ di tempo non si sentiva più parlare della questione dell’implementazione da parte di Google del Transparency and Consent Framework di IAB per il GDPR. A settembre, con un mese di ritardo rispetto alle scadenze prefissate, Big G non aveva ancora adottato il framework, la sua soluzione per la gestione dei consensi Funding Choices non era ancora una CMP registrata nelle liste di IAB, e dunque il consenso da lei raccolto non era libero di essere condiviso con altre piattaforme compatibili al Framework.

Tre mesi dopo, tutto è ancora com’è, ma sembrerebbe che, in sordina, qualcosa si stia muovendo. Secondo quanto riporta Digiday, Google si sarebbe riunita questa settimana a Londra, insieme ad alcuni grossi editori britannici e tedeschi, agenzie e altri fornitori di ad tech, per discutere e giungere a un compromesso su con quali motivazioni i “data processor” possono utilizzare i dati degli utenti degli editori quando si tratta di erogare annunci personalizzati.

L’incontro sarebbe stato il culmine di qualcosa come 18 conference call e un precedente meeting con il gruppo di lavoro del Purposes Committee dello IAB Transparency and Consent framework. Nel corso di tutte queste varie discussioni, Google e gli altri fornitori tecnologici hanno sottolineato l’esigenza di una minore granularità di motivazioni e di un’unica motivazione per quelle “categorie” che sono profondamente legate tra loro, come ad esempio l’erogazione di un annuncio e la sua misurazione. Secondo Google, in particolare, separare motivazioni di utilizzo dei dati che sono intrinsecamente legate tra loro potrebbe portare a interpretazioni confuse da parte degli utenti a cui viene chiesto il consenso.

Dall’altra parte, però, tradizionalmente gli editori sono stati invece più propensi ad una maggiore granularità, con l’obiettivo di avere un maggiore controllo su come i vari partner della supply chain utilizzano le informazioni provenienti dai loro siti. Alla fine, sembrerebbe che il lato di Google e dei tech vendor si sia rivelato d’accordo a un compromesso per una maggiore granularità.

Da quanto scrive il sito americano, 12 “motivazioni” sarebbero state accettate in occasione di questo incontro, e al centro delle discussioni ci sarebbe stato anche il modo di considerare e trattare i dati di localizzazione. Il prossimo passo sarà quello di concordare sul linguaggio da utilizzare per trasmettere queste motivazioni agli utenti; e tutto questo dovrà poi essere ratificato dal Purposes Committee dello IAB Transparency and Consent framework, di cui peraltro fanno parte molte delle società che hanno partecipato ai tavoli di lavoro.

Proprio la necessità di trovare accordi comuni sulle motivazioni per l’uso dei dati sarebbe stata una delle cause del ritardo dell’adozione del framework IAB da parte di Google, insieme ad alcune specifiche tecniche riguardanti l’integrazione del “legittimo interesse” nel framework. Adesso, man mano che i lavori vanno avanti, ci si aspetta che Big G compia l’attesa mossa, ufficializzando il lancio di una CMP registrata nelle liste IAB.

Il GDPR ha avuto un impatto sulle attività di Big Data Analytics?

Il GDPR ha avuto un impatto sulle iniziative di Big Data Analytics, in termini di azioni intraprese dalle aziende e di implicazioni sui progetti? Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence del PoliMi, sì, soprattutto con azioni sulle policy interne, sia di accesso ai dati (62%) sia di conservazione (55%).

Il 43% delle grandi aziende coinvolte nello studio ha ammesso infatti di aver inserito delle voci relative agli Analytics nelle nuove informative sulla privacy rivolte ai clienti, mentre il 24% ha investito in tecnologie specifiche.

Meno di una grande azienda su tre (30%) dichiara che l’avvento del GDPR ha rallentato i progetti di Analytics in corso e soltanto l’1% ha dovuto bloccare delle iniziative a causa della nuova normativa. Per circa un’azienda su cinque (il 22%) il GDPR ha avuto un impatto positivo, soprattutto perché ha aumentato la consapevolezza sulle potenzialità degli Analytics (17%) e poi perché la presenza di un chiaro quadro normativo ha permesso di pianificare nuove iniziative nel medio-lungo periodo (5%). Per il 38% delle grandi aziende il GDPR non ha avuto nessuna conseguenza in ambito analisi dati: un segnale positivo, perché indica che queste aziende erano già preparate per adattarsi al cambiamento normativo. Infine, il 9% delle grandi organizzazioni non sa come valutare l’impatto del fenomeno.

La ricerca dell’Osservatorio ha inoltre evidenziato che le organizzazioni con una struttura dedicata alla Data Governance si sono dimostrate più preparate ad affrontare il tema: tre aziende su quattro hanno modificato le proprie informative sulla privacy con voci relative agli Analytics e più della metà delle aziende ha acquistato soluzioni tecnologiche specifiche.

Proteggere i dati dei consumatori, oggi, è una delle principali priorità delle aziende

Proteggere i dati dei consumatori, oggi, è una delle principali priorità in ambito dati dei responsabili marketing delle aziende. Lo rivela uno studio condotto a settembre su 226 CMO a livello globale da Forbes Insights e The Trade Desk.

Il report ha rivelato che per il 42% dei professionisti coinvolti la protezione dei dati è un tema prioritario.

Un’evidenza che del resto non stupisce troppo. Il tema dell’utilizzo dei dati personali è balzato agli onori delle cronache in particolar modo da circa un anno a questa parte, dopo gli scandali di Facebook e Cambridge Analytica, e da allora è rimasto nella mente di aziende, piattaforme pubblicitarie e utenti, associato a quello della privacy.

Le aziende sarebbero preoccupate in particolar modo del fenomeno del “data breach”, ossia dei possibili attacchi da parte di entità terze ai loro database, con la conseguente fuoriuscita di informazioni sensibili sui consumatori. Un problema che ha recentemente toccato svariate grosse imprese, come Under Armour, Target e Reddit, e che certamente non fa bene all’immagine dei brand.

A tal proposito, a maggio Dentsu Aegis Network ha condotto un sondaggio tra 1000 responsabili marketing a livello globale, rivelando come per circa tre su 10 il data breach è il rischio a livello strategico che li ha più preoccupati nel corso degli ultimi anni, più dell’aumento della competitività tra brand.

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Ma non solo. A rendere prioritario per le aziende occuparsi della protezione dei dati sono anche le nuove normative sulla privacy. A maggio, in Europa è definitivamente entrato in vigore il GDPR e, alla stregua di questo regolamento, in America nel 2020 sarà attivo il California Consumer Privacy Act. Nel mondo, sempre più i brand si trovano a doversi confrontare con regole che governano l’utilizzo dei dati, e che mettono in primo piano un uso quanto più controllato possibile delle informazioni sugli utenti.

Oath: l’83% degli editori italiani crede che il programmatic offra un vantaggio competitivo

Gli editori europei stimano una crescita pari al 26% delle revenue provenienti da formati video, mobile e native per il 2019. Oltre il 60% dei publisher europei e italiani afferma, inoltre, che questi formati sono fondamentali per il successo delle proprie attività. Più nel dettaglio, secondo il 35% dei publisher del nostro Paese, i formati mobile saranno le soluzioni che registreranno la maggiore crescita in termini di revenue per i prossimi 12 mesi, seguiti da video (33%) e native (26%).

Lo rivela la ricerca Developing Strategies for Publishers in Programmatic realizzata da Oath in collaborazione con IAB Europe. Lo studio mostra le previsioni dei publisher europei legate al mondo programmatic per il 2019 e ha coinvolto i membri di IAB Europe in 30 paesi con lo scopo di analizzare opportunità e sfide che l’industria editoriale affronta quando si parla di tecnologie e advertising in programmatic.

I risultati principali svelano che i publisher sono alla ricerca di partner per semplificare le proprie offerte, sviluppare nuove soluzioni pubblicitarie incentrate su esperienze multiutente attraverso tecnologie audio e video in-stream.

Una precedente ricerca condotta da IAB Europe ha rilevato che lo scorso anno in Europa gli inserzionisti hanno speso 12 miliardi di euro per la pubblicità in programmatic, di cui un terzo dedicato ai formati video, mentre il 57% è stato speso per soluzioni mobile (compreso il native). Non sorprende quindi che proprio questi formati rappresentino per questi publisher la migliore soluzione. Ecco alcuni parametri in dettaglio.

L’in-housing tra gli argomenti più attuali

Il trading programmatico ha una posizione di rilievo nelle agende dei publisher europei, il 76%, infatti, conferma la sua estrema importanza, mentre l’83% pensa sarà ancora più importante nei prossimi 12 mesi. Il 52% ritiene inoltre che l’asta programmatica offra un vantaggio competitivo, sebbene permanga una notevole percentuale di publisher (30%) che si dichiara ancora incerta.

L’in-housing continua a essere un argomento caldo: secondo la ricerca, il 59% dei publisher europei sta svolgendo internamente le attività di trading programmatico.

Le principali sfide del programmatic

Due terzi dei publisher europei ha identificato come principale sfida la corretta valorizzazione di ciascuna impression. Nella lista delle preoccupazioni, la gestione del Gdpr e del consenso si posiziona al 4° posto, mentre il collegamento dell’inventory a tutte le fonti di richieste e la massimizzazione dei ricavi da mobile si collocano insieme in seconda posizione (47%).

Gli editori vorrebbero una semplificazione delle vendite in programmatic da parte dei partner, unitamente alla garanzia di poter attrarre investitori qualificati. I publisher possono così vendere il proprio inventario a un prezzo ragionevole senza compromettere la qualità degli annunci.

Ostacoli per la crescita dell’audience e massimizzazione del valore dell’inventory

Migliore monetizzazione e annunci di qualità superiore rimangono fondamentali per ottimizzare la crescita dell’audience secondo i publisher europei.

Il 63% delle soluzioni di distribuzione dei contenuti dei publisher intervistati è on-platform, mentre il 37% è off-platform, attraverso partner come Oath, Twitter, Google e Facebook; un trend destinato a continuare per i prossimi 12 mesi.

Controllo, prezzo e reach rappresentano il 78% di tutte le principali sfide secondo i publisher quando si tratta di crescita dell’audience in soluzioni off-platform. Nei prossimi 12 mesi i publisher prevedono di investire in attività finalizzate a incrementare la crescita dell’audience: il 30% dei publisher europei sostiene che ci sarà maggiore attenzione agli earned media rispetto ai paid media.

La crescita dell’audience continua a rappresentare una sfida: il 38% dei publisher europei indica le revenue come principale preoccupazione nella guida della crescita dell’audience, a causa, inoltre, della mancanza di controllo circa il posizionamento del proprio contenuto quando è su siti di terza parte, qualità dell'inventory, fill rate e tecnologia di riproduzione video. La scalabilità e i formati sono aspetti chiave quando si tratta di massimizzare il valore dell’inventory dei publisher.

L’importanza del programmatic per i publisher italiani

Il nostro Paese è il più fiducioso in relazione al ruolo del programmatic: ben l’83% degli intervistati concorda che questa soluzione sia in grado di offrire un vantaggio competitivo.

Per il 57% dei publisher italiani, il trading programmatico rappresenta un’attività estremamente importante per la propria azienda e lo sarà ancora per i prossimi 12 mesi (86%).

I formati video, mobile e native rappresentano anche per l’Italia le soluzioni di punta per il 2019, in linea con il trend europeo.

Secondo il 35% dei publisher italiani, i formati mobile saranno le soluzioni che registreranno la maggiore crescita in termini di revenue per i prossimi 12 mesi, seguiti da video (33%) e native (26%).

Il 75% dichiara di avere una funzione programmatic in-house, mentre il 17% si affida a soluzioni in outsource e l’8% a soluzioni ibride.

Il 67% degli intervistati dichiara di utilizzare strumenti di terze parti per combattere il traffico fraudolento nel programmatic, seguito dall’utilizzo di black/white list (42%) e soluzioni in-house (17%).

Il 57% dei publisher italiani fa leva su soluzioni on-platform contro il 43% che utilizza off-platform, per i prossimi 12 mesi il 56% degli intervistati stima che la situazione rimarrà invariata.

Il prezzo/Roi rappresenta la sfida più importante da affrontare quando si tratta di content strategy su soluzioni on-platform, come dichiarato dall’89% dei publisher italiani, seguita da user experience (44%), brand saferty (33%) e formati pubblicitari (11%).

Controllo (67%), prezzo/ROI (56%), reach (22%) sono le sfide più importanti in un contesto off-platform.

Il 62% in termini di budget e risorse è dedicato alle strategie di acquisizione dell’audience su earned media seguito da una percentuale pari al 38% in ambito paid media. Secondo i publisher italiani (56%) la situazione rimarrà invariata anche durante i prossimi 12 mesi.

Cresce l’audio advertising

«Il trading programmatico continua a offrire chiare opportunità di crescita per i publisher in tutta Europa, ma rimangono molte le sfide da affrontare. Massimizzare le entrate è ancora prioritario per la maggior parte dei publisher, anche se Gdpr e gestione dei consensi sono task che si sono aggiunti alla lista delle preoccupazioni. In qualità di publisher, Oath comprende molte di queste problematiche e, grazie inoltre a ricerche come questa con IAB Europe, il nostro focus è sviluppare soluzioni come Oath Ad Platforms facendo leva su esperienza e know-how per fornire ai publisher soluzioni ottimali in grado di soddisfare al meglio i loro obiettivi di business», afferma Henk Van Niekerk, Head of Emea Supply
Platforms.

«Il nostro mercato ha recuperato terreno nell’adozione delle soluzioni programmatiche, con vantaggi per tutta la filiera, editori inclusi. Video, mobile e native – già ampiamente adottati nelle pianificazioni tradizionali – permangono i formati preferiti dagli investitori. Si sta facendo strada anche l’audio advertising, per il quale iniziano ad essere disponibili interessanti inventory premium. Oltre a puntare ad una crescita delle proprie audience, per aumentare i ricavi gli editori stanno ampliando la distribuzione dei propri contenuti anche su siti di terze parti, anche grazie alle piattaforme che rendono possibile questa fluidità, quali le Oath Ad Platforms», conclude Christina Lundari, General Manager di Oath Italia.

Privacy online: italiani preoccupati ma poco attenti. Lo studio di PHD

A sei mesi dall’applicazione in tutti i Paesi europei del GDPR, PHD Italia torna a indagare l’atteggiamento degli italiani nei confronti della protezione dei dati personali con una nuova rilevazione della ricerca “L’insostenibile leggerezza del dato”, arricchendo di nuove evidenze l’attività dell’Osservatorio interno su privacy e media.

La nuova rilevazione dello studio conferma il ritratto contraddittorio degli italiani in materia di privacy online: preoccupati ma non così attenti a proteggerla, consapevoli del valore commerciale dei dati personali, ma poco informati sul loro effettivo utilizzo. Desiderosi, comunque, di avere un maggiore controllo sulle informazioni fornite, perché poco convinti della trasparenza delle aziende.

GDPR, questo sconosciuto

Secondo i dati dello studio, c’è ancora una limitata conoscenza della nuova regolamentazione europea sul trattamento dei dati e una scarsa consapevolezza della sua importanza: quasi la metà degli italiani, infatti, il 44% degli intervistati, non ha mai sentito parlare del GDPR e un altro 27% l’ha sentito nominare ma non sa di cosa si tratti. Il 55% del campione lo identifica correttamente nel “nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati personali”, ma nel restante 45% regna la confusione tra chi lo indica come la “nuova authority per la privacy” (12%), il “nuovo sistema operativo che protegge la privacy” (9%), “una strategia delle aziende per accedere ai dati personali per scopi di marketing” (6%), un nuovo software per proteggere la privacy online (5%) e chi non ne ha proprio idea (13%). Necessità e utilità del provvedimento, inoltre, non sono unanimemente condivise: a fronte del 32% e del 27% degli intervistati che lo considerano rispettivamente “uno strumento utile per la tutela della privacy” e “uno strumento necessario e fondamentale per porre un freno alle ripetute violazioni della nostra privacy”, per il 24% del campione si tratta solo di “una formalità” e per il 17% di “un’inutile complicazione burocratica”.

Valore e potere dei dati

La maggioranza degli intervistati (il 73%, in aumento rispetto al 70% della precedente rilevazione) si dichiara consapevole del valore commerciale dei propri dati personali, il 50% (sei mesi fa era il 47%) concorda nella definizione di “moneta di scambio per contenuti gratuiti sul web”. Ma alla domanda “In che modo vorresti essere ricompensato per la condivisione delle tue abitudini?” il 62% del campione risponde “con del denaro” e quando si tratta di dare un “prezzo” a queste informazioni a vincere nella quotazione è la sfera intima: se uno su cinque accetterebbe, infatti, di essere monitorato negli spostamenti per 50 euro al mese, per le abitudini sessuali ne chiederebbe il doppio; più di cento euro, per uno su tre, per le informazioni medico sanitarie. E accanto al concetto di valore del dato si fa strada anche quello di potere del dato: il 59% degli italiani si dice infatti convinto del fatto che un utilizzo improprio dei dati personali possa manipolare la democrazia.

Dati e trasparenza: poca fiducia nelle aziende

Che cosa si aspettano gli italiani? Uno su due (54%) ritiene le istituzioni responsabili della protezione dei dati personali e della privacy, per il 66% il governo dovrebbe intervenire di più nella regolamentazione e il 68% vorrebbe avere un maggiore controllo sulle informazioni che fornisce alle aziende, anche perché solo il 15% del campione si dice convinto della trasparenza delle aziende rispetto alle politiche di gestione dei dati personali dei clienti. Quasi la metà degli italiani, inoltre (il 45% del campione, in crescita di oltre 20 punti rispetto al 31% di sei mesi fa), prevede che le proprie scelte di acquisto possano essere influenzate dal livello di trasparenza sul trattamento dei dati offerto dall’azienda del prodotto o servizio che intendono acquistare.

Preoccupati ma pigri

Preoccupazione e consapevolezza sul tema dei dati personali, tuttavia, non si traducono nell’adozione di comportamenti utili a contenere i rischi. Circa sei italiani su dieci (59% del campione contro il 62% di sei mesi fa) si dicono preoccupati per la privacy online e sette su dieci (71% contro il 67% di sei mesi fa) dichiarano che la preoccupazione, rispetto al passato, è sensibilmente aumentata. Solo il 52%, però, si definisce “molto attento” alla protezione della propria privacy online, percentuale che sale invece di molti punti, al 68%, quando si tratta di proteggere la privacy dei minori. Il 42% del campione confessa che condividere informazioni personali in rete lo spaventa, ma una percentuale analoga (40%), quando valuta il consenso al trattamento dei dati personali, dichiara di cliccare su “consenti” leggendo velocemente o non leggendo affatto. Solo uno su cinque (22%) si descrive come “sempre consapevole” per quanto riguarda il trattamento dei propri dati. A proposito della nuova regolamentazione europea, inoltre, la maggioranza del campione dichiara di aver letto “solo alcune” (42%) o addirittura “solo le prime” (28%) delle email che facevano riferimento al GDPR ricevute in questi sei mesi. E a prevalere, dopo la ricezione delle email, è stata la conferma del consenso al trattamento dei dati (35%) o la passività (“non ho fatto niente”, dichiara un intervistato su quattro).

Ma come mai la gestione e lo scambio dei dati personali in rete preoccupano? Gli italiani temono in particolar modo il furto d’identità (77%), le frodi informatiche e il phishing (76%) e l’utilizzo improprio dell’immagine dei minori (74%). Seguono, nella rosa delle preoccupazioni, la scarsa trasparenza sull’utilizzo dei dati personali (72%) e la cessione dei dati a terzi (69%). Eppure, se si vanno ad indagare le misure adottate negli ultimi sei mesi per proteggere la privacy, si scopre che anche uno fra gli strumenti più noti, la navigazione in incognito, supera di poco il 25%.

Quattro cluster

Secondo la ricerca, nel rapporto con il tema dati, gli utenti possono essere catalogati in quattro profili principali: Protagonisti (16%), Antagonisti (28%), Comparse (29%) e Spettatori (27%). Nel contesto della cosiddetta “data economy”, come nella sceneggiatura di un film in cui tutti siamo chiamati ad avere un ruolo, i Protagonisti hanno maturato un alto livello di consapevolezza sul tema, sono coinvolti in prima persona nella gestione dei propri dati personali, sono attenti e informati sulle strategie e gli strumenti per tutela della privacy; gli Antagonisti sono molto preoccupati per la gestione dei propri dati personali ma incapaci di prendere in mano la situazione, sono diffidenti, ansiosi e sentono di non poter avere nessun controllo; le Comparse prendono le distanze dal tema, che considerano una questione unicamente tecnologica, sono ottimisti e si lasciano sostanzialmente trascinare dal progresso senza particolari attenzioni o strategie; gli Spettatori pensano che il tema della protezione dei dati non sia un loro problema, desiderano un maggior controllo, ma lo demandano completamente ad altri.

«Il 73% degli intervistati dice di sapere che i propri dati personali hanno un valore commerciale e il 62% sa bene cosa vorrebbe in cambio una volta ceduti: denaro contante – commenta Alessandro Lacovara, Managing Director alla guida di PHD Italia -. 90 euro al mese è il prezzo medio che gli italiani chiederebbero a un’azienda per consentirle di “spiare” le proprie abitudini d’acquisto e le “tariffe” salgono oltre i 100 se ad essere monitorate sono informazioni di tipo medico o che riguardano la propria intimità. Troppo poco? Lasciamo tracce online ogni giorno, quasi senza accorgercene, e la tecnologia le utilizza apparentemente senza sforzo. Ma questo lavoro silenzioso sta cambiando tutto e affrontare marketing e comunicazione senza capire la centralità del dato è – oggi e domani – insostenibile: i brand dovranno sempre più concentrarsi su come ottenere la fiducia dei consumatori in merito alla gestione dei dati personali e da questo dipenderà il fallimento o il successo delle aziende del prossimo futuro».

GDPR, solo il 5% degli utenti in Europa rifiuta il consenso alla raccolta dei dati. Lo studio Teads

Solo il 5% degli utenti di Internet di tutta Europa rifiuta l’utilizzo dei cookie per ricevere pubblicità personalizzate. E’ quanto rivela un nuovo report settimanale di Teads, creato per raccontare lo stato di allineamento dei publisher europei alle nuove direttive del General Data Protection Regulation (GDPR). Un barometro che fa riferimento agli editori che lavorano sulla piattaforma e che riflette i due terzi dei 300 editori mondiali della classifica di comScore.

Secondo il report, il 50% degli utenti di Internet di tutta Europa ha accettato o rifiutato il consenso all’utilizzo dei cookie con l’obiettivo di generare advertising targettizzato, e ben il 95% di questi utenti ha espresso il proprio consenso alla raccolta dei dati, contro un significativamente basso 5% che, invece, lo ha rifiutato.

Un dato, quest’ultimo, di particolare interesse se si considerano i tanti timori suscitati nella industry sul tema privacy dall’entrata in vigore del GDPR. La percentuale di rifiuto del consenso varia, ovviamente, da Paese a Paese, con un tasso di poco più alto in Inghilterra (7%) ed è, invece, più bassa in Francia (4%), Paesi Bassi (3%), Spagna e Italia (2%). I dati riguardanti la situazione in Germania non sono disponibili poiché la maggior parte dei publisher tedeschi non risponde alla normativa sul consenso dell’utente ma fa ricorso al cosiddetto “legittimo interesse” per erogare pubblicità personalizzate.

L’adozione delle CMP

Secondo i dati del report, inoltre, attualmente il 63% del traffico degli editori europei passa attraverso una piattaforma di gestione del consenso (CMP) che permette agli utenti di esprimere la propria preferenza e agli editori di adeguarsi alla normativa in vigore. La Spagna guida il processo di adozione della CMP con un tasso di implementazione dell’82,83%, i Paesi Bassi si posizionano subito dopo con un 82,82%, mentre Francia e UK registrano rispettivamente il 71,08% e il 67,93% di presenza.

“I dati – spiega Teads in una nota – rappresentano la percentuale di adozione delle CMP all’interno della piattaforma Teads che vanta una reach superiore all’85% raggiungendo oltre 1,2 miliardi di utenti unici  nei principali mercati Europei. Proprio per questo motivo, i dati riflettono in maniera altamente significativa lo stato attuale dell’ecosistema media in Europa”. La società, intanto, è al lavoro per guidare i publisher europei che ancora non hanno provveduto all’implementazione della Consent Management Platform nel processo di allineamento alla nuova legge.

«L’adozione diffusa del Consent Management Framework di IAB da parte dell’industry ha permesso di soddisfare tutti i requisiti richiesti dal GDPR in tempi record. Il nostro lavoro è da tempo focalizzato ad indirizzare gli editori verso l’implementazione delle piattaforme di gestione del consenso per procedere ancora più velocemente verso questa direzione», commenta Pierre Chappaz, Founder & Executive Chairman di Teads.

2018-11_GDPR_Barometer_Teads

GDPR, Google ancora al lavoro sull’implementazione del Framework IAB

A maggio, pochi giorni prima dell’entrata in vigore del GDPR, Google aveva ufficializzato la sua posizione in tema di protezione dei dati, dimostrandosi aperta a partecipare al Transparency and Consent Framework di IAB Europe, la piattaforma lanciata dall’associazione per creare uno standard per la raccolta e la condivisione del consenso sul trattamento dei dati all’interno della filiera pubblicitaria. Un’apertura che – a detta di Big G – si sarebbe tramutata entro agosto in una effettiva e concreta adozione del framework, dopo un’attenta analisi delle sue caratteristiche e del suo funzionamento.

A più di tre mesi di distanza, però, Google non ha ancora mantenuto fede alla promessa fatta: l’attuale soluzione per la gestione dei consensi della società, Funding Choices, non è ancora infatti una CMP registrata nelle liste di IAB, il che vuol dire che il consenso che raccoglie non è libero di essere condiviso con altre piattaforme compatibili al Framework.

Uno dei punti forte del Framework IAB, infatti, è che consente alle CMP compatibili di far circolare i consensi raccolti tra le varie piattaforme (SSP, exchange, ad server, DSP, DMP, servizi di tracking e misurazione) di cui l’editore si serve per i propri servizi, pubblicitari e non. La maggior parte degli operatori del programmatic ha sviluppato CMP compatibili con tale framework, ma ancora non Google, appunto, che al momento ritiene valido solo il consenso raccolto attraverso piattaforme di sua proprietà.

Big G, a quanto pare, starebbe ancora studiando il Framework, e sarebbe in procinto di formalizzare la sua partecipazione, come ha dichiarato un portavoce della società alla testata AdExchanger: “Negli scorsi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con IAB Europe per assicurare che i nostri prodotti siano interoperabili con il Transparency and Consent Framework – ha spiegato-. Siamo in procinto di formalizzare la nostra partecipazione al framework e ci auguriamo che l’integrazione possa venire il più velocemente possibile“. Nessuna nuova data però è stata comunicata per il lancio della CMP ufficiale di Google.

All’indomani dell’entrata in vigore, a fine maggio scorso, del GDPR, e dopo che numerosi exchange avevano registrato una forte riduzione di domanda in particolare da parte di Google DBM (anche in Italia), Google aveva sviluppato una soluzione temporanea in modo da consentire agli editori con CMP compatibile col framework IAB di passare a Google il consenso raccolto per la targettizzazione della pubblicità. Google aveva anche avviato degli accordi con alcuni operatori del programmatic per facilitare il passaggio dei consensi.

Ma nonostante questa mossa ad interim, il ritardo della partecipazione di Google al Transparency and Consent Framework costituisce un problema per molti editori e fornitori di tecnologia, come fa notare AdExchanger. E tra le sue conseguenze potrebbe non esserci solo un eventuale calo di domanda e CPM per le inventory non targettizzabili.

Il fatto che Google non abbia una CMP compatibile col Framework, infatti, può costituire anche un freno in generale all’adozione delle CMP. Basti pensare a quanto utilizzati sono gli strumenti di Google dalla maggior parte degli editori in Europa. Editori che, con ogni probabilità, tenderanno ad affidarsi alle soluzioni della società – anche se non sono compatibili col framework IAB – anche per la policy GDPR.