Main partner:

Jobs

IAB rilascia le nuove guidelines sulla pubblicità mobile in-app

Continua il lavoro di IAB per ridefinire gli standard pubblicitari online. Dopo il documento sui nuovi formati standard, attualmente al vaglio degli operatori, ora arrivano le nuove guidelines sulla pubblicità mobile in-app, il primo aggiornamento dal 2013.

Anche questo aggiornamento riguardante il MRAID (Mobile Rich Media Ad Interface Definition per annunci mobile rich media erogati in-app), rilasciato dallo IAB Technology Laboratory, è stato reso disponibile per un commento pubblico. Il documento MRAID 3.0 fornisce, tra le altre innovazioni, una guida tecnica per migliorare l’esperienza degli utenti sui device mobili rendendo più veloce l’erogazione degli annunci, per migliorare la misurazione della viewability degli ad e per facilitare l’integrazione del VPAID (Video Player Ad Interface Definition) per la misurazione del video all’interno di annunci MRAID.

Sviluppato dai membri del gruppo di lavoro MRAID, questa release segna la prima grande revisione della definizione del Mobile Rich Media in più di quattro anni, e, non solo porta a uno stato avanzato le specifiche relative, ma li rende anche più developer-friendly.

Il nuovo standard MRAID 3.0 inoltre chiede agli operatori sforzi per rendere il mobile un mezzo performance agli occhi di chi investe, proponendo loro indicazioni sull’attivazione del sistemi di localizzazione dei device raggiunti dall’annuncio e se su questo, al momento dell’erogazione, era attivo l’audio.

L’obiettivo è eliminare il più possibile le informazioni ambigue che ancora accompagnano l’adv su mobile.

Il periodo di consultazione pubblica sarà attivo fino al 30 gennaio 2017 ed entro quel periodo vanno fatti pervenire i commenti relativi, dopo di che il gruppo di lavoro MRAID valuterà i commenti e incorporerà i feedback.

Formati pubblicitari, qual è il più detestato dagli utenti?

Uno studio di Kargo, azienda specializzata in pubblicità mobile, ha rivelato che gli annunci interstitial, ovvero quelli che compaiono e bloccano l’intero schermo mobile, sono le unità più disturbanti e intrusivi. Benché considerato tecnicamente viewable, dopo aver visualizzato questo formato l’attenzione dell’utente cala vertiginosamente.

Anche MediaBrix, piattaforma di pubblicità video mobile in-app, è giunta a simili conclusioni, anche se in riferimento ad interstiziali erogati all’interno delle applicazioni.

Gli interstitial video a piena pagina hanno innescato reazioni figt-or-flight ad un tasso doppio degli annunci embedded opt-in, stando ai dati del documento, e chi vede gli interstitial passa il 22% del tempo cercando il tasto X.

Questo effetto è descritto allo stesso modo anche da Kargo: AJ Mathew, VP Research della società ha sottolineato a Warc che i consumatori sono coinvolti visivamente con questi annunci, ma spesso perché stanno cercando di chiuderli.

D’altra parte, ha scoperto MediaBrix, le inserzioni embedded opt-in hanno totalizzato un engagement mentale otto volte superiore, con un tempo dedicato al marchio tre volte superiore, un brand recall significativamente più alto e con opinione positiva rispetto agli annunci video interstiziali standard.

È emerso, in più, che le persone coinvolte nel sondaggio hanno effettivamente guardato le unità opt-in embedded: quasi il 90% degli utenti, secondo la ricerca di MediaBrix, ha guardato tutti i 30 secondi che componevano il video, paragonato al solo 25% dei naviganti esposti ad un interstitial.

Google: il 56% degli annunci erogati non è visualizzato dagli utenti (INFOGRAFICA)

Nella pubblicità online, non sempre “impression erogata” significa “impression vista”. Anzi: il 56% degli annunci erogati dalle piattaforme di Google e DoubleClick non vengono visti dagli utenti, in quanto sono collocati in porzioni di pagina che si collocano al di fuori della parte visualizzata del browser.

Lo ha fatto sapere proprio Big G attraverso un’indagine realizzata con i dati del suo adserver (DoubleClick) per fornire a inserzionisti e publisher una serie di insight utili sul caldissimo tema della Viewability dei messaggi pubblicitari online.

Il tema è di grande interesse sia per chi compra, sia per chi vende spazi adv. Ovviamente agli  inserzionisti preme assicurarsi che i loro annunci possano essere effettivamente visti per ottenere un aumento del ROI. Gli editori, dal canto loro, vogliono migliorare la viewability dei loro spazi adv per usare questo dato come moneta di scambio sul mercato. la ricerca di Google indica però che c’è ancora molta strada da fare.

Diversi sono i fattori che condizionano la Viewability di un banner. Hanno un forte peso sia la posizione dell’annuncio, più efficace se si trova appena sopra la metà della pagina (e non in cima), sia la sua dimensione: il formato di sicuro successo è quello verticale, 120×240, 240×400, 160×600 o 120×600.

I dati dell’indagine, come sottolinea la stessa Google, smentiscono la tradizionale equazione “above the fold = visibile; below the fold = invisibile”. La posizione dell’annuncio al di sopra della metà della pagina garantisce la sua visibilità nel 68% dei casi, contro il 40% degli annunci al di sotto della ‘page fold’. La differenza c’è, ma non così marcata come si potrebbe pensare.

La viewability di una impression – considerata con i criteri fissati da IAB, si definisce Viewable una impression quando almeno il 50% dei pixel di un annuncio si trovano sullo schermo per almeno un secondo – varia molto anche a seconda dei settori industriali di riferimento e risulta più alta laddove è maggiore l’engagement dell’utente con i contenuti offerti (consulenza e informazione, comunità on line, giochi, arte e intrattenimento, lavoro e formazione, business e industria, computer e elettronica, scienze, internet & telecom, hobby e tempo libero).

E’ importante notare che i dati non si riferiscono solo al network di Google, ma includono anche l’amplissimo numero di siti che utilizzano DoubleClick come ad server.

Di seguito, un’infografica che riassume i principali risultati della ricerca.

5-factors-of-viewability_infographics

Le più lette