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Filippo Satolli, Instal: «Al lavoro sulle tecnologie, con un occhio all’intelligenza artificiale»

Le app costituiscono un vantaggio enorme per i brand. Ne è convinto Filippo Satolli, co-fondatore e coo di Instal, secondo cui tramite le applicazioni i brand possono fornire contenuti personalizzati, realizzare push notification (più difficili su mobile browser), e non da ultimo profilare gli utenti e analizzare il loro comportamento.

Ma non basta avere semplicemente un’app: «a questo strumento bisogna approcciarsi in maniera diversa. Definire bene la sua struttura e sfruttare i dati che gli utenti possono fornire tramite l’app, consente ai brand di avere dei vantaggi molto maggiori».

Intervistato a margine del Programmatic Day, dove ha partecipato a un panel, Satolli ha fatto anche il punto sulla situazione di Instal: «Stiamo crescendo molto a livello internazionale», ci ha spiegato, aggiungendo che «stiamo anche lavorando molto sulle tecnologie e su nuove soluzioni, includendo un pò di artificial intelligence anche in quelli che sono i prodotti e servizi che vengono utilizzati oggi».

Maurice Lévy: «Lecito per gli utenti chiedere una quota delle revenue provenienti dai propri dati»

Qual è il valore dei dati personali? Ed è lecito che il consumatore chieda un corrispettivo economico per la vendita delle proprie informazioni?

Sono alcune delle domande che Maurice Lévy pone ai lettori del sito The Drum. In un lungo articolo a sua firma, il ceo di Publicis Groupe si mette nei panni dell’internauta, affrontando diverse questioni sul data mining e su quanto possano essere (anche economicamente) preziose le informazioni degli utenti.

Quanto i consumatori vogliono svelare al mercato per essere targettizzati e ricevere messaggi personalizzati? Quanto realmente sono consapevoli di quello che verrà condiviso con gli advertiser? E quanti dati, effettivamente, rimangono rintracciabili anche al di là delle autorizzazioni dell’utente? Questi alcuni dei temi trattati.

Ma soprattutto, Lévy pone l’accento su un’altra questione: quella della proprietà dei dati.

“Il consumatore potrebbe lecitamente chiedere ‘Si tratta di una informazione di mia proprietà, perchè dovrebbe farci soldi qualcun’altro?’ e dunque chiedere una quota delle revenue provenienti da quel dato – Lévy scrive -. Alcune startup già offrono un prezzo ai dati personali. E sebbene il modello di internet sia basato sulla pubblicità e sulla raccolta di dati per (principalmente) servizi gratuiti, ciò non vuol dire che le aziende debbano essere i soli beneficiari del valore dei dati“.

Qui l’articolo completo pubblicato su The Drum.

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