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Gestione dei consensi: ora c’è più tempo per adattarsi al nuovo framework IAB

Chi possiede una piattaforma di gestione dei consensi aderente al Transparency & Consent Framework (TCF) IAB v1.1 avrà più tempo per passare alla nuova versione v2.0.

IAB Europe ha infatti reso noto che il suo tavolo di lavoro dedicato al Transparency & Consent Framework ha votato per estendere la scadenza oltre la quale l’associazione non offrirà supporto tecnico al TCF v1.1, la prima versione dello standard per la raccolta e gestione dei consensi all’uso dei dati in conformità al GDPR.

Da qualche tempo il framework è stato aggiornato a una nuova versione, più efficiente e aderente ai bisogni del mercato, e pian piano editori e fornitori terzi stanno adattando le loro piattaforme di gestione dei consensi (CMP) alle regole del nuovo standard. Attualmente sono 400 i fornitori registrati al TCF v2.0.

Molti, tuttavia, sono rimasti ancora indietro e, complice il Covid-19, stanno avendo più difficoltà a tenersi al passo: il passaggio dalla versione 1.1 alla 2.0 dello standard, infatti, richiede consulti e modifiche a livello ingegneristico e legale, che con il lockdown stanno diventando più complicati da gestire.

Inizialmente, IAB aveva dichiarato che avrebbe fornito supporto tecnico per lo standard TCF v1.1 fino al 30 giugno. Adesso, invece, la scadenza è stata estesa al 15 agosto 2020. Entro quella data l’associazione auspica che nel mercato il passaggio alla nuova versione del framework sia stata completata.

Quantcast Choice, la CMP si aggiorna per adeguarsi ai nuovi standard europei sulla privacy

Quantcast, società internazionale di audience intelligence, ha annunciato che dal 4 maggio, sarà disponibile una nuova versione di Quantcast Choice, la popolare tecnologia utilizzata da moltissimi siti e inserzionisti pubblicitari per la gestione del consenso degli utenti all’utilizzo dei dati.

La nuova versione verrà resa disponibile gratuitamente sia per i nuovi clienti che per quelli attuali, per supportare l’utilizzo della versione aggiornata del Transparency and Consent Framework di IAB Europe, ossia la nuova versione (TCF v2.0) del protocollo elaborato dallo IAB per permettere ai siti di gestire i dati degli utenti in osservanza alle leggi europee sulla privacy.

Per garantire a editori e inserzionisti un adeguamento facile e conveniente, la nuova versione di Quantcast Choice permetterà quindi l’upgrade al TCF v2.0 in pochi minuti. La versione TCF v1.1 non sarà più supportata con la fine di giugno.

“Il nuovo TCF fornisce un prezioso supporto sulla tutela della privacy dei consumatori, nonché un modo per il mondo dell’advertising di operare efficacemente, continuando inoltre a supportare la realizzazione di nuovi contenuti digitali”, così ha affermato Konrad Feldman, co-fondatore e CEO di Quantcast. “Quantcast si impegna a favorire la diffusione dell’open internet per un mondo sempre più consent-driven, questo significa fornire un prodotto che permetta, ad editori e inserzionisti, di garantire ai consumatori notifiche chiare e scelta delle loro preferenze, in una soluzione facile da adottare e che non vada ad impattare i loro budget, in questo difficile contesto economico”.

IAB Europe pubblica il nuovo Digital Advertising Effectiveness Measurement Framework

Con l’obiettivo di favorire una maggiore uniformità nella misurazione degli effetti della pubblicità online, IAB Europe ha annunciato il rilascio del nuovo Digital Advertising Effectiveness Measurement Framework.

Realizzato a valle di una vasta ricerca internazionale, il nuovo Framework raggruppa una serie di definizioni, misure e metriche relative alle tre aree chiave delle ricerche sulla comunicazione online (sull’efficacia del media, sul brand e sulle vendite) con cui la più importante associazione di settore prova a risolvere la confusione che ancora gli investitori ravvisano quando svolgono o comprano ricerche per cercare di misurare l’efficacia delle loro campagne digitali.

La rapida evoluzione dell’ecosistema dell’online e il moltiplicarsi di canali e strumenti di comunicazione disponibili, ha inevitabilmente agevolato il proliferare di interpretazioni e metodologie diverse nella misurazione delle campagne online, come ha sottolineato Townsend Feehan, Ceo di IAB Europe, motivando l’impegno dell’associazione nello sviluppo di questo nuovo documento. “Dal momento che molte società di ricerca usano diverse definizioni e metodologie, può risultare molto complicato per i soggetti del mercato decidere come misurare l’efficacia della loro pubblicità e come comparare i risultati di fonti diverse“.

“Crediamo – ha aggiunto Feehan – che una “lingua franca” e un set di standard, come quelli proposti dal nostro Digital Advertising Effectiveness Measurement Framework, rimuoveranno questa frammentazione e accelereranno gli investimenti e la comprensione delle ricerche sul digital advertising”.

IAB Europe ha precedentemente svolto una ricerca sul tema della misurazione dell’efficacia della comunicazione online, coinvolgendo le 14 maggiori compagnie e agenzie che forniscono al mercato soluzioni di misurazioni a clienti dell’area Emea e in tutto il mondo. Inoltre, una task force di Iab Europe ha realizzato una mappa dei fornitori operativi nell’area delle ricerche.

L’associazione ha in programma per il prossimo 7 maggio un webinar di approfondimento sul Framework a cui parteciperanno un panel di aziende, agenzie e operatori del media e delle misurazioni.

Cresce tra gli operatori l’adozione del Transparency & Consent Framework IAB

Sempre più società operanti nell’industria della pubblicità digitale stanno adottando l’ultimo aggiornamento al Transparency & Consent Framework (TCF) v2.0. Lo dichiara in una nota IAB Europe, secondo cui dal lancio del nuovo framework, avvenuto lo scorso agosto, 365 operatori lo hanno integrato.

Negli ultimi sei mesi, vendor e CMP hanno infatti aggiornato la loro offerta tecnologica per essere conformi alle specifiche tecniche e alle policy entro il 31 marzo 2020, data del passaggio al TCF v.20. Secondo l’associazione, gli sforzi finora compiuti forniscono alla comunità degli editori la sicurezza che il settore sia pronto a sostenere le funzionalità potenziate disponibili all’interno del nuovo protocollo.

“TCD v.2 è un avanzamento importante che fornisce ai consumatori maggiori comprensione e controllo su come i loro dati sono usati, con innovazioni importanti. È anche una manna per le autorità regolatrici che cercano di far rispettare le leggi nel nostro complesso ecosistema. Il suo successo dipende dalla una larga adozione da parte del mercato. Siamo davvero incoraggiati e impressionati dal fatto che nonostante le attuali difficili circostanza legate alla COVID-19, oltre 350 fornitori di tecnologia abbiano pubblicamente affermato il loro impegno nel nuovo framework. Nelle ultime settimane abbiamo visto un incremento del 100% nelle registrazioni, il che dimostra come l’industria si stia impegnando non solo a mantenere ma anche a progredire nell’ambito degli standard di privacy dei consumatori”, ha dichiarato Townsend Feehan, Ceo di IAB Europe.

IAB Europe continuerà a supportare la v1.0 e la v2.0 del TCF fino alla fine del secondo trimestre, quindi fino a giugno del 2020. Successivamente, sarà disponibile per editori, fornitori e CMP solo il TCF v2.0.

Brand safety, quali aziende sono più preoccupate? In testa il Largo Consumo

Quella della brand safety è ancora una preoccupazione per il mercato della pubblicità digitale. Secondo una recente ricerca di IAB Europe, ben il 77% dei professionisti della digital adv è convinto che la sicurezza dei brand sia ancora una grande priorità.

Ma ci sono delle categorie merceologiche più preoccupate di altre sulla questione. IAB ha notato come il tema sia più “caldo” tra le aziende del Largo Consumo (lo ha sottolineato il 55,29% degli intervistati) e tra quelle Finanziarie (48,24%), seguite da Healthcare (42,35%) e Automotive (28,24%). Solo più indietro troviamo Viaggi, Retail, Lifestyle, Intrattenimento, Telecomunicazioni e altre, per finire con percentuali molto basse in alcuni settori come l’Elettronica (5,88%).

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La ricerca è andata oltre, ed ha indagato il sentiment delle aziende nei confronti di quello che si sta facendo all’interno del mercato per porre soluzione al problema. Le imprese si sono dimostrate ampiamente d’accordo (64,8%) sul fatto che le innovazioni tecnologiche stiano contribuendo a risolvere i timori sulla brand safety. Un po’ meno della metà (36,4%), invece, concorda sul fatto che la industry abbia fatto un buon lavoro per affrontare la situazione nel 2019 (il 20,5% non è d’accordo).

Resta di fatto che gran parte del mercato (80,7%) affermi che assicurare ambienti sicuri per i brand sia una parte chiave di tutte le campagne media digitali, e che (77,91%) per affrontare il problema siano necessari approcci su misura in base alle specifiche esigenze delle singole aziende.

A proposito di possibili soluzioni, tra le più citate dalle aziende ci sono la diffusione di standard comuni, la necessità di una migliore educazione e discussione sul tema, una verifica continua, una maggiore collaborazione e trasparenza tra inserzionisti e piattaforme tecnologiche e migliori soluzioni in programmatic e una netta linea tra la brand safety (pubblicità in un contesto sicuro) e la brand suitability (pubblicità in un contenuto appropriato).

Brand safety, per il 77% dei professionisti digital è ancora una grande priorità

Quello della brand safety, insieme alla privacy, è ancora un tema caldo del mondo della pubblicità online. Lo rivela un sondaggio di IAB Europe, secondo cui il 77% dei professionisti della digital adv è convinto che la sicurezza dei brand sia ancora una grande priorità.

Il Brand Safety Poll dell’associazione rivela anche che per il 57% la brand safety è ancora più in cima ai pensieri rispetto agli anni passati (quando pure erano scoppiati casi eclatanti come quello di YouTube), a causa di una maggiore comprensione e conoscenza della problematica. Le aziende infatti oggi più che mai si informano su dove i loro annunci vengono visualizzati, e stanno anche diventando più consapevoli e severi nelle loro pianificazioni media, sottolineando l’importanza per il mercato di promuovere ambienti sicuri.

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Tra le metodologie più utilizzate nel mercato per combattere i timori sulla brand safety, i principali risultano essere ancora blacklist e targeting per parole chiave, rispettivamente utilizzati dal 93,8% e dal 91% dei rispondenti. Seguono le whitelist all’87,8% e l’adozione di partner di verifica all’83,9%.

In occasione del rilascio dei risultati del sondaggio, IAB Europe ha anche presentato il white paper “IAB Europe Navigator: Quality in Digital Advertising“, un documento dedicato ad aziende e agenzie in cui si descrivono le varie iniziative nazionali per promuovere la qualità degli spazi adv: dallo IAB UK Gold Standard allo IAB Quality Index italiano, dal Digital Ad Trust in Francia al BVDW Digital Trust Initiative tedesco, fino alle guideline messe a punto in altri Paesi come Finlandia, Spagna e Svezia.

«I brand hanno paura del danno a livello di reputazione che può venire da ambienti pubblicitari non sicuri, e si aspettano più informazioni su dove i loro annunci vengono erogati e accanto a che tipo di contenuti – commenta Townsend Feehan, CEO di IAB Europe -. Questa crescente sofisticazione e partecipazione nel settore sta creando un’attiva pressione al cambiamento, da cui trarrà beneficio l’intero sistema».

Quanto sono utilizzate le CMP nella compravendita di pubblicità?

Da quando è entrato in vigore il GDPR un anno e mezzo fa, nel mercato della pubblicità digitale si sono iniziate a diffondere le CMP, uno strumento volto ad aiutare gli editori a richiedere e gestire in maniera semplice il consenso degli utenti all’utilizzo dei loro dati.

IAB Europe, in occasione di un suo studio annuale sul mercato programmatico in Europa, in cui ha evidenziato numeri e trend del mondo ad tech nel Vecchio Continente, ha indagato anche quanto queste piattaforme sono effettivamente utilizzate da editori e buyer nella compravendita pubblicitaria.

L’associazione ha chiesto agli stakeholder del mercato quanto dell’inventory acquistata o venduta utilizzasse una consent management platform per raccogliere i consensi degli utenti. E le risposte hanno evidenziato una quantità ancora non molto alta. Se il 38% degli editori ha affermato che l’81% o più della loro inventory è stata acquistata tramite una CMP, solo il 17% dei buyer ha dichiarato di aver comprato l’81% dell’inventory con un consenso “passato” tramite piattaforme di questo tipo.

Per le CMP c’è ancora un grande potenziale di sviluppo e adozione, dunque. A maggior ragione considerando che, secondo un’altra ricerca, condotta lo scorso anno dalla società di monetizzazione Mediavine, l’uso di una CPM ha effetti particolarmente vantaggiosi sui ricavi degli editori, sia a livello di CPM che di fill rate. Analizzando la vendita delle inventory a cavallo dell’entrata in vigore del GDPR, ossia tra marzo/aprile e giugno/luglio 2018, la società ha scoperto che i publisher dotati di una CMP hanno registrato infatti CPM medi il 52% più alti e fill rate maggiori del 38% rispetto a chi non ha cambiato il proprio setup dopo l’entrata in vigore del regolamento.

Programmatic e analytics sono le competenze più richieste nel marketing digitale

Per il 75% delle aziende europee che operano nell’ecosistema online, trovare candidati effettivamente preparati è la principale difficoltà che si affronta quando si seleziona il personale. La percentuale scende al 71% nei Paesi centro-orientali e meridionali, ma sale al 78% in quelli occidentali e settentrionali.

È quanto emerge dalla ricerca “Human Capital in the Digital Environment” di IAB Europe, che ha indagato trend e sfide delle risorse umane tra le aziende che operano nel comparto digitale.

La maggioranza dei rispondenti ha citato il programmatic (59%) e gli analytics (51%) come le competenze più desiderate da chi assume, sia nel caso di chi si candida per una posizione, sia in quello di dipendenti che cambiano ruolo nella stessa azienda. Per il 55% il programmatic è vitale nel processo di selezione, mentre il 51% è interessato a ricevere formazione su questo tema. Per quanto riguarda gli analytics, invece, il 51% li considera la competenza principale per trovare lavoro nel mondo del marketing e della pubblicità digitale, mentre il 46% vorrebbe essere ulteriormente formato sul tema. Altri argomenti considerati importanti sono le tecnologie emergenti (il 48% dei candidati vorrebbe essere formato, ma solo il 35% dei datori di lavoro lo considera una competenza interessante) e i social media, che risultano altamente richiesti secondo gli esperti di risorse umane e formazione.

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I risultati dello studio evidenziano che in molti Paesi l’attuale sistema educativo non è adatto al mondo digitale di oggi. Chi intraprende la strada professionale della pubblicità digitale, in particolare i pochi che hanno ricevuto una formazione su discipline non direttamente attinenti a questo campo, si trovano nella necessità di un training generale, mentre invece il mercato fa molto affidamento su competenze extra-specializzate. Studenti di discipline come ingegneria del software, economia, matematica, computer science, non sono invece immediatamente consci delle opportunità rappresentate dalla pubblictà digitale, e dunque il bacino di potenziali candidati è più ristretto di quello che potrebbe essere, il che è un fattore determinante per la carenza di talenti emersa dal report.

«Le evidenze dello studio “Human Capital in the Digital Environment” ancora una volta rinforzano il bisogno forte di migliori e più sostenuti sforzi in formazione ed educazione nel mercato – commenta Townsend Feehan, CEO di IAB Europe -. È una richiesta per una maggiore cooperazione e supporto tra tutti gli operatori per sviluppare programmi europei che aiutino a chiudere il gap di competenze e assicurare la crescita dell’ecosistema digitale».

In Europa il programmatic è cresciuto del 33% nel 2018 e ora vale 16,7 miliardi di euro

In Europa, i ricavi derivanti dalla pubblicità programmatica sono cresciuti del 33% nel 2018, a 16,7 miliardi di euro.

Lo si legge in “Attitudes to Programmatic Advertising”, ricerca annuale di IAB Europe che ha avuto l’obiettivo non solo di calcolare le dimensioni del mercato ma anche di analizzare scenario, strategie e tendenze di adozione e motori e barriere della crescita, elaborando al contempo previsioni per il futuro dei 31 mercati considerati.

Il valore del programmatic in Europa negli anni
Il valore del programmatic in Europa negli anni

Secondo il rapporto, inoltre, più del 70% del formato display e oltre il 59% del video sono stati transati attraverso metodi programmatici. L’acquisto di social media domina ancora il comparto ma non considerando questa categoria il segmento ha visto una crescita del 26,6%, per un totale di 5,5 miliardi di euro.

Il documento ha messo in evidenza anche altri elementi di interesse. Innanzitutto, si è registrato un continuo slancio del mercato verso una ambiente pubblicitario sicuro e di qualità; si è inoltre notato che ads.txt è ben affermato tra gli editori ma conoscenza e adozione dello strumento lato acquisto è bassa; ancora, le professionalità e le competenze restano una barriera agli investimenti, mentre la trasparenza della filiera continua a essere un problema.

Sempre più inserzionisti internalizzano il programmatic

In più, il numero di inserzionisti che hanno internalizzato le operazioni programmatiche è ora più alto del numero di chi esternalizza rivolgendosi a un’agenzia; il programmatic, nel frattempo, continua a essere un catalizzatore per l’erogazione in scala di campagne di brand e, ulteriore elemento rilevato dalla ricerca, alla luce del GDPR, gli operatori stanno cercando di utilizzare in maggiore misura dati di prima parte, private marketplace e targeting contestuale.

Una conclusione importante a cui è giunto il rapporto, come scritto sopra, è che mentre molte delle sfide che l’industria ha affrontato, in particolare riguardanti le frodi pubblicitarie e la sicurezza del marchio, continuano a essere una preoccupazione, i compratori di pubblicità non hanno ancora adottato ads.txt (sia in ambiente desktop sia mobile) in maniera significativa. Solo il 6% degli inserzionisti e il 26% delle agenzie sta acquistando la maggior parte della loro inventory verificata.

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La quota di spesa pubblicitaria digitale per modalità di scambio

Tra gli editori, di converso, l’adozione dell’ads.txt è molto più alta, con il 56% di loro che vende la maggioranza dei loro spazi con ads.txt allegato. Questo suggerisce indubbiamente che vi è disponibilità di inventory dotata di ads.txt esiste ma è richiesta maggiori istruzione e adozione da parte di aziende e agenzie.

Lo studio evidenzia anche un chiaro passaggio del mercato a modelli ibridi di compravendita programmatica in quanto il numero di inserzionisti con attività in-house supera il numero di quanti delegano alle agenzie; a ciò si aggiunte un incremento del numero di inserzionisti che ricorre a consulenze esterne.

Cresce il ruolo della consulenza

Gli inserzionisti che adottano agenzie di consulenza per l’acquisto di programmatico sono aumentati del 7% nel 2019, dall’0% riportato nel 2018. Inoltre, il 52% degli inserzionisti ha dichiarato che sta considerando di internalizzare il programmatic nel prossimo anno mentre il 50% ha dichiarato che pianifica fare affidamento a un’agenzia di consulenza esterna.

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Il peso del social sul mercato programmatico

“L’industria programmatica sta attraversando un periodo di rapida trasformazione, con lo scopo di garantire un ambiente sicuro per gli inserzionisti, un’esperienza positiva per i consumatori e di soddisfare le richieste provenienti dalle nuove regolamentazioni in tutto il mondo. Nel contesto di questa evoluzione, è incoraggiante vedere che la maggioranza degli operatori si aspetta un aumento degli investimenti in programmatic fino all’80% nei prossimi dodici mesi. In particolare, prevediamo che digital out-of-home, audio e televisione connessa saranno le aree di crescita. È chiaro comunque che il talento, la bassa adozione di ads.txt da parte dei compratori e la trasparenza della filiera restino di ostacolo a questa espansione, perciò queste sono le aree a cui ci dedicheremo prossimamente insieme con i nostri membri”, ha commentato Townsend Fehan, Ceo di IAB Europe.

IAB Europe lancia la seconda versione del Transparency and Consent Framework

IAB Europe, in collaborazione con IAB Tech Lab, ha annunciato il lancio della seconda versione del Transparency and Consent Framework, strumento che sostiene gli operatori dell’ecosistema pubblicitario digitale nel processo di conformità al GDPR e e alla direttiva ePrivacy.

Il lancio è stato preceduto da un periodo di revisione di dodici mesi, durante i quali sono stati raccolti pareri di tutti i settori dell’industria, in particolare editori, e si sono svolti nove incontri con le varie Data Protection Authorities (DPAs) europee.

Il TFC è composto da specifiche tecniche e documentazioni che permettono agli operatori di lavorare su congrue basi legali quando elaborano dati personali in ogni mercato in cui operano. Si tratta di un framework per editori, venditori di tecnologia, agenzie e inserzionisti per comunicare chiaramente e coerentemente con gli utenti finali riguardo le modalità con cui i dati sono usati, fornendo allo stesso tempo a questi l’opportunità di negare il consenso.

Il TCF 2.0 dunque rafforza l’intera impalcatura del TCF per accrescere la trasparenza e le possibilità di scelta dei consumatori, migliora la gestione del consenso e della conformità e la collaborazione all’interno dell’industria.

Gli editori che impiegano TFC 2.0 ottengono maggiore controllo e flessibilità per quanto riguarda il modo in cui si integrano e collaborano con i loro partner tecnologici. Una nuova funzionalità permette infatti di restringere le finalità per cui i dati personali sono elaborati dai fornitori.

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