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Chatbot all’interno di campagne display: al lavoro una startup di Google

La nuova frontiera della pubblicità digitale? E’ l’annuncio “conversazionale”. E tra le società che lo stanno facendo diventare realtà c’è anche una startup incubata da Google. Si chiama AdLingo ed ha sviluppato una piattaforma che mette a disposizione dei brand un framework di annuncio display in cui posizionare campagne conversazionali, ossia contenenti un chatbot.

In particolare, la soluzione consente di far comportare un annuncio display come un’app di messaggistica. “Attraverso AdLingo, gli inserzionisti potranno posizionare i loro assistenti chatbot all’interno di spazi display interattivi, e raggiungere i loro target in maniera scalabile”, spiega la società in una nota.

AdLingo non sviluppa i chatbot, piuttosto integra strumenti di altre società specializzate, come Dialogue Flow, Microsoftbot Framework, LiveEngage, Blip, Valassis Digital e LivePerson per poi distribuire tali “esperienze conversazionali” in rete.

Gli annunci di AdLingo vengono erogati in maniera programmatica attraverso l’ad network di Google e, come succede con molti annunci display, il loro pagamento è su base CPM. Qualora, oltre la semplice visualizzazione dell’annuncio, avvenga un’effettiva “conversazione” tra utente e brand attraverso la campagna, all’inserzionista non verranno addebitati ulteriori costi.

Google ha un nuovo capo della pubblicità

Oggi nella nostra rassegna parliamo di una nuova nomina in Google, della piattaforma ad tech di Samsung e di un’alleanza in Germania sul fronte privacy.

Nuovo capo della pubblicità per Google

Google ha un nuovo capo della pubblicità. E’ Prabhakar Raghavan, ex VP Engineering delle app cloud della società. Il manager ha preso il posto di Sridhar Ramaswamy, a capo del business pubblicitario di Big G per i passati 15 anni, che ha lasciato l’azienda per diventare General Partner di Greylock Partners. Raghavan, veterano nel campo del Search e dell’Intelligenza Artificiale, coordinerà sia la parte di prodotto che quella ingegneristica. Leggi di più su MediaPost.

Samsung mette a punto la sua piattaforma ad tech

Con 32 milioni di Smart TV solo negli Stati Uniti, Samsung è il principale produttore di televisori intelligenti nel mondo, e da qualche tempo ha deciso di sfruttare questo suo successo di vendite per mettere a punto un’offerta pubblicitaria ad hoc – Samsung Ads – sui suoi dispositivi video. In particolare, l’azienda coreana ha messo a punto un modo per connettere le inventory OTT e lineari per i suoi clienti, utilizzando i suoi dati televisivi di prima parte all’interno di una stack pubblicitaria completa. L’offerta «è unica – spiega Tom Fochetta, VP of advertising sales di Samsung Ads -. Abbiamo una nostra DSP proprietaria, possiamo raggiungere gli utenti su Smart TV, mobile o desktop e seguirli in tutto il loro content journey». Samsung non vende i propri dati ad altre società, ma opera come un mini “walled garden”. Leggi di più su AdExchanger.

In Germania un’alleanza di aziende mira a proteggere la privacy degli utenti

Un’alleanza di aziende dei settore media, ecommerce e ISP (Internet Service Provider) sta lanciando una “soluzione unificata per il login dei consumatori”, che darà agli utenti un maggior controllo sulle loro impostazioni della privacy online. Il prodotto, che sarà disponibile nel giro di due settimane, è stato disegnato per rispondere alle nuove norme per i contenuti e la data privacy, ora diventate più stringenti con la definitiva entrata in vigore del GDPR, e consente agli utenti, una volta stabilite le impostazioni di privacy, di renderle automaticamente effettive su tutte le piattaforme coinvolte nell’intesa. L’alleanza, fondata lo scorso anno dai broadcaster tedeschi Prosiebensat.1 e RTL group e dall’ISP United Internet, conta ora svariati partner, tra cui Spiegel, Gruner+Jahr, Zalando, Scout24 e GroupM Germany. Leggi di più su Digiday.

YouTube, nuove estensioni e possibilità di misurazione per gli annunci

Le aziende che pianificano annunci su YouTube potranno ora aggiungere alle loro campagne una serie di informazioni aggiuntive, e misurare le performance della loro pubblicità in maniere più approfondita.

Google ha infatti annunciato una serie di nuove estensioni pubblicitarie, grazie alle quali gli utenti della piattaforma video vedranno le loro esperienze pubblicitarie arricchite di nuove informazioni “orientate all’azione”, come gli orari di programmazione dei cinema contestualmente allo spot di un film, o la possibilità di effettuare prenotare una camera sotto l’annuncio di un albergo. Fino ad ora, erano a disposizione dei brand (in beta) solamente estensioni di localizzazione o form da far compilare agli utenti.

Contestualmente, sono state anche ampliate le opzioni di misurazione relative alle metriche di Brand Lift. Le aziende potranno adesso visualizzare il numero di “lifted users” (gli utenti che sono stati influenzati da un annuncio) e il “cost-per-lifted-user” (il costo per efficacia dell’annuncio su singolo utente). I dati di misurazione del Brand Lift saranno inoltre ora disponibili all’interno delle dashboard di Google Ads e di Display & Video 360.

Google, infine, ha comunicato di avere ampliato il roster dei suoi partner esterni per la misurazione: oltre a Oracle Data Cloud e Nielsen Catalina Solutions, le aziende di beni di largo consumo potranno misurare le loro campagne su YouTube anche attraverso la società di ricerca IRI.

Su Google la misurazione della viewability diventa “personalizzabile”

Google ha annunciato il lancio di tre nuove modalità di misurazione all’interno della sua piattaforma d’acquisto Display & Video 360 (precedentemente nota come DoubleClick Bid Manager).

La prima è relativa alla viewability degli annunci, e si chiama “Custom viewability metric“. Come indica lo stesso nome, essa consente agli inserzionisti di creare criteri personalizzati per la definizione di viewability di una campagna video, misurata attraverso la soluzione Active View di Google. Gli advertiser potranno scegliere ad esempio la percentuale dell’annuncio all’interno dello schermo o il tempo di visualizzazione che secondo loro sono necessari perché la campagna sia considerabile come un’impression. Una volta selezionate, tali metriche saranno applicabili su tutte le campagne video, e saranno visualizzabili all’interno della piattaforma insieme ai metodi di misurazione standard come quelli del Media Reating Council.

La novità risponde alle perplessità di vari operatori pubblicitari – come GroupM – che non sono convinti che gli attuali standard dell’industria forniscano riferimenti adeguati per la misurazione della visibilità degli annunci.

Un’altra novità è la reportistica Unique Reach, che consente di deduplicare gli utenti sui vari dispositivi, campagne, inventory e formati. La soluzione, applicabile su annunci video e display, consente di misurare con più efficacia il numero di utenti unici e di impression medie per utente. Google ha anche allargato la finestra di indagine a fino a tre mesi, e la portata della reportistica sia a livello di campagna che di sito.

Infine, la misurazione della Brand Lift viene ampliata dalla sola YouTube a tutti gli annunci video acquistati tramite Display & Video 360. Una novità con cui Google intende offrire ai brand la possibilità di misurare facilmente l’impatto degli spot su metriche come la brand awareness, l’ad recall e la consideration. Adesso sarà possibile vedere anche come gli annunci video impattano sul numero di ricerche del brand su Google Search e su YouTube, e segmentare la reportistica per pubblico, creatività ed editore per comprendere meglio le performance di un annuncio.

Attualmente tale tipo di reportistica Brand Lift è accessibile solo attraverso il team account di Google, ma nei prossimi mesi verrà resa disponibile anche in modalità self-service.

Tutte e tre le novità sono disponibili a livello globale.

Insieme a queste novità, Google ha annunciato anche di aver ricevuto nuove certificazioni dal MRC e di aver aggiornato le sue partnership con società terze per la misurazione: ai partner per la reach Nielsen, comScore e Kantar si è aggiunta ora anche Meetrics, e l’intergrazione di YouTube nel mobile Digital Ad Ratings di Nielsen per la reach in-app è stata ampliata questo mese anche all’Italia.

Google Data Studio abbandona la fase beta e diventa disponibile a tutti gli utenti

La piattaforma di reportistica e visualizzazione dati Google Data Studio,  ha abbandonato la versione beta ed è ora disponibile alla totalità degli utenti. Lo ha comunicato la società in un articolo sul suo blog.

Parte della Marketing Platform (GMP) di Big G, il prodotto è integrato con Analytics, Ads, Display & Video 360, Search Ads 360, YouTube Analytics, Sheets and BigQuery. Inoltre, i marketer possono connettere la soluzione a centinaia di altre fonti di dati non provenienti da Google.

In questi due anni – il prodotto è stato rilasciato nel 2016 come versione gratuita di Data Studio 360 – la società ha aggiunto nuove funzioni a Data Studio. Da questo mese, gli utenti di GMP possono accedere ai rapporti della piattaforma all’interno di altri prodotti, inclusi Analytics, Optimize e Tag Manager. Insieme con altri aggiornamenti, in agosto, Google ha introdotto la possibilità di combinare dati da fonti multiple in un singolo grafico o tabella.

Google: “Bisogna ricordare agli utenti i benefici della pubblicità data-driven”

Oggi nella nostra rassegna parliamo di Google, Salesforce e di un nuovo esperimento in campo OOH.

Google: “Bisogna ricordare agli utenti i benefici della pubblicità data-driven”

La sfiducia dei consumatori nei confronti della pubblicità data-driven ha raggiunto un punto di crisi, ed è necessario ricordare loro quello che essa offre in cambio. E’ questo il messaggio che Sridhar Ramaswamy, SVP of ads and commerce di Google, ha lanciato in occasione dell’evento Data Summit di Dublin. «Sta a tutti noi affrontare la crisi che ci sta davanti – ha detto il manager -. Senza la fiducia degli utenti, senza la convinzione sincera che tra tutte le parti coinvolte nell’ecosistema ci sia un onesto scambio di benefici, non ci sarà un futuro positivo». Leggi di più su AdExchanger.

Salesforce lancia un assistente vocale per il mondo business

Dopo Amazon con Alexa, Apple con Siri, Microsoft con Cortana e Google con Google Assistant, adesso un nuovo player si lancia nel mondo degli assistenti vocali, ma con una particolarità. Si tratta di Salesforce, che ha creato una piattaforma specificamente pensata per il mondo business. Si chiama Einstein Voice, e sfrutta la piattaforma di intelligenza artificiale Einstein dell’azienda per offrire una serie di servizi “vocali” ai professionisti. Grazie ad essa, i manager potranno, ad esempio, dettare dei memo ed accedere a servizi cloud senza muovere un dito. Leggi di più su Venture Beat.

Tracciare l’engagement degli utenti tramite un’affissione: il progetto di Deloitte Digital a Londra

Deloitte Digital ha implementato all’aeroporto di London City un impianto out of home che consente di misurare l’engagement degli utenti con l’informazione mostrata, attraverso una tecnologia di tracciamento dello sguardo. Ciò consente di comprendere quali parti di un annuncio effettivamente risultano attirare l’attenzione delle persone in tempo reale, e di migliorare tale apprendimento nel tempo, per rendere le campagne ancora più efficaci. Leggi di più su Campaign.

GlaxoSmithKline punta a portare in-house la gestione del programmatic

Mentra GSK si prepara a portare in-house la gestione del programmatic, Google rinnova l’immagine di AdMob e un top manager di Wavemaker Global si interroga sull’utilità della tech tax.

GSK punta a portare in-house la gestione del programmatic

Dopo Vodafone, un altro big spender si avvia a portare in-house la gestione del business programmatico. Si tratta del colosso farmaceutico GlaxoSmithKline, che starebbe costruendo un team programmatico come parte di una riorganizzazione globale della propria strategia di acquisto media, secondo un annuncio di lavoro postato online e fonti vicine all’azienda. Il principale focus del team sarà quello di gestire negoziazioni con varie piattaforme, tra cui Google e Facebook. Leggi di più su Digiday [a pagamento].

Nuovo look per AdMob di Google

Sul suo blog ufficiale, Google annuncia una nuova immagine per AdMob, la sua piattaforma per la monetizzazione delle app. “Siamo impegnati ad offrire un’esperienza di monetizzazione top di gamma per le app, ed è per questo che stiamo facendo evolvere il modo in cui AdMob interagisce con gli sviluppatori di app”, spiega la società. La piattaforma adesso ha un nuovo logo, più coerente col resto dell’offerta pubblicitaria di Big G. Leggi di più sul blog di Google.

La tech tax? Non per forza è qualcosa di negativo. Il parere del global chief platforms officer di Wavemaker

“Una tassa non è necessariamente qualcosa di negativo. Come le tasse che paghiamo nella nostra vita quotidiana, alcune finiscono nella burocrazia e vanno perdute, altre invece vengono utilizzate per migliorare le infrastrutture che ci permettono di andare da un punto A a un punto B più velocemente e in maniera più efficiente”. Così Oleg Korenfeld, global chief platforms officer di Wavemaker Global, introduce la sua opinione sul tema della tech tax del programmatic, sottolineando come, in un complesso mercato che conta svariati operatori, è importante capire che destinazione hanno le varie porzioni di spesa degli advertiser, prima di determinare quali effettivamente portano valore e quali invece possono essere evitate senza intaccare le performance delle campagne. Leggi di più su ExchangeWire.

Google accredita Kantar come “Measurement Partner” per l’analisi dell’efficacia pubblicitaria

Google ha annunciato la certificazione di Kantar come partner accreditato di misurazione di terza parte a livello globale. La società di WPP specializzata in ricerche, consulenza e data management entra quindi nel novero delle società accreditate a collaborare con in brand che intendono analizzare la performance degli investimenti media sulle piattaforme Google.

Kantar offrirà sia brand lift insights – analisi di valutazione dell’impatto sul brand – sia analisi di misurazione indipendente della reach sulle campagne pubblicitarie attivate sulle properties di Google.

“Comprendere e misurare la pubblicità digitale è fondamentale per l’ottimizzazione delle campagne multicanale. Con questa partnership, Kantar è ora all’avanguardia nel fornire agli inserzionisti una visione affidabile e indipendente dei risultati del Brand e dell’impatto della loro pubblicità quando Google è nel piano media”, afferma in una nota Eric Salama, CEO di Kantar.

Google Measurement Partners riunisce partnership nuove ad altre già esistenti ed offre ai brand una vasta gamma di soluzioni per misurare l’efficacia dei propri media. Il programma è in fase di lancio con oltre 20 partner verificati in sette aree specifiche: viewability, reach, brand safety, brand lift, sales lift, app attribution, e marketing mix modeling.

“Siamo molto contenti di questa nuova opportunità – ha commentato Federico Capeci, CEO Italy e chief digital officer Kantar, Insights Division – che dimostra quanto Google sia attenta ai temi di misurazione della performance e di valutazione dell’investimento media, così importanti per i Brand. Ora Kantar potrà fornire ai Clienti risposte sempre più complete, integrando nelle misurazioni anche le properties Google”.

“Si tratta di un altro importante risultato del nostro Gruppo – ha poi aggiunto Mauro Stoico, Country Leader Italy di Kantar Media – che ci offre strumenti sempre più innovativi ed efficaci non solo in ambito di rilevazione della reputation e di PR monitoring, ma anche di valutazione del media spending”.

Kantar è stata selezionata da Google come Partner accreditato, sulla base di una revisione della metodologia di analisi, delle pratiche sulla privacy e delle capacità tecniche.

GDPR, Google ancora al lavoro sull’implementazione del Framework IAB

A maggio, pochi giorni prima dell’entrata in vigore del GDPR, Google aveva ufficializzato la sua posizione in tema di protezione dei dati, dimostrandosi aperta a partecipare al Transparency and Consent Framework di IAB Europe, la piattaforma lanciata dall’associazione per creare uno standard per la raccolta e la condivisione del consenso sul trattamento dei dati all’interno della filiera pubblicitaria. Un’apertura che – a detta di Big G – si sarebbe tramutata entro agosto in una effettiva e concreta adozione del framework, dopo un’attenta analisi delle sue caratteristiche e del suo funzionamento.

A più di tre mesi di distanza, però, Google non ha ancora mantenuto fede alla promessa fatta: l’attuale soluzione per la gestione dei consensi della società, Funding Choices, non è ancora infatti una CMP registrata nelle liste di IAB, il che vuol dire che il consenso che raccoglie non è libero di essere condiviso con altre piattaforme compatibili al Framework.

Uno dei punti forte del Framework IAB, infatti, è che consente alle CMP compatibili di far circolare i consensi raccolti tra le varie piattaforme (SSP, exchange, ad server, DSP, DMP, servizi di tracking e misurazione) di cui l’editore si serve per i propri servizi, pubblicitari e non. La maggior parte degli operatori del programmatic ha sviluppato CMP compatibili con tale framework, ma ancora non Google, appunto, che al momento ritiene valido solo il consenso raccolto attraverso piattaforme di sua proprietà.

Big G, a quanto pare, starebbe ancora studiando il Framework, e sarebbe in procinto di formalizzare la sua partecipazione, come ha dichiarato un portavoce della società alla testata AdExchanger: “Negli scorsi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con IAB Europe per assicurare che i nostri prodotti siano interoperabili con il Transparency and Consent Framework – ha spiegato-. Siamo in procinto di formalizzare la nostra partecipazione al framework e ci auguriamo che l’integrazione possa venire il più velocemente possibile“. Nessuna nuova data però è stata comunicata per il lancio della CMP ufficiale di Google.

All’indomani dell’entrata in vigore, a fine maggio scorso, del GDPR, e dopo che numerosi exchange avevano registrato una forte riduzione di domanda in particolare da parte di Google DBM (anche in Italia), Google aveva sviluppato una soluzione temporanea in modo da consentire agli editori con CMP compatibile col framework IAB di passare a Google il consenso raccolto per la targettizzazione della pubblicità. Google aveva anche avviato degli accordi con alcuni operatori del programmatic per facilitare il passaggio dei consensi.

Ma nonostante questa mossa ad interim, il ritardo della partecipazione di Google al Transparency and Consent Framework costituisce un problema per molti editori e fornitori di tecnologia, come fa notare AdExchanger. E tra le sue conseguenze potrebbe non esserci solo un eventuale calo di domanda e CPM per le inventory non targettizzabili.

Il fatto che Google non abbia una CMP compatibile col Framework, infatti, può costituire anche un freno in generale all’adozione delle CMP. Basti pensare a quanto utilizzati sono gli strumenti di Google dalla maggior parte degli editori in Europa. Editori che, con ogni probabilità, tenderanno ad affidarsi alle soluzioni della società – anche se non sono compatibili col framework IAB – anche per la policy GDPR.

Non lasciate che i vostri dati marketing finiscano in un vicolo cieco

In un mondo basato sui dati, i responsabili aziendali sono ben consapevoli del ruolo cruciale che la conoscenza dei clienti svolge nel guidare attività commerciali o di marketing di successo. Ma quando si tratta di utilizzare questi dati per impostare le strategie e garantire il successo aziendale, sia a breve che a lungo termine, molte aziende non sanno davvero come leggerli per utilizzarli in maniera corretta.

Pianificando una parte significativa della loro spesa pubblicitaria su walled garden come Facebook e Google – il 2017 ha visto i giganti digitali attrarre l’85% di tutta la spesa pubblicitaria onlinei marchi non stanno semplicemente investendo denaro, ma stanno cedendo il controllo dei loro dati.

Questa fiducia incondizionata che i brand hanno nei walled garden e nel fatto che riescano a ottenere risultati comporta che, per troppi brand, non ci sia un ritorno da tutti i dati che hanno a disposizione e che, una volta terminata la campagna pubblicitaria, manchino insight, output e risultati.

Solo attraverso un approccio trasparente rispetto a quali dati vengono utilizzati, quanto viene speso e quali risultati vengono raggiunti, le aziende possono valutare accuratamente il successo della loro campagna pubblicitaria. Senza la condivisione aperta di dati e intuizioni, i marchi continueranno a trovarsi in una situazione di grave svantaggio, incapaci di conoscere i propri clienti e di costruire strategie efficaci a livello aziendale.

La trasparenza è fondamentale per l’engagement dei consumatori

Con il costante aumento dei canali digitali, il pubblico si sta frammentando sempre di più. Raggiungere i consumatori nel posto giusto, al momento giusto, con il contenuto giusto e nel contesto giusto non è un’impresa da poco.

Per affrontare questa sfida, gli inserzionisti cercano di creare esperienze pubblicitarie personalizzate in modo da costruire un engagement costante con i consumatori.

Eppure, le piattaforme su cui si concentrano prevalentemente gli annunci non sono in grado di fornire la trasparenza necessaria per uno scambio a doppio senso di informazioni di alta qualità. E senza questi dati, i brand si ritroveranno privi degli strumenti necessari per creare campagne che catturino l’attenzione dei consumatori.

La promessa di una reach più ampia non dovrebbe più essere sufficiente per giustificare spese eccessive all’interno di un walled garden. Questo è particolarmente vero se ci si ferma a pensare alla vasta gamma di inventory di spazi che esistono al di fuori di organizzazioni come Facebook e Google, dove i brand possono comunicare e interagire con i clienti.

Abbattere i muri per un maggiore successo

Il mondo dei dati non deve spaventare. Una comprensione chiara e sensata da parte dei brand, su quali dati hanno a disposizione e su come possono utilizzarli per migliorare le campagne pubblicitarie e ampliare le strategie aziendali, non dovrebbe essere un obiettivo irraggiungibile.

Tuttavia, l’attuale panorama pubblicitario mostra una situazione in cui gli inserzionisti sono limitati a una conversazione a senso unico, in cui i walled garden prendono i dati dei consumatori, li utilizzano e non li condividono.

Come possono gli inserzionisti abbattere queste barriere e capitalizzare i dati a portata di mano per preparare la loro azienda al futuro?

Come possono garantire che i loro dati rientrino in loro possesso?

La risposta è utilizzando una piattaforma che ponga al centro la trasparenza.

Per agire in maniera corretta un inserzionista, deve cercare un’azienda tecnologica, non solo un’azienda media, che possa fungere da partner strategico. Questo partner dovrebbe essere in grado – e disposto – a fornire approfondimenti sui dati raccolti, per una maggiore comprensione da parte del cliente dei risultati che si stanno ottenendo dalla campagna in corso. I risultati devono essere condivisi, non nascosti.

Dopotutto, perché avere accesso a tutti questi dati se un partner non li utilizzerà in favore dell’inserzionista e dell’utente finale? Solo in questo modo si potrà ottenere un maggiore ritorno sugli investimenti pubblicitari. Lavorando in partnership, i clienti e i loro fornitori possono rendere più intelligenti i marketer o le agenzie e garantire che ogni campagna contribuisca ad una strategia utile per costruire un business più forte e di successo.