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Sizmek illustra i piani di sviluppo in Italia per il 2018

Con il 2017 si è conclusa la fase di integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel, che ha portato alla nascita di un unico team di trenta specialisti altamente qualificati guidato da Enrico Quaroni, Managing Director per l’Italia di Sizmek, e con sede a Milano.

Il 2018 apre le porte a grandi opportunità per l’azienda, riporta la nota, che prevede di crescere in Italia puntando sui tre argomenti chiave che domineranno le conversazioni di quest’anno: l’integrazione delle soluzioni, il GDPR e le novità di Chrome e Safari relativamente al blocco della pubblicità.

La crescente integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel

Marketer e agenzie chiedono sempre più di poter accedere a tutti i dati sulle proprie campagne da un’unica piattaforma. La fusione tra Sizmek e Rocket Fuel ha dato vita alla più grande piattaforma buy-side indipendente al mondo, caratterizzata dalla capacità di raccogliere e analizzare tutti i dati relativi all’intero piano media per aiutare marchi e marketer a creare pubblicità altamente personalizzate e raggiungere il giusto utente nel momento migliore.

L’obiettivo è che da un unico pannello di controllo sia possibile ottenere tutte le informazioni necessarie su:

  • Performance delle campagne su tutti i canali, per capire quali attività siano più performanti;
  • Consumatori, per ottenere una profonda conoscenza della propria audience e consegnare il giusto messaggio a ogni utente;
  • Contesto, per raggiungere le persone nel momento in cui visitano siti che trattano temi rilevanti per il brand e sono più ricettive verso il suo messaggio;
  • Creatività, grazie all’ad server è possibile conoscere nel dettaglio quali creatività ottengano migliori risultati, per creare esperienze personalizzate più coinvolgenti;
  • Costi delle campagne, frequenza, conversion, visibilità e frodi per gestire nel modo migliore la pubblicazione di pubblicità attraverso DSP e publisher diversi.

Sizmek è già conforma alla GDPR

Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation), il regolamento della Commissione Europea per la protezione dei dati personali degli utenti. Tutte le aziende che gestiscono i dati di cittadini dell’Unione Europea dovranno rispettare le norme relative alla raccolta e al trattamento delle informazioni personali degli utenti. Il mancato adempimento agli obblighi comporterà multe salate per le aziende.

Sizmek garantisce ai propri clienti di essere già conforme al regolamento e che i dati trattati sulla propria piattaforma verranno gestiti a norma di legge. Agenzie e marketer non dovranno quindi preoccuparsi di dover rilasciare garanzie relativamente al trattamento e alla protezione dei dati gestiti tramite le soluzioni di Sizmek.

In particolare, per quanto riguarda il settore pubblicitario, il GDPR introduce una chiara distinzione tra informazioni a carattere personale, che identificano chiaramente gli utenti, e categorie di dati meno personali comunemente usati come pseudonimi e utilizzati dalle aziende per proteggere la vera identità delle persone, come ID, cookie o indirizzi IP. Le soluzioni di Sizmek non dovranno subire aggiornamenti, in quanto già si limitano a raccogliere informazioni anonimizzate relativamente al customer journey degli utenti.

Aggiornamento ad blocking di Chrome e Safari

L’aggiornamento del browser Chrome previsto per il 15 febbraio introdurrà funzionalità per il blocco delle pubblicità ritenute fastidiose dagli utenti (leggi qui l’intervista a Scott Spencer di Google sull’argomento). Questa misura è stata presa in seguito alla pubblicazione da parte della Coalition of Better Ads dell’Initial Better Ads Standard che identifica le pubblicità invadenti e indesiderate. L’aggiornamento non richiederà alcuna modifica delle impostazioni dell’ad server di Sizmek, poiché l’azienda si è sempre impegnata nell’innovazione creativa per consegnare pubblicità rilevanti e interessanti agli utenti.

Inoltre, gli aggiornamenti iOS 11 e macOS 10.13 hanno introdotto per gli utenti Safari l’Intelligent Tracking Prevention (ITP) per limitare le attività di tracciamento, proteggere la privacy degli utenti e migliorare la loro esperienza sul web. Gli aggiornamenti limitano la possibilità per le aziende di verificare e aggiornare i cookie di prima parte quando non si trovano direttamente sul sito aziendale. In altre parole, impediscono di accedere ai cookie di prima parte in un contesto di terza parte. Tuttavia, entrambi gli aggiornamenti non avranno conseguenze sull’utilizzo dell’ad server e della DSP di Sizmek, dato che entrambe le piattaforme non fanno uso di cookies di prima parte.

«Sizmek aggiorna costantemente le proprie soluzione per rimanere sempre al passo con i tempi. Dalla protezione delle informazioni personali alla creazione di pubblicità piacevoli e non intrusive, ci impegniamo per garantire agli utenti le migliori esperienze possibili, assicurando ai nostri clienti i migliori risultati per le loro campagne, possibili solo inviando il messaggio corretto alla persona giusta nel momento più adatto», ha commentato Quaroni.

Società di retargeting a caccia del consenso degli utenti per anticipare la GDPR

Con le nuove misure di Apple contro il tracking degli utenti su Safari e la definitiva entrata in vigore della GDPR a maggio, si prospettano tempi difficili per chi, proprio sul tracciamento delle audience, ha costruito il focus della propria offerta. Ad esempio, chi si occupa di retargeting.

Alcune di queste società hanno cercato di correre ai ripari, inventandosi dei modi per ottenere il consenso diretto degli utenti per il tracciamento. Tra queste ci sono Criteo e AdRoll, che, secondo quanto riporta Digiday, avrebbero iniziato ad erogare sui browser degli utenti dei messaggi che, una volta chiusi, autorizzano automaticamente il tracking.

Una modalità che, secondo la testata, non sarebbe tra le più ortodosse, facilitando l’autorizzazione del tracking molto più dell’opt-out, i cui link sono generalmente meno visibili. Il messaggio in-browser di AdRoll contiene un pulsante “accept and close” al posto del normale tasto di chiusura della finestra, lasciando l’opzione di opt-out in mezzo al messaggio.

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In quello di Criteo, il tracking viene autorizzato cliccando qualsiasi link della pagina, mentre l’esclusione del tracciamento, anche stavolta, è in una sola posizione in mezzo al testo del messaggio.

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In effetti, la GDPR prevede che l’uso dei dati richieda un esplicito permesso da parte degli utenti, ed anche la mossa di Apple per limitare il tracking sul browser Safari andrebbe proprio nella direzione di dare agli utenti un maggior controllo di quando, dove e a chi concedere i propri dati.

L’altro lato della medaglia è però il business di una certa categoria di società, che proprio sulla raccolta degli insight sui consumatori tramite i cookies hanno costruito la propria offerta. Solo un mese fa, la stessa Criteo aveva dichiarato ufficialmente che, qualora non fosse riuscita a sviluppare in tempo una soluzione alternativa per aggirare la questione, il blocco del browser di Apple avrebbe potuto avere sulle sue entrate del 2018 un impatto del 22%. Una percentuale non da poco.

Ed anche con la GDPR c’è poco da scherzare: se da un lato il regolamento prevede una maggiore consapevolezza degli utenti sul trattamento dei loro dati, il che potrebbe implicare una minore quantità di dati disponibili e dunque un targeting pubblicitario meno aggressivo, dall’altro, per le società che non si adeguano, impone cospicue sanzioni economiche.

Criteo, sui ricavi del 2018 peserà la funzione anti-tracciamento di Safari

Le ripercussioni della funzione anti-tracciamento di Safari sul business di Criteo potrebbero essere più gravi di quanto calcolato. Lo comunica la società ad tech francese in una nota.

Finora, Criteo era riuscita ad aggirare l’Intelligent Tracking Prevention, introdotto da Apple il 19 settembre, tuttavia, iOS 11.2, la più recente versione del sistema operativo rilasciata all’inizio di dicembre, è in grado di annullare l’azione di questa soluzione alternativa. L’ITP, che avrebbe lo scopo di proteggere la privacy degli utenti, è attivo di default e limita l’accesso delle terze parti ai cookie conservati nei dispositivi degli utenti.

Al momento, afferma Criteo, la società è impegnata nello sviluppo di una tecnologia atta superare nuovamente le limitazioni di Safari ma, in caso non dovesse avere successo, l’impatto sulle entrate del prossimo anno, esclusi i costi di acquisizione del traffico, dovrebbe corrispondere al 22%.

Una cifra così alta è plausibile se si considera che la società ad tech fa ampio uso della tecnica del retargeting, che si basa massicciamente sul tracciamento degli utenti da sito a sito tramite i cookie. A novembre, in occasione della pubblicazione della terza trimestrale, la società aveva stimato l’impatto dell’ITP sul business tra il 9 e il 13% dei degli introiti.

Eric Eichmann, Ceo di Criteo, ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal che l’intenzione di Apple, non traendo benefici dagli annunci visualizzata da browser, sarebbe spingere le attività pubblicitarie nell’ambiente delle applicazioni.

Pubblicità fastidiosa, la digital industry si compatta: “non lasciamo la questione all’iniziativa dei browser”

Nella battaglia contro gli annunci pubblicitari fastidiosi e invadenti sono recentemente scesi in campo nuovi operatori del mercato internet: i browser. Negli scorsi mesi, quasi in concomitanza, due dei principali software di navigazione, Chrome di Google e Safari di Apple, hanno annunciato di voler porre dei limiti alla pubblicità visibile attraverso i loro programmi, andando a toccare in alcuni casi la gestione dei cookie per il tracking degli utenti, e in altri i formati pubblicitari con l’installazione di ad blocker proprietari.

Ma le associazioni di categoria non sono d’accordo su questa “intromissione”, vedendo nella discesa in campo di queste realtà una “ostentazione di potere” di Google e Apple.

Già un mese fa alcune tra le principali associazioni avevano scritto una lettera aperta ad Apple, chiedendole di rinunciare alle modifiche sul tracking introdotte con gli ultimi aggiornamenti del software. Ma a quanto pare l’iniziativa non ha avuto risposta. Ora, IAB, ANA e 4A si sono nuovamente alleate per chiedere alla Coalition for Better Ads, un organismo fondato lo scorso anno per creare degli standard globali per la pubblicità online, di promuovere l’adozione di quello che loro chiamano il “Better Ads Experience Program”.

Si tratterebbe di un impegno volontario, per tutte le società coinvolte nella pubblicità digitale, a rispettare gli standard pubblicitari stabiliti dalla Coalition for Better Ads, messi a punto qualche tempo fa. Qui la lettera completa.

La lettera non chiama direttamente in causa Google e Apple, ma sottolinea come “ogni programma volto a ridurre agli utenti esperienze sgradevoli deve essere basato su una regolamentazione autonoma a livello di mercato, e non lasciato all’iniziativa individuale di browser o altre società di tecnologie di erogazione, che agiscono sulla base delle loro personali interpretazioni e dei loro giudizi”.

Questo tipo di società è comunque chiamato a fare la propria parte di controllo dell’aderenza dei siti agli standard della CBA e rafforzamento dell’impegno comune a promuovere un ambiente digitale rispettoso dell’utente.

Le iniziative di Apple e Google sono state oggetto di critiche e preoccupazione da parte del mercato, in quanto considerate potenzialmente dannose per l’industria pubblicitaria, ponendo dei pesanti freni al modello economico su cui si è finora basata la sopravvivenza del mercato digitale.

Tracciamento degli utenti su Safari, come ridurre l’impatto della nuova policy? Ecco alcuni consigli

Con la nuova versione di Safari, Apple ha introdotto una serie di novità sul tracciamento degli utenti, destinate ad avere riscontro sul valore delle impression erogate sul browser. Safari infatti bloccherà l’invio di cookies a società terze individuate come “tracker”, e la cosa avrà innegabilmente effetto su inserzionisti, media company e piattaforme tecnologiche, considerando il ruolo fondamentale che ancora oggi i cookie rivestono nella segmentazione e misurazione delle audience a livello pubblicitario.

Per questo, IAB Tech Lab, insieme ai partecipanti del suo gruppo di lavoro Identify Standards Working Group, ha stilato una serie di suggerimenti per ridurre l’impatto dei cambiamenti della policy Apple sulla filiera pubblicitaria.

Secondo Dennis Buchheim, senior vice president e general manager di IAB Tech Lab, sono diversi gli approcci che le società possono adottare nel breve termine.

Innanzitutto, gli inserzionisti dovrebbero cercare di affrancarsi dai cookie di terze parti. Ad esempio, prendendo in considerazione l’utilizzo di cookie di prima parte, combinati con un ID matching per proteggere e attivare i loro asset di dati. Oppure applicando tecnologie non basate sui cookie per l’identificazione degli utenti e la valutazione delle impression, come approcci probabilistici, basati su network o gestore, o statistici. O ancora, focalizzare i propri sforzi di reach e targeting su quelle società che hanno forti rapporti con i consumatori, sfruttando tali rapporti per customizzare le proprie soluzioni di segmentazione e misurazione all’interno dei confini delle loro property owned-and-operated.

Anche gli editori, secondo Buchheim, dovrebbero puntare il più possibile sui dati proprietari, dando di nuovo priorità ai segnali contestuali per stabilire il valore e il prezzo delle proprie inventory, e sviluppando una data strategy su insight di prima parte per arricchire il valore dei propri spazi sia sul mercato aperto che nei Private Marketplace.

Il senior vice president di IAB Tech Lab ha anche stilato una serie di suggerimenti per le piattaforme di acquisto e vendita e per le DMP, tutti sintetizzabili nella necessità di cercare delle alternative ai cookie di terze parti, puntando in primis sugli insight proprietari, una risorsa ancora non ben sfruttata e che forse, a questo punto, potrebbe diventare una valida opzione da adottare.

La digital industry contro Apple: “Gli aggiornamenti di Safari sui cookie sono controproducenti”

Sei tra le più importanti associazioni del mercato digitale uniscono le forze contro la decisione di Apple di limitare i cookie nella nuova versione del suo browser Safari. IAB, 4A’s, ANA, American Advertising Federation (AAF), Data & Marketing Association (DMA) e Network Advertising Initiative (NAI) hanno scritto una lettera congiunta al colosso di Cupertino, facendo presente che la mossa potrebbe avere un impatto negativo sul mercato pubblicitario e, in ultima istanza, anche sull’esperienza degli utenti.

Ma andiamo con ordine. Nella prossima versione di Safari, disponibile su desktop e mobile da questo autunno, i cookie funzioneranno come sempre, ma il sistema li cancellerà dopo 24 ore, invece che tenerli in memoria per 30 giorni come succedeva prima. L’aggiornamento, chiamato Intelligent Tracking Prevention (ITP), se da un lato fa sì che gli utenti vedano meno annunci di prodotti già acquistati, dall’altro pone dei limiti stringenti alle aziende che tramite quelle informazioni ricostruiscono le performance delle loro campagne.

La lettera, in particolare, critica l’arbitrarietà della decisione presa da Apple, che non darebbe scelta agli utenti di selezionare una determinata opzione o l’altra, ma piuttosto deciderebbe per loro, andando anche a rompere degli standard condivisi dal mercato internet che hanno permesso la sopravvivenza del mercato stesso, e impedendo che agli utenti vengano erogate pubblicità effettivamente utili e rilevanti per essi.

“L’infrastruttura dell’Internet di oggi – recita la lettera – dipende da standard per i cookie coerenti e genericamente applicabili, in modo che le imprese del mondo digitale possano innovare producendo contenuti, servizi e pubblicità personalizzati per gli utenti e ricordare le loro visite. La mossa di Apple su Safari rompe questi standard e li sostituisce con un set amorfo di regole instabili che fanno male all’esperienza dell’utente e sabotano il modello economico su cui si basa Internet“.

L’ITP, tra l’altro, andrebbe a beneficio dei “walled garden” di piattaforme come Google, Facebook e Amazon, che vengono visitate dai loro utenti con cadenza quotidiana e con modalità di identificazione volontaria (tramite il log-in), a differenza di siti e realtà editoriali più piccole.

“Ci auguriamo che Apple ripensi questo suo piano di imporre i propri standard sui cookie, che rischia di distruggere l’ecosistema della pubblicità digitale che dà sostentamento ai contenuti e ai servizi della rete”: così si conclude la lettera. Vedremo se Apple darà ascolto a questa richiesta.

Apple annuncia modifiche per Safari. Scossoni in arrivo per il mondo Ad Tech

A settembre, Apple rilascerà una nuova modifica di Safari con l’aggiornamento iOS 11. I cambiamenti per il browser della mela sono chiamati “Intelligent Tracking Prevention”.

Le modifiche che saranno introdotte si prospettano di grande impatto per il settore ad tech e potrebbero creare nuovi vincitori e vinti.

Cosa cambierà in Safari

Oggi, tutti i browser Safari bloccano i cookie di terze parti, ma premiano i cookie di prima parte. Questo ha portato notevoli vantaggi nel tempo ai siti più noti, ma anche ai grandi network pubblicitari che possono registrare un buon numero di click. Questo perché il click viene spinto attraverso il dominio di rete degli annunci, diventando così un cookie di prima parte.

iOS 11 però cambierà proprio il concetto di “cookie di prima parte”. Il nuovo 1st-party cookie verrà attribuito fornito di una durata a tempo. Nelle prime 24 ore, il cookie agirà esattamente come oggi e potrà essere utilizzato per mettere in campo azioni di retargeting.

Inoltre, per i primi 30 giorni, il nuovo cookie di prima parte permetterà di accedere a ogni sito senza reinserire la password. Ma se nell’arco di 30 giorni l’utente non torna su quel sito il cookie di prima parte scade.

Chi perde e chi vince

Secondo un’analisi riportata da AdExchanger sulla questione, tra chi ci rimetterà di più con questo sistema sono le DSP e gli editori. Meglio invece se la caveranno i network pubblicitari, che potrebbero soltanto soffrire un abbassamento del prezzo dell’inventory Safari, mentre quelli di Chrome e Internet Explorer aumenteranno, visto che entrambi promuovono i cookie di terza parte.

Tra i più colpiti ci saranno i grandi retargeter e le piattaforme lato Demand (DSP). Questa tipologia di network pubblicitari di terze parti ha registrato in passato una grande quantità di click, che hanno portato alla determinazione di cookie di prima parte su una grossa percentuale delle loro audience. Ora il numero dei cookie di prima parte a cui loro possono avere accesso potrebbe diminuire di oltre il 98% in Safari.

Ultimo sguardo va rivolto agli editori. Come detto, alcuni dei più grandi offerenti per le inventory su Safari, compresi le grandi piattaforme per il retargeting e le DSP, smetteranno o diminuiranno notevolmente la spesa su Safari. Il CPM medio sul browser di Apple diminuirà quindi in modo significativo, cosa che potrebbe portare i publisher – sopratutto quelli di fascia alta – a piegarsi a offerte per i propri spazi adv basse, con conseguente erogazione di annunci irrilevanti e utenti più scontenti.

A essere invece favoriti da questa rivoluzione ci sono Facebook e Amazon. La cosa non sorprende più di tanto visto che la maggior parte dei loro utenti visitano ogni giorno i loro siti o almeno ogni settimana, quindi avranno sempre i cookie di prima parte attivi. Ma non solo. Potranno intanto beneficiare di un ribasso dei prezzi sull’inventory Safari visto che altri offerenti alto-spendenti  andranno via.

Discorso diverso va fatto per Google. La maggior parte delle adv off-property di Big G infatti sono nel dominio DoubleClick.net e non Google.com. Sarebbe da aspettarsi che Google unisca i domini in modo che tutto finisca sotto il dominio Google.com, ma in ogni caso ci vorrà del tempo per il passaggio completo. Volendo guardare al rovescio della medaglia, i cambiamenti di Safari potrebbero notevolmente diminuire la spesa pubblicitaria sul browser, generando il più grande ecosistema di avvertire su Android e Chrome.

Pubblicità su Apple News: gli editori potranno utilizzare i propri partner tecnologici

Attualmente, Apple ha un forte controllo sull’erogazione della pubblicità sulla sua app News. Un sistema che secondo gli editori che usano l’applicazione per distribuire i loro contenuti non è particolarmente redditizio.

Ma stando a quanto riporta Advertising Age, Apple News potrebbe presto consentire ai publisher di utilizzare le loro tecnologie per vendere gli spazi pubblicitari sui contenuti veicolati tramite l’app. Un sistema che di fatto porterebbe Apple News a diventare molto più simile a un’estensione dei siti online degli editori di quanto non lo sia adesso. I publisher, infatti, potranno utilizzare gli stessi partner e piattaforme ad tech cui fanno affidamento per le loro property, come DoubleClick for Publishers o altri.

Attualmente i proprietari di media possono impostare l’erogazione di pubblicità sui loro articoli all’interno di Apple News, su vario tipo di formati tra cui banner tradizionali e video (esiste anche un formato native Sponsored Content), ma il processo, secondo quanto riporta la testata, è complesso e lungo. Utilizzare i propri partner tecnologici lo renderebbe più semplice e redditizio.

Né le AMP di Google né gli Instant Articles di Facebook danno questa possibilità.

L’aggregatore di notizie di Apple nasce nel 2015, ed oggi è la 15esima maggiore applicazione negli Stati Uniti, sia su iOS che su Android, con 47 milioni di utenti al mese. Ma nonostante questa sua popolarità, non è mai riuscita ad offrire agli editori le revenue sperate a fronte di un’utenza così ampia.

Apple è stata sempre molto attenta ad utilizzare con parsimonia l’ad tech all’interno dei propri prodotti (la società tra l’altro ha recentemente annunciato che, nella nuova versione del sistema operativo, Safari ospiterà un sistema di bloccaggio degli spot in auto-play e un filtro anti-tracciamento) e adesso, insieme al progetto di consentire agli editori di utilizzare i propri partner, avrebbe in mente anche di offrire l’accesso ai contenuti dell’app al costo di una fee, con forme di micropagamento, come fonte alternativa di ricavi per i publisher.

Ad blocker nei browser. Ecco cosa ne pensano gli operatori del mercato

Nelle ultime settimane i filtri anti-pubblicità sono tornati ad essere uno dei temi caldi dell’industria pubblicitaria. E’ successo dopo che Google ha annunciato che il prossimo anno aggiungerà un ad blocker al suo browser Chrome. Annuncio seguito, a breve distanza, da quello di Apple, relativo a due nuove, prossime funzionalità di Safari, entrambe volte a mettere dei paletti all’invasività pubblicitaria.

Le novità di Google ed Apple hanno subito riscosso ampia risonanza. La prima perché Chrome è il browser più utilizzato in assoluto (secondo statistiche della società specializzata NetMarketShare, lo usano quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile), e dunque l’integrazione di un ad blocker in esso potrebbe avere un impatto molto rilevante sul mercato. La seconda perché, nonostante non si sappia se la soluzione sarà attivata di default su Safari, quanto a livello di configurazione sarà richiesto agli utenti e se essa verrà estesa anche alla versione mobile del browser, la novità rimane comunque un decisivo passo di Cupertino verso la salvaguardia della privacy dei propri utilizzatori e potrebbe andare a discapito della industry pubblicitaria, soprattutto quella data-driven.

Naturalmente, il mercato adesso si interroga su quali potrebbero essere le reali conseguenze dell’integrazione di filtri all’interno di due tra i principali browser utilizzati.

Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei principali operatori del mercato italiano, lato acquisto e lato vendita. Ecco cosa ci hanno risposto (clicca sui titoli per leggere le interviste).

Andrea Di Fonzo, Blue 449: «Il mercato dell’advertising saprà trovare soluzioni opportune»

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Andrea Di Fonzo

Roberto Zanaboni, RCS Pubblicità: «Potenzialmente l’effetto potrebbe essere devastante»

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Roberto Zanaboni

Andrea De Togni e Antonello D’Elia, GroupM Italia: «L’impatto dipenderà dai criteri di filtro degli annunci»

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Andrea De Togni e Antonello D’Elia

Giangiacomo Corno, Triboo Media: «Una possibile opportunità per la nostra industry»

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Giangiacomo Corno

Irene Carta, Phd: «Necessario trovare un punto di sostenibilità»

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Irene Carta

Fabrizio Tomei, SpeeD – Gruppo Monrif: «Possibili conseguenze pesanti sui ricavi degli editori»

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Fabrizio Tomei

Alessandro Ceratti, Quantum Native Solutions: «E’ ora che la pubblicità rimetta al centro l’utente»

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Alessandro Ceratti

Pattano, 4W MarketPlace: «Una questione allarmante»

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Massimo Pattano

Ad blocker: dopo Google ora arriva anche Apple

Non solo Google. Dopo l’annuncio dell’arrivo dell’ad blocker su Chrome, con le sue possibili conseguenze sul mercato, anche Apple si schiera dalla parte degli utenti contro la pubblicità fastidiosa.

In occasione della recente conferenza WWDC, in cui ha presentato le sue ultime novità in termini di prodotti e servizi, la società di Cupertino ha annunciato due feature di Safari, disponibili col nuovo sistema operativo desktop macOS High Sierra ed entrambe legate al mondo pubblicitario.

La prima è un’opzione che agisce sui video in autoplay con audio attivo, automaticamente tenendoli in pausa fino a che l’utente non decide di farli partire. La novità, che sarà disponibile nel beta pubblico di High Sierra a fine giugno, renderà forse felici molti utenti, ma con ogni probabilità non sarà accolta altrettanto positivamente dal mondo degli editori, così come neppure dagli inserzionisti. I primi, infatti, potrebbero veder tagliati una parte dei loro introiti pubblicitari, i secondi vanificare degli investimenti in posizionamenti fastidiosi ma senza dubbio “viewable”.

La seconda è un ad tracker blocker, ossia un sistema che, se attivato, impedisce alle tecnologie di tracking di seguire gli utenti nella loro navigazione e raccogliere dati su di loro, in gran parte utili a fini di marketing. «Safari utilizzerà il machine learning per identificare i tracker, isolare i dati cross-site raccolti ed eliminarli cosicché la vostra privacy – e cronologia di navigazione – resterà solo vostra», ha spiegato Craig Federighi, SVP of software engineering di Apple.

Per quanto non si sa se la soluzione sarà attivata di default sul browser, quanto a livello di configurazione sarà richiesto agli utenti e se essa verrà estesa anche alla versione mobile di Safari, la novità rimane comunque un decisivo passo di Apple verso la salvaguardia della privacy dei propri utilizzatori e, anche in questo caso, una mossa che potrebbe andare a discapito della industry pubblicitaria, soprattutto quella data-driven. Apple, a differenza di altre big come Google, non deriva la maggior parte delle proprie entrate dalla raccolta adv.

Sul mercato sono presenti diversi filtri anti-tracciamento, sotto forma di applicazioni esterne da installare sui propri browser, proprio come gli ad blocker (una tra tutte, Ghostery). Ma averle già disponibili all’interno del programma di navigazione potrebbe rendere questi strumenti molto più diffusi di quanto lo siano attualmente, considerando la crescente insofferenza dell’utenza digitale nei confronti degli annunci invasivi e dell’utilizzo dei propri dati personali.