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Disney sigla un accordo globale con Google per la pubblicità digitale

The Walt Disney Co. passa a Google. Le due società hanno siglato un accordo pluriennale che vedrà tutti i brand e le property della media company a livello globale – tra cui Disney, ABC, ESPN, Freeform, Marvel, Pixar e Star Wars – utilizzare la piattaforma pubblicitaria di Big G per l’erogazione e l’ottimizzazione degli annunci adv.

In particolare, Disney – che già lavorava con Google per alcune attività di ad serving – porterà adesso l’intero suo bacino di inventory video e display su Google Ad Manager, che diventerà la principale piattaforma ad tech dell’azienda, ruolo che in precedenza era affidato a FreeWheel.

Grazie all’accordo, hanno spiegato le due società, Disney sarà in grado di offrire ai suoi inserzionisti “un’erogazione cross-piattaforma ottimizzata e misurazioni sulle performance” sia a livello video che display. La pubblicità erogata tramite Google spazierà infatti su vari tipi di contenuti, dai video on-demand di lunga durata, a quelli in straming dal vivo, a quelli brevi, alle notizie (sia video che testuali). La partnership prevederà anche lo sviluppo congiunto di nuove soluzioni e tecnologie per video, mobile, in-app e display.

Secondo Aaron LaBerge, CTO di Disney per il segmento Direct-To-Consumer e International, l’azienda avrebbe cominciato a pensare a un cambio di partner tecnologici dopo la riorganizzazione interna dello scorso marzo, che ha portato tra l’altro alla creazione della business unit dedicata alla vendita pubblicitaria a livello globale di tutte le media property. Ed avrebbe anche valutato l’opzione di costruire (anche tramite eventuali acquisizioni) una stack tecnologica proprietaria. Tuttavia, ha dichiarato LaBerge, considerando i continui investimenti di Google nel settore «era meglio per noi considerare una collaborazione che perdere tempo a creare qualcosa di già esistente, e con la scalabilità che sappiamo».

L’accordo copre anche gli annunci sul nuovo servizio per abbonamenti ESPN+ e – qualora un giorno ospitasse pubblicità, il che al momento non è previsto – anche quella sulla piattaforma di streaming Disney+, che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo. Non include invece le inventory di Hulu (di cui Disney possiede attualmente il 30% delle azioni), che è dotata di una propria soluzione ad tech. La portata dell’incarico, tra l’altro, potrebbe ampliarsi in futuro in considerazione dell’acquisizione da parte di Disney degli asset di 20th Century Fox (che comprendono, peraltro, anche il 30% di Hulu).

Attualmente le property digitali Disney aggregate raggiungono 230 milioni di utenti nel mondo, che passano su di esse oltre 14 miliardi di minuti al mese (dati comScore di settembre 2018).

Il Cost per Click in Italia: dove sono più alti i prezzi? Lo studio di SEMrush

In quali settori merceologici e in quali regioni italiane i prezzi degli annunci cost-per-click di Google Ads sono più alti? A queste domande ha provato a rispondere la società di marketing online SEMrush con uno studio.

Lo studio ha rivelato che la regione con gli annunci Cost per Click più costosi è la Lombardia, con il CPC più alto nella stragrande maggioranza dei settori merceologici analizzati. In soli due settori il primato è di altre regioni: la Campania nella Farmacia e la Puglia nelle Criptovalute. La Valle d’Aosta è invece la regione dove il Cost per Click, per la maggior parte dei settori, costa di meno.

Anche nelle varie industrie i numeri cambiano. Come mostra il grafico, ci sono settori dove il prezzo per gli annunci nelle diverse regioni non cambia tanto, come per esempio per Moda o Farmacia. In alcuni settori, invece, c’è un’ampia differenza dei costi, come per Assicurazioni – il settore con i Cost per Click più alti – o Marketing e Pubblicità.

semrush

“Lo studio – spiega la società in una nota – dimostra che per ottenere la massima efficienza da Google Ads è necessario considerare le località target all’interno di un Paese. Per la distribuzione del budget in modo efficace tra le diverse campagne regionali si deve analizzare cosa succede nel mercato e valutare il potenziale di una strategia PPC locale per il proprio settore specifico“.

Google, da oggi il tracciamento parallelo è obbligatorio. Cosa cambia per i brand

A partire da oggi, Google renderà il tracciamento parallelo la modalità di default per tracciare attraverso società esterne le performance degli annunci Google Search e Shopping Ads. Da marzo 2019 la funzione sarà obbligatoria anche per le campagne display e video sulla piattaforma.

Fino ad ora, la funzione del tracciamento parallelo era opzionale. Introdotta da Google lo scorso anno, essa prevede che i clienti che cliccano su un annuncio vengano indirizzati direttamente dall’annuncio all’URL finale (senza passare prima per URL di monitoraggio), mentre la misurazione dei click viene eseguita in background.

Di fatto, una soluzione che consente di ridurre le latenze tra i click e il caricamento delle pagine, riducendo la perdita di visitatori e dunque contribuendo all’aumento delle conversioni e a un miglioramento del rendimento degli annunci.

Cos’è il tracciamento parallelo e come funziona

Ma cos’è e come funziona il tracciamento parallelo? Si tratta di una modalità di tracciamento dei click su un annuncio, che di fatto, invece di reindirizzare l’utente che clicca su una campagna su un’URL di tracciamento di Google prima di portarlo sul sito dell’inserzionista, separa il tracciamento pubblicitario dalla user experience, avviando il meccanismo in background al click dell’utente.

Quindi, col tracciamento parallelo, una volta che l’utente clicca su un annuncio, verrà trasferito direttamente alla pagina di destinazione, mentre, separatamente e in background, viene caricato il click tracker di Google Ads e l’URL di monitoraggio.

Senza il monitoraggio parallelo, l’utente invece passa attraverso uno o più reindirizzamenti prima di raggiungere la pagina di destinazione. Con la conseguenza di impiegare più tempo a raggiungere la pagina dell’inserzionista.

Cosa devono fare le aziende

Alcune aziende non dovranno fare nulla per prepararsi a questa novità, da oggi obbligatoria. Si tratta, in particolare, di quei brand che non utilizzano tracker pubblicitari terzi – che implicano un passaggio tra Google e il sito dell’inserzionista – e che semplicemente registreranno una velocizzazione del tempo di caricamento delle pagine in maniera automatica.

Gli inserzionisti che invece utilizzano tracker che impongono “rimbalzi” o “reindirizzamenti” hanno invece delle azioni da compiere per evitare problemi nel tracciamento pubblicitario e difficoltà nella loro capacità di misurare le performance delle campagne. Dovranno, ad esempio, confermare che i loro sistemi di tracciamento utilizzino HTTPS, controllare la codifica delle URL e assicurarsi che il tracking continui a monitorare tutti gli utenti dopo la migrazione al nuovo sistema.

Chatbot all’interno di campagne display: al lavoro una startup di Google

La nuova frontiera della pubblicità digitale? E’ l’annuncio “conversazionale”. E tra le società che lo stanno facendo diventare realtà c’è anche una startup incubata da Google. Si chiama AdLingo ed ha sviluppato una piattaforma che mette a disposizione dei brand un framework di annuncio display in cui posizionare campagne conversazionali, ossia contenenti un chatbot.

In particolare, la soluzione consente di far comportare un annuncio display come un’app di messaggistica. “Attraverso AdLingo, gli inserzionisti potranno posizionare i loro assistenti chatbot all’interno di spazi display interattivi, e raggiungere i loro target in maniera scalabile”, spiega la società in una nota.

AdLingo non sviluppa i chatbot, piuttosto integra strumenti di altre società specializzate, come Dialogue Flow, Microsoftbot Framework, LiveEngage, Blip, Valassis Digital e LivePerson per poi distribuire tali “esperienze conversazionali” in rete.

Gli annunci di AdLingo vengono erogati in maniera programmatica attraverso l’ad network di Google e, come succede con molti annunci display, il loro pagamento è su base CPM. Qualora, oltre la semplice visualizzazione dell’annuncio, avvenga un’effettiva “conversazione” tra utente e brand attraverso la campagna, all’inserzionista non verranno addebitati ulteriori costi.

Google ha un nuovo capo della pubblicità

Oggi nella nostra rassegna parliamo di una nuova nomina in Google, della piattaforma ad tech di Samsung e di un’alleanza in Germania sul fronte privacy.

Nuovo capo della pubblicità per Google

Google ha un nuovo capo della pubblicità. E’ Prabhakar Raghavan, ex VP Engineering delle app cloud della società. Il manager ha preso il posto di Sridhar Ramaswamy, a capo del business pubblicitario di Big G per i passati 15 anni, che ha lasciato l’azienda per diventare General Partner di Greylock Partners. Raghavan, veterano nel campo del Search e dell’Intelligenza Artificiale, coordinerà sia la parte di prodotto che quella ingegneristica. Leggi di più su MediaPost.

Samsung mette a punto la sua piattaforma ad tech

Con 32 milioni di Smart TV solo negli Stati Uniti, Samsung è il principale produttore di televisori intelligenti nel mondo, e da qualche tempo ha deciso di sfruttare questo suo successo di vendite per mettere a punto un’offerta pubblicitaria ad hoc – Samsung Ads – sui suoi dispositivi video. In particolare, l’azienda coreana ha messo a punto un modo per connettere le inventory OTT e lineari per i suoi clienti, utilizzando i suoi dati televisivi di prima parte all’interno di una stack pubblicitaria completa. L’offerta «è unica – spiega Tom Fochetta, VP of advertising sales di Samsung Ads -. Abbiamo una nostra DSP proprietaria, possiamo raggiungere gli utenti su Smart TV, mobile o desktop e seguirli in tutto il loro content journey». Samsung non vende i propri dati ad altre società, ma opera come un mini “walled garden”. Leggi di più su AdExchanger.

In Germania un’alleanza di aziende mira a proteggere la privacy degli utenti

Un’alleanza di aziende dei settore media, ecommerce e ISP (Internet Service Provider) sta lanciando una “soluzione unificata per il login dei consumatori”, che darà agli utenti un maggior controllo sulle loro impostazioni della privacy online. Il prodotto, che sarà disponibile nel giro di due settimane, è stato disegnato per rispondere alle nuove norme per i contenuti e la data privacy, ora diventate più stringenti con la definitiva entrata in vigore del GDPR, e consente agli utenti, una volta stabilite le impostazioni di privacy, di renderle automaticamente effettive su tutte le piattaforme coinvolte nell’intesa. L’alleanza, fondata lo scorso anno dai broadcaster tedeschi Prosiebensat.1 e RTL group e dall’ISP United Internet, conta ora svariati partner, tra cui Spiegel, Gruner+Jahr, Zalando, Scout24 e GroupM Germany. Leggi di più su Digiday.

YouTube, nuove estensioni e possibilità di misurazione per gli annunci

Le aziende che pianificano annunci su YouTube potranno ora aggiungere alle loro campagne una serie di informazioni aggiuntive, e misurare le performance della loro pubblicità in maniere più approfondita.

Google ha infatti annunciato una serie di nuove estensioni pubblicitarie, grazie alle quali gli utenti della piattaforma video vedranno le loro esperienze pubblicitarie arricchite di nuove informazioni “orientate all’azione”, come gli orari di programmazione dei cinema contestualmente allo spot di un film, o la possibilità di effettuare prenotare una camera sotto l’annuncio di un albergo. Fino ad ora, erano a disposizione dei brand (in beta) solamente estensioni di localizzazione o form da far compilare agli utenti.

Contestualmente, sono state anche ampliate le opzioni di misurazione relative alle metriche di Brand Lift. Le aziende potranno adesso visualizzare il numero di “lifted users” (gli utenti che sono stati influenzati da un annuncio) e il “cost-per-lifted-user” (il costo per efficacia dell’annuncio su singolo utente). I dati di misurazione del Brand Lift saranno inoltre ora disponibili all’interno delle dashboard di Google Ads e di Display & Video 360.

Google, infine, ha comunicato di avere ampliato il roster dei suoi partner esterni per la misurazione: oltre a Oracle Data Cloud e Nielsen Catalina Solutions, le aziende di beni di largo consumo potranno misurare le loro campagne su YouTube anche attraverso la società di ricerca IRI.

Su Google la misurazione della viewability diventa “personalizzabile”

Google ha annunciato il lancio di tre nuove modalità di misurazione all’interno della sua piattaforma d’acquisto Display & Video 360 (precedentemente nota come DoubleClick Bid Manager).

La prima è relativa alla viewability degli annunci, e si chiama “Custom viewability metric“. Come indica lo stesso nome, essa consente agli inserzionisti di creare criteri personalizzati per la definizione di viewability di una campagna video, misurata attraverso la soluzione Active View di Google. Gli advertiser potranno scegliere ad esempio la percentuale dell’annuncio all’interno dello schermo o il tempo di visualizzazione che secondo loro sono necessari perché la campagna sia considerabile come un’impression. Una volta selezionate, tali metriche saranno applicabili su tutte le campagne video, e saranno visualizzabili all’interno della piattaforma insieme ai metodi di misurazione standard come quelli del Media Reating Council.

La novità risponde alle perplessità di vari operatori pubblicitari – come GroupM – che non sono convinti che gli attuali standard dell’industria forniscano riferimenti adeguati per la misurazione della visibilità degli annunci.

Un’altra novità è la reportistica Unique Reach, che consente di deduplicare gli utenti sui vari dispositivi, campagne, inventory e formati. La soluzione, applicabile su annunci video e display, consente di misurare con più efficacia il numero di utenti unici e di impression medie per utente. Google ha anche allargato la finestra di indagine a fino a tre mesi, e la portata della reportistica sia a livello di campagna che di sito.

Infine, la misurazione della Brand Lift viene ampliata dalla sola YouTube a tutti gli annunci video acquistati tramite Display & Video 360. Una novità con cui Google intende offrire ai brand la possibilità di misurare facilmente l’impatto degli spot su metriche come la brand awareness, l’ad recall e la consideration. Adesso sarà possibile vedere anche come gli annunci video impattano sul numero di ricerche del brand su Google Search e su YouTube, e segmentare la reportistica per pubblico, creatività ed editore per comprendere meglio le performance di un annuncio.

Attualmente tale tipo di reportistica Brand Lift è accessibile solo attraverso il team account di Google, ma nei prossimi mesi verrà resa disponibile anche in modalità self-service.

Tutte e tre le novità sono disponibili a livello globale.

Insieme a queste novità, Google ha annunciato anche di aver ricevuto nuove certificazioni dal MRC e di aver aggiornato le sue partnership con società terze per la misurazione: ai partner per la reach Nielsen, comScore e Kantar si è aggiunta ora anche Meetrics, e l’intergrazione di YouTube nel mobile Digital Ad Ratings di Nielsen per la reach in-app è stata ampliata questo mese anche all’Italia.

Google Data Studio abbandona la fase beta e diventa disponibile a tutti gli utenti

La piattaforma di reportistica e visualizzazione dati Google Data Studio,  ha abbandonato la versione beta ed è ora disponibile alla totalità degli utenti. Lo ha comunicato la società in un articolo sul suo blog.

Parte della Marketing Platform (GMP) di Big G, il prodotto è integrato con Analytics, Ads, Display & Video 360, Search Ads 360, YouTube Analytics, Sheets and BigQuery. Inoltre, i marketer possono connettere la soluzione a centinaia di altre fonti di dati non provenienti da Google.

In questi due anni – il prodotto è stato rilasciato nel 2016 come versione gratuita di Data Studio 360 – la società ha aggiunto nuove funzioni a Data Studio. Da questo mese, gli utenti di GMP possono accedere ai rapporti della piattaforma all’interno di altri prodotti, inclusi Analytics, Optimize e Tag Manager. Insieme con altri aggiornamenti, in agosto, Google ha introdotto la possibilità di combinare dati da fonti multiple in un singolo grafico o tabella.

Google: “Bisogna ricordare agli utenti i benefici della pubblicità data-driven”

Oggi nella nostra rassegna parliamo di Google, Salesforce e di un nuovo esperimento in campo OOH.

Google: “Bisogna ricordare agli utenti i benefici della pubblicità data-driven”

La sfiducia dei consumatori nei confronti della pubblicità data-driven ha raggiunto un punto di crisi, ed è necessario ricordare loro quello che essa offre in cambio. E’ questo il messaggio che Sridhar Ramaswamy, SVP of ads and commerce di Google, ha lanciato in occasione dell’evento Data Summit di Dublin. «Sta a tutti noi affrontare la crisi che ci sta davanti – ha detto il manager -. Senza la fiducia degli utenti, senza la convinzione sincera che tra tutte le parti coinvolte nell’ecosistema ci sia un onesto scambio di benefici, non ci sarà un futuro positivo». Leggi di più su AdExchanger.

Salesforce lancia un assistente vocale per il mondo business

Dopo Amazon con Alexa, Apple con Siri, Microsoft con Cortana e Google con Google Assistant, adesso un nuovo player si lancia nel mondo degli assistenti vocali, ma con una particolarità. Si tratta di Salesforce, che ha creato una piattaforma specificamente pensata per il mondo business. Si chiama Einstein Voice, e sfrutta la piattaforma di intelligenza artificiale Einstein dell’azienda per offrire una serie di servizi “vocali” ai professionisti. Grazie ad essa, i manager potranno, ad esempio, dettare dei memo ed accedere a servizi cloud senza muovere un dito. Leggi di più su Venture Beat.

Tracciare l’engagement degli utenti tramite un’affissione: il progetto di Deloitte Digital a Londra

Deloitte Digital ha implementato all’aeroporto di London City un impianto out of home che consente di misurare l’engagement degli utenti con l’informazione mostrata, attraverso una tecnologia di tracciamento dello sguardo. Ciò consente di comprendere quali parti di un annuncio effettivamente risultano attirare l’attenzione delle persone in tempo reale, e di migliorare tale apprendimento nel tempo, per rendere le campagne ancora più efficaci. Leggi di più su Campaign.

GlaxoSmithKline punta a portare in-house la gestione del programmatic

Mentra GSK si prepara a portare in-house la gestione del programmatic, Google rinnova l’immagine di AdMob e un top manager di Wavemaker Global si interroga sull’utilità della tech tax.

GSK punta a portare in-house la gestione del programmatic

Dopo Vodafone, un altro big spender si avvia a portare in-house la gestione del business programmatico. Si tratta del colosso farmaceutico GlaxoSmithKline, che starebbe costruendo un team programmatico come parte di una riorganizzazione globale della propria strategia di acquisto media, secondo un annuncio di lavoro postato online e fonti vicine all’azienda. Il principale focus del team sarà quello di gestire negoziazioni con varie piattaforme, tra cui Google e Facebook. Leggi di più su Digiday [a pagamento].

Nuovo look per AdMob di Google

Sul suo blog ufficiale, Google annuncia una nuova immagine per AdMob, la sua piattaforma per la monetizzazione delle app. “Siamo impegnati ad offrire un’esperienza di monetizzazione top di gamma per le app, ed è per questo che stiamo facendo evolvere il modo in cui AdMob interagisce con gli sviluppatori di app”, spiega la società. La piattaforma adesso ha un nuovo logo, più coerente col resto dell’offerta pubblicitaria di Big G. Leggi di più sul blog di Google.

La tech tax? Non per forza è qualcosa di negativo. Il parere del global chief platforms officer di Wavemaker

“Una tassa non è necessariamente qualcosa di negativo. Come le tasse che paghiamo nella nostra vita quotidiana, alcune finiscono nella burocrazia e vanno perdute, altre invece vengono utilizzate per migliorare le infrastrutture che ci permettono di andare da un punto A a un punto B più velocemente e in maniera più efficiente”. Così Oleg Korenfeld, global chief platforms officer di Wavemaker Global, introduce la sua opinione sul tema della tech tax del programmatic, sottolineando come, in un complesso mercato che conta svariati operatori, è importante capire che destinazione hanno le varie porzioni di spesa degli advertiser, prima di determinare quali effettivamente portano valore e quali invece possono essere evitate senza intaccare le performance delle campagne. Leggi di più su ExchangeWire.