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Il futuro di WPP? «Trarre vantaggio dalle opportunità della tecnologia»

Nella nostra rassegna di oggi spazio al futuro di WPP, raccontato dal suo co-chief operating officer, e a due studi di ANA ed Ebiquity.

Il futuro di WPP? «Trarre vantaggio dalle opportunità della tecnologia»

Il futuro di WPP? E’ quello di «trarre vantaggio da tutte le opportunità messe a disposizione dalle nuove tecnologie e dai nuovi modi di comunicare coi consumatori». A dirlo è stato Mark Read, co-chief operating officer di WPP, in occasione di un’intervista rilasciata al Festival di Cannes. «Questo non vuol dire che diventeremo una società tecnologica – ha aggiunto il manager -. Saremo ancora una società interessata in idee e creatività e che può aiutare i clienti a crescere. Ma abbiamo bisogno di capire come usare la tecnologia e i dati nel nostro lavoro, in modo da mettere entrambe le cose al servizio delle idee». Leggi di più su AdExchanger.

GDPR, oltre un quarto dei marketer non ha ricevuto training prima dell’entrata in vigore della normativa

Una ricerca condotta da DMA sul contesto del mercato pubblicitario post-GDPR ha evidenziato tra le aziende una mancanza di sicurezza sulla conformità al regolamento più diffusa di quanto ci si potesse aspettare. Il motivo? Un training non adeguato. Secondo lo studio, il 27% dei marketer non ha ricevuto alcuna formazione prima della definitiva entrata in vigore del regolamento euroepo il 25 maggio scorso, ma ha dovuto affrontare da solo le complesse questioni su conformità, comunicazione e privacy sollevate dalla normativa. Leggi di più su The Drum.

Quanto può far guadagnare alle aziende una migliore allocazione della spesa pubblicitaria?

Una migliore allocazione della spesa pubblicitaria avrebbe fornito alle aziende un profitto superiore ai 40 miliardi di dollari ogni anno a livello globale, secondo uno studio di Ebiquity. La società ha analizzato 2500 campagna in tre anni, per un totale di investimenti media di 375 miliardi di dollari, ed è giunta alla conclusione che se le aziende avessero ottimizzato tali investimenti sulla base del contributo al ROI proveniente dai vari canali (si parla di media tradizionali e digital video e display), avrebbero generato ulteriori 45 miliardi di dollari di profitti globali. «Con giuste misurazioni e analytics, i marketer possono rivalutare l’allocazione della loro spesa adv in modo da migliorare sensibilmente i loro risultati», ha dichiarato Mike Campbell, Head of International Effectiveness di Ebiquity. Leggi di più su WARC.

Ad-server, le aziende razionalizzano il loro portafoglio partner

I grandi inserzionisti mondiali stanno consolidando il loro portafoglio ad server.

Una ricerca di World Federation of Advertisers (WFA) e Ebiquity, che ha coinvolto 30 marchi da 14 settori con una spesa media globale di oltre 30 miliardi di dollari, segnala infatti che il numero medio dei partner di riferimento è in calo di un terzo negli ultimi due anni. La maggior parte dei marketer ora lavora con tre società di ad-serving, paragonate ai 4,5 nel 2014.

Sono dati che stanno ad indicare un consolidamento nello spazio ad-tech, oltre che ai progressi tecnologici che ora permette ai professionisti di ottenere una scala globale con meno fornitori. Ma segnalano anche una frustrazione tra i marketer, secondo gli esperti, che deriverebbe dall’integrazione e dalla gestione un quantità eccesiva di venditori.

WFA ha dichiarato inoltre che gli operatori stanno cercando di ridurre i costi, che possono raggiungere in alcuni casi oltre il 10% della spesa netta in media digitali a seconda del formato, con il video a prezzi considerevolmente più alti.

Gli strumenti che offrono viewability, verifica, integrazioni programmatiche o ottimizzazione per creatività dinamiche sono stati tutti utilizzati da almeno il 60% dei rispondenti.

Secondo lo studio, nel 2014, circa il 16% dei partecipanti ha lavorato con oltre nove ad server, mentre nel 2016 solo il 3% è attualmente al lavoro con sette o otto soggetti e solo il 10% con cinque o sei società.

Il modo più comune per gli inserzionisti di lavorare con un ad server è attraverso un contratto posseduto e gestito da agenzie media, un disposizione ritrovata nel 70% dei casi. Ad ogni modo, fa notare il documento, l’esternalizzazione verso le agenzie può portare ad una perdita di controllo e visibilità sul prezzo, oltre che a difficoltà nell’accesso ai dati e alla reportistica.

Circa il 30% dei rispondenti ha attualmente un rapporto diretto con un ad server ma permette alle agenzie di gestirlo, mentre il 13% dei marketer possiede e gestisce i rapporti con ad server.