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GDPR: ancora poca consapevolezza tra gli utenti italiani. I risultati di uno studio Ogury

A un anno dall’entrata in vigore del GDPR, gli utenti italiani comprendono appieno come i loro dati vengano raccolti, archiviati e utilizzati? Secondo uno studio di Ogury, non proprio.

L’azienda tech specializzata in Mobile Journey Marketing ha condotto una ricerca su oltre 280 mila utenti mobile (di cui quasi 23.488 in Italia), per analizzare i loro comportamenti quando si parla di dati, privacy, advertising e marketing, ed ha scoperto che la comprensione su come le aziende utilizzano i dati degli utenti non è migliorata dopo l’entrata in vigore della GDPR per il 59% degli italiani. Allo stesso modo, è ancora poca la conoscenza della GDPR stessa: un sorprendente 37% a livello globale dichiara di non sapere nemmeno cosa sia la GDPR e se in Europa la percentuale cresce al 39%, in Italia si attesta al 34%.

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Solo l’8% degli utenti a livello globale riconosce che l’introduzione della GDPR ha reso più chiaro il modo in cui le aziende usano i loro dati, e in Italia il 66% dei consumatori non ha consapevolezza di come vengono utilizzati i propri dati, anche dopo aver letto il modulo di consenso e l’informativa sulla privacy.

«Le aziende non hanno preso sufficientemente sul serio la GDPR – spiega Francesca Lerario, Managing Director di Ogury Italia -. Si tratta di numeri scoraggianti per chi si occupa di legislazione e regolamentazione, per chi sperava in un livello più alto di comprensione di una legge fatta per proteggere i consumatori. Anche i marketer dovrebbero rendersi conto che la conoscenza sul tema è ancora poca. Le aziende devono capire pienamente l’importanza della GDPR e a loro volta educare i consumatori sull’importanza della condivisione di dati, un tema che diventerà sempre più importante a livello globale. Anche negli Stati Uniti questo processo è in atto, con la prossima entrata in vigore del CCPA (California Consumer Protection Act) prevista per gennaio 2020».

La ricerca rivela inoltre che, di fronte a una scelta esplicita, il 71% degli intervistati a livello mondiale sarebbe disposto a condividere i dati sull’uso di app e siti web, oltre a informazioni di contatto, anziché pagare per accedere ai contenuti.

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Su questo tema, Elie Kanaan, Chief Marketing Officer di Ogury a livello globale, commenta: «Il fatto che il 71% degli utenti mobile a livello globale condividerebbe i propri dati se conoscesse esattamente come vengono raccolti e usati, dimostra in modo chiaro come il consumatore sia disposto a cederli a patto che si tratti di uno scambio equo e trasparente. Questo ci ha spinto a sviluppare Ogury Consent Manager con l’opzione Fair Choice, che permette all’utente di scegliere se accettare la raccolta e l’uso di dati anonimi per ricevere comunicazioni marketing personalizzate; non consentire la condivisione dei dati e ricevere annunci non pertinenti; oppure pagare per accedere a contenuti privi di qualunque tipo di advertising».

Ogury ha anche rilasciato il GDPR Grandmaster Challenge, un test per verificare la propria conoscenza del GDPR e saperne di più sul tema data privacy.

GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

Oggi nella nostra rassegna parliamo di GDPR e di due novità ad tech di Comcast e Condé Nast.

GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

In Irlanda, la Data Protection Commission ha iniziato ad investigare sulla conformità al GDPR del modo in cui Google utilizza i dati degli utenti sulle sue piattaforme programmatiche. L’indagine è partita in risposta a una denuncia formale lanciata dal Chief Privacy Officer del browser Brave, Johnny Ryan. Ma l’indagine irlandese, a ben vedere, tocca un perimetro ben più ampio di quello di Google: la denuncia di Ryan, infatti, è rivolta al modo in cui l’intero ecosistema del programmatic usa e dissemina i dati. Secondo lui, la condivisione di informazioni alla base dell’attuale funzionamento del real-time bidding, esporrebbe impropriamente dati personali senza le dovute protezioni. Per questo, il responso irlandese su Google potrebbe avere ripercussioni sull’intero mercato ad tech. Leggi di più su Marketing Land.

Comcast punta sulla blockchain: a breve le prime campagne tv targettizzate utilizzando la tecnologia

Comcast ha parlato per la prima volta dell’intenzione di utilizzare la blockchain per le sue campagne due anni fa, e da allora il progetto è stato in incubazione all’interno di FreeWheel. Adesso, la roadmap ha dato una sensibile accelerata: l’erogazione di campagne attraverso Blockgraph, un prodotto di condivisione dei dati che utilizza la blockchain per consentire ai brand di targettizzare le audience televisive utilizzando i dati di prima parte, potrebbe debuttare tra pochissimo. FreeWheel ha ufficializzato la nomina del CTO del progetto Blockgraph e, dopo un ulteriore ampliamento della squadra, si potrà partire con le prime campagne già forse il prossimo mese. Leggi di più su AdExchanger.

Condé Nast lancia un nuovo programma pubblicitario sulla sua piattaforma dati Spire

Condé Nast arricchisce la sua piattaforma di dati e targeting pubblicitario Spire con Prime Web, un nuovo programma pubblicitario che offre a chi utilizza Spire (che richiede una spesa minima di 20 mila dollari) una suite di formati video e abilitati all’ecommerce sull’intero portafoglio dell’editore. Agli inserzionisti che spenderanno budget più alti, Condé Nast garantirà il raggiungimento di risultati su alcune metriche chiave come le visite ai negozi o l’aumento delle vendite. Leggi di più su Digiday.

Commanders Act evolve la sua offerta per la privacy con TrustCommander

Commanders Act ha annunciato il lancio di TrustCommander, una versione migliorata della sua offerta sulla privacy, progettata per semplificare e ottimizzare la conformità delle organizzazioni rispetto alle attuali normative sulla privacy.

Originariamente integrato nella sua soluzione di gestione dei tag, TrustCommander è ora disponibile anche come soluzione “stand-alone”, sia per le organizzazioni che utilizzano Google Tag Manager, sia per quelle senza alcun sistema di gestione dei tag.

A partire dal 2012, Commanders Act ha offerto un modulo Privacy che può essere integrato nella sua soluzione di Tag Management, consentendo ai clienti di gestire i banner informativi relativi all’utilizzo dei cookie sul loro sito web. Con l’entrata in vigore del GDPR, a maggio 2018, Commanders Act ha scelto di far evolvere la propria offerta Privacy con l’obiettivo di rendere più semplice ai suoi clienti l’adempimento necessario.

«I nostri clienti lavorano con la nostra soluzione Privacy dal 2012, ma TrustCommander è un prodotto nuovo di zecca, che beneficia dell’esperienza accumulata dai nostri team. Dopo il GDPR, il California Consumer Privacy Act entrerà in vigore il 1° gennaio 2020 e i regolamenti continueranno ad evolvere – spiega Michael Froment, presidente, amministratore delegato e co-fondatore di Commanders Act -. Questo scenario richiede che l’aggiornamento dei processi di raccolta dei consensi sia più semplice. Per questo abbiamo voluto semplificare l’implementazione di TrustCommander, consentendo ai clienti che già usano Google Tag Manager, e anche ai team senza un TMS, di conformarsi rapidamente e facilmente».

TrustCommander è originariamente integrato in TagCommander, la soluzione di Gestione dei Tag di Commanders Act. Per i clienti già esistenti, l’utilizzo di TrustCommander è trasparente, senza alcun intervento tecnico, poiché il contenitore di tag è già presente sul loro sito. Il banner di consenso, il condizionamento dei tag e l’attivazione del tracking sono completamente gestiti dall’interfaccia TMS, tramite il contenitore.

Ma TrustCommander è ora disponibile anche per le organizzazioni che non hanno ancora implementato il TMS, o che utilizzano una soluzione diversa da Commanders Act. Quest’opzione di integrazione “stand-alone” consente a Commanders Act di rivolgersi a un mercato più ampio e di soddisfare le esigenze di conformità di un maggior numero di organizzazioni.

Riconosciuto da IAB Europe come Consent Management Provider (CMP), Commanders Act offre uno strumento di Tag Management che integra un modulo privacy compatibile con il framework IAB. Questo permette ai clienti di combinare i vantaggi sia del framework IAB, sia del Tag Management.

«Il nostro nuovo marchio TrustCommander riflette la nostra volontà di sostenere un numero crescente di organizzazioni in un mercato in espansione. Il GDPR ha trasformato e continuerà a trasformare radicalmente le prassi del mercato digitale e le organizzazioni dovranno ora dotarsi di strumenti efficaci per affrontare e sfruttare al meglio questi sviluppi», conclude Michael Froment.

GDPR, quest’estate il nuovo framework di IAB. E parteciperà anche Google

Prende forma il progetto della nuova versione del Transparency and Consent Framework di IAB Europe. L’associazione ha infatti annunciato la disponibilità per i commenti pubblici delle specifiche tecniche del nuovo standard di riferimento, volto a facilitare la conformità dei player dell’ad tech alle direttive del GDPR.

La nuova versione del Framework, come la precedente, si pone come uno standard per la gestione della raccolta dei consensi all’uso dei dati da parte degli operatori del digital, nel rispetto delle nuove normative in materia, ma in più tiene in considerazione le richieste da parte degli editori di avere maggiori controlli e una serie di arricchimenti dal punto di vista delle tecnologie e delle policy.

In particolare, tra le novità c’è l’aumento delle possibili motivazioni all’utilizzo dei dati, che prima erano 5 e adesso sono 12; la possibilità, per gli utenti, di esprimere direttamente attraverso una Consent Management Platform conforme al Framework il proprio “diritto di opposizione” nei confronti di una società che sta utilizzando i suoi dati sulla base del legittimo interesse (prima questo diritto veniva gestito al di fuori del framework); e maggiori controlli su se e come i fornitori possono usare alcune tipologie di dati, come quelli di geolocalizzazione.

Ma al di là di tutte queste aggiunte, tra i motivi che rendono particolarmente attesa la disponibilità di questo nuovo standard, c’è l’impegno che Google ha preso di rendersi conforme ad esso. Big G non ha mai sottoscritto la prima versione del Framework IAB (causando non poche difficoltà all’interno del mercato pubblicitario, considerando il cospicuo peso della società nel comparto), ma ha dichiarato di voler ufficialmente allinearsi alla nuova edizione non appena verrà immessa sul mercato.

Una data che però non è imminente: le nuove specifiche del framework saranno disponibili per i commenti pubblici fino al 25 maggio. Per il lancio, invece, bisognerà aspettare quest’estate.

Ogury introduce nuove funzionalità al suo Consent Manager

Ogury annuncia oggi il lancio di nuove funzionalità al suo Consent Manager, che vanno a rafforzare l’offerta di Mobile Journey Marketing Cloud della società: grazie a Fair Choice, gli utenti hanno la possibilità di scegliere se pagare l’accesso a contenuti con i propri dati anziché con la moneta tradizionale.

“L’obiettivo di Ogury è aiutare le aziende a muovere i passi giusti nell’era della trasparenza dei dati e della libertà di scelta dell’utente. Vogliamo aiutare gli editori a creare un dialogo trasparente con gli utenti che si basi sul valore dei loro dati”, spiega Jean Canzoneri, co-fondatore e co-CEO di Ogury, “Questo è il motivo per cui aggiungiamo Fair Choice al Consent Manager. Con questa nuova funzionalità andiamo oltre la semplice richiesta di scegliere se condividere o meno i propri dati, introducendo una terza opzione, che permette di pagare un prezzo equo in cambio di un’esperienza che non richiede la condivisione dei dati“.

Ogury Consent Manager è una piattaforma di gestione dei consensi (CMP) registrata IAB e conforme al GDPR, che unisce tutte le richieste di consenso – di tutti i partner – in un unico luogo. In questo modo, gli utenti ricevono un solo avviso per la richiesta del consenso che fornisce una chiara informativa, con la possibilità di scegliere se concedere i propri dati o meno.

“Molto prima dell’ideazione e della messa in atto del GDPR, abbiamo progettato Ogury mettendo al centro della nostra attività l’importanza del consenso degli utenti”, ha aggiunto Canzoneri, “Riteniamo infatti che sia fondamentale instaurare un rapporto di fiducia con gli utenti e, sviluppando Ogury Consent Manager, siamo stati in grado di offrire ai nostri editori questa stessa possibilità”.

Nielsen lancia una divisione dedicata alla pubblicità su Video Addressable

Protagonisti oggi della nostra rassegna sulle ultime novità ad tech internazionali, sono Nielsen, DoubleVerify e IAB Europe.

Nielsen lancia una divisione dedicata alla pubblicità su Video Addressable

Una settimana dopo l’acquisto del venditore di media addressable Sorenson Media per 11,25 milioni di dollari, Nielsen ha ufficialmente annunciato l’apertura di una nuova unit: il Nielsen Advanced Video Advertising Group. Una mossa che testimonia la volontà della società di misurazioni di rafforzare la propria posizione in un canale pubblicitario in grande ascesa, quello del Video Addressable. La divisione comprenderà, oltre a Sorenson Media, Gracenote, proprietaria di una tecnologia per l’inserimento di pubblicità dinamica nelle smart tv, e Qterics, sviluppatrice di una soluzione per la gestione della privacy. Leggi di più su AdExchanger.

DoubleVerify si rafforza negli analytics della pubblicità video con un’acquisizione

DoubleVerify ha acquisito Zentrik, società di tecnologie per i video. L’acquisizione, che si è chiusa il 15 febbraio, contribuirà alla creazione di un tag per il blocco di video e la misurazione, volto a proteggere i brand e misurare la qualità degli spazi su desktop, mobile app e piattaforme video OTT. In particolare, il tag sarà rivolto ad individuare e risolvere il problema del cosiddetto “breakage”, ossia l’impossibilità per un annuncio di essere erogato a causa di problemi tecnici, e delle latenze che ritardano la visualizzazione dello spot. Leggi di più su MediaPost.

Attivisti della privacy puntano il dito sull’approccio di IAB Europe al GDPR

Un gruppo di attivisti della privacy ha puntato il dito contro IAB Europe, accusando i suoi standard di non essere conformi al GDPR. Ad essere posto sotto accusa, in particolare, sarebbe il protocollo OpenRTB. Secondo le associazioni di attivisti, nelle transazioni pubblicitarie in RTB gli utenti attualmente non possono venire informati sull’utilizzo dei loro dati personali, e IAB ne sarebbe a conoscenza. Dal canto suo, IAB ha negato le accuse, dicendo che sono “non solo false ma anche intenzionalmente dannose”. Leggi di più su The Drum.

GDPR, cosa è cambiato per il settore della pubblicità digitale

Quando è stato introdotto per la prima volta, il GDPR era considerato da molti nell’editoria, nei media e nella pubblicità come una rivoluzione normativa. Ari Levenfeld, Chief Privacy Officer di Sizmek, fa il punto a quasi nove mesi dall’introduzione di un regolamento che ha certamente cambiato il modo in cui i brand accedono, gestiscono e conservano i dati dei loro consumatori.

Mentre le aziende si sono affrettate a diventare compliant al GDPR, resta da valutare la vera portata del regolamento. Le autorità di controllo hanno infatti appena iniziato a sanzionare in maniera rilevante nell’era post-GDPR. Per questo motivo, i marchi e gli inserzionisti continuano ad affrontare le sfide che si presentano con la complessità che il GDPR ha aggiunto a un panorama mediatico già difficile.

GDPR: un cambio di modello per l’adv digitale

L’essenza della pubblicità sta nel creare un collegamento con il pubblico, con i potenziali clienti. Con l’esplosione dei media online e delle piattaforme digitali, i marketer si sono trovati di fronte ad un numero infinito di modalità percorribili per raggiungere i clienti, utilizzando principalmente un piano strategico di programmatic advertising. La programmazione è guidata dall’accesso aperto e senza restrizioni ai dati degli utenti, ma con il suo arrivo il GDPR ha imposto regole che hanno interrotto questo flusso costante di dati per i marketer non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Tuttavia, mentre da un lato molti si sono lamentati subito delle nuove restrizioni sui dati, dall’altro la normativa ha portato con sé grandi cambiamenti nell’approccio dei brand rispetto ai processi di elaborazione dei dati e un livello di trasparenza completamente nuovo, cosa che può essere considerata solo in maniera positiva per quanto riguarda il settore.

Le cinque fasi delle preoccupazioni legate al GDPR

È interessante notare come le preoccupazioni legate al GDPR si siano susseguite in cinque fasi e siano una rappresentazione appropriata di come il settore abbia reagito a questa nuova regolamentazione. In una prima fase, c’erano molte voci sulla reale necessità di introduzione del regolamento e un’idea diffusa che non avrebbe provocato disagi. In realtà, una ricerca di IBM dello scorso maggio aveva rilevato che solo il 36% delle imprese avrebbe rispettato la scadenza, un chiaro segnale che le imprese avevano scelto di ignorarne l’esistenza fino all’ultimo minuto.

Le persone hanno così messo in discussione il suo impatto e si è arrivati molto rapidamente alle fasi due e tre: rabbia e contrattazione. La rabbia ha generalmente avuto vita breve, ma la contrattazione è stata una fase più intensa: molti brand hanno discusso esattamente ciò che il regolamento avrebbe significato per loro. Ad esempio, cosa significa “consenso” e dove risiede la responsabilità per i dati dei consumatori nella supply chain dei media.

Fortunatamente, non sono stati rilevati particolari segnali di crisi all’interno del settore, ma nelle ultime due fasi si è passati attraverso un’accettazione della situazione e un cambiamento di prospettiva. Molti hanno rapidamente riconosciuto gli aspetti positivi che il GDPR avrebbe portato, dal rafforzamento delle relazioni con i clienti esistenti alla possibilità di mettere in primo piano contenuti creativi di alta qualità nelle campagne pubblicitarie.

GDPR significa annunci più intelligenti e mirati

Mentre ci avviciniamo all’anniversario del primo anno dall’introduzione del GDPR, si può certamente notare l’impatto che ha avuto sul panorama della pubblicità digitale: ha cambiato il modo in cui gli inserzionisti interagiscono con il pubblico e ha dato ai brand la possibilità di difendere e promuovere un processo di elaborazione dei dati molto più affidabile, sicuro e trasparente.

I brand che hanno messo a disposizione le risorse e gli sforzi per stabilire una base giuridica per elaborare i dati dei loro clienti sono quelli che ne stanno raccogliendo i benefici. Una strategia di programmatic advertising efficace dipende dai dati, tuttavia, con un maggiore controllo e responsabilità su tutta la linea forniti dal GDPR, i brand stanno attingendo ai dati che contano. Questo significa che possono dipingere un quadro più accurato dei loro clienti e creare messaggi di marketing efficaci e coinvolgenti.

Il futuro porterà solo più regolamenti, è necessario prepararsi ora

Poiché il 2019 promette di portare solo una maggiore complessità sotto forma di regolamenti imminenti (ad esempio il Regolamento ePrivacy), e mentre tutti sono in attesa dell’esito delle azioni di applicazione della legge da parte delle autorità di regolamentazione, è fondamentale che i brand continuino a concentrarsi sul corretto approccio GDPR. Se il 2018 è stato l’anno della trasparenza, possiamo certamente aspettarci che questa attenzione nel 2019 si intensificherà ancora di più.

GDPR, presto una nuova versione del Framework IAB. Ci sarà anche Google

Entro quest’anno IAB Europe lancerà una nuova versione del suo Transparency and Consent Framework, e Google salirà definitivamente a bordo del progetto.

Inizialmente immesso sul mercato la scorsa primavera, in vista dell’entrata in vigore del GDPR a maggio, il framework di IAB è un sistema creato per stabilire uno standard per la raccolta e la condivisione del consenso sul trattamento dei dati all’interno della filiera pubblicitaria. Il nuovo regolamento europeo infatti impone a chi raccoglie e tratta dati di utenti appartenenti all’UE di essere conformi a una serie di regole, tra cui avere il consenso chiaro e informato da parte degli utenti sull’utilizzo delle loro informazioni personali, pena multe fino a 20 milioni di euro o il 4% dei ricavi annuali. In questo senso, il framework IAB standardizza il processo di richiesta del consenso, rendendo più facile anche la sua condivisione tra i vari attori della supply chain.

Dal suo lancio ad aprile, il sistema è stato adottato da sempre più operatori del mercato, che ad esso hanno adattato le proprie CMP (piattaforme di gestione dei consensi). Tra di essi, però, c’è sempre un grande assente: Google. Big G a tutt’oggi non ha ancora reso il suo strumento Funding Choices conforme al TCF di IAB, e questo ha causato non poche difficoltà all’interno del mercato pubblicitario, considerando il cospicuo peso del colosso di Mountain View nel comparto. A onor del vero, Google ha espresso sin dall’inizio la sua volontà di far parte del progetto, tuttavia ha sempre rimandato la messa in conformità della propria piattaforma dichiarando di voler prima studiare a fondo le caratteristiche e il funzionamento del framework IAB.

Adesso però ci sono delle novità. Secondo quanto ha dichiarato IAB Europe alla testata MarTech Today, l’associazione sta preparando una nuova versione del framework, raccogliendo i feedback degli operatori inclusa Google, e dovrebbe lanciarla entro quest’anno. Dal canto suo, Big G ha fatto sapere che si allineerà al nuovo standard non appena verrà immesso sul mercato.

«Google supporta il Transparency & Consent Framework di IAB Europe, che aiuterà gli editori grandi e piccoli a rendersi conformi alle richieste del GDPR – ha dichiarato un portavoce di Google -. Noi abbiamo firmato un contratto con IAB Europe per entrare nel Framework e stiamo lavorando con IAB per integrarci prima possibile».

IAB Europe e IAB Tech Lab starebbero attualmente incorporando i commenti dei vari editori europei sul nuovo TCF, con l’intenzione di arricchirlo dal punto di vista delle tecnologie e delle policy. Tra i commenti al vaglio dell’associazione, in particolare, ci sarebbero la richiesta di controlli più granulari e l’integrazione del concetto di “legittimo interesse”. Proprio le stesse tematiche che un paio di mesi fa erano state oggetto di una serie di incontri tra Google e vari editori, agenzie e fornitori di ad tech.

Negoziare con gli ad exchange per abbassare la tech tax: l’evoluzione della Supply-Path Optimization

Oggi nella nostra rassegna spazio all’evoluzione della Supply-Path Optimization, a una novità di SpotX sul fronte targeting e al rapporto tra GDPR e Influencer Marketing.

Negoziare con gli ad exchange per risparmiare sulla tech tax: la nuova frontiera della Supply Path Optimization

Tra le parole più in voga nel mondo del Programmatic, la Supply Path Optimization (SPO) consente alle aziende di individuare il modo migliore (ottimizzato, appunto) per arrivare all’inventory che desiderano. Adesso, questo processo è giunto a un nuovo step: quello in cui gli inserzionisti negoziano con le piattaforme di scambio per creare la propria strada più economica verso l’offerta. Un esempio è quello dell’agenzia Goodway Group, specializzata in programmatic lato domanda, che ha stretto un accordo con PubMatic in cui la SSP si impegna ad abbassare le proprie fee se essa aumenta i propri investimenti sulla piattaforma. Leggi di più su AdExchanger.

Anche SpotX integra la soluzione di ID unificato di The Trade Desk

Dopo Triplelift, ora anche SpotX si aggiunge alla lista di piattaforme che hanno integrato la soluzione di ID unificato di The Trade Desk, con l’obiettivo di migliorare l’indirizzamento delle campagne digitali. L’ID unificato consente a diverse società della catena di valore di integrare il modello di cookie di The Trade Desk alla propria copertura di tracciamento, aumentando così i loro match rate per un migliore targeting degli annunci. Leggi di più su MediaPost.

Gli effetti del GDPR sull’Influencer Marketing

Il mercato dell’influencer marketing è in crescita e in costante evoluzione. Ma tra le nuove difficoltà delle aziende che lo utilizzano, oltre la questione disclosure, c’è anche l’utilizzo dei dati, e i limiti che su di esso impongono normative come il GDPR. Molte delle agenzie e piattaforme che connettono i brand con potenziali influencer fanno infatti affidamento sui dati degli utenti per determinare se i follower del personaggio hanno possibilità o meno di essere attirati dal brand: per il 54% dei marketer, le informazioni sul pubblico sono una parte essenziale dell’identificazione del giusto influencer. Ma il GDPR complica le cose e, cosa non da poco, aumenta i costi. Leggi di più su eMarketer.

Privacy, il 30% degli italiani non ha mai negato o limitato l’accesso ai propri dati

Le aziende oggi sono sempre più attente a come raccogliere e utilizzare i dati degli utenti, complici anche nuove normative che fissano dei paletti in materia, come il GDPR europeo. Ma le persone sono altrettanto attente alla protezione delle loro informazioni personali?

In Europa sembrerebbe non così tanto. Secondo gli ultimi dati Eurostat per il 2018, lo scorso anno all’interno dell’Unione Europea il 75% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha usato uno smartphone per scopi privati, ma il 28% quando ha utilizzato o installato un’app non ha mai limitato o rifiutato l’accesso ai suoi dati personali. L’Italia è poco sopra la media Ue, al 30%.

Il Paese dove i cittadini si proteggono di più risulta essere la Francia, in cui la percentuale scende al 10%, seguito da Germania (16%), Paesi Bassi e Lussemburgo (entrambi il 17%). La Repubblica Ceca è invece la Nazione dove la popolazione online si protegge di meno (67%), seguita da Bulgaria (49%), Cipro e Regno Unito (entrambi al 43%).

In realtà il problema, secondo quanto emerge dai dati Eurostat, non è la mancanza di informazione. Secondo l’istituto, solo il 7% dei possessori di smartphone nell’Ue non è a conoscenza della possibilità di limitare o rifiutare l’accesso ai propri dati personali quando si utilizza o installa un’app. Meno della metà (43%) ha dichiarato di avere un sistema di sicurezza installato automaticamente o fornito dal sistema operativo, e un ulteriore 15% ha ammesso di aver sottoscritto un sistema di sicurezza o di averne usato uno installato da qualcun altro.

E proprio a proposito di sicurezza, oggi 28 gennaio è il Data Privacy Day, giornata istituita dall’Unione Europea nel 2006 per sensibilizzare la popolazione sulla protezione delle proprie informazioni personali online. Un problema che a quanto pare è ancora molto diffuso, non solo per l’aumento del cybercrime, in un momento in cui i dati sono preziosissima merce di scambio, ma anche per l’ancora scarsa attenzione degli utenti alla propria sicurezza digitale. A tal proposito, la società di sicurezza Sophos ha stilato una classifica degli errori più comuni commessi dalle persone, e che mettono a rischio la loro vita digitale. Tra questi ci sono ad esempio il riutilizzo delle password, lasciare la webcam sempre accesa, non aggiornare i software e consentire alle app di avere accesso completo al proprio dispositivo.