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Ecco come funzionerà l’alternativa di IAB ai cookie per il tracciamento

Lo IAB Tech Lab rivela nuovi dettagli sul suo progetto di un’alternativa ai cookie per il tracciamento degli utenti online. In un documento pubblicato nei giorni scorsi, la società ha fatto luce su come funzionerà la sua proposta: attraverso degli “identificativi” forniti dagli sviluppatori di browser, nel rispetto della privacy dell’utente.

Questa soluzione, secondo IAB, porterà grande beneficio al mercato pubblicitario, che non dovrà più fare affidamento su “migliaia di “tracker” e identificativi proprietari basati su cookie”, ma su un solo token standardizzato. “Un token standardizzato nei browser elimina la necessità di dover sincronizzare migliaia di cookie proprietari, un processo che inevitabilmente impatta sull’esperienza dell’utente con un aumento dei tempi di caricamento delle pagine, e che porta sui siti centinaia di terze parti che non è richiesto ci siano – spiega la società nel documento -. Il token standardizzato non necessiterà di accedere a o immagazzinare dati al di fuori delle preferenze dei consumatori”.

L’idea di IAB poggia su tre elementi: il token, criptato e revocabile; un sistema di auditing congiunto; e maggiori controlli di sicurezza. Grazie ad essi, la società spera di vincere i dubbi dei browser, che negli ultimi tempi non hanno nascosto la loro contrarietà nei confronti del tracciamento pubblicitario ed hanno tutti messo a punto soluzioni per limitarlo o bloccarlo, laddove attuato da società esterne e senza rispettare la privacy degli internauti.

Il token proposto da IAB include un identificativo legato alle preferenze di privacy espresse dall’utente. Ad esso potranno accedere esclusivamente quelle società – inclusi fornitori di adtech e martech – che rispettano tali preferenze. Senza accesso al token, le aziende non potranno accedere all’identificativo del consumatore, né quindi raccogliere, utilizzare e condividere i suoi dati.

A controllare il rispetto di tali processi ci sarà un sistema di verifica centralizzato, per mezzo del quale gli operatori potranno fornire dimostrazione di come utilizzano il token ed essere sottoposti a verifica da parte di altre società.

Infine, IAB propone l’introduzione di un contenitore controllato e standardizzato per l’erogazione della pubblicità, che possa garantire uno stretto controllo dell’esecuzione del codice lato-client proteggendo ogni informazione personale identificabile contenuta all’interno degli annunci.

Il progetto è attualmente aperto ai commenti del mercato.

Su Firefox il blocco del tracciamento via cookie diventa automatico di default

Dopo aver lanciato l’Enhanced Tracking Protection (ETP) a giugno come impostazione di default su Firefox per i nuovi utenti, Mozilla rende adesso il sistema di blocco del tracciamento via cookie una funzione automatica anche per chi usa già il browser e lo aggiorna alla nuova versione 69, attualmente disponibile.

“Attualmente oltre il 20% degli utenti Firefox ha l’Enhanced Tracking Protection attivo. Con il rilascio di oggi, ci aspettiamo di fornire protezione al 100% dei nostri utenti in automatico”, scrive Mozilla in un blog post.

La funzione blocca i cookie di terze parti utilizzati per fini come la profilazione della pubblicità, ma offre anche protezione dal cryptomining: una pratica che, eseguita in background e senza la consapevolezza degli utenti, sfrutta CPU e batterie dei dispositivi per il “mining” di criptovalute, riducendo le performance di pc e telefoni e impattando negativamente sull’esperienza di navigazione degli utenti. Questa pratica adesso sarà bloccata di default.

Tra le novità della nuova edizione del browser, anche la funzione Block Autoplay, che offre agli utenti la possibilità di bloccare tutti i video che vengono riprodotti automaticamente, non più solo quelli con audio attivato.

L’ad blocker di Chrome l’8 luglio diventerà globale

Si avvicina la data in cui il filtro anti-pubblicità intrusiva di Chrome entrerà in vigore a livello globale.

Annunciato inizialmente alla fine del 2017, l'”ad blocker” di Google è stato concepito con l’idea di invitare gli editori ad adottare gli standard di pubblicità non intrusiva stabiliti dalla Coalition for Better Ads. Avviato a febbraio 2018 in Europa e negli Stati Uniti, dall’8 luglio la sua portata verrà estesa a tutto il mondo.

Considerato che Chrome ha attualmente una quota di mercato del 64% a livello mondo tra i browser, la novità potrebbe avere un significativo impatto sul mercato pubblicitario digitale. La gran parte dei siti europei e nordamericani ha passato il test dei Better Ad Standards, e l’ad blocker in queste regioni ha avuto una minima influenza su utenti e ricavi pubblicitari dei publisher. Tuttavia, la cosa potrebbe essere diversa in altre parti del mondo come l’Asia, in cui l’utilizzo degli ad blocker è particolarmente alto, e dunque i formati potrebbero essere mediamente più “invasivi” di quelli dei mercati in cui la funzione è già attiva.

Come funziona l’ad blocker di Chrome

Testando l’opinione di oltre 25 mila utenti su 55 formati pubblicitari desktop e 49 annunci mobile, la Coalition For Better Ads ha identificato 12 formati (quattro per desktop e otto per mobile) che ricadono al di sotto della “soglia di accettabilità” dei consumatori. Eccoli nello schema di seguito.

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Chrome scansionerà la pagine web visualizzate sul browser per verificare la conformità degli annunci e, a quel punto, i siti che erogano ripetutamente annunci intrusivi avranno un “periodo di grazia” di trenta giorni per adeguare i formati e richiedere un’ulteriore revisione, dopodiché il browser cesserà di mostrare le creatività.

Le campagne rimarranno bloccate fino a che il sito incriminato non supererà un’ulteriore, successiva revisione. Nel frattempo, gli utenti vedranno sui loro schermi un messaggio che spiegherà loro che gli annunci sono stati bloccati, e offrirà loro la possibilità di disabilitare il blocco.

Il blocco del fingerprinting su Firefox diventa realtà

A poche settimane dall’annuncio di Google di voler rendere più difficile su Chrome utilizzare la tecnica del fingerprinting per il tracciamento degli utenti, Mozilla rilascia un nuovo aggiornamento del proprio browser che consente agli utenti di controllare e bloccare l’applicazione della pratica sui loro dispositivi.

In particolare, nella nuova versione di Firefox sarà possibile bloccare specifici domini che si reputa pratichino il fingerprinting. La tecnica del fingerprinting, che consente di raccogliere informazioni su determinate caratteristiche dei loro dispositivi, come la versione del browser utilizzata, i font o i plug-in installati, viene in alcuni casi utilizzata da aziende e player del mondo ad tech a fini di tracking, ossia per riconoscere e identificare gli utenti di un sito a scopi pubblicitari.

Secondo Mozilla, il digital fingerprinting viola le proprie policy, che proibiscono l’uso di “tecniche di identificazione non volute”. Secondo la società, inoltre, queste pratiche “non possono essere controllate attraverso le impostazioni di gestione del browser” e dunque “non possono essere facilmente cancellate o resettate dagli utenti”. Da qui, la volontà di impedirne il loro utilizzo, con un drastico blocco, sul browser.

Come Mozilla e Google, anche Apple si è mossa su questo stesso fronte: lo scorso anno l’azienda di Cupertino ha dichiarato che avrebbe frenato l’utilizzo del fingerprinting sul suo programma Safari, limitando la quantità di dati relativi ai dispositivi dei propri utenti condivisi con i siti internet.

Nella nuova versione di Firefox gli utenti potranno scegliere di disattivare non solo il fingerprinting, ma anche la tecnica dei “cryptomining scripts“, codici che sfruttano le CPU degli utenti per il “mining” di criptovalute. Attualmente, il blocco dovrà essere impostato dagli utenti, attraverso le preferenze di privacy del browser (selezionando la modalità “personalizzato” di blocco), ma in futuro il blocco potrebbe essere impostato di default.

Il browser Brave lancia un suo ad network

Nella nostra rassegna di oggi parliamo di un importante lancio pubblicitario per il browser Brave e delle ultime novità dei player ad tech Tremor Video e VideoAmp.

Il browser Brave lancia un suo ad network

Il browser privacy-focused Brave ha lanciato un proprio ad network che premia gli utenti per la visualizzazione di pubblicità, senza compromettere la loro privacy. Gli utenti potranno guadagnare il 70% dei ricavi di ogni “Brave Ads” (così si chiamano gli annunci del nuovo ad network) che guardano. Gli annunci non interromperanno l’esperienza di navigazione, arrivando in forma di notifica, e non sostituiranno i banner visibili sui siti navigati dall’utente, che saranno comunque visibili. Gli utilizzatori del browser potranno attivare l’opzione dalle impostazioni del programma. Attualmente disponibili in USA, Canada, Francia, Germania e UK, i “Brave Ads” arriveranno presto anche in altri Paesi. Leggi di più su AdWeek.

La DSP Tremor Video apre uno studio creativo in-house

La DSP Tremor Video ha annunciato il lancio di un nuovo studio creativo in-house, nell’ambito di un ampliamento dell’offerta nei confronti delle aziende clienti. L’hub conterà 14 dipendenti, tra New York e Los Angeles, tra cui ci saranno registi, manager di produzione, sviluppatori e designer. I brand potranno affidarsi allo studio per lo sviluppo di intere nuove creatività, o chiedere ad esso un adattamento di contenuti esistenti, che siano video, foto o GIF. Leggi di più su MediaPost.

Nuovi capitali per la società di ad tech VideoAmp

VideoAmp, società specializzata in ad tech video, ha ottenuto un nuovo round di capitali da 70 milioni di dollari da parte delle società di investimenti The Raine Group e Ankona Capital. La società li utilizzerà per aprire nuovi uffici e aumentare la propria squadra con nuove assunzioni nell’ambito del client success e della data science, con l’obiettivo di supportare la crescita e la scalabilità della società. Leggi di più su AdExchanger.

Google valuta future limitazioni al tracking pubblicitario su Chrome

In risposta ai crescenti timori dell’opinione pubblica in tema di privacy dei dati, Google starebbe valutando alcuni cambiamenti nei propri strumenti per i consumatori e per i brand. Secondo AdWeek, che riporta l’indiscrezione, si tratterebbe di modifiche che potenzialmente potrebbero avere importanti implicazioni alla lunga nel modo in cui le property online vengono monetizzate.

Secondo la testata americana, in questi ultimi mesi sarebbero stati creati una serie di gruppi di lavoro all’interno della società, incaricati di esplorare possibili evoluzioni del browser Chrome e della Google Marketing Platform. In particolare, alcune di queste squadre si starebbero preoccupando di rispondere alle preoccupazioni degli utenti sul tema della privacy dei dati personali, cresciute esponenzialmente dopo lo scandalo di Cambridge Analytica dello scorso anno.

Le discussioni starebbero tenendo conto anche delle recenti mosse di vari browser su questo tema, con Apple, Mozilla e Brave che hanno recentemente avviato delle limitazioni al tracciamento pubblicitario da parte di operatori terzi. Sembrerebbe che all’interno di Google si stia diffondendo l’intenzione di attuare simili mosse anche su Chrome.

Nessuna decisione sarebbe ancora stata presa, ma fonti vicine ai fatti hanno rivelato che è molto probabile che gli attuali dibattiti a Mountain View porteranno ad importanti cambiamenti in Chrome, con conseguenti effetti sul modo in cui i fornitori ad tech operano all’interno del browser (considerando che il browser di Google ha una quota di mercato del 63%).

Ancora è tutto a livello di discussioni interne, ma sono già iniziate le speculazioni sul genere di limitazioni che saranno proposte: alcuni pensano che qualche novità potrebbe arrivare a fine anno, altri si spingono a ipotizzare che gli aggiornamenti delle policy potrebbero essere tanto drastici quanto l’Intelligent Tracking Prevention di Safari.

Pubblicità fastidiosa, la digital industry si compatta: “non lasciamo la questione all’iniziativa dei browser”

Nella battaglia contro gli annunci pubblicitari fastidiosi e invadenti sono recentemente scesi in campo nuovi operatori del mercato internet: i browser. Negli scorsi mesi, quasi in concomitanza, due dei principali software di navigazione, Chrome di Google e Safari di Apple, hanno annunciato di voler porre dei limiti alla pubblicità visibile attraverso i loro programmi, andando a toccare in alcuni casi la gestione dei cookie per il tracking degli utenti, e in altri i formati pubblicitari con l’installazione di ad blocker proprietari.

Ma le associazioni di categoria non sono d’accordo su questa “intromissione”, vedendo nella discesa in campo di queste realtà una “ostentazione di potere” di Google e Apple.

Già un mese fa alcune tra le principali associazioni avevano scritto una lettera aperta ad Apple, chiedendole di rinunciare alle modifiche sul tracking introdotte con gli ultimi aggiornamenti del software. Ma a quanto pare l’iniziativa non ha avuto risposta. Ora, IAB, ANA e 4A si sono nuovamente alleate per chiedere alla Coalition for Better Ads, un organismo fondato lo scorso anno per creare degli standard globali per la pubblicità online, di promuovere l’adozione di quello che loro chiamano il “Better Ads Experience Program”.

Si tratterebbe di un impegno volontario, per tutte le società coinvolte nella pubblicità digitale, a rispettare gli standard pubblicitari stabiliti dalla Coalition for Better Ads, messi a punto qualche tempo fa. Qui la lettera completa.

La lettera non chiama direttamente in causa Google e Apple, ma sottolinea come “ogni programma volto a ridurre agli utenti esperienze sgradevoli deve essere basato su una regolamentazione autonoma a livello di mercato, e non lasciato all’iniziativa individuale di browser o altre società di tecnologie di erogazione, che agiscono sulla base delle loro personali interpretazioni e dei loro giudizi”.

Questo tipo di società è comunque chiamato a fare la propria parte di controllo dell’aderenza dei siti agli standard della CBA e rafforzamento dell’impegno comune a promuovere un ambiente digitale rispettoso dell’utente.

Le iniziative di Apple e Google sono state oggetto di critiche e preoccupazione da parte del mercato, in quanto considerate potenzialmente dannose per l’industria pubblicitaria, ponendo dei pesanti freni al modello economico su cui si è finora basata la sopravvivenza del mercato digitale.

In arrivo Brave, un nuovo browser che blocca la pubblicità

Uno degli argomenti più sentiti e importanti in questo momento per il settore della pubblicità digital è quello della diffusione degli ad blcking da parte degli utenti, che mal sopportano le forme di pubblicità più invasive.

Una soluzione rivoluzionaria potrebbe arrivare da Brave, la start up fondata da Brendan Eich, padre del JavaScript e uno dei fondatori di Mozilla.

Come spiega Business Insider, la nuova realtà ha ideato il browser omonimo Brave che blocca di default ogni tipologia di annuncio per poi sostituirli con altri, meno fastidiosi, sfruttando le tecnologie del programmatic.

La nuova interfaccia di navigazione va incontro alle esigenze degli utenti, che preserveranno la propria privacy, visto che non saranno erogati ad che utilizzano sistemi di tracciamento, e potranno navigare senza essere rallentati dai banner più invadenti, con una velocità 40% superiore su desktop e fino a quattro volte più veloce su mobile.

Agli editori andà direttamente il 55% degli introiti pubblicitari, il 15% andrà a Brave e il 15% al partner che ha fornito l’annuncio. Infine, un 10-15% potrebbe arrivare agli utenti sotto forma di credito da utilizzare per pagare i siti preferiti, su cui vedrebbero scomparire gli annunci.
(Leggi l’articolo completo su Engage.it)

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