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Android, stretta sulla raccolta dei dati di localizzazione

Entro la fine dell’anno sarà più difficile per gli sviluppatori Android raccogliere i dati di localizzazione degli utenti attraverso le loro app.

In un blog post, Google ha annunciato una modifica delle proprie policy in virtù della quale gli sviluppatori dovranno sottoporsi a un nuovo processo di approvazione prima che le loro app possano raccogliere i dati sulla posizione dell’utente, in particolare quando queste lavorano in background, quindi quando non sono visibili all’utente.

Dal 3 agosto, tutte le nuove app nel Google Play Store dovranno superare tale processo di revisione, mentre le app esistenti dovranno “mettersi a norma” entro il 3 novembre. Tra i criteri di valutazione, ci sarà il fatto che gli utenti siano ben informati sulle finalità di raccolta dei dati e se l’app può offrire la stessa esperienza senza tali dati.

I cosiddetti location-based data sono molto apprezzati nel mercato pubblicitario, ma la loro raccolta pone problemi di privacy. Come osserva Digiday, i fornitori di dati sulla posizione tendono a lavorare pagando gli sviluppatori per integrare i propri kit di sviluppo nelle loro app. Per alcune di queste, la condivisione della posizione ha senso per l’utente, ad esempio nel caso di un software di running o un’app di previsioni meteo. Ma è meno logico concedere tale autorizzazione quando l’app in questione è una torcia o una calcolatrice.

Le modifiche rendono Google più in linea con la posizione di Apple su questo tema. La casa degli iPhone ha incluso controlli di natura simile nell’aggiornamento a iOS 13 dello scorso settembre. Una limitazione che, secondo la società specializzata Location Sciences, ha portato a un calo del 68% dei dati sulla posizione raccolti in background.

Sublime arricchisce i suoi formati pubblicitari mobile: forniranno nuovi feedback sui KPI

Sublime, marketplace globale di pubblicità ad alto impatto, ha annunciato un arricchimento del suo ampio range di formati pubblicitari mobile. Da oggi ai brand verranno forniti feedback approfonditi sui KPI sull’intero portfolio di formati pubblicitari mobile della società, tra cui view-through-rates (VTR), click-through-rates (CTR), impression, tasso di engagement, in-view time e tassi di completamento.

La soluzione è disponibile sia per acquisti diretti che in programmatic, e sia attraverso il Private Marketplace di Sublime che in Programmatic Guaranteed.

I primi test della novità sono stati molto promettenti. Dal suo debutto all’inizio di questo mese, i clienti che hanno utilizzato i formati aggiornati hanno visto tassi medi di viewability dell’80% (contro i benchmark di Moat del 66%), view-through-rates del 60% (per video fino a 30 secondi) e viewability video del 70% (almeno due secondi per video, contro i benchmark di Moat del 58%). I benchmark considerati sono i Moat All Buy Types Benchmarks Global | Q3 2019.

La novità rientra nella soluzione per il mobile web di Sublime, un’intera offerta che include formati classici, video e interattivi. “I formati pubblicitari ad alto impatto creano maggiori opportunità per un branding più efficace – spiega la società in una nota -, senza compromettere l’esperienza dell’utente, e sono stati sviluppati per essere integrati nel contenuto di una pagina web, allo stesso tempo promuovendo la brand recall”.

L’offerta è ulteriormente arricchita da funzioni interattive come gli scatti di prodotto a 360 gradi, la geolocalizzazione, le configurazioni di prodotto e gli slideshow verticali e orizzontali, tutti strumenti che forniscono ai brand nuove opportunità di aumentare le proprie performance.

«L’evoluzione continua dei nostri formati mobile riflette la dedizione di Sublime nel creare soluzioni ad alto impatto e non intrusive per brand, agenzie ed editori – commenta Stefano Guidi, Business Development Manager di Sublime -. Nella pubblicità mobile ci sono sempre modi nuovi per migliorare la user experience e i nostri partner comprendono il nostro impegno ad innovare costantemente e adattarci per creare best practice per i clienti e per l’intera industry».

PubMatic: su mobile il 55% della spesa in header bidding

Continua l’avanzata del mobile nel mondo della pubblicità in programmatic e, in particolare, dell’header bidding.

Lo rivelano i dati del Quarterly Mobile Index (QMI) di PubMatic relativi al Q4 2019, nati dall’analisi di 13 miliardi di miliardi di aste effettuate tramite la piattaforma ogni mese.

Tra le principali evidenze dello studio, la notevole crescita della pubblicità in-app: la crescita della spesa adv su piattaforme mobili è aumentata del 47% nel trimestre, trainata per l’appunto da quella investita in ambiente in-app, in aumento del 62%.

La ricerca ha gettato luce anche sull’utilizzo dell’header bidding, rivelando che la maggioranza della crescita degli investimenti in header bidding viene proprio da dispositivi mobili, che attualmente rappresentano il 55% della spesa complessiva in questa tecnologia. Nello specifico, precisa PubMatic, la spesa in header bidding in-app è raddoppiata da un trimestre all’altro.

Lo shopping natalizio ha dato come sempre una forte spinta alla spesa pubblicitaria globale, già a partire da due settimane prima del Black Friday. Gli investimenti pubblicitari sono schizzati del 25% sopra la media settimanale del quarto trimestre, e molto di più rispetto al 2018.

Dati di localizzazione: cosa sono e come usarli? Intervista a Beatrice Fabiano (adsquare)

Quando si parla di dati mobile, si pensa soprattutto ai dati di localizzazione, un bacino di informazioni prezioso per il drive-to-store, e sempre più richiesto dal mercato. Questo tipo di insight può avere svariate origini, e può essere utilizzato a vari scopi. Ne abbiamo parlato con Beatrice Fabiano, General Manager Italy&Spain di adsquare, che ci ha spiegato anche come si compone l’offerta della società in materia.

Adsquare è un data marketplace per il settore mobile, e quando si parla di dati mobile si pensa soprattutto ai dati di localizzazione. Qual è la vostra offerta in tal senso?

«Per prima cosa è necessario distinguere da un lato i dati di localizzazione in real-time che fanno parte del nostro prodotto Proximity Targeting, e i dati di localizzazione dei device mobile – resi anonimi -, che forniscono informazioni sui flussi di movimento degli utenti e costituiscono la base per il nostro prodotto di Misurazione. Il prodotto Proximity Targeting consente agli inserzionisti di raggiungere gli utenti in base alla loro posizione nel momento in cui si desidera deliverare una adv; nei pressi, ad esempio, di un determinato negozio. Il prodotto di Misurazione viene utilizzato, invece, per misurare il successo di una campagna attraverso l’analisi della frequenza. È il nostro prodotto di punta e rappresenta circa il 30% delle vendite totali, dopo un solo anno dal lancio sul mercato, grazie anche all’integrazione con l’adserver di Google e di altre importanti DSP, come FusiobyS4M, TTD, Adform e LiquidM».

Rimaniamo in tema misurazioni. La vostra soluzione consente di misurare il successo di una campagna in tempo reale in termini di visite in store. Tradizionalmente invece le misurazioni del drive-to-store avvenivano post-campagna. Il mercato come sta rispondendo a questo cambiamento?

«Dal momento in cui abbiamo ampliato l’offerta con il prodotto di misurazione in real-time, le richieste per la misurazione storica sono diminuite, e quasi sempre accompagnate da una richiesta di insights di audience o di location. Ci sono inserzionisti, come Renault in Francia, che misurano la loro intera spesa online di Digital Ad all’interno di Google (tramite adserver) in termini di Car Dealer KPI. Display, Youtube e Search sono completamente ottimizzati sulla base di questo KPI».

Da dove provengono i vostri dati?

«Dipende dalla tipologia: i dati di proximity, ad esempio, per la maggior parte provengono da HERE, che ci fornisce circa 70 milioni di “poligoni”, cioè contorni degli edifici e dei luoghi – come catene e franchising – più rilevanti. I dati meteo provengono da The Weather Company, un’azienda IBM; quelli socio-demografici household, invece, da Acxiom, Experian o Mastercard. I dati di localizzazione provengono da publisher di app che hanno integrato una SDK proprietaria o di terze parti. Queste SDK ottengono il permesso dall’utente di raccogliere i dati mentre è in movimento in background, e di condividere questo dato con adsquare».

Che differenza c’è tra dati in background e dati in foreground, e quali secondo voi è meglio utilizzare?

«I dati di localizzazione in background mobile non solo sono molto più granulari e precisi dei dati in foreground (bidstream) ma sono anche pienamente conformi alle normative della GDPR e più facili da controllare. Utilizzando i dati in background e non quelli in foreground non dobbiamo usare il primo segnale condiviso dal device (altamente impreciso) come nei dati in foreground, ma possiamo usare quello più calibrato 10 ms dopo; non consigliamo, quindi, ad alcun inserzionista di utilizzare i dati di foreground. Questo è il motivo per il quale adsquare, con l’entrata in vigore della GDPR nel maggio del 2018, ha eliminato questa tipologia di dati: oggi utilizziamo solo dati di localizzazione in background, che, come già menzionato, provengono dai SDK nostri partner».

A proposito di dati di localizzazione mobile, parliamo di GPS. Il suo utilizzo presenta delle limitazioni tecniche?

«Sì, come la maggior parte delle tecnologie, anche il GPS potrebbe avere delle limitazioni: come ad esempio, il fatto che i dispositivi si basino sulla ricezione dei segnali da almeno quattro satelliti. Qualora il device si collegasse solo con tre di essi, la posizione rischierebbe di essere non più accurata. Possono inoltre verificarsi problemi con altre tipologie di ostacoli, quali l’ostruzione del segnale da parte di grattacieli o muri molto spessi. Tuttavia è importante ricordare che la tecnologia GPS è in costante evoluzione, ma anche che adsquare non lavora solo con questo tipo di segnale. Utilizzando il segnale di localizzazione degli smartphone, ad oggi il più preciso dei segnali disponibili, ci serviamo contemporaneamente di GPS, WiFi e Celltowers. Si tratta sostanzialmente dello stesso metodo che le app, con funzionalità di location, utilizzano».

Un’ultima domanda. Quali sono i punti di forza nella vostra offerta ai publisher?

«Noi offriamo l’opportunità ai publisher di monetizzare i dati di localizzazione delle loro app in maniera anonima, in modo tale da permettere loro di generare più entrate ed evitare la cannibalizzazione dei dati proprietari. Tuttavia, i dati grezzi non saranno poi rivenduti, ma saranno utilizzati esclusivamente per l’analisi della frequenza dei clienti o, in alcuni casi, per costruire i segmenti “geo-behavioural”, che possono essere utilizzati nei nostri prodotti di targeting. I publisher possono anche monetizzare i dati segmentati attraverso il nostro marketplace sulla base di una revenue share o di un CPM nel caso dei dati di location».

Google, novità per reportistica e analytics su AdMob

Google ha aggiornato la sua piattaforma AdMob per la monetizzazione delle app, con nuove funzionalità che offriranno a editori e sviluppatori informazioni più accurate sul comportamento degli utenti, le performance pubblicitarie e i ricavi.

Nella dashboard di AdMob, sarà infatti adesso possibile visualizzare in modo più granulare metriche come i guadagni stimati, ad esempio per Paese, formato e applicazione. Anche i grafici saranno più interattivi e consentiranno un confronto tra coppie di metriche, come le impression e i RPM (ricavi per mille impression) in singole schede.

La stessa schermata panoramica iniziale delle app offrirà informazioni più dettagliate, come gli utenti attivi, l’esposizione pubblicitaria per sessione, la durate delle sessioni e il tasso di retention.

Sarà inoltre più facile valutare i ricavi delle property: la reportistica includerà adesso anche gli acquisti in-app (attualmente solo per dispositivi iOS ma presto anche per Android) e gli abbonamenti, così come informazioni sul livello di engagement dei Rewarded Ads su inventory di AdMob, Open Bidding, e di terze parti.

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AdMob avrà anche una nuova API, grazie alla quale gli editori potranno accedere alla reportistica delle loro pubblicità in programmatic, prima disponibile sulla API di AdSense ma spesso con metriche diverse. Le metriche della API di AdMob – assicura Google – saranno coerenti con quelle dell’interfaccia front-end della piattaforma mobile, e saranno più accurate di quelle di AdSense. L’API è attualmente in beta.

Misurazione della viewability in-app: Google integra l’SDK Open Measurement di IAB

Google estende le opzioni di misurazione della viewability sulle proprie inventory. Il colosso di Mountain View ha infatti annunciato di aver integrato l’Open Measurement Software Development Kit (OM SDK) di IAB nei propri annunci Google Mobile Ads (GMA) e Interactive Mobile Ads (IMA).

Una novità “che ci consente di attivare l’Open Measurement su più dell’85% delle impression display e video in-app sugli editori di Google AdMob e Google Ad Manager – spiega Big G in un blog post -. Ciò significa che gli inserzionisti di queste inventory possono ora misurare la viewability utilizzando soluzioni come quelle di Integral Ad Science, DoubleVerify, Comscore e Moat oltre a quelle precedentemente disponibili con Active View”.

Sviluppato dallo IAB Tech Lab, l’Open Measurement SDK fornisce agli inserzionisti codici e librerie comuni per facilitare l’accesso di terze parti a dati di misurazione, di fatto eliminando la necessità di implementare svariati SDK per misurare la viewability su display, native e video.

«Il progetto Open Measurement di IAB Tech Lab rende più facile per compratori e venditori di pubblicità lavorare insieme per la misurazione della viewability e per altri bisogni di verifica – spiega Dennis Buchheim, Executive Vice President and General Manager di IAB Tech Lab -. Il lato vendita sta adottando rapidamente OM, e chiediamo ora a brand, agenzie e DSP di agire e trarre vantaggio da ciò che OM può offrire».

“Crediamo che Open Measurement abbia il potenziale per contribuire a creare un ecosistema media digitale più trasparente e affidabile tra i vari schermi” dichiara Google nel blog post, sottolineando come la società stia continuando a lavorare con il gruppo di lavoro Open Measurement di IAB Tech Lab per espandere lo standard a nuove casistiche d’uso oltre la viewability e a nuovi ambienti come il video web.

Google contro le frodi mobile: Ad Manager e AdMob supporteranno app-ads.txt

Google amplia il suo supporto ad app-ads.txt, lo strumento di IAB per contrastare le frodi pubblicitarie nell’ambiente in-app.

Big G ha infatti annunciato in un blog post che a partire dal 27 agosto bloccherà sulla sua piattaforma per gli editori Google Ad Manager e sul suo ad network mobile AdMob l’erogazione di inventory pubblicitarie in-app non autorizzate, basandosi su quanto pubblicato sui documenti app-ads.txt degli editori.

“Vi incoraggiamo fortemente a creare un documento app-ads.txt e a pubblicarlo sul dominio dello sviluppatore contenuto su App Store e/o Google Play Store. Questo vi aiuterà ad evitare che inventory non autorizzate o false possano danneggiare il vostro brand o i vostri ricavi. Gli editori che non implementeranno i file app-ads.txt non subiranno alcun cambiamento nell’erogazione dei loro annunci, ma non beneficieranno di queste ulteriori protezioni alla contraffazione”, spiega Google nel blog post.

Google metterà a disposizione degli editori anche degli strumenti di verifica e controllo per una corretta implementazione dei file app-ads.txt.

Nato come sviluppo dello standard ads.txt, app-ads.txt è uno strumento di IAB Tech Lab per contrastare il fenomeno dell’ad fraud nell’ambiente in-app. Come il suo predecessore ads.txt (dedicato alla pubblicità sul web), app-ads.txt è di fatto una lista dei venditori e rivenditori autorizzati di una determinata inventory. Tale lista è pubblicamente accessibile da chiunque e dunque anche da chi intende acquistare l’inventory, che così può verificare se sta acquistando uno spazio pubblicitario autentico e se chi lo sta vendendo è autorizzato a farlo. La lista è accessibile dalle URL dei siti degli sviluppatori normalmente contenute sugli app store come informazioni di contatto.

App-ads.txt su Google Ad Manager
App-ads.txt su Google Ad Manager

Google, già promotrice di ads.txt sin dalle primissime fasi di vita dello strumento, ha deciso dunque di impegnarsi attivamente a supportare anche lo strumento dedicato alla pubblicità in-app. Qualche mese fa la società aveva annunciato che la sua DSP Display & Video 360 avrebbe smesso di acquistare spazi in-app non autorizzati e che, con l’aumento dell’adozione di app-ads.txt, anche questo strumento sarebbe stato adottato di default dalla piattaforma. E ora, considerando quanto le piattaforme di Google sono utilizzate dal mercato, c’è da aspettarsi che il supporto – sia lato acquisto che lato vendita – di Big G possa dare un’importante spinta all’adozione dello strumento anti frode.

Mobile is the new black, anche in Italia. L’infografica di Sublime

Mobile is the new black, in termini di connettività online, con quasi tre quarti degli utenti a livello globale che si prevede si collegheranno a internet esclusivamente via mobile entro il 2025, secondo il GSMA. E questo trend coinvolge anche l’Italia, specialmente durante la stagione estiva, con le persone che tendono ad accedere ad internet “on the go” durante le vacanze.

Sublime ha sintetizzato, nell’infografica che riportiamo di seguito, alcune cifre chiave per capire meglio questa tendenza nel nostro Paese.

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Location History: su Google sarà possibile impostare la cancellazione automatica dei dati

In occasione della sua conferenza per gli sviluppatori I/O a maggio, Google aveva annunciato che avrebbe presto reso possibile la cancellazione automatica dei dati della cronologia delle posizioni (Location History) – ossia di tutti i vari luoghi in cui un utente si è trovato – sui dispositivi mobili.

Adesso questo annuncio diventa realtà, grazie al lancio di nuovi controlli che consentiranno agli utenti di impostare che Google cancelli la raccolta di questo tipo di dati in automatico ogni 3 mesi o ogni 18 mesi.

Sebbene Google più volte abbia sottolineato che conoscere la cronologia delle posizioni aiuta ad offrire all’utente una migliore personalizzazione dei servizi, per esempio suggerendo un ristorante che può piacergli, secondo molti si tratta di una quantità di informazioni personali fin troppo vasta in possesso della società. Questa novità, disponibile su dispositivi Android e iOS, consentirà agli utenti di avere un maggior controllo su alcuni dei dati rilasciati alla società usufruendo dei suoi servizi.

Per abilitare la cancellazione automatica, basterà andare nella pagina “Dati e personalizzazione” del proprio account Google e selezionare la nuova opzione “scegli di cancellare automaticamente” nella sezione dedicata alla cronologia delle posizioni. Da lì, si potrà scegliere la finestra di tempo di 3 o 18 mesi. La nuova funzione è ufficialmente attiva da oggi, e nel giro di qualche tempo sarà disponibile in tutti i mercati.

Gli utenti, in ogni caso, possono comunque scegliere di disattivare manualmente la raccolta di dati di questo tipo, così come di ogni altro tipo di informazione raccolta da Google, dalle attività web e app alle informazioni del dispositivo, dalle attività vocali e audio alla cronologia delle ricerche e delle visualizzazioni su YouTube.

Apple punta sulla privacy al suo evento WWDC. Novità in vista per il tracciamento

Più controllo agli utenti sulla loro privacy, grazie a un nuovo sistema di log-in ad app e servizi che riduce al minimo la condivisione di informazioni personali. Apple continua la sua personale battaglia contro il tracciamento degli utenti da parte di terzi, cominciata con l’Intelligent Tracking Prevention di Safari, con una novità presentata lunedì in occasione della sua conferenza WWDC a San Jose.

Si tratta della funzione – tecnicamente, un bottone – “Sign in with Apple”, che consente agli utenti di autenticarsi a programmi e servizi attraverso il Face ID di Apple, senza la necessità di condividere altre informazioni personali. Costituisce di fatto un’alternativa ai metodi di log-in attraverso gli account Facebook e Google disponibili su svariate app, utili ad avere accesso rapido a servizi senza la necessità di creare nuovi account e ricordare password in più, ma che, ha sottolineato Craig Federighi, SVP of software engineering di Apple in occasione della presentazione del pulsante Apple, “hanno un costo in termini di privacy”.

Ecco come funziona il nuovo pulsante. Una volta autenticatisi con il loro Face ID, gli utenti accedono all’app con un account nuovo, e possono a questo punto scegliere se dare nome e indirizzo email al programma che stanno usando, o no. In quest’ultimo caso, Apple provvederà a creare autonomamente un indirizzo email unico (un insieme a caso di lettere e numeri) che inoltrerà all’indirizzo di posta reale dell’utente. Per ciascuna app verrà creato un indirizzo diverso, e proprio questa caratteristica consentirà alla singola app di potere dialogare con l’utente, ma d’altro canto renderà praticamente impossibile associare l’email a uno specifico dispositivo.

Apple: controlli più granulari sui dati di posizione

La funzione, che diventerà operativa a partire da questo autunno con la versione 13 di iOS, non è la sola novità annunciata dalla società di Cupertino in occasione del suo evento. iOS 13 includerà infatti anche controlli più granulari sul tracciamento della posizione degli utenti.

Gli utenti potranno infatti condividere la propria posizione con un’app una prima volta, e poi impostare che l’app la richieda per tutti gli accessi successivi. La persona potrà anche decidere di dare autorizzazione affinché il software faccia un tracciamento continuo in background (cioè quando l’app non è in uso), ma in quel caso Apple fornirà all’utente un report sull’utilizzo che l’app sta facendo di quel dato.

Apple limiterà anche l’adozione da parte delle app terze di tecniche opache stile-fingerprinting, che utilizzano informazioni come i segnali Bluetooth o Wi-Fi per individuare la posizione di un utente.

Nuove linee guida per chi sviluppa app per i bambini sullo Store di Apple

La società ha infine aggiornato le linee guida per le app dedicate ai bambini presenti sul suo App Store. Tali software non dovranno più contenere “link che portano fuori dall’app, occasioni di acquisto o altre distrazioni per i bambini”, recitano le nuove direttive per gli sviluppatori, e “non dovranno includere pubblicità di terze parti o servizi di analytics”, pena l’esclusione dallo store.

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