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TV connesse, Adobe amplia la partnership con White Ops per inventory più sicure

Molte aziende penseranno che le TV connesse siano un canale non coinvolto dal fenomeno delle frodi pubblicitarie, ma in realtà non è così. Se è vero che tipicamente chi usa servizi su tv connesse deve autenticarsi o effettuare login per accedere ai contenuti, e dispositivi come smart tv e OTT sono naturalmente meno predisposti all’azione di bot, pure questo mezzo rimane tanto soggetto a fenomeni come spoofing e rappresentazioni ingannevoli delle inventory quanto gli ambienti desktop e mobile.

Per questo, Adobe Advertising Cloud ha ampliato la sua integrazione con White Ops all’individuazione dell’ad fraud sugli spazi pubblicitari delle Connected TV. Grazie all’accordo, tutte le inventory video disponibili su Adobe Advertising Cloud saranno scansionate da White Ops, per selezionare l’eventuale presenza di fenomeni fraudolenti.

Le aziende che utilizzano Adobe Advertising Cloud possono acquistare inventory OTT da servizi specializzati come Dish, Hulu e FuboTV, da un centinaio di network televisivi, e da partner di vendita come Freewheel, Telaria e SpotX.

IAB Tech Lab annuncia nuove specifiche tecniche per l’OpenRTB

Lo standard OpenRTB di IAB Tech Lab è stato creato otto anni fa per dettare dei riferimenti nel dialogo tra piattaforme di acquisto e vendita pubblicitaria nel mercato aperto del programmatic. Oggi, l’associazione ha reso disponibili per i commenti pubblici le specifiche tecniche della sua versione 3.0, creata lo scorso settembre, ed ha ufficializzato nuove specifiche per la pubblicità in open market: una serie di novità volte a rendere il mercato più trasparente e sicuro e a proteggerlo in maniera più efficace dal fenomeno delle frodi.

Le novità per l’OpenRTB sono tre: ads.cert, AdCOM e l’API Ad Management, e introducono una nuova gamma di benefici per SSP, DSP, exchange, inserzionisti, venditori, editori e advertiser.

Ads.cert è l’evoluzione di ads.txt, ed è uno strumento anti-frode che autentifica le inventory attraverso l’utilizzo di informazioni crittografate. Il tool consente di creare una sorta di “firma di autenticità” applicabile a tutto il percorso di vendita di una inventory. Questa firma, crittografata, verrà poi sovrapposta a una “chiave” di cui i buyer verranno dotati per confermare la sorgente dello spazio pubblicitario. In ultima istanza, ads.cert consente ai buyer di riconoscere l’autenticità di una inventory premium venduta dai rivenditori autorizzati elencati nei file ads.txt.

AdCOM, che sta per Advertising Common Object Model, è invece un nuovo approccio modulare per standardizzare le componenti di una campagna transata in OpenRTB, a livello media, di posizionamento e di contesto.

L’API Ad Management, infine, è un’interfaccia volta a rendere più fluido il processo di approvazione delle creatività. L’Ad Management è quel processo che avviene quando un buyer sottomette le sue creatività alle piattaforme di vendita per riceverne approvazione. Normalmente, prima di questo nuovo standard IAB, tale processo veniva condotto attraverso metodi e strumenti proprietari.

Le nuove specifiche sono aperte ai commenti pubblici per i prossimi 60 giorni. Un periodo durante il quale ads.cert verrà sperimentato in beta da Sharethrough, SpotX, The Trade Desk e Rakuten, e l’intero OpenRTB 3.0 insieme alle tre nuove specifiche verrà testato da SpotX, Oath e Rakuten. In base ai feedback, il protocollo verrà reso disponibile per l’adozione da parte dell’intero mercato entro la fine dell’anno.

Il GDPR frena le performance di Publicis Groupe nel Q2 2018

Oggi nella nostra rassegna: Publicis e il GDPR, la strategia pubblicitaria di Amazon, il “valore” delle frodi mobile in-app.

Il GDPR frena le performance di Publicis Groupe nel Q2 2018

Il secondo trimestre 2018 non è stato esattamente brillante per Publicis Groupe, che negli ultimi tre mesi ha registrato un calo organico del giro d’affari del 2,1%. Tra i principali motivi ci sarebbe il GDPR, a detta dello stesso management del gruppo. «Il GDPR ha avuto un impatto sui ricavi media in Europa – ha spiegato il CEO Sadoun durante la call di bilancio -. Noi siamo pienamente conformi al GDPR, ma vogliamo essere sicuri che lo siano anche gli editori con cui lavoriamo». Subito dopo l’entrata in vigore del regolamento a maggio, i clienti europei della holding hanno ritirato i loro investimenti in programmatic, in attesa che editori e piattaforme di vendita si rendessero conformi alla normativa, o anche perché non erano sicuri che le loro strategie di targeting rispettassero il regolamento. Una pausa (in alcuni casi un vero e proprio stop) negli investimenti pubblicitari di cui la holding avrebbe risentito. Leggi di più su AdExchanger.

Amazon punta al contatto diretto con gli inserzionisti

Da un po’ di tempo a questa parte, Amazon ha iniziato a lavorare sempre più direttamente con le aziende a livello pubblicitario, invece che attraverso il tramite delle agenzie. E se è vero che il colosso dell’ecommerce ha sempre avuto un buon dialogo diretto coi suoi inserzionisti, attraverso la sua API Amazon Marketing Services (che include anche strumenti self-service), è cosa relativamente nuova che abbia iniziato ad utilizzare questo approccio “agency-free” con grandi aziende per grandi acquisti pubblicitari. E tra i motivi potrebbe esserci anche l’intenzione di raggiungere più rapidamente il duopolio Google-Facebook. Leggi di più su Digiday.

Le frodi mobile in-app “costano” alle aziende 75 milioni di dollari all’anno

Quello delle frodi su mobile è un fenomeno diffuso e in crescita, che sta dando non pochi pensieri al mercato, complice anche l’inefficacia di soluzioni nate per l’ambiente desktop e fisiologicamente più adatte ad esso, come ads.txt. Ma quanto “ruba” questo fenomeno alle aziende. Secondo uno studio di Pixalate, le frodi pubblicitarie in-app possono arrivare a costare ai brand fino a 75 milioni di dollari all’anno. L’area più soggetta a questo trend è il video in-app (più su tablet che su smartphone) seguito dalla display in-app (in questo caso, al contrario, leggermente più su smartphone che su tablet). Leggi di più su MediaPost.

A sei settimane dall’entrata in vigore del GDPR, cresce la spesa in retargeting

Oggi nella nostra rassegna parliamo di retargeting, frodi in-app e del futuro di Groupon.

A sei settimane dall’entrata in vigore del GDPR, cresce la spesa in retargeting

Chi pensava che il GDPR avrebbe segnato la fine del retargeting, si sbagliava. Anzi. Secondo quanti dichiarano diversi operatori del mercato pubblicitario, sei settimane dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo, la spesa in campagne di retargeting è in aumento. In alcuni casi, addirittura, sembra che le aziende, invece di interrompere gli investimenti in remarketing, abbiano piuttosto tagliato la spesa in attività di prospecting. Le campagne di prospecting, infatti, basate su reach e scalabilità, comportano spesso l’utilizzo di dati di terze parti, e dunque sarebbero più “rischiose” da un punto di vista di conformità alla GDPR. Leggi di più su Digiday.

Frodi in-app, scoperta una nuova tipologia

Migliaia di app oggi si spacciano come editori premium, bypassando ads.txt, lo strumento anti-frode di IAB. Alcuni ricercatori della società di rilevamento frodi Forensiq hanno recentemente scoperto un nuovo tipo di frode in cui alcune app vendono le proprie inventory pubblicitarie come se fossero spazi siti internet premium, nel tentativo di ingannare il sistema ads.txt. La tecnica utilizzata è un misto tra il classico “domain spoofing” e il suo equivalente in-app, il “bundle ID spoofing”, con le applicazioni che mascherano i loro identificativi dietro quelli di un sito mobile, invece che di un’altra app. Leggi di più su AdWeek.

Groupon vicina alla vendita?

Potrebbe stare giungendo al termine il decennio di Groupon come società indipendente. Secondo indiscrezioni, il management della società, insieme ad alcune banche che rappresentano l’azienda, avrebbe contattato diverse socieà pubbliche negli scorsi mesi, con l’intenzione di sollevare interesse per una eventuale acquisizione. Nata nel 2008 a Chicago come pioniera del concetto di offerte e coupon digitali per l’acquisto di prodotti e servizi di aziende locali, Groupon nel 2011 si era quotata in Borsa, all’epoca con un valore di oltre 16 miliardi di dollari, oggi sceso a 2,4 miliardi a causa del declino del suo settore di riferimento. Leggi di più su Recode.

Qualità delle inventory: i trend a livello globale in uno studio di DoubleVerify

La qualità delle inventory è ancora in cima ai pensieri di chi acquista pubblicità online, e non a caso. Una nuova ricerca di DoubleVerify, fornitore indipendente di soluzioni per la misurazione dei media digitali, ha svelato che nel 2017 il numero di violazioni della brand safety è aumentato del 25%, trainato da un aumento della diffusione di fake news e contenuti non verificati, e che insieme ad esso sono aumentati anche i casi di frodi su device mobili (+800%) sulla base dell’aumento degli investimenti in pubblicità su smartphone e tablet.

Uno scenario davanti al quale, secondo il CEO della società Wayne Gattinella, è necessario un approccio olistico alla qualità degli spazi media: «Con queste quote più alte che mai, è fondamentale che i marketer digitali di tutto il mondo adottino un approccio olistico alla brand safety, alle frodi pubblicitarie digitali e alla viewability. Gli inserzionisti chiedono chiarezza e affidabilità rispetto alla qualità delle piattaforme online e ai contenuti a cui i loro brand vengono associati».

Ecco qualche evidenza dello studio:

  • La qualità dei media continua ad essere tra i principali elementi capaci di influenzare le performance digitali oggi. Gli inserzionisti sono sempre più alla ricerca di modi per autentificare in maniera indipendente la qualità dei loro investimenti digitali.
  • La diffusione di fake news, violenza e contenuti incitanti l’odio ha riportato in auge il problema della brand safety. Un tema che si sta evolvendo, con le richieste degli inserzionisti di una sempre maggiore trasparenza per assicurare che i loro brand siano inseriti in posizionamenti appropriati e “autentici”: le aziende, infatti, si stanno muovendo concretamente per modificare le loro strategie di brand safety globali al fine di evitare contenuti violenti, sensibili o non verificati.
  • Le frodi sono diventate un fenomeno “mobile”. Se su desktop il fenomeno è diventato più gestibile, la diffusione di inventory “fake” si sta diffondendo rapidamente su smartphone e tablet, con la nascita di tecniche come falsificazione di app, annunci nascosti e dispositivi manipolati.
  • La viewability continua a crescere a livello globale, anche se il suo valore è ancora basso rispetto alle aspettative delle aziende: sono visibili il 56% delle impression display e il 63% di quelle video, contro un obiettivo fissato da IAB al 70%. D’altra parte, significativi progressi sono stati compiuti per espandere le misurazioni effettuate da società terze su social, ambienti in-app e piattaforme OTT e Connected TV.
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Credits: PRNewsfoto/DoubleVerify

AppNexus investe ancora sulla qualità dell’inventory: partnership con White Ops

AppNexus ha stretto una partnership con la società di cybersecurity White Ops, nell’ambito degli sforzi per minimizzare l’impatto dei comportamenti fraudolenti nella pubblicità online.

L’accordo prevede che la compagnia americana, cui fa capo una delle piattaforme più utilizzate per la compravendita degli spazi pubblicitari in programmatic, usi la tecnologia di White Ops per potenziare la prevenzione delle frodi pre-bid su tutto l’AppNexus Marketplace.

White Ops ha sviluppato alcune tra le più sofisticate tecnologie presenti sul mercato per proteggere le imprese da minacce come l’ad fraud, il credential stuffing (furto di user e password degli utenti) ed il fake engagement sui social, condotte da bot maligni.

AppNexus si avvarrà delle soluzioni di White Ops anche per estendere il lavoro del team interno dedicato alla qualità dell’inventory, indirizzandolo anche verso il contrasto di fenomeni emergenti e dannosi per l’ecosistema pubblicitario, come l’hate speech e le fake news.

“L’unico modo per porre fine alla frode pubblicitaria digitale è cambiare il sistema di vantaggi economici” ad essa collegati, ha dichiarato Brian O’Kelley, Ceo di AppNexus. “Adottando la tecnologia di prevenzione e rilevamento White Ops, leader si settore in questo campo, possiamo sfruttare la nostra posizione di mercato per escludere gli attori fraudolenti dalle loro entrate prima – e non dopo – che abbiano truffato l’inserzionista. Renderemo questo lo standard predefinito sull’Appnexus Marketplace, e spero che altri seguiranno il nostro l’esempio”.

Ads.txt a breve anche per le app. Ecco come funzionerà (forse)

Un anno fa IAB Tech Lab lanciava ads.txt, uno strumento candidato a diventare la soluzione per risolvere il problema delle inventory fraudolente: un file di testo con la lista dei rivenditori autorizzati delle inventory di un sito.

Oggi questo strumento, dopo una prima fase iniziale “in sordina” e l’endorsement di tante piattaforme tecnologiche, è utilizzato da oltre 2 milioni di editori, tra cui quasi tutti i principali gruppi, e costituisce effettivamente – nonostante alcune imperfezioni – un prezioso strumento per capire se uno spazio adv che si sta acquistando è effettivamente “reale” e non un falso. Per IAB Tech Lab, a questo punto, erano maturi i tempi per ampliare la portata di ads.txt a un altro ambiente, dopo quello web: ossia quello delle app.

Il 6 giugno, dunque, IAB ha pubblicato “Mobile App Support for Ads.txt”, una guida, costruita sull’esistente ads.txt, volta a “facilitare la protezione dall’ad fraud – spiega l’associazione – all’interno del marketing sulle app mobile”. Il documento è aperto ai commenti pubblici per i prossimi 30 giorni.

In effetti, però, utilizzare ads.txt sulle app non è esattamente come usarlo sulle pagine web. Innanzitutto perché lo strumento “vive” nelle URL dei siti (per accedervi, basta aggiungere la dicitura /ads.txt all’indirizzo di un sito), e le app come si sa non hanno un dominio. Come fare allora? IAB avrebbe pensato a questa soluzione: utilizzare un campo normalmente usato dagli app store per identificare un software all’interno del loro marketplace. Quando infatti uno sviluppatore registra un’app su uno store come quello di Apple, Google o Amazon, crea una sorta di identificativo di gruppo, che ha la forma di una URL rovesciata e che, secondo IAB potrebbe essere utilizzato dalle aziende per ottenere il file ads.txt associato a una specifica applicazione.

Ma potrebbe non essere così facile come sembra. Il successo dell’iniziativa, infatti, dipenderebbe dagli store, il cui operato varia a seconda del marketplace, e che di per sé non sono stati creati per supportare strumenti come ads.txt. Ad esempio, Apple normalmente fissa un tetto massimo di accessi agli identificativi di gruppo, oltre il quale ogni richiesta viene rifiutata. E ovviamente questo non consentirebbe un utilizzo efficace di ads.txt. “In un mondo ideale – scrive AdExchanger – tutti e tre i grossi marketplace di applicazioni – Google, Apple e Amazon – implementerebbero o sceglierebbero un campo standard per l’ads.txt in-app e abbatterebbero ogni possibile piccola barriera”. Ma la storia insegna che trovare una visione comune non è sempre semplice.

Qualora non si riuscisse a trovare un accordo in tempi brevi, sembrerebbe comunque che IAB abbia in tasca dei piani alternativi, come ad esempio la realizzazione di API standardizzate create da operatori terzi o entità indipendenti per recuperare i dati identificativi delle app.

In ogni caso, per una maggiore efficacia nel combattere le frodi pubblicitarie, IAB suggerisce che lo strumento ads.txt venga utilizzato sempre insieme ad un altro tool dell’associazione, ads.cert, di più recente realizzazione e che autentifica le inventory attraverso l’uso di informazioni crittografate.

«Considerata la predominanza del mobile in generale e delle app più nello specifico, è essenziale portare all’interno del panorama delle app delle soluzioni contro le frodi pubblicitarie – spiega Dennis Buchheim, Senior Vice President e General Manager di IAB Tech Lab -. Combinate, ads.txt e ads.cert offrono una doppia arma per combattere le frodi, e i loro benefici andranno lontano nel proteggere brand ed editori negli ambienti in-app».

Bucksense, spazio alla brand safety al Programmatic Pioneers Summit 2018 di Londra

Come è possibile garantire agli advertiser una migliore esperienza nella pianificazione in programmatic della pubblicità online? E’ la domanda a cui ha risposto Cristian Carnevale, CEO di Bucksense, in occasione del Programmatic Pioneers Summit 2018, evento europeo sul marketing e le strategie di programmatic, tenutosi il 16 e 17 maggio a Londra.

Carnevale è intervenuto in particolare in veste di moderatore a una tavola rotonda che ha trattato il tema chiave della brand safety, a cui hanno partecipato esponenti di varie realtà internazionali dell’interactive advertising: Fyber, Condé Nast, Ben Hancock, CNN, LinkedIn e Sony.

Un tema, quello della sicurezza dei brand, soprattutto in ambito frodi, su cui Bucksense ha approntato un sistema di prevenzione all’avanguardia. Ogni giorno infatti i tool della DSP realizzano test su diversi tipi di frodi pubblicitarie: ogni volta che un bid, ovvero un’offerta, viene prodotto, viene fornita l’impression, seguito il clic e infine l’utente nel percorso di conversione, per essere in grado di raccogliere tutti i dati a valle della navigazione. La raccolta dei dati in ogni fase e la connessione di tutti i punti delle diverse fasi in un unico funnel sono alla base di questo processo di verifica. I dati vengono spesso utilizzati per tracciare le conversioni ma raramente sono utilizzati per verificare se il traffico è lecito. Il riferimento incrociato di tutti questi punti mostra molto spesso la presenza di attività fraudolente.

«Bucksense automatizza completamente l’analisi e il controllo delle impression per fornire un servizio sicuro. La qualità e l’uniformità dei posizionamenti sull’intero funnel del cliente vengono costantemente verificati dal sistema che decide autonomamente di bloccare un posizionamento se qualcosa non quadra e sembra sbagliato – dichiara Carnevale -. Con le sue soluzioni Self-Serve, Open API e Whitelabel, la nostra DSP offre un concreto ed efficace controllo sull’acquisto media in programmatic».

Madvertise diventa membro della Coalition Against Ad Fraud

Madvertise ha annunciato di essere diventata un membro della Coalition Against Ad Fraud (CAAF). Si tratta di un’iniziativa promossa da Adjust a cui hanno aderito i leader del settore performance mobile marketing intenzionati a unire le forze e il loro know-how per contrastare frontalmente le frodi pubblicitarie.

La coalizione ha l’obiettivo di garantire sicurezza e certificazione di qualità per gli inserzionisti, attraverso la creazione di appositi strumenti tecnologici. Durante eventi e riunioni dedicate, CAAF si occuperà inoltre di analizzare l’attuale situazione del mercato a livello mondiale. Ad oggi sono già stati realizzati incontri a Tokyo, Berlino e San Francisco e altre iniziative verranno realizzate durante tutto il 2018.

Ad oggi hanno aderito e sono membri della coalizione società come IronSource, Adcolony, Applift e molte altre che si uniranno nei mesi a venire.

Forte della tecnologia proprietaria Appsfire (società acquisita dal gruppo nel 2015), del suo sistema antifrode e, da oggi, della certificazione CAAF, Madvertise si propone come partner per campagne cost-per-download con garanzie di sicurezze del marchio.

Attualmente la struttura lavora con tutti i principali sistemi di tracciamento operativi a livello internazionale, (Adjust, Appsflyer, Kochava, MAT) e da questo mese la sua tecnologia è integrata con Firebase, la nuova soluzione creata da Google.

Madvertise ha già ottenuto la certificazione dell’inventory da parte di Nielsen ed è stata valutata conforme sia ai requisiti della GDPR sia della Coalition for Better Ads

IAS, inventory in-app più trasparenti grazie a una nuova soluzione

Integral Ad Science (IAS), ha annunciato il lancio dei nuovi segmenti mobile in-app, una soluzione dedicata agli inserzionisti che vogliono acquistare spazi pubblicitari in-app brand safe, liberi da frodi e che soddisfino i loro obiettivi di viewability.

Si tratta di una tecnologia che consente ai chi acquista pubblicità di definire le categorie di contenuto considerate “sensibili” per il loro brand sulla base di determinati parametri di rischio customizzati, e poi identificare solo quelle app considerate “brand safe” sulla base di tali indicazioni. In più, grazie a funzioni anche per la prevenzione delle frodi e l’analisi della viewability, le aziende possono accertarsi anche che i loro acquisti non vengano sprecati su impression fasulle, e che gli spazi pubblicitari comprati rispecchino o superino gli obiettivi di viewability prefissati.

La soluzione consentirà anche di avere una reportistica in tempo reale sull’efficacia delle campagne e su eventuali aree che necessitano di una maggiore ottimizzazione.

“Fino ad ora, non esistevano delle modalità di controllo per queste aree chiave [brand safety, frodi e viewability] nella pubblicità su mobile app. La capacità di raggiungere ambienti che non solo sono allineati con i valori del brand ma che forniscono anche opportunità di essere visibili ai consumatori reali, è critica per il raggiungimento degli obiettivi di business”, spiega la società in una nota ufficiale.

Tra le piattaforme che integreranno la nuova soluzione di IAS ci sono The Trade Desk, DoubleClick Bid Manager, Oath, Adelphic, AppNexus e MediaMath.

«Il Programmatic offre agli inserzionisti delle grandi opportunità per trarre il massimo dalla loro spesa digitale e, per molti anni, le aziende sono riuscite ad ottimizzare facilmente queste opportunità sulle loro campagne web-based grazie ai dati di IAS – commenta David Hahn, CSO di Integral Ad Science -. Adesso, offrendo i segmenti mobile in-app ai nostri clienti, abbiamo ampliato questa flessibilità e controllo per far loro ottenere ancor di più dai loro acquisti automatizzati in un mercato, quello In-App, che sta vivendo un grande slancio».

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