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GDPR, presto una nuova versione del Framework IAB. Ci sarà anche Google

Entro quest’anno IAB Europe lancerà una nuova versione del suo Transparency and Consent Framework, e Google salirà definitivamente a bordo del progetto.

Inizialmente immesso sul mercato la scorsa primavera, in vista dell’entrata in vigore del GDPR a maggio, il framework di IAB è un sistema creato per stabilire uno standard per la raccolta e la condivisione del consenso sul trattamento dei dati all’interno della filiera pubblicitaria. Il nuovo regolamento europeo infatti impone a chi raccoglie e tratta dati di utenti appartenenti all’UE di essere conformi a una serie di regole, tra cui avere il consenso chiaro e informato da parte degli utenti sull’utilizzo delle loro informazioni personali, pena multe fino a 20 milioni di euro o il 4% dei ricavi annuali. In questo senso, il framework IAB standardizza il processo di richiesta del consenso, rendendo più facile anche la sua condivisione tra i vari attori della supply chain.

Dal suo lancio ad aprile, il sistema è stato adottato da sempre più operatori del mercato, che ad esso hanno adattato le proprie CMP (piattaforme di gestione dei consensi). Tra di essi, però, c’è sempre un grande assente: Google. Big G a tutt’oggi non ha ancora reso il suo strumento Funding Choices conforme al TCF di IAB, e questo ha causato non poche difficoltà all’interno del mercato pubblicitario, considerando il cospicuo peso del colosso di Mountain View nel comparto. A onor del vero, Google ha espresso sin dall’inizio la sua volontà di far parte del progetto, tuttavia ha sempre rimandato la messa in conformità della propria piattaforma dichiarando di voler prima studiare a fondo le caratteristiche e il funzionamento del framework IAB.

Adesso però ci sono delle novità. Secondo quanto ha dichiarato IAB Europe alla testata MarTech Today, l’associazione sta preparando una nuova versione del framework, raccogliendo i feedback degli operatori inclusa Google, e dovrebbe lanciarla entro quest’anno. Dal canto suo, Big G ha fatto sapere che si allineerà al nuovo standard non appena verrà immesso sul mercato.

«Google supporta il Transparency & Consent Framework di IAB Europe, che aiuterà gli editori grandi e piccoli a rendersi conformi alle richieste del GDPR – ha dichiarato un portavoce di Google -. Noi abbiamo firmato un contratto con IAB Europe per entrare nel Framework e stiamo lavorando con IAB per integrarci prima possibile».

IAB Europe e IAB Tech Lab starebbero attualmente incorporando i commenti dei vari editori europei sul nuovo TCF, con l’intenzione di arricchirlo dal punto di vista delle tecnologie e delle policy. Tra i commenti al vaglio dell’associazione, in particolare, ci sarebbero la richiesta di controlli più granulari e l’integrazione del concetto di “legittimo interesse”. Proprio le stesse tematiche che un paio di mesi fa erano state oggetto di una serie di incontri tra Google e vari editori, agenzie e fornitori di ad tech.

Electrolux porta in-house il digital planning e buying e il programmatic

Un altro grande gruppo punta a portare in-house la gestione del media digitale. Si tratta di Electrolux, che ha deciso di seguire le orme di Bayer, GSK e Ab InBev, gestendo autonomamente il digital planning e buying. L’operazione, spiega Digiday, riguarderà inizialmente il Nord America, area in cui il passaggio dovrebbe avvenire entro luglio, e in seguito Europa e America Latina.

La mossa è dettata dalla volontà di avere il pieno controllo sui risultati delle campagne e sui dati attraverso social, display, search e programmatic. Un altro motivo che ha spinto l’azienda a internalizzare il media digitale è il risparmio dei costi che ne deriverebbe.

Electrolux ha iniziato a collaborare con MightyHive lo scorso ottobre. L’agenzia recentemente acquisita dalla S4 Capital di Martin Sorrell supporterà il gruppo nell’operazione di internazionalizzazione delle competenze nel media digitale che sono ora in capo a VMLY&R, l’agenzia di WPP Group. Il gruppo ha condotto la sua prima campagna di test a dicembre e prevede di lanciare la sua prima pubblicità in programmatic per il brand Frigidaire ad aprile, con MightyHive alla guida del progetto.

Electrolux ha aperto quattro nuovi ruoli nel suo team di marketing per la gestione del media digitale. La spesa pubblicitaria digitale in Nord America del gruppo è attualmente distribuita tra le property di Google e Facebook, con Amazon che cresce come terza opzione. Circa il 75% degli annunci pubblicitari digitali del gruppo è destinato alla search su Google, alla pubblicità display e agli annunci video di YouTube, mentre il 25% riguarda annunci su Facebook e Instagram.

Le audience di Google Analytics sono ora disponibili su Salesforce Marketing Cloud

A partire da questo mese, i segmenti di audience di Google Analytics saranno disponibili per l’attivazione su Salesforce Marketing Cloud.

La novità, annunciata da Google sul blog ufficiale, consentirà alle aziende che utilizzano la suite di Salesforce per i propri acquisti media, di erogare messaggi pubblicitari alle audience di Google Analytics tramite email, telefono, notifiche push ed SMS. Analytics 360 metterà a disposizione oltre 250 metriche, utilizzabili per la creazione di segmenti di pubblico.

Sul blog post, il Product Manager di Google Analytics 360 Dan Stone fa un esempio di come l’integrazione potrà essere utilizzata: «Mettiamo che voi vogliate ri-attirare consumatori di valore che hanno appena visitato il vostro sito per la prima volta dopo un po’ di tempo. Adesso potete raggiungerle direttamente tramite email non appena hanno lasciato il vostro sito. Semplicemente basta creare un segmento di audience di questi utenti su Analytics 360 e condividerlo con Marketing Cloud. Poi, potete raggiungerli con una campagna email che include una speciale promozione per riportare gli utenti sul vostro sito e concludere l’acquisto».

L’integrazione tra Analytics 360 e Salesforce Marketing Cloud toccherà anche l’aspetto della reportistica. Sarà infatti ora possibile per le aziende collegare i dati di engagement di Analytics 360 con la piattaforma, per visualizzare metriche di performance delle campagne come il conversion rate e di engagement dei siti come il tempo speso sul sito in relazione alle campagne. Non ci sarà più bisogno di passare da una piattaforma all’altra.

L’integrazione tra i due prodotti era stata inizialmente annunciata lo scorso anno. Nelle prossime due settimane sarà disponibile per tutti i clienti di Salesforce Marketing Cloud.

OpenX porta il suo ad exchange su Google Cloud Platform

OpenX ha annunciato di aver siglato un accordo quinquennale con Google Cloud Platform da 110 milioni di dollari, per portare la sua infrastruttura interamente sul cloud.

Il processo di transizione dell’infrastruttura, già cominciato, si completerà entro la fine del secondo trimestre 2019, e vedrà OpenX diventare a tutti gli effetti indipendente da server.

“Questa collaborazione rappresenta un passo avanti evoluzionistico in come le piattaforme pubblicitarie di scambio operano oggi. Tutti gli altri exchange scalabili utilizzano server fisici in tutto il mondo per essere operativi. Questi sistemi ostacolano la scalabilità, dal momento che devono essere vicini ai mercati dove operano, rallentano la velocità e inibiscono l’innovazione a causa degli incredibili costi di mantenimento e degli investimenti di capitale che assorbono per sostenere il proprio ciclo di vita”, spiega OpenX in una nota.

Secondo la società, l’accordo con Google Cloud Platform è destinato a portare grandi benefici in termini di efficienza, sia per le aziende che per i venditori. Innanzitutto, aumenterà la velocità con la quale le offerte arrivanno all’ad exchange di OpenX; contribuirà anche a rendere la piattaforma più scalabile, consentendole di supportare gli editori che quando hanno picchi di traffico senza che questi debbano sacrificare opportunità di monetizzazione, e più di portata globale, visto che potrà accedere a nuovi mercati quasi instantaneamente ed adattarsi a location specifice sulla base della domanda. Ancora, OpenX potrà godere con Google Cloud di tecnologie all’avanguardia e continuamente aggiornate; e potrà focalizzarsi maggiormente sul People Based Marketing e su altre aree di crescita come video e tv connesse, grazie alla liberazione di risorse prima impiegate nel mantenimento delle infrastrutture tecnologiche.

«Questo investimento e la nostra collaborazione con Google forniranno ad OpenX la flessibilità per emergere in nuovi mercati ed offrire ai nostri partner la qualità e il supporto che si aspettano», commenta Tim Cadogan, CEO of OpenX.

Google annuncia una serie di novità per i brand che cercano nuovi clienti

Google ha annunciato una serie di novità relative alle campagne Display, volte ad aiutare i brand a raggiungere nuovi consumatori.

La prima è relativa al prospecting dinamico. Si tratta di una funzione recentemente introdotta da Google che consente di portare il giusto prodotto agli occhi del giusto consumatore in maniera scalabile. Rispetto al remarketing dinamico, che mostra i prodotti sulla base delle passate interazioni con il sito di un brand, il prospecting dinamico utilizza il feed di prodotti di un’azienda per mostrare gli articoli più rilevanti per gli utenti sulla base delle loro interazioni su Google e sui siti del suo network. Attraverso il machine learning, Google Ads valuta le performance dei prodotti nel feed per determinare quali sono i più rilevanti in base agli interessi dell’utente e che dunque hanno più possibilità di generare una conversione anche se la persona non ha mai visitato il sito dell’inserzionista.

Google ha anche recentemente realizzato uno strumento di espansione dell’audience, per aiutare i brand ad ampliare la loro reach e aumentare così le conversioni allo stesso cost-per-acquisition (CPA) medio. Ora questo strumento è stato migliorato, con la possibilità di aumentare o abbassare la reach con più granularità e visualizzare stime di impression settimanali sulla base della propria selezione. L’obiettivo è di far risparmiare alle aziende il tempo impiegato per aumentare i bid alla fine del mese o di una campagna allo scopo di massimizzare i propri investimenti.

Infine, la terza novità è relativa alle “custom intent audience“, ossia segmenti di pubblico creati ad hoc sulla base delle intenzioni di acquisto: semplicemente inserendo delle parole chiave, URL o app, Google suggerirà dei segmenti raccomandati di pubblico da aggiungere alle campagne, sulla base dei contenuti che le persone visualizzano quando cercano un prodotto o servizio. Gli inserzionisti potranno scegliere tra migliaia di nuovi segmenti, creati automaticamente per lo specifico brand. Le “custom intent audience” sono ora disponibili in varie lingue, tra cui l’italiano.

Pubblicità in-app, Google arricchisce AdMob di partner e funzionalità

Google annuncia novità per AdMob, la sua piattaforma dedicata alla pubblicità in-app.

Le novità coinvolgono in particolare Open Bidding, il modello di monetizzazione lanciato qualche mese fa in beta in cui tutti gli acquirenti di uno spazio adv competono simultaneamente nella stessa asta unificata. A questo programma si aggiungono adesso otto nuovi partner pubblicitari per l’acquisto pubblicitario su mobile: oltre agli attuali OpenX, Index Exchange, Smaato, Tapjoy e AdColony, arrivano anche Facebook Audience Network, Rubicon Project e AppLovin.

Google, inoltre, sta continuando ad arricchire Open Bidding con nuove funzioni, sulla base dei feedback dei partecipanti al beta test. Tra queste, il supporto per i formati interstitial, rewarded e banner (già disponibili) e per quelli native, che verrà aggiunto a breve, e la possibilità per gli sviluppatori, dall’inizio del prossimo anno, di ottenere una reportistica dell’asta che consenta di capire come stanno performando i vari partner pubblicitari.

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Un’immagine del nuovo tool di reportistica

Tra le altre novità, una Mediation Test Suite (anche questa in beta), per testare se l’app è impostata correttamente per mostrare gli annunci, e la possibilità di “scaldare i motori” degli SDK adapter, per assicurare che tutti gli adapter siano pronti quando viene chiamato il primo annuncio.

Google e il framework di IAB per il GDPR, ecco gli ultimi sviluppi

Da un po’ di tempo non si sentiva più parlare della questione dell’implementazione da parte di Google del Transparency and Consent Framework di IAB per il GDPR. A settembre, con un mese di ritardo rispetto alle scadenze prefissate, Big G non aveva ancora adottato il framework, la sua soluzione per la gestione dei consensi Funding Choices non era ancora una CMP registrata nelle liste di IAB, e dunque il consenso da lei raccolto non era libero di essere condiviso con altre piattaforme compatibili al Framework.

Tre mesi dopo, tutto è ancora com’è, ma sembrerebbe che, in sordina, qualcosa si stia muovendo. Secondo quanto riporta Digiday, Google si sarebbe riunita questa settimana a Londra, insieme ad alcuni grossi editori britannici e tedeschi, agenzie e altri fornitori di ad tech, per discutere e giungere a un compromesso su con quali motivazioni i “data processor” possono utilizzare i dati degli utenti degli editori quando si tratta di erogare annunci personalizzati.

L’incontro sarebbe stato il culmine di qualcosa come 18 conference call e un precedente meeting con il gruppo di lavoro del Purposes Committee dello IAB Transparency and Consent framework. Nel corso di tutte queste varie discussioni, Google e gli altri fornitori tecnologici hanno sottolineato l’esigenza di una minore granularità di motivazioni e di un’unica motivazione per quelle “categorie” che sono profondamente legate tra loro, come ad esempio l’erogazione di un annuncio e la sua misurazione. Secondo Google, in particolare, separare motivazioni di utilizzo dei dati che sono intrinsecamente legate tra loro potrebbe portare a interpretazioni confuse da parte degli utenti a cui viene chiesto il consenso.

Dall’altra parte, però, tradizionalmente gli editori sono stati invece più propensi ad una maggiore granularità, con l’obiettivo di avere un maggiore controllo su come i vari partner della supply chain utilizzano le informazioni provenienti dai loro siti. Alla fine, sembrerebbe che il lato di Google e dei tech vendor si sia rivelato d’accordo a un compromesso per una maggiore granularità.

Da quanto scrive il sito americano, 12 “motivazioni” sarebbero state accettate in occasione di questo incontro, e al centro delle discussioni ci sarebbe stato anche il modo di considerare e trattare i dati di localizzazione. Il prossimo passo sarà quello di concordare sul linguaggio da utilizzare per trasmettere queste motivazioni agli utenti; e tutto questo dovrà poi essere ratificato dal Purposes Committee dello IAB Transparency and Consent framework, di cui peraltro fanno parte molte delle società che hanno partecipato ai tavoli di lavoro.

Proprio la necessità di trovare accordi comuni sulle motivazioni per l’uso dei dati sarebbe stata una delle cause del ritardo dell’adozione del framework IAB da parte di Google, insieme ad alcune specifiche tecniche riguardanti l’integrazione del “legittimo interesse” nel framework. Adesso, man mano che i lavori vanno avanti, ci si aspetta che Big G compia l’attesa mossa, ufficializzando il lancio di una CMP registrata nelle liste IAB.

Disney sigla un accordo globale con Google per la pubblicità digitale

The Walt Disney Co. passa a Google. Le due società hanno siglato un accordo pluriennale che vedrà tutti i brand e le property della media company a livello globale – tra cui Disney, ABC, ESPN, Freeform, Marvel, Pixar e Star Wars – utilizzare la piattaforma pubblicitaria di Big G per l’erogazione e l’ottimizzazione degli annunci adv.

In particolare, Disney – che già lavorava con Google per alcune attività di ad serving – porterà adesso l’intero suo bacino di inventory video e display su Google Ad Manager, che diventerà la principale piattaforma ad tech dell’azienda, ruolo che in precedenza era affidato a FreeWheel.

Grazie all’accordo, hanno spiegato le due società, Disney sarà in grado di offrire ai suoi inserzionisti “un’erogazione cross-piattaforma ottimizzata e misurazioni sulle performance” sia a livello video che display. La pubblicità erogata tramite Google spazierà infatti su vari tipi di contenuti, dai video on-demand di lunga durata, a quelli in straming dal vivo, a quelli brevi, alle notizie (sia video che testuali). La partnership prevederà anche lo sviluppo congiunto di nuove soluzioni e tecnologie per video, mobile, in-app e display.

Secondo Aaron LaBerge, CTO di Disney per il segmento Direct-To-Consumer e International, l’azienda avrebbe cominciato a pensare a un cambio di partner tecnologici dopo la riorganizzazione interna dello scorso marzo, che ha portato tra l’altro alla creazione della business unit dedicata alla vendita pubblicitaria a livello globale di tutte le media property. Ed avrebbe anche valutato l’opzione di costruire (anche tramite eventuali acquisizioni) una stack tecnologica proprietaria. Tuttavia, ha dichiarato LaBerge, considerando i continui investimenti di Google nel settore «era meglio per noi considerare una collaborazione che perdere tempo a creare qualcosa di già esistente, e con la scalabilità che sappiamo».

L’accordo copre anche gli annunci sul nuovo servizio per abbonamenti ESPN+ e – qualora un giorno ospitasse pubblicità, il che al momento non è previsto – anche quella sulla piattaforma di streaming Disney+, che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo. Non include invece le inventory di Hulu (di cui Disney possiede attualmente il 30% delle azioni), che è dotata di una propria soluzione ad tech. La portata dell’incarico, tra l’altro, potrebbe ampliarsi in futuro in considerazione dell’acquisizione da parte di Disney degli asset di 20th Century Fox (che comprendono, peraltro, anche il 30% di Hulu).

Attualmente le property digitali Disney aggregate raggiungono 230 milioni di utenti nel mondo, che passano su di esse oltre 14 miliardi di minuti al mese (dati comScore di settembre 2018).

Il Cost per Click in Italia: dove sono più alti i prezzi? Lo studio di SEMrush

In quali settori merceologici e in quali regioni italiane i prezzi degli annunci cost-per-click di Google Ads sono più alti? A queste domande ha provato a rispondere la società di marketing online SEMrush con uno studio.

Lo studio ha rivelato che la regione con gli annunci Cost per Click più costosi è la Lombardia, con il CPC più alto nella stragrande maggioranza dei settori merceologici analizzati. In soli due settori il primato è di altre regioni: la Campania nella Farmacia e la Puglia nelle Criptovalute. La Valle d’Aosta è invece la regione dove il Cost per Click, per la maggior parte dei settori, costa di meno.

Anche nelle varie industrie i numeri cambiano. Come mostra il grafico, ci sono settori dove il prezzo per gli annunci nelle diverse regioni non cambia tanto, come per esempio per Moda o Farmacia. In alcuni settori, invece, c’è un’ampia differenza dei costi, come per Assicurazioni – il settore con i Cost per Click più alti – o Marketing e Pubblicità.

semrush

“Lo studio – spiega la società in una nota – dimostra che per ottenere la massima efficienza da Google Ads è necessario considerare le località target all’interno di un Paese. Per la distribuzione del budget in modo efficace tra le diverse campagne regionali si deve analizzare cosa succede nel mercato e valutare il potenziale di una strategia PPC locale per il proprio settore specifico“.

Google, da oggi il tracciamento parallelo è obbligatorio. Cosa cambia per i brand

A partire da oggi, Google renderà il tracciamento parallelo la modalità di default per tracciare attraverso società esterne le performance degli annunci Google Search e Shopping Ads. Da marzo 2019 la funzione sarà obbligatoria anche per le campagne display e video sulla piattaforma.

Fino ad ora, la funzione del tracciamento parallelo era opzionale. Introdotta da Google lo scorso anno, essa prevede che i clienti che cliccano su un annuncio vengano indirizzati direttamente dall’annuncio all’URL finale (senza passare prima per URL di monitoraggio), mentre la misurazione dei click viene eseguita in background.

Di fatto, una soluzione che consente di ridurre le latenze tra i click e il caricamento delle pagine, riducendo la perdita di visitatori e dunque contribuendo all’aumento delle conversioni e a un miglioramento del rendimento degli annunci.

Cos’è il tracciamento parallelo e come funziona

Ma cos’è e come funziona il tracciamento parallelo? Si tratta di una modalità di tracciamento dei click su un annuncio, che di fatto, invece di reindirizzare l’utente che clicca su una campagna su un’URL di tracciamento di Google prima di portarlo sul sito dell’inserzionista, separa il tracciamento pubblicitario dalla user experience, avviando il meccanismo in background al click dell’utente.

Quindi, col tracciamento parallelo, una volta che l’utente clicca su un annuncio, verrà trasferito direttamente alla pagina di destinazione, mentre, separatamente e in background, viene caricato il click tracker di Google Ads e l’URL di monitoraggio.

Senza il monitoraggio parallelo, l’utente invece passa attraverso uno o più reindirizzamenti prima di raggiungere la pagina di destinazione. Con la conseguenza di impiegare più tempo a raggiungere la pagina dell’inserzionista.

Cosa devono fare le aziende

Alcune aziende non dovranno fare nulla per prepararsi a questa novità, da oggi obbligatoria. Si tratta, in particolare, di quei brand che non utilizzano tracker pubblicitari terzi – che implicano un passaggio tra Google e il sito dell’inserzionista – e che semplicemente registreranno una velocizzazione del tempo di caricamento delle pagine in maniera automatica.

Gli inserzionisti che invece utilizzano tracker che impongono “rimbalzi” o “reindirizzamenti” hanno invece delle azioni da compiere per evitare problemi nel tracciamento pubblicitario e difficoltà nella loro capacità di misurare le performance delle campagne. Dovranno, ad esempio, confermare che i loro sistemi di tracciamento utilizzino HTTPS, controllare la codifica delle URL e assicurarsi che il tracking continui a monitorare tutti gli utenti dopo la migrazione al nuovo sistema.