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L’Intelligent Tracking Prevention di Safari, spiegata

L’Intelligent Tracking Prevention è una nuova funzionalità del browser Safari di Apple, che mira a proteggere ulteriormente la privacy online degli utenti, modificando il modo in cui Safari gestisce i cookie proprietari.

Prima della nozione di Intelligent Tracking Prevention, i browser desktop e mobile di Safari bloccavano per impostazione predefinita i cookie di terze parti e consentivano agli utenti iOS di bloccare gli annunci installando delle estensioni. I cookie proprietari sono stati tradizionalmente al sicuro da qualsiasi tipo di blocco o rimozione automatica, in quanto sono responsabili della fornitura di un’esperienza utente uniforme.

Il problema nasce quando i cookie di prima parte diventano tracker. Ad esempio quando un utente fa clic su un annuncio, le piattaforme ad tech sono in grado di creare un cookie proprietario, dal momento che l’utente viene indirizzato prima al dominio della piattaforma ad tech e poi alla pagina di atterraggio. Ciò consente a Safari di interpretare il cookie come cookie proprietario. Se l’utente non avesse fatto clic sull’annuncio, la piattaforma ad tech non sarebbe stata in grado di creare un cookie di terze parti, in quanto Safari li avrebbe bloccati per impostazione predefinita.

Una funzionalità, varie versioni. Un po’ di storia

Finora ci sono state varie versioni di ITP – 1.0, 1.1, 2.0, 2.1 e 2.2. Nelle versioni 1.0 e 1.1 di ITP, esisteva una funzionalità che consentiva ai tracker proprietari di comportarsi come tracker di terze parti a condizione che l’utente visitasse il sito web entro 24 ore.

Le cose sono cambiate con Intelligent Tracking Prevention 2.0, in cui questa possibilità della finestra di 24 ore è stata dismessa, a meno che l’utente non avesse dato specifiche autorizzazioni tramite l’API di accesso allo storage. Ciò chiaramente inibiva principalmente i cookies per scopi di retargeting ed attribuzione successivi, ma comprometteva anche la capacità di analizzare il comportamento degli utenti tramite tool di analytics (che ovviamente rispetto al sito risultano essere di terze parti).

Per aggirare ITP, Facebook e Google hanno messo a punto alcune soluzioni: Google ha rilasciato un tag a livello di sito per aiutare gli inserzionisti a continuare a misurare le conversioni e Facebook ha rilasciato un cookie proprietario.

Il 21 febbraio 2019, Apple ha annunciato una nuova versione di Intelligent Tracking Prevention nelle versioni beta di iOS 12.2 e Safari 12.1 su macOS High Sierra e Mojave: ITP 2.1, che rende ancora più difficile per i tracker identificare e seguire gli utenti su Safari con la scadenza di 7 giorni anche per cookie di prima parte impostati lato client. Una novità che ha avuto un forte impatto sugli strumenti di Analytics, i cui cookie sono impostati tramite libreria JavaScript.

Il 24 aprile, infine, è stato annunciato ITP 2.2 per le versioni beta di iOS 12.3 e Safari su macOS Mojave 10.14.5.

Cosa cambia adesso?

La nuova versione, che arriva a soli 2 mesi dopo il rilascio di ITP 2.1, mira a un tipo specifico di tracciamento: il monitoraggio interdominio tramite link decoration, ovvero il tracciamento tramite parametri inseriti nelle URL, come il classico referral: http://esempio.com?referrer=newsletter .

Gran parte delle funzionalità di tracking viene di fatto limitata, ma l’attribuzione click-through per alcuni tipi di campagne dovrebbe essere ancora possibile passando un ID clic univoco (o ID visitatore) nell’URL al sito web di destinazione. Da lì, il sito di destinazione può utilizzare un tag JavaScript per acquisire e memorizzare l’ID, notificando all’ad server il clic dall’ID clic fornito.

Dovrebbe anche essere possibile misurare le conversioni (attribuzione), a seconda che il dominio di riferimento sia stato classificato come dominio di tracciamento tra siti (tramite il Machine Learning Classifier di ITP), il che è probabilmente il caso della maggior parte delle piattaforme adtech. Se questo è il caso, la finestra di attribuzione sarà limitata a 24 ore come da ITP 2.2.

Le partnership di dati di seconda parte (data-coop) potrebbero anche implementare una soluzione alternativa a ITP sincronizzando gli identifiers. Lo scambio di identificatori tra siti, ad esempio tra siti partner o domini di proprietà della stessa azienda, è reso possibile passando gli ID tramite URL e quindi memorizzando gli ID in un cookie proprietario sul server (che non è bloccato da ITP, dato che il cookie è salvato lato server e non lato client). Tale aspetto potrebbe promuovere uno sviluppo inatteso dei data-coop, dal momento che potrebbe fornire un utile tool di remarketing ai siti che fanno parte del consorzio.

L’impatto sugli analytics

Le versioni ITP 1.0-2.0 hanno avuto un impatto minimo o nullo sulla maggior parte delle piattaforme di analisi o martech. Il motivo è che queste piattaforme impostavano un cookie (tramite JavaScript) direttamente dal dominio del sito web che l’utente stava visitando in quel momento. Con ITP 2.1 il metodo JavaScript è stato invece di fatto bloccato.

Nel suo blog, il Google Developer Expert Simon Ahava elenca una serie di soluzioni ITP 2.1 per gli strumenti di analisi, tra cui l’impostazione dei cookie proprietari lato server tramite risposta HTTP, l’archiviazione dei cookie proprietari nella local storage e la creazione di un server proxy inverso o il set del cookie tramite CNAME. Eccoli nel particolare:

Google, Facebook ed Affiliation Network

ITP 2.2 riduce la durata del cookie di prima parte da sette giorni a un giorno. Di conseguenza, i cookie proprietari che Facebook e Google hanno introdotto per continuare a misurare il traffico del sito e attribuire gli annunci verranno eliminati dopo 24 ore; quindi se una persona fa clic su un annuncio per un prodotto venerdì e decide di prendersi il fine settimana per pensare all’acquisto, il lunedì il cookie sarà scomparso.

Inoltre anche editori e affiliation network usano la link decoration per ottenere credito quando le persone cliccano su un link o acquistano un prodotto: senza tale credito, l’editore o il blogger potrebbero non essere ricompensati per aver contribuito all’acquisto.

OK, ma è un grosso problema? In qualche modo, sì. Ma è limitato al browser Safari di Apple, il che riduce in qualche modo la portata del suo impatto a livello complessivo. Su desktop, infatti, Safari ha rappresentato solo il 4% delle sessioni browser in tutto il mondo ad aprile 2019 secondo NetMarketShare, mentre per i dispositivi mobili Safari ha rappresentato il 26% delle sessioni.

Attribuzione pubblicitaria con un occhio alla privacy: da Apple una novità per Safari

Apple ha sviluppato una nuova tecnologia per la misurazione dell’efficacia della pubblicità sul suo browser Safari che punta a proteggere la privacy degli utenti.

La soluzione, chiamata Privacy Preserving Ad Click Attribution, differisce dalla maggior parte delle altre tecnologie principalmente perché impedisce la condivisione dei dati con terze parti e di associare singoli click a singoli identificativi di utenti.

Si basa fondamentalmente su quattro pilastri, come spiega Apple in un blog post.

Innanzitutto, gli utenti non dovranno essere identificati in maniera univoca sui vari siti web ai fini dell’attribuzione dei click pubblicitari. Ciò significa che l’informazione combinata di un click pubblicitario e una conversione non dovrà essere attribuibile a un singolo utente. A tal proposito, Apple limiterà il numero di ID (identificativi) di campagna utilizzabili per il tracciamento a un massimo di 64: fino a 64 campagne pubblicitarie, dunque, potranno essere misurate in parallelo per sito e inserzionista; un numero relativamente basso che renderà più difficile associare questi identificativi a singoli click e dunque a singoli utenti.

Inoltre, per far sì che solo i siti visitati dagli utenti possano essere coinvolti nella misurazione di click e conversioni, e non terze parti, Apple richiederà che il link pubblicitario sia parte di un sito di prima parte e riporterà solo sul sito in cui è avvenuta la conversione.

Ancora, per preservare ulteriormente la privacy degli utenti nella misurazione dei click pubblicitari, Apple ha dichiarato che invierà i report di attribuzione in una Modalità Anonima di Navigazione dedicata, anche se l’utente non sta navigando in anonimo; non consentirà l’utilizzo di dati come i cookie per motivi di reportistica; ritarderà i report di 24-48 ore; e che il Privacy Preserving Ad Click Attribution non verrà supportato se l’utente naviga in incognito.

Infine, nemmeno la stessa Apple potrà conoscere i click pubblicitari o le conversioni: la nuova funzione agirà infatti completamente all’interno dei dispositivi, senza che il fornitore del browser possa vedere i dati.

“La pratica dell’attribuzione dei click pubblicitari di oggi non ha praticamente limiti sulla quantità di dati, il che fa sì che sia possibile tracciare gli utenti sui vari siti utilizzando i cookie – spiega Apple nel blog post -. Mantenendo bassa l’entropia dei dati di attribuzione, crediamo che la reportistica possa essere fatta garantendo la privacy degli utenti“.

Attualmente, la tecnologia è offerta come strumento sperimentale su Safari Technology Preview 82+ e, secondo quanto riporta TechCrunch, sarà disponibile per gli sviluppatori più avanti nel corso di quest’anno.

Sizmek illustra i piani di sviluppo in Italia per il 2018

Con il 2017 si è conclusa la fase di integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel, che ha portato alla nascita di un unico team di trenta specialisti altamente qualificati guidato da Enrico Quaroni, Managing Director per l’Italia di Sizmek, e con sede a Milano.

Il 2018 apre le porte a grandi opportunità per l’azienda, riporta la nota, che prevede di crescere in Italia puntando sui tre argomenti chiave che domineranno le conversazioni di quest’anno: l’integrazione delle soluzioni, il GDPR e le novità di Chrome e Safari relativamente al blocco della pubblicità.

La crescente integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel

Marketer e agenzie chiedono sempre più di poter accedere a tutti i dati sulle proprie campagne da un’unica piattaforma. La fusione tra Sizmek e Rocket Fuel ha dato vita alla più grande piattaforma buy-side indipendente al mondo, caratterizzata dalla capacità di raccogliere e analizzare tutti i dati relativi all’intero piano media per aiutare marchi e marketer a creare pubblicità altamente personalizzate e raggiungere il giusto utente nel momento migliore.

L’obiettivo è che da un unico pannello di controllo sia possibile ottenere tutte le informazioni necessarie su:

  • Performance delle campagne su tutti i canali, per capire quali attività siano più performanti;
  • Consumatori, per ottenere una profonda conoscenza della propria audience e consegnare il giusto messaggio a ogni utente;
  • Contesto, per raggiungere le persone nel momento in cui visitano siti che trattano temi rilevanti per il brand e sono più ricettive verso il suo messaggio;
  • Creatività, grazie all’ad server è possibile conoscere nel dettaglio quali creatività ottengano migliori risultati, per creare esperienze personalizzate più coinvolgenti;
  • Costi delle campagne, frequenza, conversion, visibilità e frodi per gestire nel modo migliore la pubblicazione di pubblicità attraverso DSP e publisher diversi.

Sizmek è già conforma alla GDPR

Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation), il regolamento della Commissione Europea per la protezione dei dati personali degli utenti. Tutte le aziende che gestiscono i dati di cittadini dell’Unione Europea dovranno rispettare le norme relative alla raccolta e al trattamento delle informazioni personali degli utenti. Il mancato adempimento agli obblighi comporterà multe salate per le aziende.

Sizmek garantisce ai propri clienti di essere già conforme al regolamento e che i dati trattati sulla propria piattaforma verranno gestiti a norma di legge. Agenzie e marketer non dovranno quindi preoccuparsi di dover rilasciare garanzie relativamente al trattamento e alla protezione dei dati gestiti tramite le soluzioni di Sizmek.

In particolare, per quanto riguarda il settore pubblicitario, il GDPR introduce una chiara distinzione tra informazioni a carattere personale, che identificano chiaramente gli utenti, e categorie di dati meno personali comunemente usati come pseudonimi e utilizzati dalle aziende per proteggere la vera identità delle persone, come ID, cookie o indirizzi IP. Le soluzioni di Sizmek non dovranno subire aggiornamenti, in quanto già si limitano a raccogliere informazioni anonimizzate relativamente al customer journey degli utenti.

Aggiornamento ad blocking di Chrome e Safari

L’aggiornamento del browser Chrome previsto per il 15 febbraio introdurrà funzionalità per il blocco delle pubblicità ritenute fastidiose dagli utenti (leggi qui l’intervista a Scott Spencer di Google sull’argomento). Questa misura è stata presa in seguito alla pubblicazione da parte della Coalition of Better Ads dell’Initial Better Ads Standard che identifica le pubblicità invadenti e indesiderate. L’aggiornamento non richiederà alcuna modifica delle impostazioni dell’ad server di Sizmek, poiché l’azienda si è sempre impegnata nell’innovazione creativa per consegnare pubblicità rilevanti e interessanti agli utenti.

Inoltre, gli aggiornamenti iOS 11 e macOS 10.13 hanno introdotto per gli utenti Safari l’Intelligent Tracking Prevention (ITP) per limitare le attività di tracciamento, proteggere la privacy degli utenti e migliorare la loro esperienza sul web. Gli aggiornamenti limitano la possibilità per le aziende di verificare e aggiornare i cookie di prima parte quando non si trovano direttamente sul sito aziendale. In altre parole, impediscono di accedere ai cookie di prima parte in un contesto di terza parte. Tuttavia, entrambi gli aggiornamenti non avranno conseguenze sull’utilizzo dell’ad server e della DSP di Sizmek, dato che entrambe le piattaforme non fanno uso di cookies di prima parte.

«Sizmek aggiorna costantemente le proprie soluzione per rimanere sempre al passo con i tempi. Dalla protezione delle informazioni personali alla creazione di pubblicità piacevoli e non intrusive, ci impegniamo per garantire agli utenti le migliori esperienze possibili, assicurando ai nostri clienti i migliori risultati per le loro campagne, possibili solo inviando il messaggio corretto alla persona giusta nel momento più adatto», ha commentato Quaroni.

Società di retargeting a caccia del consenso degli utenti per anticipare la GDPR

Con le nuove misure di Apple contro il tracking degli utenti su Safari e la definitiva entrata in vigore della GDPR a maggio, si prospettano tempi difficili per chi, proprio sul tracciamento delle audience, ha costruito il focus della propria offerta. Ad esempio, chi si occupa di retargeting.

Alcune di queste società hanno cercato di correre ai ripari, inventandosi dei modi per ottenere il consenso diretto degli utenti per il tracciamento. Tra queste ci sono Criteo e AdRoll, che, secondo quanto riporta Digiday, avrebbero iniziato ad erogare sui browser degli utenti dei messaggi che, una volta chiusi, autorizzano automaticamente il tracking.

Una modalità che, secondo la testata, non sarebbe tra le più ortodosse, facilitando l’autorizzazione del tracking molto più dell’opt-out, i cui link sono generalmente meno visibili. Il messaggio in-browser di AdRoll contiene un pulsante “accept and close” al posto del normale tasto di chiusura della finestra, lasciando l’opzione di opt-out in mezzo al messaggio.

adroll-tracking-message

In quello di Criteo, il tracking viene autorizzato cliccando qualsiasi link della pagina, mentre l’esclusione del tracciamento, anche stavolta, è in una sola posizione in mezzo al testo del messaggio.

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In effetti, la GDPR prevede che l’uso dei dati richieda un esplicito permesso da parte degli utenti, ed anche la mossa di Apple per limitare il tracking sul browser Safari andrebbe proprio nella direzione di dare agli utenti un maggior controllo di quando, dove e a chi concedere i propri dati.

L’altro lato della medaglia è però il business di una certa categoria di società, che proprio sulla raccolta degli insight sui consumatori tramite i cookies hanno costruito la propria offerta. Solo un mese fa, la stessa Criteo aveva dichiarato ufficialmente che, qualora non fosse riuscita a sviluppare in tempo una soluzione alternativa per aggirare la questione, il blocco del browser di Apple avrebbe potuto avere sulle sue entrate del 2018 un impatto del 22%. Una percentuale non da poco.

Ed anche con la GDPR c’è poco da scherzare: se da un lato il regolamento prevede una maggiore consapevolezza degli utenti sul trattamento dei loro dati, il che potrebbe implicare una minore quantità di dati disponibili e dunque un targeting pubblicitario meno aggressivo, dall’altro, per le società che non si adeguano, impone cospicue sanzioni economiche.

Criteo, sui ricavi del 2018 peserà la funzione anti-tracciamento di Safari

Le ripercussioni della funzione anti-tracciamento di Safari sul business di Criteo potrebbero essere più gravi di quanto calcolato. Lo comunica la società ad tech francese in una nota.

Finora, Criteo era riuscita ad aggirare l’Intelligent Tracking Prevention, introdotto da Apple il 19 settembre, tuttavia, iOS 11.2, la più recente versione del sistema operativo rilasciata all’inizio di dicembre, è in grado di annullare l’azione di questa soluzione alternativa. L’ITP, che avrebbe lo scopo di proteggere la privacy degli utenti, è attivo di default e limita l’accesso delle terze parti ai cookie conservati nei dispositivi degli utenti.

Al momento, afferma Criteo, la società è impegnata nello sviluppo di una tecnologia atta superare nuovamente le limitazioni di Safari ma, in caso non dovesse avere successo, l’impatto sulle entrate del prossimo anno, esclusi i costi di acquisizione del traffico, dovrebbe corrispondere al 22%.

Una cifra così alta è plausibile se si considera che la società ad tech fa ampio uso della tecnica del retargeting, che si basa massicciamente sul tracciamento degli utenti da sito a sito tramite i cookie. A novembre, in occasione della pubblicazione della terza trimestrale, la società aveva stimato l’impatto dell’ITP sul business tra il 9 e il 13% dei degli introiti.

Eric Eichmann, Ceo di Criteo, ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal che l’intenzione di Apple, non traendo benefici dagli annunci visualizzata da browser, sarebbe spingere le attività pubblicitarie nell’ambiente delle applicazioni.

Pubblicità fastidiosa, la digital industry si compatta: “non lasciamo la questione all’iniziativa dei browser”

Nella battaglia contro gli annunci pubblicitari fastidiosi e invadenti sono recentemente scesi in campo nuovi operatori del mercato internet: i browser. Negli scorsi mesi, quasi in concomitanza, due dei principali software di navigazione, Chrome di Google e Safari di Apple, hanno annunciato di voler porre dei limiti alla pubblicità visibile attraverso i loro programmi, andando a toccare in alcuni casi la gestione dei cookie per il tracking degli utenti, e in altri i formati pubblicitari con l’installazione di ad blocker proprietari.

Ma le associazioni di categoria non sono d’accordo su questa “intromissione”, vedendo nella discesa in campo di queste realtà una “ostentazione di potere” di Google e Apple.

Già un mese fa alcune tra le principali associazioni avevano scritto una lettera aperta ad Apple, chiedendole di rinunciare alle modifiche sul tracking introdotte con gli ultimi aggiornamenti del software. Ma a quanto pare l’iniziativa non ha avuto risposta. Ora, IAB, ANA e 4A si sono nuovamente alleate per chiedere alla Coalition for Better Ads, un organismo fondato lo scorso anno per creare degli standard globali per la pubblicità online, di promuovere l’adozione di quello che loro chiamano il “Better Ads Experience Program”.

Si tratterebbe di un impegno volontario, per tutte le società coinvolte nella pubblicità digitale, a rispettare gli standard pubblicitari stabiliti dalla Coalition for Better Ads, messi a punto qualche tempo fa. Qui la lettera completa.

La lettera non chiama direttamente in causa Google e Apple, ma sottolinea come “ogni programma volto a ridurre agli utenti esperienze sgradevoli deve essere basato su una regolamentazione autonoma a livello di mercato, e non lasciato all’iniziativa individuale di browser o altre società di tecnologie di erogazione, che agiscono sulla base delle loro personali interpretazioni e dei loro giudizi”.

Questo tipo di società è comunque chiamato a fare la propria parte di controllo dell’aderenza dei siti agli standard della CBA e rafforzamento dell’impegno comune a promuovere un ambiente digitale rispettoso dell’utente.

Le iniziative di Apple e Google sono state oggetto di critiche e preoccupazione da parte del mercato, in quanto considerate potenzialmente dannose per l’industria pubblicitaria, ponendo dei pesanti freni al modello economico su cui si è finora basata la sopravvivenza del mercato digitale.

Tracciamento degli utenti su Safari, come ridurre l’impatto della nuova policy? Ecco alcuni consigli

Con la nuova versione di Safari, Apple ha introdotto una serie di novità sul tracciamento degli utenti, destinate ad avere riscontro sul valore delle impression erogate sul browser. Safari infatti bloccherà l’invio di cookies a società terze individuate come “tracker”, e la cosa avrà innegabilmente effetto su inserzionisti, media company e piattaforme tecnologiche, considerando il ruolo fondamentale che ancora oggi i cookie rivestono nella segmentazione e misurazione delle audience a livello pubblicitario.

Per questo, IAB Tech Lab, insieme ai partecipanti del suo gruppo di lavoro Identify Standards Working Group, ha stilato una serie di suggerimenti per ridurre l’impatto dei cambiamenti della policy Apple sulla filiera pubblicitaria.

Secondo Dennis Buchheim, senior vice president e general manager di IAB Tech Lab, sono diversi gli approcci che le società possono adottare nel breve termine.

Innanzitutto, gli inserzionisti dovrebbero cercare di affrancarsi dai cookie di terze parti. Ad esempio, prendendo in considerazione l’utilizzo di cookie di prima parte, combinati con un ID matching per proteggere e attivare i loro asset di dati. Oppure applicando tecnologie non basate sui cookie per l’identificazione degli utenti e la valutazione delle impression, come approcci probabilistici, basati su network o gestore, o statistici. O ancora, focalizzare i propri sforzi di reach e targeting su quelle società che hanno forti rapporti con i consumatori, sfruttando tali rapporti per customizzare le proprie soluzioni di segmentazione e misurazione all’interno dei confini delle loro property owned-and-operated.

Anche gli editori, secondo Buchheim, dovrebbero puntare il più possibile sui dati proprietari, dando di nuovo priorità ai segnali contestuali per stabilire il valore e il prezzo delle proprie inventory, e sviluppando una data strategy su insight di prima parte per arricchire il valore dei propri spazi sia sul mercato aperto che nei Private Marketplace.

Il senior vice president di IAB Tech Lab ha anche stilato una serie di suggerimenti per le piattaforme di acquisto e vendita e per le DMP, tutti sintetizzabili nella necessità di cercare delle alternative ai cookie di terze parti, puntando in primis sugli insight proprietari, una risorsa ancora non ben sfruttata e che forse, a questo punto, potrebbe diventare una valida opzione da adottare.

La digital industry contro Apple: “Gli aggiornamenti di Safari sui cookie sono controproducenti”

Sei tra le più importanti associazioni del mercato digitale uniscono le forze contro la decisione di Apple di limitare i cookie nella nuova versione del suo browser Safari. IAB, 4A’s, ANA, American Advertising Federation (AAF), Data & Marketing Association (DMA) e Network Advertising Initiative (NAI) hanno scritto una lettera congiunta al colosso di Cupertino, facendo presente che la mossa potrebbe avere un impatto negativo sul mercato pubblicitario e, in ultima istanza, anche sull’esperienza degli utenti.

Ma andiamo con ordine. Nella prossima versione di Safari, disponibile su desktop e mobile da questo autunno, i cookie funzioneranno come sempre, ma il sistema li cancellerà dopo 24 ore, invece che tenerli in memoria per 30 giorni come succedeva prima. L’aggiornamento, chiamato Intelligent Tracking Prevention (ITP), se da un lato fa sì che gli utenti vedano meno annunci di prodotti già acquistati, dall’altro pone dei limiti stringenti alle aziende che tramite quelle informazioni ricostruiscono le performance delle loro campagne.

La lettera, in particolare, critica l’arbitrarietà della decisione presa da Apple, che non darebbe scelta agli utenti di selezionare una determinata opzione o l’altra, ma piuttosto deciderebbe per loro, andando anche a rompere degli standard condivisi dal mercato internet che hanno permesso la sopravvivenza del mercato stesso, e impedendo che agli utenti vengano erogate pubblicità effettivamente utili e rilevanti per essi.

“L’infrastruttura dell’Internet di oggi – recita la lettera – dipende da standard per i cookie coerenti e genericamente applicabili, in modo che le imprese del mondo digitale possano innovare producendo contenuti, servizi e pubblicità personalizzati per gli utenti e ricordare le loro visite. La mossa di Apple su Safari rompe questi standard e li sostituisce con un set amorfo di regole instabili che fanno male all’esperienza dell’utente e sabotano il modello economico su cui si basa Internet“.

L’ITP, tra l’altro, andrebbe a beneficio dei “walled garden” di piattaforme come Google, Facebook e Amazon, che vengono visitate dai loro utenti con cadenza quotidiana e con modalità di identificazione volontaria (tramite il log-in), a differenza di siti e realtà editoriali più piccole.

“Ci auguriamo che Apple ripensi questo suo piano di imporre i propri standard sui cookie, che rischia di distruggere l’ecosistema della pubblicità digitale che dà sostentamento ai contenuti e ai servizi della rete”: così si conclude la lettera. Vedremo se Apple darà ascolto a questa richiesta.

Apple annuncia modifiche per Safari. Scossoni in arrivo per il mondo Ad Tech

A settembre, Apple rilascerà una nuova modifica di Safari con l’aggiornamento iOS 11. I cambiamenti per il browser della mela sono chiamati “Intelligent Tracking Prevention”.

Le modifiche che saranno introdotte si prospettano di grande impatto per il settore ad tech e potrebbero creare nuovi vincitori e vinti.

Cosa cambierà in Safari

Oggi, tutti i browser Safari bloccano i cookie di terze parti, ma premiano i cookie di prima parte. Questo ha portato notevoli vantaggi nel tempo ai siti più noti, ma anche ai grandi network pubblicitari che possono registrare un buon numero di click. Questo perché il click viene spinto attraverso il dominio di rete degli annunci, diventando così un cookie di prima parte.

iOS 11 però cambierà proprio il concetto di “cookie di prima parte”. Il nuovo 1st-party cookie verrà attribuito fornito di una durata a tempo. Nelle prime 24 ore, il cookie agirà esattamente come oggi e potrà essere utilizzato per mettere in campo azioni di retargeting.

Inoltre, per i primi 30 giorni, il nuovo cookie di prima parte permetterà di accedere a ogni sito senza reinserire la password. Ma se nell’arco di 30 giorni l’utente non torna su quel sito il cookie di prima parte scade.

Chi perde e chi vince

Secondo un’analisi riportata da AdExchanger sulla questione, tra chi ci rimetterà di più con questo sistema sono le DSP e gli editori. Meglio invece se la caveranno i network pubblicitari, che potrebbero soltanto soffrire un abbassamento del prezzo dell’inventory Safari, mentre quelli di Chrome e Internet Explorer aumenteranno, visto che entrambi promuovono i cookie di terza parte.

Tra i più colpiti ci saranno i grandi retargeter e le piattaforme lato Demand (DSP). Questa tipologia di network pubblicitari di terze parti ha registrato in passato una grande quantità di click, che hanno portato alla determinazione di cookie di prima parte su una grossa percentuale delle loro audience. Ora il numero dei cookie di prima parte a cui loro possono avere accesso potrebbe diminuire di oltre il 98% in Safari.

Ultimo sguardo va rivolto agli editori. Come detto, alcuni dei più grandi offerenti per le inventory su Safari, compresi le grandi piattaforme per il retargeting e le DSP, smetteranno o diminuiranno notevolmente la spesa su Safari. Il CPM medio sul browser di Apple diminuirà quindi in modo significativo, cosa che potrebbe portare i publisher – sopratutto quelli di fascia alta – a piegarsi a offerte per i propri spazi adv basse, con conseguente erogazione di annunci irrilevanti e utenti più scontenti.

A essere invece favoriti da questa rivoluzione ci sono Facebook e Amazon. La cosa non sorprende più di tanto visto che la maggior parte dei loro utenti visitano ogni giorno i loro siti o almeno ogni settimana, quindi avranno sempre i cookie di prima parte attivi. Ma non solo. Potranno intanto beneficiare di un ribasso dei prezzi sull’inventory Safari visto che altri offerenti alto-spendenti  andranno via.

Discorso diverso va fatto per Google. La maggior parte delle adv off-property di Big G infatti sono nel dominio DoubleClick.net e non Google.com. Sarebbe da aspettarsi che Google unisca i domini in modo che tutto finisca sotto il dominio Google.com, ma in ogni caso ci vorrà del tempo per il passaggio completo. Volendo guardare al rovescio della medaglia, i cambiamenti di Safari potrebbero notevolmente diminuire la spesa pubblicitaria sul browser, generando il più grande ecosistema di avvertire su Android e Chrome.

Pubblicità su Apple News: gli editori potranno utilizzare i propri partner tecnologici

Attualmente, Apple ha un forte controllo sull’erogazione della pubblicità sulla sua app News. Un sistema che secondo gli editori che usano l’applicazione per distribuire i loro contenuti non è particolarmente redditizio.

Ma stando a quanto riporta Advertising Age, Apple News potrebbe presto consentire ai publisher di utilizzare le loro tecnologie per vendere gli spazi pubblicitari sui contenuti veicolati tramite l’app. Un sistema che di fatto porterebbe Apple News a diventare molto più simile a un’estensione dei siti online degli editori di quanto non lo sia adesso. I publisher, infatti, potranno utilizzare gli stessi partner e piattaforme ad tech cui fanno affidamento per le loro property, come DoubleClick for Publishers o altri.

Attualmente i proprietari di media possono impostare l’erogazione di pubblicità sui loro articoli all’interno di Apple News, su vario tipo di formati tra cui banner tradizionali e video (esiste anche un formato native Sponsored Content), ma il processo, secondo quanto riporta la testata, è complesso e lungo. Utilizzare i propri partner tecnologici lo renderebbe più semplice e redditizio.

Né le AMP di Google né gli Instant Articles di Facebook danno questa possibilità.

L’aggregatore di notizie di Apple nasce nel 2015, ed oggi è la 15esima maggiore applicazione negli Stati Uniti, sia su iOS che su Android, con 47 milioni di utenti al mese. Ma nonostante questa sua popolarità, non è mai riuscita ad offrire agli editori le revenue sperate a fronte di un’utenza così ampia.

Apple è stata sempre molto attenta ad utilizzare con parsimonia l’ad tech all’interno dei propri prodotti (la società tra l’altro ha recentemente annunciato che, nella nuova versione del sistema operativo, Safari ospiterà un sistema di bloccaggio degli spot in auto-play e un filtro anti-tracciamento) e adesso, insieme al progetto di consentire agli editori di utilizzare i propri partner, avrebbe in mente anche di offrire l’accesso ai contenuti dell’app al costo di una fee, con forme di micropagamento, come fonte alternativa di ricavi per i publisher.