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Ads.txt per le app: ecco le ultime novità sullo strumento anti-frode

Dopo un lungo periodo di alpha test, comincia a prendere maggiormente forma il progetto di IAB Tech Lab di applicare lo strumento anti-frode ads.txt anche all’ambiente in-app. Il laboratorio tecnologico di IAB ha infatti pubblicato le specifiche tecniche in beta per la versione in-app dello strumento.

Una lunga gestazione, quella di ads.txt per app, cui hanno contribuito difficoltà oggettive come l’assenza, per le applicazioni, di URL su cui invece normalmente i file ads.txt vengono ospitati su web. Difficoltà, questa, a cui IAB aveva proposto come soluzione l’utilizzo di un campo normalmente usato dagli app store per identificare i software all’interno del loro marketplace, una sorta di codice identificativo – un meta-tag – dell’app nello store. Tuttavia, i marketplace di app non si sono rivelati molto contenti di dover utilizzare tali codici.

Così, in attesa dell’implementazione da parte di App Store e Google Play di meta-tag standard che consentano l’applicazione di ads.txt, l’associazione ha deciso di portare avanti lo stesso il progetto, utilizzando le URL dei siti degli sviluppatori normalmente contenute sugli app store come informazioni di contatto. “Pubblicare le autorizzazioni in un file di testo sul sito dello sviluppatore creerà una risorsa online centralizzate che lo sviluppatore potrà controllare in maniera indipendente – spiega IAB Tech Lab in una nota -. Essendo una specifica in beta, essa può essere implementata adesso, e successivamente gli app store potranno adottare un modo standardizzato per rendere tale informazione disponibile”.

Ma la questione dei meta-tag non è la sola sfida per il progetto. Anche l’adozione di ads.txt tra gli sviluppatori potrebbe rivelarsi difficoltosa. Se infatti, come già visto in ambiente web, utilizzare ads.txt può contribuire a diminuire i casi di frodi, con un conseguente ritorno economico per l’editore, nell’ecosistema app molti sviluppatori (soprattutto i più grossi) guadagnano più con gli abbonamenti che non con l’adv, il che potrebbe renderli meno interessati ad utilizzare un tale strumento.

Le specifiche beta di ads.txt per app sono aperte ai commenti fino al 4 febbraio 2019. Il documento è scaricabile a questo link.

SpotX contro le frodi: “Raggiunta la piena conformità ad ads.txt”

SpotX ha annunciato di aver raggiunto la totale conformità alla soluzione anti frode di IAB ads.txt.

Introdotto a maggio dell’anno scorso, ads.txt è uno strumento che aiuta gli inserzionisti ad evitare di acquistare inventory da venditori pubblicitari non autorizzati, che potrebbero offrire loro inventory contraffatte o fake. Si tratta, in pratica, di una lista – liberamente e gratuitamente accessibile – dei venditori autorizzati alla commercializzazione delle inventory di un editore, che l’inserzionista può utilizzare per capire se chi gli sta proponendo l’acquisto di uno spazio è titolato a farlo o meno. Col tempo diversi operatori hanno deciso di aderire all’iniziativa, gli editori dotandosi delle suddette liste, e le piattaforme programmatiche limitando le operazioni di trading alle sole impression in presenza di ads.txt.

E a questi operatori si è aggiunta anche SpotX, che da luglio garantisce che, quando un file ads.txt è presente, tutte le richieste d’asta a una DSP siano provenienti dai venditori inclusi nell’elenco.

SpotX ha anche precisato che l’85% dei suoi editori ha adottato ads.txt, percentuale al di sopra della media del mercato, che si attesta al 60%. Inoltre, secondo quanto dichiarato dalla società, i siti provvisti di ads.txt che monetizzano attraverso la sua piattaforma hanno il 12% di viewability in più ed eCPM il 15% più alti rispetto alle property che non ne sono dotate. E, sebbene avere la lista di venditori autorizzati non garantisce a un sito di essere completamente libero da frodi, le property sprovviste di ads.txt presentano circa in media un tasso di traffico invalido quattro volte maggiore: un tema questo su cui SpotX sta lavorando attivamente attraverso il proprio Brand Safety Team interno.

«SpotX è impegnato a lavorare con gli editori e gli inserzionisti per assicurare che il mercato abbia beneficio dai risultati positivi di ads.txt – spiega Mike Shehan, co-founder e CEO di SpotX -. Un importante trend che abbiamo osservato è il crescente supporto delle DSP tra cui dataXu, MediaMath e The Trade Desk, la cui crescente implementazione di ads.txt sta portando a una sempre più ampia adozione dello strumento da parte del mercato».

Google, su Display & Video 360 si potrà acquistare solo inventory autorizzata da Ads.txt

Google rafforza l’applicazione del protocollo di ads.txt, lo strumento di contrasto alle frodi pubblicitarie introdotto da IAB circa un anno fa.

Sulla piattaforma Display & Video 360, nuovo nome assegnato a DoubleClick Bid Manager in seguito alla riorganizzazione dell’offerta tecnologica della società, è stata introdotta una funzione che permette di acquistare solo inventory autorizzata dal file di testo apposto dall’editore al dominio del proprio sito. Ciò significa che d’ora in poi aziende e agenzie possono scegliere di attivare campagne esclusivamente su siti che adottano ads.txt, escludendo dall’acquisto quelli che non lo utilizzano.

Google aveva cominciato a filtrare l’inventory non autorizzata dai suoi sistemi lo scorso autunno e ora che l’adozione dello strumento di IAB è elevata alla nuova funzione è stato dato il valore di impostazione predefinita su Display & Video 360.

Il CMO di L’Oréal: «Il marketing non ha fatto un buon lavoro nello spiegare agli utenti i benefici dei dati»

Oggi nella nostra rassegna parliamo di dati e frodi adv.

Il CMO di L’Oréal: «Il marketing non ha fatto un buon lavoro nello spiegare agli utenti i benefici dei dati»

“All’interno del mercato, potremmo non aver fatto un buon lavoro in passato nello spiegare perché i dati possono aiutare a rendere i messaggi più rilevanti e significativi per gli utenti”. E’ il parere di Stéphane Bérubé, CMO di L’Oréal per l’area Western Europe, che in un articolo su Campaign ha riassunto il suo punto di vista sull’importanza dell’utente nell’era del marketing data-driven. “Viviamo in un’epoca in cui i consumatori non conoscono necessariamente i benefici dei dati e possono avere una percezione negativa di essi. Vogliamo offrire ad essi personalizzazione e messaggi super rilevanti, ma anche essere chiari con loro su da dove provengono queste informazioni, come vengono usate e perché sono importanti e utili per ciascun consumatore a livello personale”. Leggi di più su Campaign.

Salesforce punta sull’attivazione dei dati, con un investimento di 23,8 milioni di dollari

Salesforce punta sull’attivazione dei dati, con un importante investimento di 23,8 milioni di dollari in SessionM. La startup aiuta le aziende a unificare le sorgenti di dati di prima e terza parte e attivarle all’interno del customer journey. Sebbene abbia degli elementi che la possono ricondurre a una customer data platform, tra le sue caratteristiche differenzianti c’è la capacità di legare la gestione dei dati alla loro attivazione. SessionM, che è già pienamente integrata all’interno dell’offerta cloud Commerce, Marketing, Community e Service, utilizzerà questi nuovi investimenti per migliorare la propria scalabilità a livello internazionale e ampliare la propria presenza all’interno delle applicazioni di Salesforce. Leggi di più su AdExchanger.

Il Guardian e Google testano l’efficacia di ads.txt

Qual è lo stato delle frodi pubblicitarie sul mercato aperto? E ads.txt è davvero uno strumento efficace? Sono due domande a cui Guardian US, Google e la società di ad tech MightyHive hanno cercato di dare risposta attraverso uno studio, mettendo a paragone l’acquisto di sole inventory dotate di ads.txt con quello di ogni tipo di inventory. Il risultato? In assenza di ads.txt l’incidenza delle frodi era notevolmente maggiore, soprattutto nel caso di pubblicità video. Leggi di più sul Guardian.

Lo stato del Programmatic Advertising in 5 chart

Il Programmatic è un mercato in continua evoluzione, e seguire la sua crescita e trasformazione non è semplice. eMarketer ha condensato i suoi principali trend in cinque chart.

I modelli di asta

Una delle principali tendenze rilevate nel mercato è il progressivo passaggio da modelli di asta “second-price”, in cui a vincere è l’offerta più alta ma il vincitore paga l’equivalente della seconda maggiore offerta, a modelli “first-price” in cui il vincitore paga quanto effettivamente proposto (l’offerta più alta). Da un’analisi di 338 miliardi di impression erogate tramite 39 SSP americane, è emerso che a dicembre il modello first-price veniva usato nel 5,8% dei casi, mentre a marzo ben nel 43,3%, superando tutti gli altri.

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Le priorità degli inserzionisti

Il GDPR è senza dubbio stato l’evento principe di questa prima metà del 2018, con tutti i timori nutriti dagli operatori sulle sue possibili conseguenze sul mercato pubblicitario data-driven. Lo scorso dicembre, proprio il nuovo regolamento europeo entrato in vigore un mese fa è stato indicato come una delle priorità da affrontare nell’immediato futuro da ben il 76% degli inserzionisti, interpellati da WFA e dataxu. Insieme ad esso, è stato citato da più di metà degli intervistati anche il tema delle misurazioni, in particolare l’identificazione di modelli di attribuzione efficaci.

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Il rapporto tra aziende e DSP

Da due anni a questa parte, il numero di piattaforme di acquisto utilizzate in media dalle aziende ha subito un progressivo calo. Secondo quanto rilevato dalla società Pathmatics, che ha analizzato l’adozione delle DSP da parte dei 100 principali inserzionisti americani presenti sulla sua piattaforma, a gennaio 2016 il numero medio di piattaforme usate da una singola azienda era pari a 6,9. Ad aprile 2018 la cifra è scesa a 4,2, con un calo complessivo del 40%.

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Gli editori e le modalità di vendita

I publishers stanno sempre più adottando degli approcci ibridi per vendere le loro inventory in maniera automatizzata. Il numero di siti che utilizzano insieme tecnologie header bidding client-side e server-side sono aumentati di oltre il 50% tra settembre 2017 e febbraio 2018, secondo uno studio di ServerBid. Tra i 1000 siti più popolari di internet che vendono adv in programmatic, la percentuale supera il 20%.

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Un programmatic più “sicuro”

Un altro tema importante legato al mercato programmatico è quello della sicurezza. Lo scorso anno IAB Tech Lab ha creato ads.txt, uno strumento volto a risolvere il problema delle frodi pubblicitarie (in particolare il fenomeno del “domain spoofing”) rendendo pubblici e facilmente accessibili i nomi dei rivenditori pubblicitari autorizzati di un editore. L’adozione di questo strumento è stabilmente aumentata nel tempo, arrivando a coprire a fine febbraio 2018, secondo uno studio Pixalate, il 51% dei 5000 principali siti a livello mondiale.

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Ads.txt a breve anche per le app. Ecco come funzionerà (forse)

Un anno fa IAB Tech Lab lanciava ads.txt, uno strumento candidato a diventare la soluzione per risolvere il problema delle inventory fraudolente: un file di testo con la lista dei rivenditori autorizzati delle inventory di un sito.

Oggi questo strumento, dopo una prima fase iniziale “in sordina” e l’endorsement di tante piattaforme tecnologiche, è utilizzato da oltre 2 milioni di editori, tra cui quasi tutti i principali gruppi, e costituisce effettivamente – nonostante alcune imperfezioni – un prezioso strumento per capire se uno spazio adv che si sta acquistando è effettivamente “reale” e non un falso. Per IAB Tech Lab, a questo punto, erano maturi i tempi per ampliare la portata di ads.txt a un altro ambiente, dopo quello web: ossia quello delle app.

Il 6 giugno, dunque, IAB ha pubblicato “Mobile App Support for Ads.txt”, una guida, costruita sull’esistente ads.txt, volta a “facilitare la protezione dall’ad fraud – spiega l’associazione – all’interno del marketing sulle app mobile”. Il documento è aperto ai commenti pubblici per i prossimi 30 giorni.

In effetti, però, utilizzare ads.txt sulle app non è esattamente come usarlo sulle pagine web. Innanzitutto perché lo strumento “vive” nelle URL dei siti (per accedervi, basta aggiungere la dicitura /ads.txt all’indirizzo di un sito), e le app come si sa non hanno un dominio. Come fare allora? IAB avrebbe pensato a questa soluzione: utilizzare un campo normalmente usato dagli app store per identificare un software all’interno del loro marketplace. Quando infatti uno sviluppatore registra un’app su uno store come quello di Apple, Google o Amazon, crea una sorta di identificativo di gruppo, che ha la forma di una URL rovesciata e che, secondo IAB potrebbe essere utilizzato dalle aziende per ottenere il file ads.txt associato a una specifica applicazione.

Ma potrebbe non essere così facile come sembra. Il successo dell’iniziativa, infatti, dipenderebbe dagli store, il cui operato varia a seconda del marketplace, e che di per sé non sono stati creati per supportare strumenti come ads.txt. Ad esempio, Apple normalmente fissa un tetto massimo di accessi agli identificativi di gruppo, oltre il quale ogni richiesta viene rifiutata. E ovviamente questo non consentirebbe un utilizzo efficace di ads.txt. “In un mondo ideale – scrive AdExchanger – tutti e tre i grossi marketplace di applicazioni – Google, Apple e Amazon – implementerebbero o sceglierebbero un campo standard per l’ads.txt in-app e abbatterebbero ogni possibile piccola barriera”. Ma la storia insegna che trovare una visione comune non è sempre semplice.

Qualora non si riuscisse a trovare un accordo in tempi brevi, sembrerebbe comunque che IAB abbia in tasca dei piani alternativi, come ad esempio la realizzazione di API standardizzate create da operatori terzi o entità indipendenti per recuperare i dati identificativi delle app.

In ogni caso, per una maggiore efficacia nel combattere le frodi pubblicitarie, IAB suggerisce che lo strumento ads.txt venga utilizzato sempre insieme ad un altro tool dell’associazione, ads.cert, di più recente realizzazione e che autentifica le inventory attraverso l’uso di informazioni crittografate.

«Considerata la predominanza del mobile in generale e delle app più nello specifico, è essenziale portare all’interno del panorama delle app delle soluzioni contro le frodi pubblicitarie – spiega Dennis Buchheim, Senior Vice President e General Manager di IAB Tech Lab -. Combinate, ads.txt e ads.cert offrono una doppia arma per combattere le frodi, e i loro benefici andranno lontano nel proteggere brand ed editori negli ambienti in-app».

IAB lancia un servizio che aggiorna aziende e DSP sugli elenchi ads.txt

Un anno fa IAB lanciava Ads.txt, uno strumento, nato per combattere il fenomeno delle inventory fraudolente, che consiste in un file di testo che gli editori “attaccano” ai loro domini e che elenca i nomi di tutte le piattaforme autorizzate a vendere le inventory di un sito.

Col tempo l’adozione di questo strumento si è fatta sempre più vasta, nonostante alcuni problemi nella sua implementazione, anche grazie all’endorsement di vari operatori del settore come Adform, 4Strokemedia, Smart, AppNexus, Mediamath, SpotX, GroupM e Google, solo per citarne alcuni.

Ora però che lo strumento è diventato “la norma” per molti editori, nasce un altro problema tra aziende e DSP, ossia quello di aggiornare le liste in loro possesso man mano che esse cambiano, ad esempio quando nuovi venditori si aggiungono all’elenco di un editore. Alcune società possiedono dei loro “crawler”, ossia dei programmi capaci di analizzare regolarmente le liste segnalando modifiche. Per tutte le altre, IAB Tech Lab ha creato un nuovo strumento, che li aiuta ad essere aggiornati sulle liste ads.txt dietro pagamento di una fee.

Si chiama Ads.txt Aggregator, e come indica il nome mette insieme elenchi ads.txt, scansionando ogni giorno 2,2 milioni di domini che hanno caricato le liste, verificando modifiche (il sofware non controlla però eventuali errori nelle liste) e pubblicando le versioni aggiornate di ogni file all’interno di un database. Gli abbonati al servizio possono scaricare una copia dei file dal sito di IAB Tech Lab o accedere ai dati tramite una API.

Il servizio costa 5 mila dollari all’anno per i membri di IAB Tech Lab e 10 mila per gli esterni. Una fee che, secondo quando ha dichiarato  la stessa IAB Tech Lab, sarebbe volta a coprire i costi operativi dell’aggregatore (tecnologici e di personale che supervisiona lo strumento) ed a supportare l’associazione nel suo complesso.

Tre iniziative per portare trasparenza e qualità nella pubblicità digitale

In linea generale, la pubblicità digitale dovrebbe essere trasparente, garantire la brand safety e avere costi ragionevoli. Tuttavia, due dei più grandi problemi a cui devono far fronte gli inserzionisti di oggi sono l’opacità della catena del valore programmatica e la qualità nel mercato della pubblicità digitale.

Al fine di risolvere tali problemi, AppNexus sta realizzando una serie di investimenti a lungo termine per mettere la brand safety e la trasparenza al centro dell’ecosistema della pubblicità digitale.

Gli aspetti cruciali del nostro impegno nell’offrire maggior trasparenza e sicurezza agli acquirenti sono: rimborsi per traffico non valido, adozione rigorosa di ads.txt e trasparenza sui costi della catena del valore.

Supporto di Ads.txt

AppNexus ambisce a diventare un marketplace globale, efficace e affidabile nel mondo della pubblicità digitale. Per questo motivo sosteniamo iniziative che ottimizzano l’ecosistema dell’advertising online e rendono più trasparente la catena del valore.

Ads.txt è un metodo che permette agli editori di elencare in maniera trasparente i partner autorizzati al programmatic advertising dei loro siti, al fine di evitare la vendita non autorizzata della loro inventory. Pioniera nel sostegno all’iniziativa, AppNexus utilizza i file ads.txt degli editori. Per questo l’AppNexus Programmable Platform (APP) impedisce, automaticamente e senza eccezioni, l’acquisto di inventory non autorizzate.

Ad oggi sono molti gli editori che hanno adottato ads.txt  (oltre l’80% dei top 1000 domini disponibili sul marketplace AppNexus dispongono di un file ads.txt). AppNexus impedisce l’acquisto attraverso l’APP da parte di soggetti non direttamente identificati come rivenditori autorizzati dai file ads.txt dell’editore.

Trasparenza delle commissioni

La diffusione del programmatic advertising ha generato un ecosistema in cui la trasparenza non sempre è totale. In tale contesto, gli inserzionisti si sforzano di comprendere appieno dove sono diretti i propri investimenti pubblicitari e in quale percentuale questi giungono agli editori.

Una delle principali preoccupazioni dei nostri clienti è l’esistenza di un’ingente “tassa ad tech” che assorbe  tra il 40-60 per cento degli investimenti in programmatic advertising.

Per fare chiarezza in questa situazione, riteniamo che le aziende di ad tech debbano rendere visibili le proprie commissioni ai clienti, in modo che questi ultimi possano facilmente tracciare quanto del loro budget arriva agli editori. AppNexus aspira a diventare il marketplace più trasparente del settore e a garantire che gli inserzionisti siano sempre a conoscenza di come viene utilizzato il loro budget.

A gennaio AppNexus e Adobe hanno annunciato una collaborazione in tema di trasparenza delle commissioni (leggi l’articolo qui). Le due società hanno comunicato che i clienti di Adobe Advertising Cloud avranno totale trasparenza sulle commissioni delle inventory acquistate nell’AppNexus Marketplace. Questi inserzionisti disporranno di una completa visibilità delle commissioni applicate nelle auctions e riceveranno report periodici sul budget destinato all’editore finale.

Rimborsi di traffico non valido

Il traffico non valido, benché sulla nostra piattaforma sia esiguo grazie a un monitoraggio dinamico, rappresenta una legittima preoccupazione per inserzionisti e editiori. È per tale motivo che, a partire dal 31 marzo, AppNexus ha messo in atto nuove politiche per accelerare il processo di rimborso per gli acquirenti che hanno acquistato traffico non valido sulla sua piattaforma. Gli inserzionisti che hanno comprato traffico artefatto hanno la possibilità di presentare una richiesta di risarcimento all’AppNexus Business Support, attraverso il Centro Assistenza Clienti. Tali politiche end-to-end accrescono la responsabilità della nostra piattaforma, in modo che inserzionisti ed editori possano essere sicuri di accedere ad inventory e traffico legittimi.

Nel settore sono in molti a credere che la piena trasparenza e la brand safety siano una chimera che si realizzerà solo tra molti anni. In realtà oggi non siamo cosi distanti. Nel momento in cui tali meccanismi diventeranno standard di settore nei prossimi anni, prevediamo un miglioramento nella fiducia nell’intero sistema e un aumento degli investimenti in pubblicità digitale da parte dei brand.

AppNexus Italia affronterà questi ed altri temi il 12 aprile a Bologna in occasione dell’evento ADworld Experience.

Ads.txt, l’adozione dello strumento contro le frodi continua a crescere

Nato lo scorso maggio da un’iniziativa di IAB Tech Lab, Ads.txt col tempo si sta diffondendo sempre più tra gli editori come strumento di riferimento per combattere le frodi in ambito pubblicitario.

Dopo un inizio un po’ in sordina, infatti, l’utilizzo di questo strumento sta aumentando a vista d’occhio, trainato dall’endorsement di vari operatori del mercato, alcuni dei quali hanno concretamente limitato la compravendita di spazi pubblicitari ai soli siti dotati di tale soluzione. Tra di loro Adform, 4Strokemedia, Smart, AppNexus, Mediamath, SpotX, GroupM e Google solo per citarne alcuni.

A rivelarlo è una ricerca di Pixalate, che ha fotografato il tasso di utilizzo di Ads.txt tra i 5 mila siti internet più popolari a livello mondiale che vendono pubblicità in programmatic, individuati sulla base delle classifiche Alexa.

Come si diceva, i primi mesi hanno visto una diffusione abbastanza bassa dello strumento, complice una difficoltà di comprensione dei suoi benefici ed altre priorità dei publisher rispetto alla sua implementazione. A settembre, solo l’8,5% dei top 5 mila siti a livello globale aveva adottato Ads.txt. A partire da quel mese, tuttavia, l’adozione del tool è cresciuta rapidamente, fino ad arrivare al 51% dei siti alla fine di febbraio. Di seguito un grafico che mostra il trend.

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Ads.txt è un file di testo che gli editori “attaccano” ai loro domini e che elenca i nomi di tutte le piattaforme autorizzate a vendere le inventory di quel sito. Il file è aperto e accessibile a chiunque, e nella sua semplicità si sta rivelando efficace nel garantire maggiore sicurezza a chi vuole comprare uno spazio pubblicitario su una inventory premium e può verificare se la piattaforma dalla quale sta acquistando è effettivamente autorizzata a vendere quello spazio. Se il rivenditore non è tra quelli in lista, è molto probabile che l’inventory non sia reale e dunque è il caso, per l’inserzionista, di non procedere con l’acquisto.

AppNexus applica ads.txt alla sua Programmable Platform

Circa tre mesi fa, AppNexus aveva annunciato l’adesione all’iniziativa ads.txt. Oggi, la piattaforma di programmatic comincia ad adottare effettivamente, “in maniera automatica e senza eccezioni”, i file ads.txt degli editori disattivando l’acquisto attraverso AppNexus Programmable Platform, la soluzione di machine Learning per la pianificazione, sui venditori non autorizzati.

Raggiunta una massa critica di editori utilizzanti lo strumento anti-frode di IAB – oltre l’80% dei primi 1000 domini disponibili all’interno del marketplace di AppNexus ora adottano ads.txt – la società ha deciso di disattivare l’acquisto dai soggetti che non sono direttamente identificati nel documento come rivenditori autorizzati di spazi pubblicitari.

In una nota, la piattaforma di programmatic ha specificato che le attività degli inserzionisti che utilizzano APP non è stata compromessa dall’inziativa in quanto il 98% della spesa sui primi mille domini era già conforme.