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Gestione dei consensi: ora c’è più tempo per adattarsi al nuovo framework IAB

Chi possiede una piattaforma di gestione dei consensi aderente al Transparency & Consent Framework (TCF) IAB v1.1 avrà più tempo per passare alla nuova versione v2.0.

IAB Europe ha infatti reso noto che il suo tavolo di lavoro dedicato al Transparency & Consent Framework ha votato per estendere la scadenza oltre la quale l’associazione non offrirà supporto tecnico al TCF v1.1, la prima versione dello standard per la raccolta e gestione dei consensi all’uso dei dati in conformità al GDPR.

Da qualche tempo il framework è stato aggiornato a una nuova versione, più efficiente e aderente ai bisogni del mercato, e pian piano editori e fornitori terzi stanno adattando le loro piattaforme di gestione dei consensi (CMP) alle regole del nuovo standard. Attualmente sono 400 i fornitori registrati al TCF v2.0.

Molti, tuttavia, sono rimasti ancora indietro e, complice il Covid-19, stanno avendo più difficoltà a tenersi al passo: il passaggio dalla versione 1.1 alla 2.0 dello standard, infatti, richiede consulti e modifiche a livello ingegneristico e legale, che con il lockdown stanno diventando più complicati da gestire.

Inizialmente, IAB aveva dichiarato che avrebbe fornito supporto tecnico per lo standard TCF v1.1 fino al 30 giugno. Adesso, invece, la scadenza è stata estesa al 15 agosto 2020. Entro quella data l’associazione auspica che nel mercato il passaggio alla nuova versione del framework sia stata completata.

GDPR e CCPA: il digital adv evolve in chiave “etica”? L’analisi di Francesca Lerario di Ogury

La protezione dei dati è diventata una vera e propria sfida globale. Quando il GDPR è diventato effettivo nella sua applicazione (il 25 maggio 2018), si è segnato l’inizio di una nuova era per la privacy dei dati.

Non a caso, il regolamento europeo sulla protezione dei dati è considerato un punto di svolta nell’ambito della data protection globale, un modello ineludibile per ogni provvedimento futuro di tutti i governi.

Sulla falsariga del GDPR, infatti, sono diversi i regolamenti che si stanno imponendo in ogni parte del mondo. Ne è esempio il California Consumer Privacy Act (CCPA), primo regolamento negli Usa realizzato sulla falsariga di quello UE ed entrato in vigore il primo gennaio 2020. Lontano dall’Europa, anche l’India sta lavorando alla sua nuova legge per il controllo dei dati personali dei residenti indiani.

Secondo Gartner, nel 2022 metà della popolazione globale sarà tutelata da un regolamento sulla falsariga del GDPR. Da qui la considerazione che l’Unione Europea abbia di fatto aperto la strada a un tempo in cui finalmente le aziende si assumono la responsabilità del trattamento dei dati personali.

Ma quali sono le opportunità, le sfide da superare e i limiti di questa fase dell’evoluzione del data protection. Ne abbiamo parlato con Francesca Lerario, Managing Director per l’Italia di Ogury, società creatrice della prima soluzione di advertising alimentata dalla scelta dell’utente, che dalla sua nascita, 2014, è impegnata nella definizione di soluzioni di advertising alimentate dalla scelta dell’utente.

Francesca, come detto, sulla scia del GDPR, dal primo gennaio 2020 è ufficialmente entrata in vigore la CCPA in USA. Quali sono le differenze più evidenti tra i due regolamenti?

Nonostante differiscano per scopi, entità a cui si rivolgono e definizione di informazioni personali, GDPR e CCPA hanno un obiettivo comune: proteggere i diritti dei consumatori sul web e tutelare la privacy dei loro dati.
Tuttavia, vi sono alcune differenze chiave: se il CCPA impone alle aziende di fornire un’opzione di “Opt-out“, dando ai consumatori una chiara possibilità di non condividere informazioni personali con terze parti, la GDPR ha fatto dell’“Opt-in” uno dei suoi requisiti principali. In questo modo le aziende non possono raccogliere dati se non previo esplicito consenso da parte dell’utente, che può essere modificato o revocato in qualsiasi momento. Le due normative prevedono inoltre sanzioni molto diverse: la GDPR può applicare multe fino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato dell’azienda (a seconda dell’importo più elevato); le sanzioni per violazioni del CCPA partono da 2.500 fino a un massimo di 7.500 dollari.

Più in generale, essendo la GDPR molto più severa, per le aziende già conformi a questa regolamentazione è più facile adeguarsi alle nuove e meno rigide normative quali la CCPA. Ogury era pronta ancora prima dell’entrata in vigore della CCPA perché il 50% del fatturato proviene dagli Stati Uniti ma soprattutto perché conforme alla GDPR sin dalla nascita dell’azienda (2014).

Quali considerazioni suggerisce tutto questo?

Brand ed editori di tutto il mondo si trovano ad affrontare crescenti sfide in fatto di privacy e protezione del dato. Se poi a questo si aggiunge che gli utenti sono oggi molto più consapevoli del valore del proprio dato e dell’interesse che nutrono le aziende, le organizzazioni devono essere certe che sia stato ottenuto tramite un consenso valido e tracciabile.

Non solo Europa e California. In realtà la data protection è di fatto diventata una questione posta su molti tavoli a livello mondiali…

In effetti, non si tratta soltanto di GDPR in Europa e CCPA in California. Stiamo vivendo una fase di globalizzazione delle normative sulla privacy e il fatto che nell’Asia Pacifica siano state introdotte o aggiornate normative, come quella australiana sulla privacy o la Personal Data Protection Bill in Indonesia, dimostra il crescente interesse verso la materia. Argentina, Brasile e Cile sono in procinto di aggiornare e creare normative specifiche, il Messico farà lo stesso nei prossimi mesi.

Questi mercati hanno come riferimento la GDPR europea che ha segnato una svolta cruciale nell’etica del digitale. Tuttavia, per brand ed editori resta difficile conformarsi a questo mosaico globale di leggi la cui maturità non è uniforme a livello mondiale.

Qual è la principale opportunità e quale la principale ripercussione di queste normative sull’advertising industry?

La protezione dei dati è diventata una vera e propria sfida globale che necessita di una soluzione altrettanto globale. Brand ed editori devono pensare in maniera strategica, anticipando proattivamente le normative e non aspettare che ne emergano di nuove. Per affrontare questa sfida, le aziende hanno bisogno di un partner tecnologico che aderisca ai più elevati standard di protezione dei dati e che operi a livello globale.

La più grande opportunità offerta da queste normative è la possibilità di ripristinare la fiducia tra il mercato della pubblicità digitale e il consumatore. Un ambiente digitale sicuro rappresenta un vantaggio sia per utenti che per le organizzazioni, stabilisce un contratto di fiducia tra le parti, offre risultati di business migliori, restituisce credibilità e affidabilità al settore e aiuta a rendere internet un ambiente più etico. Questo è quello in cui crediamo in Ogury.

Tutto questo coincide anche con un mercato pronto ad abbandonare i cookie. Quali sono le vostre riflessioni in merito?

Il recente annuncio di Google di eliminare i cookie di terze parti da Google Chrome entro il 2022 potrebbe sorprendere, ma nel 2018-2019 Safari e Firefox avevano già applicato restrizioni simili. In un’era in cui le normative sulla privacy si stanno moltiplicando e gli utenti sono sempre più consapevoli dei propri diritti, la scelta di Google appare inevitabile.

Questo tipo di decisioni avranno un forte impatto sulle aziende ad tech del web, in particolare su quelle che basano la propria attività sul retargeting, ma non su Ogury con il suo modello di in-app branding advertising e una tecnologia basata su SDK (e non sui cookie).

Entro questo scenario, quali sono i trend che ritenete degni di nota per questo 2020 e più propriamente legati al vostro settore?

In Ogury crediamo che implementare normative sulla privacy e protezione dei dati stiano portando il settore verso la giusta direzione. La pubblicità digitale è in piena trasformazione verso un mondo in cui la scelta dell’utente è più importante della quantità di dati. Abbiamo l’opportunità di dare vita a un nuovo digital advertising etico e trasparente che a differenza dell’attuale modello valorizzi la scelta dell’utente. Questo è esattamente ciò che perseguiamo da quando Ogury è stata costituita, molto prima che venissero teorizzate normative come la GDPR e il CCPA.

Adasta Media sceglie la CMP Sourcepoint per la gestione cross-device dei consensi

La concessionaria di pubblicità Adasta Media annuncia l’avvio di una collaborazione con Sourcepoint, avanzata soluzione di CMP (Consent Management Platform) grazie alla quale gli editori del network potranno gestire con efficacia il consenso degli utenti in tema di utilizzo dei dati.

In epoca Programmatic post-GDPR è ormai “obbligatorio” per qualsiasi editore digitale dotarsi di una CMP che, come requisito di partenza, sia conforme al framework IAB.

In questo scenario, Adasta Media ha dunque deciso di andare oltre il ruolo di advisor verso i suoi editori rispetto alla scelta della CMP, preferendo adottarne una in prima persona. La soluzione scelta dalla concessionaria è quella offerta da Sourcepoint, big player americano nel campo privacy e compliance. Si tratta di una piattaforma premium e completamente custom in grado di garantire un’esperienza fluida e personalizzata su siti proprietari, browser e dispositivi.

Tra i maggiori vantaggi derivanti dall’utilizzo di questa CMP c’è quello di poter conservare o preservare in modalità cross device il consenso dato dagli utenti. In questo modo la navigazione su un sito web diventa una fruizione consensuata del contenuto che perdura sui diversi dispositivi, il tutto a favore dell’advertising.

Per apportare ulteriore valore a questa soluzione, Adasta si avvarrà della collaborazione già intrapresa da mesi con ID5 nella propagazione del concetto di Universal ID. L’utilizzo di un ID Universale, infatti, permetterà la conservazione del consenso dato da un utente in tutti i dispositivi in cui esso è riconosciuto. Sourcepoint e ID5 sono attualmente integrati e quindi il processo è compiuto: grazie a queste due soluzioni Adasta è pronta a lavorare con il consenso cross device.

“In un periodo in cui i browser restringono la trasmissione di cookie di terze parti, l’Authenticated Consent di Sourcepoint permette di incrementare il numero delle impression vendute in modalità personalizzata nel pieno rispetto della privacy, così come richiesto dall’applicazione della GDPR dal 25 maggio 2018 in poi”, scrive la società in una nota.

Infine, la CMP consente la gestione di un numero infinito di property web e In-app grazie ad un sistema di “mass-editing” che rende il processo semplice e veloce ed è inclusivo dei vendor specifici collegati a Google.

A proposito di queste novità, Simone Chizzali, chief executive officer di Adasta Media, dichiara: “La collaborazione con Sourcepoint rappresenta un nuovo arricchimento del prodotto Adasta offerto ai suoi editori. L’adozione di soluzioni tecnologiche come queste garantisce alla concessionaria una solida preparazione ai cambiamenti del mercato, atteggiamento imprescindibile per raggiungere gli obiettivi di crescita che abbiamo stabilito”.

LiveRamp lancia Privacy Manager, piattaforma per gestire i consensi

In vista dell’imminente entrata in vigore del California Consumer Privacy Act (la versione americana del nostro GDPR) e della conseguente necessità da parte del mercato pubblicitario di avere soluzioni per la gestione dei consensi a livello globale, la società di identity LiveRamp ha lanciato la sua nuova CMP.

Si chiama Privacy Manager ed è una piattaforma per la gestione delle autorizzazioni e delle preferenze degli utenti sull’uso dei dati, che consente ad aziende ed editori di interagire coi consumatori e gestire i loro dati in maniera sicura e conforme alle normative globali, allo stesso tempo offrendo trasparenza e chiara possibilità di scelta.

«Una soluzione come quella che abbiamo progettato con Privacy Manager può servire come orientamento per quelle imprese che vogliono dare priorità alla conformità ai regolamenti in maniera diretta e omnicomprensiva – spiega Tim Geenen, GM Privacy & Consumer Experiences di LiveRamp -. Un business conforme è un business sicuro, e grazie ad esso le aziende possono differenziarsi con una user experience migliore e più trasparente e intuitiva».

Privacy Manager è stata creata per essere integrata su vari siti e app mobile, offrendo vari benefici: agli utenti la possibilità di avere controllo sui loro dati, agli editori di richiedere CPM più alti grazie a dati autorizzati, ed ai marketer di ottenere un più alto ROI raccogliendo e attivando in maniera sicura dati autorizzati per raggiungere le audience.

La soluzione, disponibile a livello globale anche con opzioni ad hoc per le piccole imprese, è costruita sulla tecnologia di Faktor, società olandese acquisita da LiveRamp qualche mese fa.

Quanto sono utilizzate le CMP nella compravendita di pubblicità?

Da quando è entrato in vigore il GDPR un anno e mezzo fa, nel mercato della pubblicità digitale si sono iniziate a diffondere le CMP, uno strumento volto ad aiutare gli editori a richiedere e gestire in maniera semplice il consenso degli utenti all’utilizzo dei loro dati.

IAB Europe, in occasione di un suo studio annuale sul mercato programmatico in Europa, in cui ha evidenziato numeri e trend del mondo ad tech nel Vecchio Continente, ha indagato anche quanto queste piattaforme sono effettivamente utilizzate da editori e buyer nella compravendita pubblicitaria.

L’associazione ha chiesto agli stakeholder del mercato quanto dell’inventory acquistata o venduta utilizzasse una consent management platform per raccogliere i consensi degli utenti. E le risposte hanno evidenziato una quantità ancora non molto alta. Se il 38% degli editori ha affermato che l’81% o più della loro inventory è stata acquistata tramite una CMP, solo il 17% dei buyer ha dichiarato di aver comprato l’81% dell’inventory con un consenso “passato” tramite piattaforme di questo tipo.

Per le CMP c’è ancora un grande potenziale di sviluppo e adozione, dunque. A maggior ragione considerando che, secondo un’altra ricerca, condotta lo scorso anno dalla società di monetizzazione Mediavine, l’uso di una CPM ha effetti particolarmente vantaggiosi sui ricavi degli editori, sia a livello di CPM che di fill rate. Analizzando la vendita delle inventory a cavallo dell’entrata in vigore del GDPR, ossia tra marzo/aprile e giugno/luglio 2018, la società ha scoperto che i publisher dotati di una CMP hanno registrato infatti CPM medi il 52% più alti e fill rate maggiori del 38% rispetto a chi non ha cambiato il proprio setup dopo l’entrata in vigore del regolamento.

Un identificatore “neutro e standardizzato” per andare oltre i cookie: l’idea dello IAB Tech Lab

Il mercato pubblicitario online deve puntare a un nuovo approccio al tracciamento degli utenti, in grado di superare l’uso degli ormai “vecchi” cookie. Al coro di voci che, almeno in linea teorica, oggi abbracciano questa tesi si unisce anche lo IAB, la maggiore organizzazione globale impegnata nello sviluppo del settore, inclusa la definizione di molti degli standard tecnici più utilizzati.

In un lungo blog post, Jordan Mitchell dello IAB Tech Lab ripercorre la storia del tracciamento degli utenti, descrivendo il cookie come “un vantaggio per Internet” che ha permesso ai siti web di adattare i propri annunci e contenuti a ciascun visitatore, pur riconoscendo che questo approccio presenta diverse carenze.

“I cookie proprietari – scrive Mitchell – erano (e rimangono) il meccanismo principale per distinguere un consumatore da un altro” ma “ogni cookie può essere letto solo dalla parte che lo imposta. Non esiste un meccanismo standardizzato e centralizzato per consentire ai consumatori di comunicare i propri interessi o preferenze sulla privacy, che possono quindi viaggiare con loro ed essere trasmessi in modo affidabile alle parti giuste”.

Questo approccio “frammentato e privatizzato” alla privacy, asserisce Mitchell, ha portato alla “crisi dei dati e della privacy che vediamo oggi“, che ha portato a un aumento del controllo dei Governi sugli aspetti connessi alla privacy online, nonché all’impegno di aziende come Apple, Google e Mozilla per rendere i cookie meno efficaci sui loro browser.

In risposta, lo IAB propone “nuove impostazioni di privacy standardizzate e controlli dei consumatori legati a un identificatore neutro e standardizzato“.

In altre parole, anziché i cookie una tantum, i consumatori verrebbero tracciati da un unico identificatore sul web. Al fine di ottenere l’accesso a tale identificatore, Mitchell scrive che le aziende dovrebbero “dimostrare in modo coerente la conformità alle preferenze sulla privacy” collegate all’identificatore stesso. La proposta dello IAB è che questi standard “siano istituiti come servizi pubblici, soggetti alle normative promulgate da enti governativi, in un contesto in cui media digitali e le aziende regolano congiuntamente gli standard con i fornitori di browser”.

Tra i primi commenti alla proposta, particolarmente critico è quello di Brendan Eich, Ceo del browser che “blocca la pubblicità” Brave (in questi giorni protagonista anche di una accusa legale a Google sempre per motivi di tracking degli utenti), che ha twittato: “Chi stanno prendendo in giro? Un singolo “token” ti identificherà in modo univoco e sarà collegato al tuo nome e ai tuoi dati personali in un batter d’occhio tra i siti che condividono informazioni con le loro terze parti”.

Google, le autorità irlandesi indagano su una possibile non conformità al GDPR

Google, attraverso il suo ad exchange Authorized Buyers (ex DoubleClick Ad Exchange) è accusata di condividere i dati personali dei suoi utenti con inserzionisti pubblicitari in maniera non conforme al GDPR.

È quanto riporta il Financial Times citando Brave, browser (rivale di Chrome di Google), che qualche mese fa ha depositato l’accusa alla Data Protection Commission irlandese, e che in questi giorni ha sottoposto all’autorità nuove prove della veridicità delle proprie affermazioni.

Secondo Johnny Ryan, chief policy and industry relations officer di Brave, esisterebbero delle pagine web segrete che contengono suoi dati personali e che Google condividerebbe con società terze. Ryan afferma che Google lo avrebbe “etichettato” attraverso un tracker identificativo basato sulla sua posizione e sull’orario di navigazione.

«Le prove che ho presentato alla Data Protection Commission irlandese provano che Google ha diffuso mie informazioni protette a un numero sconosciuto di società – ha dichiarato -. Non possiamo sapere cosa ne hanno poi fatto queste società, perché Google ha perso il controllo su questi dati una volta spediti. La sua policy non offre alcuna protezione».

«Il sistema pubblicitario “DoubleClick/Authorized Buyers” di Google è attivo su più di 8,4 milioni di siti – ha aggiunto il manager -. Diffonde dati personali sui visitatori di questi siti a oltre 2000 società, centinaia di miliardi di volte al giorno».

Accuse a cui è arrivata pronta la replica di Big G: «Non serviamo annunci pubblicitari personalizzati e non inviamo richieste agli inserzionisti senza il consenso dell’utente», ha affermato un portavoce del colosso di Mountain View.

«La Data Protection Commission irlandese, che è l’autorità garante privacy di riferimento per Google in Europa, e l’Information Commission Office nel Regno Unito stanno già esaminando le pratiche di real time bidding per valutare la loro conformità al GDPR», ha sottolineato il portavoce, aggiungendo che: «Accogliamo con favore il loro lavoro e stiamo cooperando pienamente».

L’accusa arriva in un momento in cui l’intero sistema del real time bidding, su cui si poggia molto del mercato della pubblicità in programmatic, è sotto scrutinio sul suo rispetto o meno del GDPR. Al vaglio ci sarebbe la conformità delle pratiche che vedono i dati raccolti sugli utenti diffusi a migliaia di ad exchange in aste in tempo reale per l’erogazione della pubblicità sui siti.

GDPR: ancora poca consapevolezza tra gli utenti italiani. I risultati di uno studio Ogury

A un anno dall’entrata in vigore del GDPR, gli utenti italiani comprendono appieno come i loro dati vengano raccolti, archiviati e utilizzati? Secondo uno studio di Ogury, non proprio.

L’azienda tech specializzata in Mobile Journey Marketing ha condotto una ricerca su oltre 280 mila utenti mobile (di cui quasi 23.488 in Italia), per analizzare i loro comportamenti quando si parla di dati, privacy, advertising e marketing, ed ha scoperto che la comprensione su come le aziende utilizzano i dati degli utenti non è migliorata dopo l’entrata in vigore della GDPR per il 59% degli italiani. Allo stesso modo, è ancora poca la conoscenza della GDPR stessa: un sorprendente 37% a livello globale dichiara di non sapere nemmeno cosa sia la GDPR e se in Europa la percentuale cresce al 39%, in Italia si attesta al 34%.

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Solo l’8% degli utenti a livello globale riconosce che l’introduzione della GDPR ha reso più chiaro il modo in cui le aziende usano i loro dati, e in Italia il 66% dei consumatori non ha consapevolezza di come vengono utilizzati i propri dati, anche dopo aver letto il modulo di consenso e l’informativa sulla privacy.

«Le aziende non hanno preso sufficientemente sul serio la GDPR – spiega Francesca Lerario, Managing Director di Ogury Italia -. Si tratta di numeri scoraggianti per chi si occupa di legislazione e regolamentazione, per chi sperava in un livello più alto di comprensione di una legge fatta per proteggere i consumatori. Anche i marketer dovrebbero rendersi conto che la conoscenza sul tema è ancora poca. Le aziende devono capire pienamente l’importanza della GDPR e a loro volta educare i consumatori sull’importanza della condivisione di dati, un tema che diventerà sempre più importante a livello globale. Anche negli Stati Uniti questo processo è in atto, con la prossima entrata in vigore del CCPA (California Consumer Protection Act) prevista per gennaio 2020».

La ricerca rivela inoltre che, di fronte a una scelta esplicita, il 71% degli intervistati a livello mondiale sarebbe disposto a condividere i dati sull’uso di app e siti web, oltre a informazioni di contatto, anziché pagare per accedere ai contenuti.

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Su questo tema, Elie Kanaan, Chief Marketing Officer di Ogury a livello globale, commenta: «Il fatto che il 71% degli utenti mobile a livello globale condividerebbe i propri dati se conoscesse esattamente come vengono raccolti e usati, dimostra in modo chiaro come il consumatore sia disposto a cederli a patto che si tratti di uno scambio equo e trasparente. Questo ci ha spinto a sviluppare Ogury Consent Manager con l’opzione Fair Choice, che permette all’utente di scegliere se accettare la raccolta e l’uso di dati anonimi per ricevere comunicazioni marketing personalizzate; non consentire la condivisione dei dati e ricevere annunci non pertinenti; oppure pagare per accedere a contenuti privi di qualunque tipo di advertising».

Ogury ha anche rilasciato il GDPR Grandmaster Challenge, un test per verificare la propria conoscenza del GDPR e saperne di più sul tema data privacy.

GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

Oggi nella nostra rassegna parliamo di GDPR e di due novità ad tech di Comcast e Condé Nast.

GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

In Irlanda, la Data Protection Commission ha iniziato ad investigare sulla conformità al GDPR del modo in cui Google utilizza i dati degli utenti sulle sue piattaforme programmatiche. L’indagine è partita in risposta a una denuncia formale lanciata dal Chief Privacy Officer del browser Brave, Johnny Ryan. Ma l’indagine irlandese, a ben vedere, tocca un perimetro ben più ampio di quello di Google: la denuncia di Ryan, infatti, è rivolta al modo in cui l’intero ecosistema del programmatic usa e dissemina i dati. Secondo lui, la condivisione di informazioni alla base dell’attuale funzionamento del real-time bidding, esporrebbe impropriamente dati personali senza le dovute protezioni. Per questo, il responso irlandese su Google potrebbe avere ripercussioni sull’intero mercato ad tech. Leggi di più su Marketing Land.

Comcast punta sulla blockchain: a breve le prime campagne tv targettizzate utilizzando la tecnologia

Comcast ha parlato per la prima volta dell’intenzione di utilizzare la blockchain per le sue campagne due anni fa, e da allora il progetto è stato in incubazione all’interno di FreeWheel. Adesso, la roadmap ha dato una sensibile accelerata: l’erogazione di campagne attraverso Blockgraph, un prodotto di condivisione dei dati che utilizza la blockchain per consentire ai brand di targettizzare le audience televisive utilizzando i dati di prima parte, potrebbe debuttare tra pochissimo. FreeWheel ha ufficializzato la nomina del CTO del progetto Blockgraph e, dopo un ulteriore ampliamento della squadra, si potrà partire con le prime campagne già forse il prossimo mese. Leggi di più su AdExchanger.

Condé Nast lancia un nuovo programma pubblicitario sulla sua piattaforma dati Spire

Condé Nast arricchisce la sua piattaforma di dati e targeting pubblicitario Spire con Prime Web, un nuovo programma pubblicitario che offre a chi utilizza Spire (che richiede una spesa minima di 20 mila dollari) una suite di formati video e abilitati all’ecommerce sull’intero portafoglio dell’editore. Agli inserzionisti che spenderanno budget più alti, Condé Nast garantirà il raggiungimento di risultati su alcune metriche chiave come le visite ai negozi o l’aumento delle vendite. Leggi di più su Digiday.

Commanders Act evolve la sua offerta per la privacy con TrustCommander

Commanders Act ha annunciato il lancio di TrustCommander, una versione migliorata della sua offerta sulla privacy, progettata per semplificare e ottimizzare la conformità delle organizzazioni rispetto alle attuali normative sulla privacy.

Originariamente integrato nella sua soluzione di gestione dei tag, TrustCommander è ora disponibile anche come soluzione “stand-alone”, sia per le organizzazioni che utilizzano Google Tag Manager, sia per quelle senza alcun sistema di gestione dei tag.

A partire dal 2012, Commanders Act ha offerto un modulo Privacy che può essere integrato nella sua soluzione di Tag Management, consentendo ai clienti di gestire i banner informativi relativi all’utilizzo dei cookie sul loro sito web. Con l’entrata in vigore del GDPR, a maggio 2018, Commanders Act ha scelto di far evolvere la propria offerta Privacy con l’obiettivo di rendere più semplice ai suoi clienti l’adempimento necessario.

«I nostri clienti lavorano con la nostra soluzione Privacy dal 2012, ma TrustCommander è un prodotto nuovo di zecca, che beneficia dell’esperienza accumulata dai nostri team. Dopo il GDPR, il California Consumer Privacy Act entrerà in vigore il 1° gennaio 2020 e i regolamenti continueranno ad evolvere – spiega Michael Froment, presidente, amministratore delegato e co-fondatore di Commanders Act -. Questo scenario richiede che l’aggiornamento dei processi di raccolta dei consensi sia più semplice. Per questo abbiamo voluto semplificare l’implementazione di TrustCommander, consentendo ai clienti che già usano Google Tag Manager, e anche ai team senza un TMS, di conformarsi rapidamente e facilmente».

TrustCommander è originariamente integrato in TagCommander, la soluzione di Gestione dei Tag di Commanders Act. Per i clienti già esistenti, l’utilizzo di TrustCommander è trasparente, senza alcun intervento tecnico, poiché il contenitore di tag è già presente sul loro sito. Il banner di consenso, il condizionamento dei tag e l’attivazione del tracking sono completamente gestiti dall’interfaccia TMS, tramite il contenitore.

Ma TrustCommander è ora disponibile anche per le organizzazioni che non hanno ancora implementato il TMS, o che utilizzano una soluzione diversa da Commanders Act. Quest’opzione di integrazione “stand-alone” consente a Commanders Act di rivolgersi a un mercato più ampio e di soddisfare le esigenze di conformità di un maggior numero di organizzazioni.

Riconosciuto da IAB Europe come Consent Management Provider (CMP), Commanders Act offre uno strumento di Tag Management che integra un modulo privacy compatibile con il framework IAB. Questo permette ai clienti di combinare i vantaggi sia del framework IAB, sia del Tag Management.

«Il nostro nuovo marchio TrustCommander riflette la nostra volontà di sostenere un numero crescente di organizzazioni in un mercato in espansione. Il GDPR ha trasformato e continuerà a trasformare radicalmente le prassi del mercato digitale e le organizzazioni dovranno ora dotarsi di strumenti efficaci per affrontare e sfruttare al meglio questi sviluppi», conclude Michael Froment.

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