Main partner:

Jobs

Quali sono le principali preoccupazioni degli editori riguardo al Programmatic?

Oggi nella nostra rassegna spazio al rapporto tra editori e Programmatic, al boom delle TV Connesse e ad una iniziativa “dal vivo” di Facebook sul tema privacy.

Quali sono le preoccupazioni degli editori riguardo al Programmatic?

Se da un lato il programmatic offre agli editori un metodo di monetizzazione efficiente, dall’altro esso li impensierisce per svariati motivi, come la tech tax, la fuga di dati, le pratiche di business non sempre trasparenti e le latenze nei caricamenti delle pagine. Secondo una ricerca americana di Digiday Research, però, c’è una cosa che più delle altre preoccupa i proprietari di media: il fatto che il buying automatizzato possa influenzare negativamente i prezzi della pubblicità, segnalato da 3 publisher su 10 come principale timore nell’utilizzo del programmatic. Leggi di più su eMarketer.

Boom pubblicitario per le TV Connesse nel 2018

Le TV Connesse sono un mezzo che sta crescendo esponenzialmente, anche a livello pubblicitario. Lo conferma uno studio della piattaforma di monetizzazione video Beachfront, che quantifica in una crescita anno su anno del 1640% il trend positivo delle richieste pubblicitarie su Connected TV. A novembre 2017, in particolare, sono state 1,7 miliardi le richieste pubblicitarie sul mezzo, cifra salita a 29,9 miliardi a novembre di quest’anno. Leggi di più su MediaPost.

Facebook incontra gli utenti per fornire consigli sulla privacy

Cioccolata calda e consigli sulla privacy. E’ quello che Facebook ha offerto oggi 13 dicembre in un pop-up event a Manhattan, organizzando uno spazio in cui dipendenti della società hanno risposto a domande su come le persone possono utilizzare le loro impostazioni sulla privacy e gestire la loro esperienza pubblicitaria sulla piattaforma. L’iniziativa è stata realizzata in passato anche in altre città del mondo, tra cui Londra, Dubai, Dublino e Colonia. Leggi di più su AdExchanger.

Facebook cerca ingegneri per la unit dedicata alla blockchain

Facebook crede nella blockchain e cerca professionisti da inserire nel team della nuova unit annunciata a maggio in occasione della riorganizzazione del social network (leggi l’articolo su Engage).  La divisione, guidata allora da David Marcus, a luglio è stata affidata a Evan Cheng.

In particolare, la società è alla ricerca di un ingegnere esperto di blockchain e altre figure relative all’apertura di progetti sulla tecnologia, nello specifico, un Data Scientist, un Data Engineer e ingegneri software. Oltre ai tecnici, Facebook è alla ricerca anche di un leader marketing per gestire vari progetti in ambito blockchain.

“Il team è una sorta di startup di Facebook – si legge negli annunci pubblicati online – con una visione ben ampia su come far funzionare la tecnologia blockchain nel nostro ecosistema. È un gruppo piccolo, in rapida crescita, persone di talento che sono appassionate degli sviluppi della catena di valore”.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

Oggi nella nostra rassegna spazio al tema dell’in-house, all’adattamento dei team commerciali degli editori al programmatic, e ad una news di Facebook attesa dagli sviluppatori.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

“Il fatto che i brand portino le attività di marketing, media o creatività in-house non rappresenta la fine delle agenzie. Anzi, il contrario”. Ne è convinta Belinda J. Smith, global head of media di Electronic Arts, secondo cui nei passati 18 mesi, cioè più o meno da quando ha preso piede la tendenza delle aziende a internalizzare la gestione del marketing, c’è stata una crescita dei numeri e dei servizi delle agenzie. I brand, secondo la manager, non possono fare a meno delle agenzie per un semplice motivo: perché non possono essere bravi a far tutto. E quindi, avranno sempre bisogno delle agenzie, sia per avere bravi professionisti a disposizione, sia per avere un’altrettanto importante  visione esterna su strategie e operatività. Leggi di più su AdExchanger.

Gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali al programmatic. Con qualche domanda

Man mano che aumentano i ricavi da programmatic, gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali. Ma non sempre è cosa facile: la commistione tra due modalità di vendita sostanzialmente diverse, quella tradizionale tramite agenti e quella automatizzata che prevede anche la presenza di nuove figure, pone anche una serie di domande. Ad esempio, sulle modalità di compenso. Se un agente di un editore convince un brand ad effettuare un acquisto in programmatic come parte di un pacchetto più ampio, e quest’ultimo poi – a campagna ultimata – decide di avviare un accordo in private marketplace gestito da uno dei programmatic specialist dell’editore, chi prenderà la commissione? L’agente o il programmatic specialist, o entrambi? Leggi di più di su Digiday.

Facebook annuncia le date della sua conferenza F8 2019

Facebook ritornerà a San Jose l’anno prossimo per F8, la sua conferenza per gli sviluppatori, un appuntamento fisso per conoscere le ultime novità del social network. L’appuntamento nel 2019 si svolgerà il 30 aprile e 1 maggio. Nel breve blog post in cui ha annunciato le date, la società ha sottolineato che l’evento “mostrerà come la tecnologia può attivare il meglio che le persone possono fare insieme”. Le registrazioni verranno aperte nei prossimi mesi. Leggi di più su TechCrunch.

Pubblicità automatizzata su Facebook, arriva una nuova Marketing API

Novità per le aziende che acquistano pubblicità automatizzata su Facebook. La piattaforma social ha annunciato il rilascio di una nuova Marketing API, che prevede una serie di novità tra cui informazioni sui problemi di erogazione delle campagne.

Giunta alla sua versione 3.2, la Marketing API di Facebook ora renderà noto agli inserzionisti se un annuncio non viene erogato e fornirà dettagli sul motivo. La nuova funzione, in particolare, indicherà se c’è stato un problema nel processo di erogazione ed elencherà i codici di errore che hanno impedito il corretto funzionamento della campagna.

Una novità che potrebbe tornare molto utile ai brand, soprattutto in vista del prossimo periodo di festività, in cui tradizionalmente i brand pianificano campagne e devono conoscere e risolvere tempestivamente eventuali problemi di diffusione degli annunci.

Insieme alla nuova Marketing API, Facebook ha anche annunciato aggiornamenti per il suo Graph API, che andranno ad impattare in particolare le metriche degli insight di Pagina, l’Instagram Graph (che ora mostrerà i risultati sia in ordine cronologico che in ordine cronologico inverso) e i sondaggi video, che consentiranno di creare e gestire sondaggi su video live e on demand.

Facebook, debutto ufficiale per il nuovo strumento Attribution

Dopo oltre un anno di beta test, Facebook è finalmente pronta a lanciare sul mercato la sua nuova soluzione di attribuzione, capace di analizzare l’impatto delle sue campagne sia dentro che fuori la piattaforma.

Il prodotto è ora disponibile per tutte le aziende.

La soluzione è gratuita e funziona grazie ai Pixel di Facebook, consentendo di effettuare reportistica sulle campagne erogate su Facebook, Messenger, Instagram e sull’Audience Network, con l’obiettivo di mostrare come gli annunci hanno impattato all’interno del customer journey e quali canali sono stati decisivi nel produrre traffico, conversioni e acquisti.

Facebook-attribution
Un’immagine dello strumento Attribution di Facebook

Facebook Attribution utilizza anche un nuovo modello di attribuzione data-driven, che sfrutta il machine learning per misurare il valore incrementale apportato dagli sforzi di marketing sulle varie property di Facebook. “Alcuni dei più avanzati inserzionisti stanno usando un modello di attribuzione basato sull”incrementalità’. Essa aiuta a comprendere quante conversioni aggiuntive sono state prodotte dagli annunci, rispetto a quelle che sarebbero state prodotte senza gli annunci. Misurare l’incrementalità è fondamentale per capire il reale valore delle azioni di marketing. Facebook Attribution offre un modello di attribuzione data-driven che usa modelli statistici per capire quali touchpoint di marketing portano crescente valore“, scrive la società sul suo sito Business.

Con il nuovo Facebook Attribution, il colosso di Menlo Park batte sul tempo i suoi principali concorrenti: l’analogo strumento gratuito di Google è ancora in beta test, così come è in fase di sperimentazione anche quello di Amazon. Facebook Attribution, tuttavia, consente solo di misurare le campagne, a differenza del tool di Google i cui dati possono essere riportati all’Ad Manager ed essere utilizzati per ottimizzare le offerte d’asta.

Facebook annuncia novità pubblicitarie per chi promuove app

Facebook ha annunciato il lancio a livello globale di alcune nuove soluzioni a livello pubblicitario legate a chi promuove app.

La prima è un’opzione che consente di ottimizzare la retention: quando utilizzata su annunci volti all’installazione di app, il prodotto consente agli inserzionisti di ottimizzare il ritorno degli utenti due giorni o sette giorni dopo che l’app è stata scaricata, puntando a influenzare gli utenti nel punto più critico di interazione con l’app.

Facebook offrirà adesso ai brand anche quattro nuove metriche all’interno di Ads Manager per tracciare la retention connessa agli annunci pubblicitari app-install, capaci di misurare ad esempio l’apertura di app e il costo per retention al secondo e al settimo giorno dopo l’installazione.

Tali novità saranno disponibili per tutti gli inserzionisti a livello globale.

Facebook lancia un cookie di prima parte per targeting e analytics

L’era del cookie di terze parti volge al termine? Forse. Dopo che alcuni importanti browser – Safari e Firefox – hanno deciso di bloccare l’attività dei “cookie esterni”, le piattaforme pubblicitarie hanno iniziato a studiare delle opzioni alternative all’utilizzo di questi strumenti per il targeting e la reportistica delle loro campagne pubblicitarie.

La prima è stata Google un anno fa, a cui è seguita Microsoft lo scorso gennaio. E adesso è la volta di un’altra big, Facebook.

Il social di Zuckerberg ha comunicato ai propri inserzionisti il rilascio di un nuovo cookie di prima parte: una soluzione per advertiser, editori e sviluppatori capace di misurare e ottimizzare gli annunci della piattaforma e catturare dati di analytics su quei browser che bloccano i cookies “terzi”.

Ecco come funziona. Quando un utente clicca su un annuncio erogato da Facebook, una stringa unica di codice si “attacca” all’url della landing page. Quando sul sito ci sono pixel autorizzati alla condivisione con Facebook di dati da cookie di prima parte, questo parametro della url verrà registrato nel browser dell’utente come “cookie di prima parte”. I pixel poi includeranno questi cookie tra le informazioni da riportare a Facebook.

Secondo Facebook, questa nuova soluzione potrà essere utilizzata per attivare un targeting continuo e per misurare le performance degli annunci e gli analytics dei siti per il traffico derivante da browser.

Gli inserzionisti potranno decidere di mantenere i cookie di terza parte, e in quel caso Facebook provvederà a fornire dei modelli capaci di stimare le conversioni da Safari. La piattaforma non ha tuttavia fornito particolari sul funzionamento di tali modelli.

Dal 5 ottobre, le aziende potranno, su Events Manager, modificare le loro preferenze, scegliendo tra cookie di prima o terza parte per i pixel di Facebook. Avranno tempo fino al 24 ottobre per scegliere di non utilizzare il nuovo cookie di prima parte; dopo quella data la soluzione verrà attivata di default, salvo per i nuovi inserzionisti che potranno scegliere in qualsiasi momento.

Facebook eliminerà oltre cinquemila segmenti di targeting

Facebook rimuoverà migliaia di opzioni di targetig pubblicitario dalla piattaforma.

“Ci impegniamo a proteggere le persone dalla pubblicità sulle nostre piattaforme. Per questo stiamo eliminando oltre cinquemila parametri di targeting per impedire un cattivo utilizzo degli strumenti di marketing. Se da una parte queste opzioni sono state utilizzate in modo legittimo per raggiungere utenti interessati in un certo prodotto o servizio, pensiamo che minimizzae il rischio di abusi sia più importante”, si legge in un articolo pubblicato sul blog di Facebook.

La società specifica, inoltre, che limiterà la possibilità di degli inserzionisti di escludere segmenti di pubblico in relazione a caratteristiche come etnia o religione. Questi filtri non saranno più disponibili per le nuove campagne a partire dal quattro settembre, mentre saranno sospesi il primo ottobre per quelle in corso.

Inoltre, a breve il social network richiederà agli inserzionisti di certificare la visione delle politiche antidiscriminatorie della compagnia e la conformità alle stesse. Lo strumento di cerfificazione, presente all’interno di Ads Manager, sarà rilasciato prima negli Stati Uniti e in seguito negli altri Paesi.

Non lasciate che i vostri dati marketing finiscano in un vicolo cieco

In un mondo basato sui dati, i responsabili aziendali sono ben consapevoli del ruolo cruciale che la conoscenza dei clienti svolge nel guidare attività commerciali o di marketing di successo. Ma quando si tratta di utilizzare questi dati per impostare le strategie e garantire il successo aziendale, sia a breve che a lungo termine, molte aziende non sanno davvero come leggerli per utilizzarli in maniera corretta.

Pianificando una parte significativa della loro spesa pubblicitaria su walled garden come Facebook e Google – il 2017 ha visto i giganti digitali attrarre l’85% di tutta la spesa pubblicitaria onlinei marchi non stanno semplicemente investendo denaro, ma stanno cedendo il controllo dei loro dati.

Questa fiducia incondizionata che i brand hanno nei walled garden e nel fatto che riescano a ottenere risultati comporta che, per troppi brand, non ci sia un ritorno da tutti i dati che hanno a disposizione e che, una volta terminata la campagna pubblicitaria, manchino insight, output e risultati.

Solo attraverso un approccio trasparente rispetto a quali dati vengono utilizzati, quanto viene speso e quali risultati vengono raggiunti, le aziende possono valutare accuratamente il successo della loro campagna pubblicitaria. Senza la condivisione aperta di dati e intuizioni, i marchi continueranno a trovarsi in una situazione di grave svantaggio, incapaci di conoscere i propri clienti e di costruire strategie efficaci a livello aziendale.

La trasparenza è fondamentale per l’engagement dei consumatori

Con il costante aumento dei canali digitali, il pubblico si sta frammentando sempre di più. Raggiungere i consumatori nel posto giusto, al momento giusto, con il contenuto giusto e nel contesto giusto non è un’impresa da poco.

Per affrontare questa sfida, gli inserzionisti cercano di creare esperienze pubblicitarie personalizzate in modo da costruire un engagement costante con i consumatori.

Eppure, le piattaforme su cui si concentrano prevalentemente gli annunci non sono in grado di fornire la trasparenza necessaria per uno scambio a doppio senso di informazioni di alta qualità. E senza questi dati, i brand si ritroveranno privi degli strumenti necessari per creare campagne che catturino l’attenzione dei consumatori.

La promessa di una reach più ampia non dovrebbe più essere sufficiente per giustificare spese eccessive all’interno di un walled garden. Questo è particolarmente vero se ci si ferma a pensare alla vasta gamma di inventory di spazi che esistono al di fuori di organizzazioni come Facebook e Google, dove i brand possono comunicare e interagire con i clienti.

Abbattere i muri per un maggiore successo

Il mondo dei dati non deve spaventare. Una comprensione chiara e sensata da parte dei brand, su quali dati hanno a disposizione e su come possono utilizzarli per migliorare le campagne pubblicitarie e ampliare le strategie aziendali, non dovrebbe essere un obiettivo irraggiungibile.

Tuttavia, l’attuale panorama pubblicitario mostra una situazione in cui gli inserzionisti sono limitati a una conversazione a senso unico, in cui i walled garden prendono i dati dei consumatori, li utilizzano e non li condividono.

Come possono gli inserzionisti abbattere queste barriere e capitalizzare i dati a portata di mano per preparare la loro azienda al futuro?

Come possono garantire che i loro dati rientrino in loro possesso?

La risposta è utilizzando una piattaforma che ponga al centro la trasparenza.

Per agire in maniera corretta un inserzionista, deve cercare un’azienda tecnologica, non solo un’azienda media, che possa fungere da partner strategico. Questo partner dovrebbe essere in grado – e disposto – a fornire approfondimenti sui dati raccolti, per una maggiore comprensione da parte del cliente dei risultati che si stanno ottenendo dalla campagna in corso. I risultati devono essere condivisi, non nascosti.

Dopotutto, perché avere accesso a tutti questi dati se un partner non li utilizzerà in favore dell’inserzionista e dell’utente finale? Solo in questo modo si potrà ottenere un maggiore ritorno sugli investimenti pubblicitari. Lavorando in partnership, i clienti e i loro fornitori possono rendere più intelligenti i marketer o le agenzie e garantire che ogni campagna contribuisca ad una strategia utile per costruire un business più forte e di successo.

eMarketer: la preoccupazione per il “duopolio” resta alta anche per gli inserzionisti

Il ruolo egemone di Google e Facebook nel settore della pubblicità online è sempre al centro dell’attenzione del mercato, un trend con cui fanno i conti non solo gli altri operatori, ma anche gli stessi investitori pubblicitari.

In un sondaggio condotto da Marin Software ad aprile coinvolgendo oltre 500 professionisti della pubblicità in tutto il mondo, e rilanciato da eMarketer, il 42% dei rispondenti hanno citato la dominanza di Google e Facebook come uno dei trend che impatterà sul loro business quest’anno.

emarketer-duopolio-apr-2018

La preoccupazione per il cosiddetto “duopolio” supera l’attenzione per altri trend della industry digitale come la crescita del video advertising, l’ad blocking e l’avanzata di Amazon.

Sul tema del duopolio, eMarketer osserva che, nonostante la posizione dei due colossi nel mercato pubblicitario rimanga dominante, la loro quota di mercato complessiva sta iniziando a declinare, almeno negli USA. Secondo l’istituto, Facebook e Google quest’anno cattureranno il 56,8% della spesa in adv digitale negli Stati Uniti, in calo dal 58,5% del 2017. Tra le piattaforme che cresceranno di più spiccano invece Amazon, le cui entrate pubblicitarie secondo eMarketer cresceranno del 63,5% e Snapchat che farà ancora meglio con il +81,7%. La loro quota combinata sulla pubblicità digitale americana di mercato però è “appena” del 4% attualmente. Per impensierire i due leader c’è ancora molta strada da fare.