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Twitch punta sul Programmatic Guaranteed per ampliare l’offerta

Twitch punta sul Programmatic Guaranteed per ampliare la propria offerta pubblicitaria ed aumentare il numero di brand inserzionisti.

Secondo quanto riporta Digiday, citando fonti vicine ai fatti, già dall’inizio di quest’anno la piattaforma di streaming video di Amazon specializzata nel mondo dei videogame ha cercato di avviare accordi in programmatic guaranteed per la vendita della propria inventory video desktop, chiedendo alle aziende di impegnarsi a spendere almeno 50 mila dollari per campagna in cambio di un certo numero di impression garantite.

Una strategia su cui la società starebbe puntando anche in vista della chiusura, a ottobre, dell’opzione di visualizzazione ad-free per gli abbonati Twitch Prime, che porterebbe a un cospicuo aumento delle inventory disponibili.

Attualmente i brand possono comprare spazi in programmatic su Twitch in due modi: o sulla sola Twitch in private marketplace o programmatic guaranteed, o nell’ambito di un’acquisto “a pacchetto” su Amazon. Possono inoltre utilizzare per la segmentazione dell’audience sia i loro dati che informazioni di terze parti attraverso la DMP Krux; e fare affidamento su ad server esterni, i Digital Ad Ratings di Nielsen e le misurazioni sulla viewability di Moat per tracciare in maniera indipendente le performance degli annunci.

Nuova strategia pubblicitaria per Snapchat: da “venditori” a “consulenti”

Oggi nelle nostra rassegna parliamo di ad fraud e dei progetti di Amazon e Snapchat.

Nuova strategia adv per Snapchat: da “venditori” a “consulenti”

Da poco rimasta senza il suo storico chief strategy officer Imran Khan, appena uscito dalla società, Snap sta facendo i conti con un’importante trasformazione strategica: quella da venditore di singoli formati pubblicitari a consulente di soluzioni di business. “Quando tutti i tuoi prodotti sono disponibili in self-service, diventi quasi un consulente per un brand”, spiega Peter Sellis, director of product management for monetization di Snap. Intanto la società ha definitivamente spostato l’intera sua offerta in programmatic, compresi i formati in Realtà Aumentata. “Non ci aspettavamo di farlo così rapidamente, stavamo tastando il terreno – ha dichiarato il manager -. Ma i risultati sono stati abbastanza positivi da convincerci a trasferire l’intera offerta”. Leggi di più su AdExchanger.

Amazon mira alle inventory televisive

Amazon punta a stringere accordi con grossi broadcaster e canali televisivi per la vendita di pubblicità sui loro contenuti. Il colosso di Seattle starebbe lavorando a un programma pilota per la vendita di annunci sulle app della sua Fire TV, e avrebbe già avviato dei colloqui con selezionate applicazioni video per la commercializzazione di adv targettizzate con i propri dati, in cambio della distribuzione dei contenuti. Nelle sue intenzioni, però, ci sarebbe quella di coinvolgere anche network di grosso calibro, come Fox, NBCUniversal e Hulu. Un progetto che, qualora andasse in porto, costituirebbe una rivoluzione per il mercato della pubblicità televisiva, i cui operatori sono tradizionalmente restii a consentire a società terze di vendere la propria preziosa inventory. Leggi di più su Business Insider [a pagamento].

Quanto è “conveniente” un’impression fraudolenta?

Uno studio della società di sicurezza informatica Confiant ha analizzato più di 50 miliardi di impression pubblicitarie su migliaia di siti, provando a dare delle dimensioni di quanto uno spazio adv fraudolento possa costare meno rispetto ad uno non contraffatto. La società ha scoperto che, in media, i CPM che gli editori ricevevano dalle impression immesse poi in maniera fraudolenta sul mercato dagli intermediari erano il 54% più bassi di quelli ricevuti da inventory correttamente rappresentate nelle aste in programmatic. Leggi di più su eMarketer.

Amazon abilita i direct deal sulla sua demand-side platform

Amazon ha abilitato gli acquisti garantiti in private marketplace tra i clienti della sua DSP e gli editori attraverso il prodotto Transparent Ad Marketplace.

Secondo quanto risulta ad AdExchanger, sarebbero già in fase di test le prime transazioni. Le compravendite dirette seguono lo stesso funzionamento del private marketplace garantito: gli inserzionisti stanziano denaro per posizionare gli annunci all’interno degli spazi di specifici editori utilizzando i dati di Amazon.

Per gli editori ciò rappresenta un’opportunità in quanto consentirebbe loro di intercettare la spesa che marchi e agenzie hanno riallocato sul sito di e-commerce.

L’introduzione dei direct deal, prosegue AdExchanger, può essere una mossa di Amazon per risalire il funnel e sbarcare su territori premium. In questo modo, si migliora l’offerta di inventory della società guidata da Jeff Bezos incoraggiando transazioni a CPM alto.

Combinando inventory di alto livello e i dati della compagnia, i compratori potrebbero essere indotti a utilizzare la sua DSP per più tipologie di acquisti.

Il GDPR frena le performance di Publicis Groupe nel Q2 2018

Oggi nella nostra rassegna: Publicis e il GDPR, la strategia pubblicitaria di Amazon, il “valore” delle frodi mobile in-app.

Il GDPR frena le performance di Publicis Groupe nel Q2 2018

Il secondo trimestre 2018 non è stato esattamente brillante per Publicis Groupe, che negli ultimi tre mesi ha registrato un calo organico del giro d’affari del 2,1%. Tra i principali motivi ci sarebbe il GDPR, a detta dello stesso management del gruppo. «Il GDPR ha avuto un impatto sui ricavi media in Europa – ha spiegato il CEO Sadoun durante la call di bilancio -. Noi siamo pienamente conformi al GDPR, ma vogliamo essere sicuri che lo siano anche gli editori con cui lavoriamo». Subito dopo l’entrata in vigore del regolamento a maggio, i clienti europei della holding hanno ritirato i loro investimenti in programmatic, in attesa che editori e piattaforme di vendita si rendessero conformi alla normativa, o anche perché non erano sicuri che le loro strategie di targeting rispettassero il regolamento. Una pausa (in alcuni casi un vero e proprio stop) negli investimenti pubblicitari di cui la holding avrebbe risentito. Leggi di più su AdExchanger.

Amazon punta al contatto diretto con gli inserzionisti

Da un po’ di tempo a questa parte, Amazon ha iniziato a lavorare sempre più direttamente con le aziende a livello pubblicitario, invece che attraverso il tramite delle agenzie. E se è vero che il colosso dell’ecommerce ha sempre avuto un buon dialogo diretto coi suoi inserzionisti, attraverso la sua API Amazon Marketing Services (che include anche strumenti self-service), è cosa relativamente nuova che abbia iniziato ad utilizzare questo approccio “agency-free” con grandi aziende per grandi acquisti pubblicitari. E tra i motivi potrebbe esserci anche l’intenzione di raggiungere più rapidamente il duopolio Google-Facebook. Leggi di più su Digiday.

Le frodi mobile in-app “costano” alle aziende 75 milioni di dollari all’anno

Quello delle frodi su mobile è un fenomeno diffuso e in crescita, che sta dando non pochi pensieri al mercato, complice anche l’inefficacia di soluzioni nate per l’ambiente desktop e fisiologicamente più adatte ad esso, come ads.txt. Ma quanto “ruba” questo fenomeno alle aziende. Secondo uno studio di Pixalate, le frodi pubblicitarie in-app possono arrivare a costare ai brand fino a 75 milioni di dollari all’anno. L’area più soggetta a questo trend è il video in-app (più su tablet che su smartphone) seguito dalla display in-app (in questo caso, al contrario, leggermente più su smartphone che su tablet). Leggi di più su MediaPost.

Su Amazon il Prime Day c’è chi non risparmia: i venditori

Oggi nella nostra rassegna: Amazon Prime Day, l’integrazione di AMS nell’offerta di IPG, e uno studio su ad blocker e rilevanza degli annunci.

Su Amazon il Prime Day c’è chi non risparmia: i venditori

Gli shopper online sono pronti a una due giorni, molto importante: il Prime Day, che si svolgerà il 16 e 17 luglio e che metterà a disposizione degli abbonati Prime di Amazon una serie di offerte vantaggiose per l’acquisto dei prodotti sul suo sito. Ma se per gli utenti in quei giorni il risparmio è assicurato, non lo è invece per i venditori di prodotti. Amazon infatti ha innalzato le fee di registrazione per condurre i cosiddetti Prime Day Lightning, delle promozioni riservate agli abbonati Prime che durante la due giorni vengono messe “in evidenza” a brevi intervalli: il costo, gratuito nel 2016, è passato a 500 dollari nel 2017 ed a 750 dollari quest’anno. E con il grande traffico atteso sul sito ecommerce, Amazon sta anche spingendo i propri inserzionisti ad aumentare la spesa pubblicitaria durante il Prime Day: secondo la società, durante l’evento i venditori registrano un aumento delle vendite da annunci adv del 300%, e un aumento del 200% delle impression pubblicitarie. Leggi di più su CNBC.

Kumar (IPG Mediabrands), sull’acquisizione di AMS: «Ci aiuterà a gestire i dati di prima parte nel rispetto della privacy»

In un’intervista ad AdExchanger, Arun Kumar, chief data and marketing technology officer di IPG Mediabrands, descrive come la recente acquisizione di Acxiom Marketing Solutions andrà ad integrarsi all’interno dell’offerta di Interpublic Group, e quali saranno i benefici che porterà ai clienti della holding. La parola d’ordine è ovviamente una: dati, soprattutto quelli di prima parte, diventati ormai fondamentali nell’era post-GDPR. «[AMS] ci aiuterà a gestire i dati di prima parte in maniera conforme alla privacy», ha spiegato il manager, aggiungendo: «Avere più intelligence sul consumatore porterà benefici ai business construiti sull’attivazione delle audience. Le strategie data-driven devono essere coerenti. Non possiamo più raccogliere dati bene negli Stati Uniti e non in altri mercati». Leggi di più su AdExchanger.

Il 56% degli utenti vede campagne online di prodotti già acquistati. La pubblicità è rilevante?

Il fenomeno degli ad blocker è ancora lungi dall’essere stato debellato. Secondo uno studio di Kantar Media in USA, Brasile, Cina, Francia e UK, una persona su cinque dichiara di utilizzare sempre un filtro anti adv quando naviga, e il 33% di utilizzarlo solo a volte. E l’adozione di questi software è ormai agli stessi livelli tra i 18-34enni e i 45-64enni. Gli utenti sembrano essere particolarmente scocciati, inoltre, della non rilevanza degli annunci: il 72% dichiara di vedere continuamente gli stessi annunci, e il 56% afferma di vedere spesso campagne online di prodotti già acquistati. Il 64% vorrebbe avere maggiore controllo sulle campagne che visualizza. Leggi di più su MediaPost.

La “reach” è ancora una metrica chiave per la misurazione della pubblicità?

Oggi nella nostra rassegna parliamo di misurazioni, pubblicità video su Amazon e qualità dei dati.

La “reach” è ancora una metrica chiave per la misurazione della pubblicità?

Non molto tempo fa, quello della “reach” era un termine chiave per la misurazione delle performance pubblicitarie. Le aziende potevano comprare spot all’interno degli spazi di un popolare programma tv, sicuri che la loro campagna sarebbe stata vista da milioni di persone. Ma nell’era della frammentazione dei media, con il sempre maggiore utilizzo del mobile e la moltiplicazione dei canali su cui fruire i contenuti, la “reach” ha sempre un significato così importante? Secondo alcuni, no. Come Neil Shah, global senior brand manager di Smirnoff nel gruppo Diageo, che l’ha descritta come una “metrica effimera”, spiegando come non fornisca informazioni sull’interazione o meno dei consumatori con la pubblicità che viene loro servita. Leggi di più su The Drum.

Amazon, a breve la pubblicità video su Prime?

Che prima o poi Amazon avesse unito due business strategici della sua offerta, quello video e quello pubblicitario, portando l’adv su Amazon Video, era cosa immaginabile. Ma a quanto pare, questa unione potrebbe avvenire prima di quanto ci si aspettasse. Un annnuncio di lavoro di Amazon in UK indica che l’azienda sarebbe alla ricerca di qualcuno cui affidare la supervisione delle proprie attività “Free-to-air TV and advertising” in Europa. I Free-to-air TV sono i canali televisivi cui si ha accesso attraverso sintonizzatore digitale, cable o satellite senza dover pagare per riceverli: che Amazon abbia intenzione di portarli presto su Prime, insieme agli spot? Leggi di più su TechCrunch

Per i marketer la gestione della qualità dei dati è ancora una sfida

I dati sono sempre più importanti per il marketing delle aziende, ma la loro qualità continua ad essere un problema. Secondo uno studio di Tune e Forrester Consulting effettuato su 300 mobile marketer americani, circa un terzo di essi trova sfidante la gestione della “data quality”. E parte del problema è la crescita degli investimenti adv su smartphone e tablet: con essi è in aumento infatti anche il numero di società fraudolente che da tali investimenti vogliono guadagnare. Leggi di più su eMarketer.

Amazon dismette il formato CPM Ads, dedicato ai piccoli editori

Amazon continua ad affinare la sua offerta adv, nel tentativo di raggiungere le due big Facebook e Google. Il colosso ecommerce ha annunciato che ritirerà dal mercato entro la fine di settembre il formato CPM Ads.

Lanciato nel 2014 come uno dei primi tentativi della società nel campo della pubblicità display, il formato consentiva a piccoli editori affiliati al programma Amazon Associates (che consente di promuovere sui propri siti prodotti di Amazon) di ospitare banner o altri annunci a cost-per-impression sulle loro property.

Non è chiaro il motivo di questa dismissione: secondo quanto ipotizza TechCrunch, potrebbe essere la volontà di spostare gli editori su altre soluzioni adv più performanti e/o la poca popolarità del formato. La stessa Amazon, nella nota in cui ufficializza il ritiro dei CPM Ads, comunica che rimangono disponibili altre due soluzioni: Unified Ad Marketplace e Native Shopping Ads.

Il primo è un altro formato display, che mette insieme la domanda proveniente sia da Amazon che da altre SSP come AppNexus, Google e Rubicon Project. Tuttavia sembrerebbe un prodotto più adatto a grossi editori, e difatti per utilizzarlo i publisher devono rispondere a determinati requisiti. Native Shopping Ads, invece, è rivolta agli stessi utilizzatori di CPM Ads ma, a differenza di questo formato, è una soluzione native e può essere utilizzata solo per prodotti attinenti al contenuto delle pagine in cui è posizionata.

I CPM Ads verranno dismessi il 30 settembre, gli ultimi pagamenti verranno effettuati il 30 novembre e la reportistica terminerà il 31 dicembre.

Cosa ne pensa il mercato della nuova piattaforma pubblicitaria di Apple?

Dal nuovo progetto pubblicitario di Apple al fenomeno delle frodi nell’influencer marketing, all’avanzata delle big di internet tra i top spender pubblicitari: ne parliamo nella nostra rassegna di oggi.

Apple prepara una nuova piattaforma pubblicitaria. Avrà successo?

Qualche tempo fa si è diffusa la notizia che Apple fosse al lavoro su un nuovo network di pubblicità a performance in-app, segno di una sua definitiva apertura al business pubblicitario dopo il tentativo fallito dell’esperienza iAd. Che il pubblico iOS sia estremamente interessante non ci sono dubbi, ma Apple sembra essere ancora restia a voler utilizzare i dati dei propri utenti a fini pubblicitari, in un mercato che – ora ancor di più rispetto a qualche anno fa, ai tempi di iAd – è sempre più data driven. E molti operatori pubblicitari nutrono dubbi sul possibile successo di questa nuova iniziativa. Leggi di più su AdWeek.

Amazon è il quarto spender pubblicitario in USA

Crescono gli investimenti pubblicitari delle internet company. Secondo uno studio di AdAge, ben undici società digitali tra cui Amazon, Alphabet (Google) e Netflix hanno aumentato a doppia cifra la loro spesa adv negli Stati Uniti nel 2017: Netflix del 45%, Alphabet del 32% e Amazon del 28%. Il colosso dell’ecommerce l’anno scorso è stato il quarto principale spender pubblicitario nel Paese, in crescita dall’8° posto del 2016 e dal 70esimo del 2010. Secondo lo studio, lo scorso anno Amazon ha investito in pubblicità e promozione un budget stimabile in 3,4 miliardi di dollari. Leggi di più su AdAge.

Frodi nell’influencer marketing: di chi è la responsabilità?

Il caso “influencer marketing fraud” è scoppiato pochi giorni fa, quando il chief marketing officer di Unilever Keith Weed, al Festival di Cannes, ha sottolineato l’urgenza di prendere provvedimenti per ripulire l’ecosistema dell’influencer marketing, impegnandosi a terminare ogni collaborazione con influencer trovati a comprare follower e dando la priorià a partner attivamente impegnati sul fronte trasparenza. Ma in effetti il problema dei “fake follower” è diffuso ormai da qualche tempo. Di chi è la colpa? Solamente degli influencer? O anche delle piattaforme che ospitano i loro contenuti? E qual è il ruolo di aziende e industria in tutto questo? Leggi di più su The Drum.

Nasce un’alleanza tra i retailer europei per contrastare i giganti dell’ecommerce

Unire le forze per combattere i giganti del digital. Non è un’idea propria soltanto del mondo dell’editoria, con i tanti consorzi di media company nati per proporre al mercato offerte competitive rispetto a quelle di Facebook e Google, ma anche del mondo dei retailer, che sempre più sente il predominio dei colossi dell’ecommerce come Amazon.

Due importanti retailer di elettronica europei hanno infatti deciso unirsi nella formazione di una “European Retail Alliance”. Si tratta di MediaMarktSaturn, il maggiore rivenditori di prodotti elettronici nel Vecchio Continente, basato in Germania, e del gruppo francese Fnac Darty, che hanno deciso di cooperare in una serie di attività di business, tra cui la gestione dei dati.

Su quest’ultimo fronte, le società spiegano in una nota che “in piena conformità con gli attuali regolamenti per la protezione dei dati, le due aziende investiranno congiuntamente in attività di analytics per rafforzare la comprensione dei loro consumatori e prodotti“.

L’intenzione dell’alleanza è quella di aumentare l’efficienza delle aziende partecipanti, migliorare l’innovazione e arricchire l’esperienza dei consumatori, sia nei negozi fisici che online, arrivando a costituire una “piattaforma europea capace di offrire vantaggi a tutte le parti coinvolte”. Il progetto è aperto anche ad altri retailer.

Sebbene le due società non facciano diretto riferimento, nella nota, ad Amazon o ad altri player dell’ecommerce, è implicito che l’obiettivo finale dell’iniziativa sia quello di rafforzare l’offerta dei membri, anche e soprattutto rispetto ai grandi player internazionali del mercato digitale come Amazon ed eBay.

Secondo quanto riporta un’analisi del quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, MediaMarktSaturn e Fnac Darty non sono esattamente dei piccoli player nei loro mercati di riferimento: lo scorso anno hanno portato a casa, rispettivamente, un fatturato di 22 miliardi di euro e di 7,4 miliardi di euro. Cifre rispettabilissime, ma poca cosa rispetto ai 250 miliardi di euro di Amazon, di cui circa 14 miliardi solo in Germania. Amazon, inoltre, essendo un player puramente online, conosce molto di più i suoi utenti delle due aziende europee, più legate ai loro network di negozi fisici. Da qui l’intenzione, attraverso l’alleanza, di puntare anche sul tema dati.

Amazon pronta a testare una nuova offerta display in retargeting

Amazon continua a mettere a punto la propria gamma di prodotti pubblicitari. Secondo quanto riporta Bloomberg, il gigante dell’ecommerce avrebbe in piano il lancio di una nuova offerta pubblicitaria display in retargeting, che lo metterebbe in diretta competizione con Google e con società specializzate come Criteo.

La nuova soluzione consentirebbe alle aziende che vendono prodotti su Amazon di acquistare spazi pubblicitari al di fuori del marketplace, raggiungendo gli utenti che hanno visitato l’ecommerce con l’obiettivo di riportarli sul sito per concludere i loro acquisti. “Il nuovo prodotto – scrive la testata – consentirà ai rivenditori Amazon di competere su asta per spazi pubblicitari che appariranno su altri siti e app, consentendo loro di ampliare molto di più la reach”. Non è però chiaro quali saranno questi siti e app esterni che ospiteranno i formati.

Il modello di pagamento della soluzione sarà un pay-per-click, ossia gli inserzionisti pagheranno Amazon solo se l’utente clicca sull’annuncio. La società di ecommerce avrebbe invitato un ristretto numero di suoi rivenditori ad iniziare a testare il prodotto a partire dalle prossime settimane.

Amazon, dunque, continua a puntare sulla pubblicità. Un business che sta già crescendo in maniera esponenziale all’interno dei conti della società: +132% nel primo trimestre 2018, a quota 2 miliardi di dollari. Ma che mostra ancora grandi potenzialità di sviluppo.