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GDPR, Oath mette in campo misure per la conformità a livello globale

Oath è una delle prime grandi società pubblicitarie a fornire un orientamento sulla General Data Protection Regulation, il provvedimento che regola la gestione e la raccolta dei dati personali dei cittadini europei. In vista dell’entrata in vigore delle nuove norme, prevista il 25 maggio, la controllata di Verizon ha avviato un processo di adeguamento a livello internazionale.

Rispettando il principio di “privacy by design”, Oath ha formato una squadra globale per la privacy con lo scopo di supervisionare la conformità e nominerà un data protection officer, requisito essenziale per rientrare nel canone della GDPR.

In un articolo, Doug Miller, Chief Privacy Officer della società, ha delineato alcuni importanti cambiamenti nell’approccio alla riservatezza e alla protezione dei dati, sia per quanti utilizzano i servizi di Oath sia per gli inserzionisti e gli editori.

Queste azioni includono l’aggiornamento dei sistemi pubblicitari e l’aggiornamento dei contratti per garantire una corretta raccolta, distribuzione ed elaborazione dei dati. Inoltre, la società ha in programma di introdurre un pannello di controllo per la privacy che permetterà agli utenti di modificare le loro preferenze sui dati per qualunque marchio controllato.

Per gli editori, Oath introdurrà un sistema di gestione del consenso per captare, immagazzinare e validare dati posseduti e gestiti, inclusi quelli di terza parte.

Verizon punta a un’alleanza con le altre telco sul fronte dati: una sfida a Google e Facebook

Verizon punta a sfidare Google e Facebook sul fronte dati.

Secondo quanto riporta Business Insider, il gigante di servizi tecnologici e internet, che ha appena ultimato l’acquisizione di Yahoo e lanciato Oath (società sotto il cui ombrello opereranno una cinquantina di brand media e tecnologici), starebbe pensando di avviare una “data partnership” con alcuni tra i principali operatori di telefonia, tra cui T-Mobile, Vodafone e Telefónica.

L’intenzione sarebbe quella di mettere insieme i dati sui consumatori, da utilizzare poi a fini di targeting pubblicitario. Una vera sfida nei confronti delle OTT Google e Facebook, la cui forza sta anche e soprattutto sui dati accurati in loro possesso, relativi a milioni di consumatori ed utilizzati dai loro inserzionisti per targettizzare gli utenti con pubblicità più rilevanti.

Verizon possiede già un ampio bacino di dati utilizzabili per il targeting pubblicitario, informazioni per esempio su dove vivono gli utenti dei suoi servizi o su quali applicazioni utilizzano, ma i numeri, per quanto corposi, sono ancora poca cosa rispetto a quelli dei due colossi del web. Negli Stati Uniti, riporta Business Insider, gli utenti della compagnia sono 150 milioni, a cui potrebbero aggiungersi altri 72 milioni se si realizzasse un’alleanza con T-Mobile. In più, accordi con compagnie quali Vodafone e Telefónica consentirebbero a Verizon di estendere a nuovi mercati la propria portata, al momento circoscritta soprattutto al mercato USA, a confronto dei network globali di Facebook e Goggle.

Naturalmente non è una cosa facile come sembra. Gli operatori infatti potrebbero non essere d’accordo a mettere in comune tutti i dati a loro disposizione, e la possibilità di sfruttare le informazioni sugli utenti a fini pubblicitari potrebbe scontrarsi con le normative vigenti nei vari mercati, a differenza di quanto succede in USA.

I prossimi avversari di Google e Facebook? Le telco mobile

Gli operatori di telefonia mobile potrebbero presto giocare un ruolo importante nel mercato dell’ad tech.

In un contesto pubblicitario sempre più data-driven, i “mobile carrier” possiedono infatti qualcosa di infinitamente prezioso per le aziende: i dati sui loro utenti. Una risorsa che, se usata adeguatamente, potrebbe arrivare a rendere queste società dei partner cui affidarsi per costruire strategie di audience targeting o per misurare l’efficacia delle campagne.

Ed a quanto è emerso nei giorni scorsi al Mobile World Congress di Barcellona, alcune di queste aziende telco sarebbero anche disposte ad allearsi in network, mettendo insieme i dati di ciascuna per creare un nuovo, potente, bacino di informazioni a servizio delle aziende che vogliono raggiungere i loro consumatori ovunque siano. Un bacino che potrebbe raggiungere grandi numeri, ed arrivare a porsi come alternativa ai grandi walled garden di Google e Facebook.

In occasione di un panel all’evento di Barcellona, Dan Rosen, global director of advertising del gigante di telefonia spagnolo Telefónica, ha affermato infatti che gli operatori di telefonia mobile hanno il potenziale per allearsi tra di loro, unendo dati e base di utenti, e raggiungendo così una portata tale da contrapporsi a colossi come Google e Facebook, che attualmente si stima raggiungano insieme circa l’85% della spesa pubblicitaria digitale.

Quello dell’ad tech è un terreno ancora poco esplorato dalle aziende telco, e particolarmente redditizio. Ma per porsi sul mercato in maniera efficace non basta avere i dati, bisogna averne tanti. E dunque, quella delle alleanze diventa una via fondamentale per farsi sentire e raggiungere l’obiettivo, un obiettivo che deve far superare la competizione tra singoli brand: «Noi non vediamo gli altri operatori come nostri competitor qui – ha aggiunto Rosen -. Li vediamo come nostri partner».

Anche Mark Connon, chief mobile and data officer di AOL (Verizon) si è mostrato d’accordo. Il manager, in occasione dello stesso panel, ha dichiarato che anche Verizon è aperta a collaborare con altri operatori telefonici in vari mercati per produrre servizi di audience targeting e misurazione. Connon ha aggiunto che l’ad tech è un «mercato in crescita» in ambito pubblicitario e che i dati location-based a disposizione delle telco rappresentano i «cookie del mondo reale».

Una nuova ondata di player si prepara dunque a invadere l’arena dell’advertising tecnologico? Potrebbe essere così, e in un futuro neanche troppo lontano.

Privacy su Internet, la nuova norma del Garante americano che non piace ai provider

La Federal Communications Commission (FCC), l’autorità americana delle comunicazioni, ha introdotto una normativa che obbliga i fornitori di servizi internet, come Verizon, Comcast e AT&T, ad ottenere dagli abbonati un consenso esplicito per poter vendere a marketer di terze parti i dati concernenti il comportamento online degli utenti.

Queste informazioni includono i siti web visitati, la posizione dei dispositivi mobili, l’uso delle app e altre dettagli sensibili inavvertitamente raccolti durante l’utilizzo della rete in casa o su smartphone.

Tuttavia, il nuovo regolamento non riguarda le attività di piattaforme, come Google e Facebook, che impiegano i dati personali al fine di sviluppare pubblicità mirata. Infatti, in virtù delle misure relative alla neutralità della rete approvate l’anno scorso, le società che forniscono accesso alla rete sono trattate differentemente dai siti web perché fornitrici di “utility”.

La nuova norma funzionerà davvero?

Se da una parte la decisione dell’FCC è considerata dai sostenitori dell’interesse pubblico una vittoria per i consumatori, non è ancora chiaro, fa notare Recode, quanto sarà realmente efficace. Questo perché i lunghi e complessi testi relativi alle politiche di privacy o agli accordi di licenza, con cui il business dell’online notifica e ottiene il consenso per raccogliere i dati, sono spesso  approvati solo al fine di superarli e ignorarli. Se gli Internet Service Provider saranno in grado di soddisfare i requisiti secondo queste modalità, spiega ancora la testata, gli utenti potrebbero acconsentire superficialmente alla raccolta dati, senza le dovute considerazioni.

La risposta delle compagnie internet

Dal canto loro, gli ISP si sono mostrati decisamente contrariati per il provvedimento e preferirebbero collezionare i dati clienti senza alcuna restrizione.

“Non c’è una valida ragione per assoggettare i fornitori di banda larga a regole differenti da quelle di altre società che operano su internet”, ha commentato AT&T, che ha sottolineato che, sotto queste condizioni, si impedirà ai provider di essere competitivi nell’industria.

Curiosamente, anche Google è in disaccordo: nella sua nota indirizzata all’FCC, ha dichiarato che i dati sulla cronologia di navigazione che gli operatori raccolgono non dovrebbero richiedere consenso “opt-in” dagli utenti in quanto questi dati non contengono informazioni sensibili.

Ad ogni modo, il nuovo regolamento ha carattere definitivo e se gli operatori intendono opporsi dovranno portare la Federal Communication Commission in tribunale.

Verizon acquisisce Yahoo ed espande il suo business Programmatic

Le lunghe e partecipate trattative per l’acquisizione degli asset core di Yahoo sono finalmente giunte al termine: con un’offerta del valore di 4,8 miliardi di dollari, Verizon, l’operatore americano di telefonia mobile, si è aggiudicata le principali proprietà digitali della compagnia guidata dalla Ceo Marissa Mayer.

L’operazione, annunciata oggi, espande considerevolmente l’addressable audience di Verizon, aggiungendo 600 milioni di utenti mobile attivi mensilmente che daranno ulteriore slancio alle ambizioni pubblicitarie cross-dispositivo dell’azienda.

“L’acquisizione di Yahoo collocherà Verizon in una posizione altamente competitiva e aiuterà ad accelerare il nostro flusso di ricavi da pubblicità digitale”, ha dichiarato in una nota Lowell McAdam, Ceo del colosso americano delle telecomunicazioni.

Una visione confermata dalle parole di Tim Armostrong, che oltre ad essere il Ceo di AOL è stato anche uno dei principali architetti dell’accordo: “La combinazione tra Verizon, AOL e Yahoo creerà un nuovo rivale competitivo nei media mobile e un’offerta alternativa, aperta e scalata, per inserzionisti ed editori”.

Un chiaro riferimento all’egemonia di Facebook e Google all’interno dell’arena della pubblicità mobile, un’area in cui si stima che la spesa pubblicitaria crescerà nei prossimi anni. Infatti, fa notare AdExchangerAOL e Verizon stanno cercando di interpretare un certo disagio, nutrito da inserzionisti ed editori, provocato dalla concentrazione di potere nelle mani delle due compagnie, proponendosi come terzo attore in grado di riappropriarsi di una considerevole quota di mercato.

AOL arricchisce la sua offerta di Programmatic

Le piattaforme pubblicitarie di Yahoo, in particolare l’SSP video BrightRoll, lo strumento di analytics mobile Flurry e Gemini, la soluzione per il native, saranno aggiunte alla gamma ad-tech di AOL, che dovrà lavorare parecchio per integrarle e scegliere quali marchi mantenere.

“Yahoo vanta un raggio d’azione e una scala elevati, con un’incredibile reach di pubblico”, ha commentato Mayer, “Le nostre offerte programmatiche, specialmente quelle native, mobile e video, saranno ora ospitate da AOL, che sarà in grado di gestirle. Con Verizon, vediamo maggiori opportunità per il targeting e per l’applicazione dei nostri dati”.

L’acquisizione, dalla quale sono escluse le partecipazioni in Alibaba e in Yahoo Japan, dovrebbe essere finalizzata entro il primo trimestre del 2017, e sarà soggetta all’approvazione degli enti regolatori e degli azionisti. Fino ad allora, la società di Sunnyvale continuerà ad operare indipendentemente.

Ecco come Yahoo potrebbe aiutare le telco a monetizzare i loro dati

AT&T, Verizon, ComcastGoogle, TimeMicrosoft, Warren Buffet e persino il Daily Mail. La lista di pretendenti al core business di Yahoo era, almeno in passato, piuttosto nutrita, ma adesso sembra essersi notevolmente ridotta, fino ad includere solamente alcuni grandi operatori di telefonia. A confermarlo, un articolo del Wall Street Journal, secondo il quale oggi Verizon Communications avrebbe pianificato un’offerta di tre miliardi di dollari per la compagnia internet con sede a Sunnyvale. Ma perché Yahoo fa così gola alle telco americane?

Esistono diverse ragioni, fa notare AdAge, ma alla base di tutto giace l’obiettivo di monetizzare sui dati. Le compagnie di telecomunicazione di tutto il mondo stanno investendo nella trasformazione delle proprie scie di dati in denaro, sono tutte quelle informazioni generate dalle telefonate e dai servizi di posizionamento.

Nonostante i ricavi da dati mobile per lo streaming video e altri fini stiano salendo, le entrate dell’industria telco sono piatte o in caduta, secondo 451 Research. La società di ricerca registra, infatti, che negli ultimi anni gli introiti sono diminuiti del 40% tra 40 dei più grandi operatori mobile globali. Poiché la crescita dei nuovi abbonamenti mobile sta diminuendo, le telco stanno studiando una moltitudine di nuove possibili fonti di ricavi generati dalle informazioni che possiedono sui clienti correnti, inclusi i dati sugli indirizzi di casa, demografia e le posizioni fisiche di telefoni e dispositivi degli utenti.

“Gli operatori mobili in particolare capiscono il valore di ciò che possiedono in termini di dati dei propri abbonati”, commentato ad AdAge Rich Karpinski, Principal Analyst e Mobile Operator Strategies di 451 Research, “Penso sia una reale opportunità; le telco più grandi non solo tenteranno di avere un ruolo in questo comparto, ma avranno anche successo”.

Alcuni osservatori credono che Verizon abbia maggiori probabilità di aggiudicarsi Yahoo, in parte perché la compagnia ha già acquisito un’esperienza simile attraverso la recente acquisizione di AOL (leggi qui l’articolo dedicato). Il vantaggio competitivo che Verizon otterrebbe conquistando Yahoo, in seguito all’acquisizione di AOL avvenuta nel maggio 2015 e alla successiva rilevazione in settembre dell’azienda di pubblicità mobile Millennial Media (qui l’articolo dedicato), potrebbe essere un grande ostacolo alle compagnie concorrenti come AT&T, impegnate nella ricerca di nuovi strumenti di monetizzazione dei loro dati.

Mentre, da una parte, sono numerosi i potenziali utilizzi dei dati telco in molti settori, la pubblicità è fatta su misura per questo tipo di dati. E nonostante dati come questi siano tipicamente condivisi dopo essere stati estratti dagli individui, gli operatori mobile possono collegare la posizione fisica, attraverso sistemi di tracciamento telefonico, alle persone e ai loro indirizzi di fatturazione i quali possono a loro volta essere legati ai dati demografici, ai dati d’acquisto e ad altre informazioni che gli inserzionisti desiderano.

Grazie all’acquisizione di AOL, Verizon ha fornito i dati dell’azienda agli inserzionisti e ai marketer, inoltre, l’operatore telefonico americano si è accaparrato l’esperto personale vendite della pubblicità digitale. In altre parole, Verizon non ha perso tempo ad integrare tutti questi dati per scopi pubblicitari. Infatti, 451 Research ha suggerito che i ricavi della telco abbiano già beneficiato dell’operazione.

Per Verizon, AT&T e altri operatori mobili, piattaforme digitali e di pubblicità mobile e strumenti per l’email marketing come quelli di Yahoo avrebbero una grande utilità per offerte di targeting o per gli annunci che i clienti potrebbero vedere in cambio di maggiori dati per lo streaming. Yahoo offre tecnologie di search, display, video e annunci mobile, incluso l’acquisto in programmatic. L’acquisizione da parte di Verizon di AOL, e il potenziale acquisto di Yahoo, giocano anche un ruolo nel settore contenuti per quanto riguarda la pubblicità mirata, specialmente per quella video, che sta guidando i prezzi delle inserzioni premium e il crescente uso dei dati.

Ecco come AOL usa i dati mobile di Verizon per targettizzare gli utenti

AOL creda ferventemente che il futuro di Internet si svilupperà sui dispositivi mobili, che sarà potenziato dai dati e che prenderà vita su ecosistemi aperti. A dirlo è Marta Martinez, SVP di AOL Advertising, in un’intervista a MediaPost.

La manager ha rivelato che la compagnia sta utilizzando i dati mobile di Verizon, da cui è stata acquisita un anno fa (per ulteriori dettagli leggi l’articolo dedicato), per aiutare i marketer a capire il valore dei dati sui clic da dispositivi mobili, e che in questo momento le attività sono in fase di beta-test con alcuni marchi non rivelati.

«Stiamo provando a capire se qualcuno interagisce con i video durante la mattina su mobile ma non durante la notte, e cosa significa questo», ha detto Martinez, che si pone anche altri quesiti, a cui il colosso della rete spera di riuscire a rispondere: «Quali sono i dati che contano? I consumatori stanno guardando tre programmazioni nello stesso tempo su mobile, nello stesso momento della giornata?». Il nodo insomma è capire cosa possono dire i dati agli inserzionisti e quali dati sono i più significativi.

Martinez ha anche affermato che AOL si si sta concentrando su temi come la corrispondenza tra contenuto e programmatic alle decisioni data-driven, la scoperta dei giusti set di dati, e come sfruttare l’esperienza intima tra un consumatore e un marchio scalandola con l’utilizzo dei giusti segnali dai dati.

AOL punta sull'Italia: video, mobile e programmatic per scalare il mercato

AOL ha presentato ufficialmente i propri piani di espansione in Italia. All’interno della manifestazione IAB Forum, il colosso statunitese è stato infatti protagonista di una conferenza dedicata in cui ha delineato i tratti di quelle che saranno le prossime mosse di AOL nel nostro Paese. «Un passo che fa seguito all’accordo strategico decennale stretto da AOL e Microsoft in nove paesi, tra cui l’Italia», spiega Christina Lundari, nominata in seguito a questa partnership, Managing Director di AOL per l’Italia, ruolo nel quale avrà il compito di gestire un ampio progetto di crescita per armonizzare e integrare le potenzialità dell’advertising sulle property online di Microsoft, AOL e Millennial Media, piattaforma programmatica open market in grado di gestire un sistema di monetizzazione da mobile per oltre 65.000 applicazioni.

Con un impegno a innovare costantemente l’offerta del mercato pubblicitario, l’accordo offre nuove opportunità di vendita attraverso una partenership strategica tra la squadra che già gestisce le property online di Microsoft – tra cui Windows, Skype, Outlook.com, Xbox LIVE, MSN – e il team di Be On, la piattaforma di branded video syndication di AOL, in Italia da tre anni.

Aol-Italia-Numeri

In particolare, l’accordo tra Microsoft e AOL crea:

  • uno tra i più ampi pubblici globali accessibile via desktop, mobile e video con oltre 512 milioni di visitatori unici al mese (fonte: comScore Multi-Platform Worldwide Audience Custom Entity Report, Sep’15), e un’audience che comprende gli oltre 16 milioni di utenti mensili online di Microsoft, uno dei network italiani più attivi (Fonte: Audiweb View, Settembre 2015), attraverso una piattaforma che garantisce alti tassi di viewability, e brand safety;
  • la più grande Premium inventory con oltre 500 miliardi di impression mensili a livello mondiale e più di un miliardo e mezzo al mese in Italia (fonte: Dati Interni), permettendo così agli inserzionisti di raggiungere, oltre ai noti siti di Microsoft, anche gli utenti italiani che visitano le property di AOL come Huffington Post, Engadget o TechCrunch;
  • un’esperienza di buying chiara e semplice che integra i prodotti Microsoft con la proposta commerciale di AOL già consolidata sul mercato italiano da oltre tre anni;
  • la possibilità di acquisto in modalità programmatica anche per mobile, video e display con l’arrivo della piattaforma ONE by AOL che integra una SSP e una DSP (che integra a sua volta una DMP) proprietarie.

Presente alla conferenza anche Lewis Sherlock, Head of Enterprise Strategy, Interational AOL, protagonista anche di un momento della conferenza plenaria di IAB Forum. «Abbiamo trascorso gli ultimi mesi concentrati sui processi di trasformazione: la nostra azienda è stata acquisita da Verizon e in seguito abbiamo integrato importanti realtà nella nostra organizzazione, come il business advertising di Microsoft e Millennial Media. Sicuramente il 2015 sarà ricordato come una pietra miliare del nostro percorso per diventare la media company tecnologica di maggior successo».

Un percorso caratterizzato da importanti partnership e integrazioni, che nel tempo hanno determinato una realtà guidata da due principi fondamentali, Culture e Code: «La nostra forza sta nell’essere un partner completo, che produce contenuti, li distribuisce e misura l’efficacia di ogni azione», aggiunge Lundari. «Offriamo un nuovo approccio ai nostri clienti attraverso soluzioni di marketing e comunicazione di alta qualità insieme all’acquisto in modalità programmatica, semplificando il modo in cui gli inserzionisti pianificano e traendo il massimo dalle nuove tecnologie per soddisfare le esigenze in continua evoluzione dei consumatori. Da oggi, inoltre, grazie all’arrivo di alcuni layer della piattaforma ONE by AOL estendiamo la nostra offerta anche ai publisher che potranno decidere di sfruttarla per raggiungere nuovi pubblici con la loro inventory monetizzandola in modo più efficiente».

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Le primissime tappe dello sbarco della company in Italia prenderanno forma nel 2016: «Cominceremo il nostro percorso puntando sulla forza della nostra offerta video e delle nostre soluzioni per il mobile, settore quest’ultimo in cui, grazie a Millennial Media, possiamo vantare già un bacino di 20 milioni di utenti in Italia. La nuova AOL ci consente di rispondere ancora meglio alla domanda di inventory video e mobile di alta qualità da parte dei nostri clienti. Questo grazie agli asset tecnologici di AOL, come la piattaforma ONE by AOL, e alle partnership che stiamo chiudendo con i principali editori italiani ai quali offriamo la possibilità di monetizzare al meglio le proprie audience».

AOL-Mercato-Italiano

Nelle fasi conclusive dell’incontro stampa, Lundari specifica che almeno fino a giugno 2016 resterà vivo l’accordo con AppNexus per la compravendita dell’inventory del network: «Poi gradualmente renderemo attiva a tutti gli effetti la nostra piattaforma e la nostra tecnologia proprietaria».

A margine della presentazione alla stampa, Christina Lundari ha rilasciato a Programmatic Italia e a Engage alcune dichiarazioni. Ecco il video che le riassume.

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Microsoft trasferisce ad AOL la pubblicità display, anche in programmatic

Microsoft fa un passo indietro nel mercato della pubblicità display: nell’ambito di una nuova alleanza decennale, la società guidata da Satya Nadella trasferisce ad AOL (appena acquisita da Verizon) il proprio business della pubblicità display negli Stati Uniti e in altri otto mercati maggiori, Italia inclusa.

Allo stesso tempo, Bing diventerà il motore di ricerca predefinito su tutto il network AOL sia su desktop sia su mobile soppiantando Google, trasferendo di fatto a Microsoft tra l’1 e il 2 per cento del mercato search direttamente dalla market share del competitor.

AOL – che dovrebbe farsi carico anche di circa 1.200 dipendenti della società di Redmond, da ricollocare in gran parte nei reparti commerciali – assume quindi la responsabilità delle vendite dirette e programmatiche di pubblicità su display, dispostivi mobili e video su tutte le media properties di Microsoft, tra cui MSN, Windows, Outlook.com, Skype e Xbox. I nove mercati sono Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Italia, Spagna, Giappone e Brasile: oltre il 60% dei fatturati della società provengono da quest’area.

Con questa operazione, l’amministratore delegato di Microsoft, Satya Nadella, ribadisce la sua determinazione nel razionalizzare l’attività dell’azienda, portandola fuori dalle aree più deboli. La volontà di disimpegnarsi dal business della pubblicità è confermata dalla decisione di andare “all-programmatic” negli altri 10 principali mercati, molti dei quali europei, attraverso il proprio partner tecnologico Appnexus, che rimarrà il partner tecnologico per Microsoft in 39 paesi, inclusi i 9 dove Microsoft sarà rappresentata da AOL.

Rientra in questo quadro di rifocalizzazione anche un’altra novità: la vendita da parte di Microsoft a Uber di parte delle sue attività nelle mappe.

Dopo i cookie i “supercookie”: il caso Verizon-Turn dei tracker che si rigenerano

Da alcuni sono chiamati Supercookie, da altri Zombie Cookie, ma indipendentemente dal loro nome, secondo molti sono un pericolo per la privacy degli utenti in rete, e a causa loro, una delle società leader nell’advertising programmatico e data-driven è stata messa sotto accusa.

Ma partiamo dal principio.

Come spiega il Washington Post, a novembre alcuni esperti di privacy avevano avvisato dell’esistenza di una nuova tecnologia di tracking, chiamata “supercookie”, che faceva sì che gli utenti Wireless di Verizon continuassero ad essere “monitorati” nei loro movimenti in rete, anche se avevano preso provvedimenti per proteggere il loro anonimato. Verizon aveva risposto all’accusa minimizzando la questione. Gli utenti della telco in effetti possono scegliere se condividere i loro dati demografici con i partner pubblicitari di Verizon, ma non possono decidere sull’esistenza dei supercookie, che di fatto possono liberamente tracciare le loro navigazioni online.

Ma in questi giorni si è scoperto che Turn, agenzia di advertising digitale e data-driven, sta usando proprio i supercookie per tracciare le attività online degli utenti Verizon. In particolare, secondo quanto riporta Re/Code, la società identifica gli utenti utilizzando lo Unique ID Header (UIDH) di Verizon, e rigenera così i cookie che le persone hanno precedentemente cancellato. Una volta che i cookie sono stati rigenerati, Turn può continuare a tracciare l’utente, costruendo dei profili utili alle aziende che vogliono posizionare delle campagne targettizzate e condividendo gli ID con altre terze parti.

Una questione spinosa, a cui Verizon, sviluppatore del supercookie, ha risposto sottolineando, come ha detto al Washington Post il portavoce di Verizon Wireless Adria Tomaszewski «che sono in atto delle verifiche su come terze parti stanno utilizzando il codice UIDH» e che «prenderemo in cosiderazione delle risposte appropriate».

Dal canto suo, Turn, per bocca del suo general counsel e chief privacy officer Max Ochoa, ha difeso l’operato dell’agenzia, sostenendo che la cancellazione dei cookie non necessariamente significa che l’utente non voglia essere tracciato. Ma i difensori della privacy non sono d’accordo. In ogni caso, Turn rivaluterà il suo metodo e sospenderà la rigenerazione dei cookie.

Al di là di chi ha ragione e di chi ha torto, resta il fatto che, come sottolinea AdAge, identificatori come i perma-cookie stanno diventando sempre più importanti oggi per il mondo dell’advertising digitale. Dal momento che i cookie non funzionano bene sui device mobili, ci sono pochi modi per gli inserzionisti di targettizzare in maniera efficace su tutti gli schermi. Uno è attraverso i dati di login, per esempio con Facebook e MySpace, l’altro è attraverso i gestori telco, che possono creare dei loro tracker. E il potere che gli utenti hanno sugli operatori telefonici, attualmente, è ancora molto più basso di quello che hanno con i cookie tradizionali, che possono semplicemente essere cancellati dal browser.

 

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