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Facebook lancia un cookie di prima parte per targeting e analytics

L’era del cookie di terze parti volge al termine? Forse. Dopo che alcuni importanti browser – Safari e Firefox – hanno deciso di bloccare l’attività dei “cookie esterni”, le piattaforme pubblicitarie hanno iniziato a studiare delle opzioni alternative all’utilizzo di questi strumenti per il targeting e la reportistica delle loro campagne pubblicitarie.

La prima è stata Google un anno fa, a cui è seguita Microsoft lo scorso gennaio. E adesso è la volta di un’altra big, Facebook.

Il social di Zuckerberg ha comunicato ai propri inserzionisti il rilascio di un nuovo cookie di prima parte: una soluzione per advertiser, editori e sviluppatori capace di misurare e ottimizzare gli annunci della piattaforma e catturare dati di analytics su quei browser che bloccano i cookies “terzi”.

Ecco come funziona. Quando un utente clicca su un annuncio erogato da Facebook, una stringa unica di codice si “attacca” all’url della landing page. Quando sul sito ci sono pixel autorizzati alla condivisione con Facebook di dati da cookie di prima parte, questo parametro della url verrà registrato nel browser dell’utente come “cookie di prima parte”. I pixel poi includeranno questi cookie tra le informazioni da riportare a Facebook.

Secondo Facebook, questa nuova soluzione potrà essere utilizzata per attivare un targeting continuo e per misurare le performance degli annunci e gli analytics dei siti per il traffico derivante da browser.

Gli inserzionisti potranno decidere di mantenere i cookie di terza parte, e in quel caso Facebook provvederà a fornire dei modelli capaci di stimare le conversioni da Safari. La piattaforma non ha tuttavia fornito particolari sul funzionamento di tali modelli.

Dal 5 ottobre, le aziende potranno, su Events Manager, modificare le loro preferenze, scegliendo tra cookie di prima o terza parte per i pixel di Facebook. Avranno tempo fino al 24 ottobre per scegliere di non utilizzare il nuovo cookie di prima parte; dopo quella data la soluzione verrà attivata di default, salvo per i nuovi inserzionisti che potranno scegliere in qualsiasi momento.

Facebook eliminerà oltre cinquemila segmenti di targeting

Facebook rimuoverà migliaia di opzioni di targetig pubblicitario dalla piattaforma.

“Ci impegniamo a proteggere le persone dalla pubblicità sulle nostre piattaforme. Per questo stiamo eliminando oltre cinquemila parametri di targeting per impedire un cattivo utilizzo degli strumenti di marketing. Se da una parte queste opzioni sono state utilizzate in modo legittimo per raggiungere utenti interessati in un certo prodotto o servizio, pensiamo che minimizzae il rischio di abusi sia più importante”, si legge in un articolo pubblicato sul blog di Facebook.

La società specifica, inoltre, che limiterà la possibilità di degli inserzionisti di escludere segmenti di pubblico in relazione a caratteristiche come etnia o religione. Questi filtri non saranno più disponibili per le nuove campagne a partire dal quattro settembre, mentre saranno sospesi il primo ottobre per quelle in corso.

Inoltre, a breve il social network richiederà agli inserzionisti di certificare la visione delle politiche antidiscriminatorie della compagnia e la conformità alle stesse. Lo strumento di cerfificazione, presente all’interno di Ads Manager, sarà rilasciato prima negli Stati Uniti e in seguito negli altri Paesi.

Non lasciate che i vostri dati marketing finiscano in un vicolo cieco

In un mondo basato sui dati, i responsabili aziendali sono ben consapevoli del ruolo cruciale che la conoscenza dei clienti svolge nel guidare attività commerciali o di marketing di successo. Ma quando si tratta di utilizzare questi dati per impostare le strategie e garantire il successo aziendale, sia a breve che a lungo termine, molte aziende non sanno davvero come leggerli per utilizzarli in maniera corretta.

Pianificando una parte significativa della loro spesa pubblicitaria su walled garden come Facebook e Google – il 2017 ha visto i giganti digitali attrarre l’85% di tutta la spesa pubblicitaria onlinei marchi non stanno semplicemente investendo denaro, ma stanno cedendo il controllo dei loro dati.

Questa fiducia incondizionata che i brand hanno nei walled garden e nel fatto che riescano a ottenere risultati comporta che, per troppi brand, non ci sia un ritorno da tutti i dati che hanno a disposizione e che, una volta terminata la campagna pubblicitaria, manchino insight, output e risultati.

Solo attraverso un approccio trasparente rispetto a quali dati vengono utilizzati, quanto viene speso e quali risultati vengono raggiunti, le aziende possono valutare accuratamente il successo della loro campagna pubblicitaria. Senza la condivisione aperta di dati e intuizioni, i marchi continueranno a trovarsi in una situazione di grave svantaggio, incapaci di conoscere i propri clienti e di costruire strategie efficaci a livello aziendale.

La trasparenza è fondamentale per l’engagement dei consumatori

Con il costante aumento dei canali digitali, il pubblico si sta frammentando sempre di più. Raggiungere i consumatori nel posto giusto, al momento giusto, con il contenuto giusto e nel contesto giusto non è un’impresa da poco.

Per affrontare questa sfida, gli inserzionisti cercano di creare esperienze pubblicitarie personalizzate in modo da costruire un engagement costante con i consumatori.

Eppure, le piattaforme su cui si concentrano prevalentemente gli annunci non sono in grado di fornire la trasparenza necessaria per uno scambio a doppio senso di informazioni di alta qualità. E senza questi dati, i brand si ritroveranno privi degli strumenti necessari per creare campagne che catturino l’attenzione dei consumatori.

La promessa di una reach più ampia non dovrebbe più essere sufficiente per giustificare spese eccessive all’interno di un walled garden. Questo è particolarmente vero se ci si ferma a pensare alla vasta gamma di inventory di spazi che esistono al di fuori di organizzazioni come Facebook e Google, dove i brand possono comunicare e interagire con i clienti.

Abbattere i muri per un maggiore successo

Il mondo dei dati non deve spaventare. Una comprensione chiara e sensata da parte dei brand, su quali dati hanno a disposizione e su come possono utilizzarli per migliorare le campagne pubblicitarie e ampliare le strategie aziendali, non dovrebbe essere un obiettivo irraggiungibile.

Tuttavia, l’attuale panorama pubblicitario mostra una situazione in cui gli inserzionisti sono limitati a una conversazione a senso unico, in cui i walled garden prendono i dati dei consumatori, li utilizzano e non li condividono.

Come possono gli inserzionisti abbattere queste barriere e capitalizzare i dati a portata di mano per preparare la loro azienda al futuro?

Come possono garantire che i loro dati rientrino in loro possesso?

La risposta è utilizzando una piattaforma che ponga al centro la trasparenza.

Per agire in maniera corretta un inserzionista, deve cercare un’azienda tecnologica, non solo un’azienda media, che possa fungere da partner strategico. Questo partner dovrebbe essere in grado – e disposto – a fornire approfondimenti sui dati raccolti, per una maggiore comprensione da parte del cliente dei risultati che si stanno ottenendo dalla campagna in corso. I risultati devono essere condivisi, non nascosti.

Dopotutto, perché avere accesso a tutti questi dati se un partner non li utilizzerà in favore dell’inserzionista e dell’utente finale? Solo in questo modo si potrà ottenere un maggiore ritorno sugli investimenti pubblicitari. Lavorando in partnership, i clienti e i loro fornitori possono rendere più intelligenti i marketer o le agenzie e garantire che ogni campagna contribuisca ad una strategia utile per costruire un business più forte e di successo.

eMarketer: la preoccupazione per il “duopolio” resta alta anche per gli inserzionisti

Il ruolo egemone di Google e Facebook nel settore della pubblicità online è sempre al centro dell’attenzione del mercato, un trend con cui fanno i conti non solo gli altri operatori, ma anche gli stessi investitori pubblicitari.

In un sondaggio condotto da Marin Software ad aprile coinvolgendo oltre 500 professionisti della pubblicità in tutto il mondo, e rilanciato da eMarketer, il 42% dei rispondenti hanno citato la dominanza di Google e Facebook come uno dei trend che impatterà sul loro business quest’anno.

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La preoccupazione per il cosiddetto “duopolio” supera l’attenzione per altri trend della industry digitale come la crescita del video advertising, l’ad blocking e l’avanzata di Amazon.

Sul tema del duopolio, eMarketer osserva che, nonostante la posizione dei due colossi nel mercato pubblicitario rimanga dominante, la loro quota di mercato complessiva sta iniziando a declinare, almeno negli USA. Secondo l’istituto, Facebook e Google quest’anno cattureranno il 56,8% della spesa in adv digitale negli Stati Uniti, in calo dal 58,5% del 2017. Tra le piattaforme che cresceranno di più spiccano invece Amazon, le cui entrate pubblicitarie secondo eMarketer cresceranno del 63,5% e Snapchat che farà ancora meglio con il +81,7%. La loro quota combinata sulla pubblicità digitale americana di mercato però è “appena” del 4% attualmente. Per impensierire i due leader c’è ancora molta strada da fare.

Metà delle aziende reputa il Programmatic un canale “efficace”

Oggi nella nostra rassegna parliamo di efficacia del Programmatic e delle ultime novità, in tema privacy, di Facebook e Google.

Metà delle aziende reputa il Programmatic “efficace”

Le aziende sono concordi nell’affermare che il programmatic è un canale pubblicitario efficace. Da una ricerca effettuata tra gennaio e marzo da Nielsen su 3000 professionisti del marketing americani, circa la metà hanno affermato che il buying automatizzato è “molto” o “estremamente” efficace. Il programmatic ha superato nelle risposte altri canali come la tv, la radio e la stampa, mentre si è trovato dietro a search e social. Leggi di più su eMarketer.

Facebook, nuove restrizioni per la Marketing API

Facebook ha annunciato una serie di cambiamenti per le sue API, con l’obiettivo di garantire una maggiore protezione dei dati degli utenti. Alcune API sono state dismesse a causa del basso livello di adozione, mentre ad altre sono state poste delle nuove restrizioni. Tra queste ultime c’è la Marketing API, lo strumento che consente agli sviluppatori di creare e gestire annunci su Facebook in modalità programmatica: adesso, prima del suo utilizzo, gli sviluppatori dovranno sottoporre la loro app a un processo di revisione da parte del social. Leggi di più su TechCrunch

Google, accesso ai messaggi Gmail a centinaia di app esterne

Un anno fa, Google ha annunciato che avrebbe smesso di scansionare le caselle di posta Gmail alla ricerca di informazioni per la personalizzazione della pubblicità. Ma di fatto, la società ha continuato a permettere ad applicazioni esterne di farlo. Secondo un report del Wall Street Journal, sono centinaia gli sviluppatori terzi di software che hanno attualmente accesso ai messaggi di posta Gmail di milioni di utenti, che vengono scansionati da computer e – in alcuni casi – dipendenti alla ricerca di informazioni utili a fini di marketing. Leggi di più sul Wall Street Journal.

Out of Home data-driven, tre regole da rispettare per il targeting

Oggi nella nostra rassegna parliamo di Out of Home, Google e dei nuovi tool di Facebook e Twitter per la trasparenza.

OOH, tre regole da rispettare per l’uso dei dati

L’Out of Home sta per abbracciare definitivamente le tecnologie data-driven. Per questo è giunto il momento, per chi opera in questo settore, di imparare le giuste regole da tenere in considerazione per evitare di compiere certi errori del mondo digitale, soprattutto nel campo della privacy. Ci sono in particolare tre principi che il mercato dell’OOH deve aver presente: usare i dati quanto basta per rendere efficace un’azione, essere pienamente trasparenti con l’utilizzo dei dati, e non targettizzare singoli individui con la pubblicità. Leggi di più su MediaPost.

Google riorganizza il suo programma di marketing partner: nasce Marketing Platform Partners

In seguito all’annuncio della riorganizzazione dei suoi prodotti pubblicitari, Google ha comunicato di aver ristrutturato anche il proprio programma di marketing partner. Il nuovo Marketing Platform Partners di Google combinerà insieme i Google Analytics Certified Partners e i DoubleClick Certified Marketing Partners, includendo risorse provenienti dai vari prodotti pubblicitari della piattaforma. I partner appartenenti al programma potranno essere di tre tipi: Certified Individuals, Certified Companies e Sales Partners. Leggi di più su MarTech Today.

Facebook e Twitter puntano sulla trasparenza con nuovi strumenti

Sia Facebook che Twitter hanno annunciato il lancio di una serie di nuovi strumenti per la trasparenza, con l’obiettivo di dare una spinta alla fiducia nei confronti dei social network e limitare l’azione di attori fraudolenti. In entrambi i casi, si tratta di tool che consentono di visualizzare l’elenco di tutte le campagne pianificate da un’azienda su Twitter e, nel caso di Facebook, sul social, su Instagram e su Messenger, insieme a una serie di informazioni sugli annunci. Leggi di più sul New York Times.

Microsoft testa l’integrazione di Adblock Plus sul suo browser Edge mobile

Dai test sul filtro anti-adv di Microsoft ai magazine di Facebook e LinkedIn agli esperimenti delle aziende su IGTV di Instagram: gli argomenti della nostra rassegna di oggi.

Microsoft testa l’integrazione di Adblock Plus sul suo browser mobile

Microsoft sta lavorando con Adblock Plus per integrare il filtro anti-adv della società sul suo browser Edge su mobile. L’integrazione è ancora in fase di test e, secondo una portavoce di Redmond, “è parte di un aggiornamento mensile che il nostro team conduce per le app mobile”. La quota di mercato di Edge è piuttosto bassa rispetto a quella di Chrome, meno del 4%. Tuttavia, questa mossa rappresenta un secondo, importante, caso di browser che decidono di porre dei limiti all’erogazione di annunci sulle proprie piattaforme, dopo il caso di Google con Chrome. Leggi di più su AdAge.

Facebook e LinkedIn lanciano i loro magazine

Facebook e LinkedIn, quasi in contemporanea, hanno lanciato dei magazine rivolti al pubblico business. Quello di Facebook si chiama Grow e nasce come ampliamento di un format di eventi per manager di azienda lanciato 3 anni fa dal team UK. La rivista, che ha cadenza trimestrale, sarà distribuita via mailin list, agli eventi Grow e nelle lounge della British Airways, ma avrà anche declinazione digitale su una pagina Facebook dedicata, un blog e una piattaforma online. Non ospita pubblicità, e i suoi contenuti sono un insieme di interviste ed articoli ad aziende. Quella di LinkedIn, invece, si chiama Underscore ed è specialmente pensata per le aziende tecnologiche, con tanto di test e parole crociate a tema. Leggi di più su CNN Money e sul blog di LinkedIn.

Ecco come le aziende stanno usando IGTV di Instagram

Pochi giorni fa Instagram ha lanciato IGTV, una nuova sezione e stand-alone app del social su cui gli utenti possono creare canali e postare video lunghi fino ad un’ora. Anche diverse aziende stanno testando questo nuovo contenitore, alcuni riproponendo contenuti utilizzati già per le loro Storie su Instagram (dove la visibilità del contenuto è temporanea), altri con materiali creati ad hoc. Tra questi ci sono Nike, Netflix e Gucci. Leggi di più su Digiday.

GDPR: Facebook aggiorna le custom audience per creare più trasparenza

Facebook sta apportando dei cambiamenti nel modo in cui gli inserzionisti gestiscono le custom audience (ossia le liste personalizzate di utenti a cui inviare campagne), per offrire agli utenti maggiore trasparenza sul perché vedono un determinato annuncio nel loro news feed.

A partire dal prossimo 2 luglio, gli inserzionisti dovranno specificare l’origine delle informazioni sugli utenti che costituiscono la custom audience, nel momento in cui la caricano sulla piattaforma.

“durante il caricamento di un file di clienti, gli inserzionisti dovranno indicare se le informazioni sono state raccolte direttamente dagli utenti, fornite da partner, o una combinazione delle due cose,” scrive Facebook.

Questo nuovo requisito permetterà agli utenti di ottenere informazioni specifiche circa il motivo per cui vedono un annuncio. Cliccando sul bottone “Why I’m seeing this?”, saranno per esempio in grado di sapere il motivo della loro appartenenza a una custom audience, e anche se l’inserzionista li ha raggiunti tramite il numero di telefono o l’indirizzo email.

L’aggiornamento è parte degli sforzi che Facebook sta compiendo per costruire un clima di maggior responsabilità attorno alle informazioni sui suoi utenti usate per la pubblicità – impegno che la società si è assunta dopo la vicenda Cambridge Analytica -. Allo stesso tempo, si può leggere in questa iniziativa anche un legame con il GDPR, il nuovo Regolamento europeo con la privacy che sta costringendo tutti gli attori della pubblicità a fornire agli individui informazioni più trasparenti sul modo in cui i loro dati vengono raccolti, trattati ed elaborati.

Facebook, nuova polemica sulla privacy: avrebbe ceduto dati ad alcune aziende

Oggi nella nostra rassegna spazio alle TV connesse e alle ultime news su Facebook e le AMP di Google.

Facebook, nuova polemica sul fronte dati

Facebook al centro di una nuova polemica sul fronte dati. Secondo fonti vicine alla notizia, il social avrebbe stretto degli accordi con una serie di aziende, inclusa RBC Capital Markets e Nissan Motor Co., che avrebbero permesso alle società di avere accesso a una serie di informazioni personali sugli utenti del social, come il numero di telefono e il grado di vicinanza ad altri utenti del network. Gli accordi sarebbero andati avanti ben oltre il 2015, l’anno in cui – secondo quanto dichiarato dalla stessa Facebook – il social avrebbe eliminato la possibilità per società terze di raccogliere dati sugli utenti e le loro cerchie di amici. Leggi di più sul Wall Street Journal.

TV connesse, crescono gli investimenti pubblicitari

Gli investimenti pubblicitari su TV connesse aumenteranno drasticamente l’anno prossimo, secondo uno studio della società di ad tech self service SteelHouse. Il 78% delle aziende ha infatti in piano di acquistare inventory su questo tipo di dispositivi nei 12 mesi a venire. La quota delle tv connesse all’interno della spesa pubblicitaria video complessiva, che attualmente è del 12%, è dunque destinata a crescere sensibilmente. Lo studio ha inoltre evidenziato che aziende e agenzie hanno differenti KPI per misurare l’efficacia della pubblicità video: le prima puntano soprattutto su impression/reach, completamento e click-through, mentre le seconde preferiscono completion, punteggi di qualità ed erogazione/GRP in-target (comScore, Nielsen, etc.). Leggi di più su MediaPost.

Google, continuano i test delle AMP all’interno degli annunci Search

Per Google la pubblicità Search, si sa, è un grosso business, anche e soprattutto su mobile. E per migliorare l’esperienza di aziende e pubblico su questo mezzo, la società ha da tempo iniziato a testare l’utilizzo delle pagine AMP all’interno di questo canale. Da circa un anno Google sta sperimentando in particolare l’erogazione di landing page in formato AMP all’interno degli annunci Search su mobile, e col tempo gli esperimenti stanno andando avanti: da qualche giorno infatti, alcuni utenti hanno iniziato a visualizzare le icone del fulmine AMP accanto alla descrizione di alcuni di questi annunci testuali. Ma da Google non arriva ancora nessuna voce ufficiale: «Testiamo continuamente nuovi modi di migliorare l’esperienza dei nostri inserzionisti e utenti, ma non abbiamo ancora nulla di specifico da annunciare al momento», ha dichiarato la società. Leggi di più su Search Engine Land.

Cresce nel mondo la pubblicità video data-driven

Dalla pubblicità video data-driven alla misurazione del ROI, agli ultimi progetti di Facebook nel settore dei filmati in streaming di videogiochi: ecco gli argomenti della nostra rassegna di oggi.

Cresce nel mondo la pubblicità video data-driven

La pubblicità video data-driven cresce a livello mondiale. Lo rivela l’annuale Global Video Benchmarks Study realizzato dalla piattaforma di marketing video Innovid. Secondo la ricerca, il numero di inserzionisti che hanno condotto campagne data-driven nel 2017 è aumentato del 58%. Il report ha anche esaminato per la prima volta il mercato della pubblicità su tv connesse, riscontrando un aumento del 30% del numero di aziende che pianificano su questo canale, e una crescita del 178% di impression erogate anno su anno. Leggi di più su Broadcasting & Cable.

Misurazione del ROI, cosa ne pensano i marketer? La risposta in uno studio Nielsen

Solo un professionista del marketing su quattro ha fiducia nella sua capacità di misurare il ROI della propria spesa media. E’ quanto evidenzia uno studio di Nielsen. Un trend confermato, tra l’altro, dal fatto che ben il 79% degli intervistati conta di aumentare i propri investimenti in marketing analytics e attribuzione nei prossimi 12 mesi. Oltre il 44% dei marketer è d’accordo di star riuscendo a trarre il massimo dalla spesa media con i dati a sua disposizione, ma circa il 28% dichiara di non aver abbastanza dati di qualità. Leggi di più su MediaPost.

Facebook lancia la sfida a Twitch

Facebook è pronto a lanciare la sfida a Twitch. Dopo aver avviato a gennaio il programma Gaming Creator per dare una spinta alla trasmissione live di videogiochi sulla sua piattaforma, Facebook sta ora promuovendo attivamente il servizio, che da poche settimane può contare su un indirizzo dedicato – facebook.com/gaming – che aggrega in un unico luogo video live e preregistrati di videogame. All’interno del programma è possibile anche registrarsi come supporter a determinati canali, al costo di 5 dollari al mese, proprio come su Twitch. Infine, Facebook sta anche per lanciare un nuovo programma, Level Up, per chi è alle prima armi con lo streaming di videogiochi e vuole costruire una fanbase monetizzabile con i propri video. Leggi di più su Venture Beat.