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Google contro le frodi mobile: Ad Manager e AdMob supporteranno app-ads.txt

Google amplia il suo supporto ad app-ads.txt, lo strumento di IAB per contrastare le frodi pubblicitarie nell’ambiente in-app.

Big G ha infatti annunciato in un blog post che a partire dal 27 agosto bloccherà sulla sua piattaforma per gli editori Google Ad Manager e sul suo ad network mobile AdMob l’erogazione di inventory pubblicitarie in-app non autorizzate, basandosi su quanto pubblicato sui documenti app-ads.txt degli editori.

“Vi incoraggiamo fortemente a creare un documento app-ads.txt e a pubblicarlo sul dominio dello sviluppatore contenuto su App Store e/o Google Play Store. Questo vi aiuterà ad evitare che inventory non autorizzate o false possano danneggiare il vostro brand o i vostri ricavi. Gli editori che non implementeranno i file app-ads.txt non subiranno alcun cambiamento nell’erogazione dei loro annunci, ma non beneficieranno di queste ulteriori protezioni alla contraffazione”, spiega Google nel blog post.

Google metterà a disposizione degli editori anche degli strumenti di verifica e controllo per una corretta implementazione dei file app-ads.txt.

Nato come sviluppo dello standard ads.txt, app-ads.txt è uno strumento di IAB Tech Lab per contrastare il fenomeno dell’ad fraud nell’ambiente in-app. Come il suo predecessore ads.txt (dedicato alla pubblicità sul web), app-ads.txt è di fatto una lista dei venditori e rivenditori autorizzati di una determinata inventory. Tale lista è pubblicamente accessibile da chiunque e dunque anche da chi intende acquistare l’inventory, che così può verificare se sta acquistando uno spazio pubblicitario autentico e se chi lo sta vendendo è autorizzato a farlo. La lista è accessibile dalle URL dei siti degli sviluppatori normalmente contenute sugli app store come informazioni di contatto.

App-ads.txt su Google Ad Manager
App-ads.txt su Google Ad Manager

Google, già promotrice di ads.txt sin dalle primissime fasi di vita dello strumento, ha deciso dunque di impegnarsi attivamente a supportare anche lo strumento dedicato alla pubblicità in-app. Qualche mese fa la società aveva annunciato che la sua DSP Display & Video 360 avrebbe smesso di acquistare spazi in-app non autorizzati e che, con l’aumento dell’adozione di app-ads.txt, anche questo strumento sarebbe stato adottato di default dalla piattaforma. E ora, considerando quanto le piattaforme di Google sono utilizzate dal mercato, c’è da aspettarsi che il supporto – sia lato acquisto che lato vendita – di Big G possa dare un’importante spinta all’adozione dello strumento anti frode.

Nick Morley (IAS): «Le tecnologie di verifica sono indispensabili per il ROI»

Nel corso degli anni, il mercato della pubblicità digitale è cresciuto esponenzialmente; ciò ha comportato un’intensa proliferazione di realtà e intermediari: il risultato è un ecosistema intricato, inefficiente e poco trasparente, in cui è difficile orientarsi. Ne è convinto Nick Morley, Managing Director, EMEA di Integral Ad Science (IAS), intervistato a margine dello IAS Rooftop Roundtable di mercoledì 26 giugno, evento organizzato per permettere a centri media, marchi ed editori di formarsi e confrontarsi su viewability, sicurezza del marchio online, misurazioni e verifiche.

Sono proprio questi, infatti, gli ambiti in cui la società tecnologica è specializzata, con un’offerta di servizi mirata a ridurre la complessità dell’industria e ad assicurare agli operatori che la compravendita di spazi stia avvenendo sempre secondo i più alti standard.

Perché le tecnologie di verifica sono così importanti per il mercato della pubblicità digitale?

«Che tu sia un marketer d’azienda o d’agenzia, hai bisogno di capire se il tuo investimento media è stato fatto in maniera oculata e sicura, e se quindi sta generando un ritorno. Se, approssimativamente, metà dei tuoi annunci non è viewable per un minimo periodo di tempo, se gli annunci viewable sono visualizzati da robot e i rimanenti sono erogati in ambienti non sicuri, con associazioni inserzione-contenuto inappropriate, l’immagine e la reputazione del marchio ne risentiranno gravemente. Il tema della verifica ha un’importanza cruciale perché gli operatori vogliono essere certi dei ritorni, e perché, evidentemente, le frodi non fanno che erodere potenziali entrate.

Volendo riportare queste considerazioni su un piano più generale, ci troviamo in una fase economica in cui ogni settore sta passando al vaglio i propri investimenti e le persone sono molto più attente alle spese. Per questo tutti vogliono assicurarsi che le proprie finanze siano solide».

In che modo le tecnologie di verifica possono aiutare a ripristinare un rapporto marchio-agenzia sostenibile?

«Alcune aziende si domandano se l’operato delle agenzie sia guidato dalle motivazioni giuste. La realtà è che l’industria della pubblicità digitale è incredibilmente complessa. Da una parte ci sono gli inserzionisti e dall’altra gli editori, con i contenuti e il pubblico che quegli stessi inserzionisti vogliono raggiungere, ma tra di loro c’è tutto un ecosistema molto complicato.

Ad ogni modo, le agenzie stanno cercando di ottenere i migliori ritorni per i propri clienti in un contesto in cui è difficile muoversi. Tuttavia, l’esistenza di uno strato di dati e verifica che consenta a investitori e marchi di connettersi efficientemente con editori e altri fornitori di audience genererà un ambiente affidabile e trasparente, dove i buoni attori potranno essere distinti da quelli cattivi».

A fronte di una crescente internalizzazione delle attività pubblicitarie, state osservando un maggior numero di marchi assumersi direttamente la responsabilità delle verifiche?

«Le aziende cercano di spendere i loro denari nella maniera più efficiente. Il digitale è cresciuto tantissimo negli ultimi 10-15 anni e ora rappresenta il canale media dominante, in molti mercati è addirittura diventato più importante della tv. Ma all’interno di questo processo di espansione, probabilmente una buona parte della spesa pubblicitaria non era efficiente. Per queste ragioni, solo attraverso un maggiore impiego delle tecnologie di verifica e misurazione quei marchi possono avere più controllo sulla spesa.

Non penso che gli inserzionisti intendano necessariamente spendere meno, vogliono solo spendere in maniera efficiente. Se attraverso questi processi di verifica e misurazione scoprono che una porzione degli investimenti è sprecata taglieranno i costi, ma il loro obiettivo ultimo è l’efficienza. Nel frattempo, la complessità del mercato si sta via via riducendo grazie al miglior utilizzo di queste tecnologie.

Negli ultimi anni, le aziende hanno siglato accordi diretti con le società di verifica ma non sempre perché volevano portare in-house quelle attività, cosa che è capitata più volte per il programmatic, ad esempio. Alcuni marchi stipulano dei contratti diretti affidando comunque alle loro agenzie di riferimento l’uso di quelle tecnologie. A mio avviso, è una cosa buona perché significa che i marchi assumono una posizione proattiva in questo senso. Ritengo comunque che la maggior parte delle agenzie non giudichi negativamente questo fenomeno, perché esse continuano a essere responsabili per la maggior parte della pianificazione e dell’acquisto di spazi. È solo cambiata la proprietà dei dati e di parte della tecnologia».

Cosa ne pensi del processo di consolidamento in atto nell’industria pubblicitaria?

«Come ho già detto prima, l’ecosistema digitale è divenuto in pochissimo tempo il canale media dominante. E qualsiasi mercato interessato da uno sviluppo così rapido può diventare confusionario. Col tempo, infatti, il proliferare di realtà ha attratto ingenti capitali che, probabilmente, hanno finanziato troppe società, con il risultato che l’ecosistema è diventato complesso, sovraffollato e poco trasparente in termini di spesa pubblicitaria. Per questo le aziende stanno cercando di lavorare con meno partner.

D’altra parte, credo che il processo di consolidamento in atto sia solo una fase di un ciclo economico. Se gli investitori non ottengono un ritorno in una prospettiva temporale ragionevole allora si ritirano, e le aggregazioni ne sono una conseguenza. Credo che, in ultima analisi, questo sia positivo perché ne guadagneremo in fiducia e trasparenza. Otterremo un ecosistema più sano

Per quanto ci riguarda, serve un linguaggio comune basato sui dati che colleghi marchi, piattaforme e agenzie. Noi forniamo proprio quel livello di dati e verifiche che permette all’ecosistema di essere più efficiente».

Credi che i Chief Financial Officer e i Chief Marketing Officer abbiano bisogno di collaborare di più?

«“Metà del denaro che spendo in pubblicità è sprecato, e il guaio è che non so quale metà sia”. Lo ha detto John Wanamaker verso la fine del IXX secolo ed è ancora una frase fondamentale per analizzare i rapporti tra marketing e finanza. Come si fa a stabilire cosa è efficace è cosa no? È un quesito a cui i CMO hanno sempre voluto rispondere, e che nel corso degli anni ha creato diverse frizioni tra loro e i CFO. Ma ora possiamo contare su un uso più diffuso ed efficace delle tecnologie di misurazione, grazie al quale i marketer possono rispondere alla storica domanda.

Possono finalmente sapere se è un annuncio è viewable, se ci sono frodi, se le visualizzazioni sono umane o no. Tutti elementi che permettono di rispondere al dilemma fondamentale: “Se faccio questo investimento pubblicitario, quale ritorno ho in termini di vendite e brand uplift?”. Noi aiutiamo gli operatori ad affrontare tutti queste problematiche, così da far tornare CMO e CFO a lavorare insieme armonicamente».

Samsung Ads con Moat per misurare la qualità delle inventory su OTT e TV connesse

Samsung Ads, la divisione di Advanced TV di Samsung, ha stretto un accordo con Moat per la misurazione della qualità delle inventory OTT dei suoi Smart TV.

L’accordo prevede l’integrazione, nei data set degli smart TV Samsung (un bacino di 35 milioni di dispositivi, secondo quanto dichiarato dalla stessa Samsung Ads, che lo ha definito “il data set di automated content recognition più ampio sul mercato”), delle misurazioni dei livelli di viewability e di traffico non valido degli spazi pubblicitari. Quello dell’ad fraud, in particolare, è un fenomeno che in ambiente OTT non ha ancora raggiunto grandi numeri, ma la cui diffusione è in rapida crescita.

Per Moat si tratta della prima integrazione in ambito OTT e TV connesse. La domanda di misurazioni per questo tipo di ambienti, tuttavia, sta iniziando a farsi sentire, come sottolinea Michelle Hulst, GVP of marketing and strategic partnerships di Oracle Data Cloud (cui Moat fa capo): «Gli inserzionisti stanno iniziando a cercare società terze neutrali che le possano aiutare a comprendere come utilizzare al meglio questi mezzi».

Viewability in-app, in Italia il programmatic supera gli acquisti diretti. I dati IAS

Nella seconda metà del 2018, i livelli di viewability della pubblicità acquistata in programmatic nel formato mobile in-app sono più alti rispetto a quelli di acquisto diretto in Italia. È quanto riporta l’ultimo Report sulla Media Quality della società tecnologica Integral Ad Science (IAS).

In termini globali, ogni giorno IAS misura, in tempo reale, miliardi di impression su tutti i dispositivi, canali e formati. Secondo i benchmark del settore presentati in questo report, che analizza i milioni di annunci delle campagne realizzate nel mercato italiano tra l’1 luglio ed il 31 dicembre 2018, la viewability della pubblicità programmatic in formato display in mobile in-app ha raggiunto il 54,4%, con un miglioramento del 10% nell’ultimo semestre rispetto al precedente, mentre negli acquisti diretti ha raggiunto il 49,4%. Anche la viewability nel formato display web per dispositivi mobili e desktop è aumentata, passando dal 36,4% al 41,9% (mobile) e dal 47,4% al 53,1% (desktop) tra il primo e il secondo semestre del 2018.

Ma ancora una volta, il report rivela che è il formato video quello con i livelli di viewability più alti in Italia: il 73,6% degli annunci video su desktop è considerato “in-view”, e la cifra sale al 76,6% per quanto riguarda la pubblicità video in formato mobile web.

Secondo Elisa Lupo, Director di IAS in Italia, «i dati confermano una crescita continua della pubblicità programmatic con livelli di viewability pari, o anche più elevati, rispetto alle impression in direct buying. Inoltre, possiamo dire che il formato video e i dispositivi mobili sono il tandem che raggiungono numeri di viewability più alti e quindi prestazioni migliori».

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Elisa Lupo

Il report fa anche riferimento ai livelli di brand safety, che nella seconda metà del 2018 risultano essere leggermente migliorati. Il numero di annunci su pagine che potrebbero danneggiare l’immagine e la reputazione dei brand su desktop display è stato ridotto, passando dal 2,8% al 2,1%. Un calo ancora più evidente si è visto nel formato desktop video, dove il rischio è passato dal 4,5% al 3% durante lo stesso periodo.

Per quanto riguarda l’ad fraud, le campagne che hanno utilizzato tecnologie o strategie di prevenzione del fenomeno hanno visto i numeri di frodi abbassarsi. Questi miglioramenti sono ancora più evidenti se si guarda al formato video su desktop, dove l’ad fraud è passata dall’1% allo 0,5%. Invece, tra coloro che non usano questa tecnologia, il report indica che uno su dieci annunci globali (10,1% per la desktop display e 9,6% per la desktop video) viene sprecato per colpa delle frodi.

«I numeri mostrano come la tecnologia consente agli inserzionisti di ridurre drasticamente i rischi a cui i brand sono esposti su Internet», aggiunge Elisa Lupo.

Google, la DSP Display & Video 360 supporterà ads.txt di default

Google ha annunciato una serie di novità per la brand safety dedicate ai brand e agenzie che utilizzano la sua DSP Display & Video 360. Tra queste, il supporto di default alle inventory dotate di ads.txt.

A partire da agosto, le campagne acquistate tramite la piattaforma verranno posizionate solo su spazi con ads.txt. Il che vuol dire che solo gli editori che si sono dotati di questo strumento anti-frode per le loro property saranno idonei a ricevere offerte d’asta tramite Display & Video 360.

Google, inoltre, ha comunicato che supporterà anche app-ads.txt, il nuovo standard per la pubblicità in-app creato da IAB per promuovere una maggiore trasparenza delle inventory su mobile e tv connesse, ufficialmente disponibile da marzo. Google ha annunciato che nei prossimi mesi la sua DSP non acquisterà più spazi in-app non autorizzati e, man mano che l’adozione di app-ads.txt aumenterà, anche questo strumento verrà adottato di default dalla piattaforma.

Big G è stato da sempre promotore delle soluzioni anti-frode di IAB. Lanciata nel 2017, ads.txt è una lista pubblicamente accessibile dei venditori e rivenditori autorizzati delle inventory di un sito, che le DSP possono “leggere” per individuare eventuali impression non autentiche.

App-ads.txt è il suo equivalente per la pubblicità sulle applicazioni e, disponibile da pochissimo sul mercato, ha un’adozione ancora bassa, ma Google si sta muovendo attivamente per farla crescere: «Sono ancora i primi giorni per app-ads.txt, ma stiamo attivamente lavorando per incoraggiare gli sviluppatori di app a pubblicare i loro file app-ads.txt – ha spiegato Roshan Khan, Senior Product Manager di Display & Video 360 -. Nei prossimi mesi, Display & Video 360 smetterà di acquistare inventory in-app non autorizzate sulla base della lettura dei file app-ads.txt. E quando l’adozione di app-ads.txt raggiungerà livelli sufficienti, consentiremo ad aziende e agenzie di scegliere di acquistare solo inventory in-app che sono autorizzate». E, considerato il peso di Google nel mercato della pubblicità digitale, c’è da aspettarsi che questa roadmap possa effettivamente dare una spinta all’adozione dello strumento anti-frode.

Infine, Google ha reso disponibile sulla sua DSP una nuova bacheca Brand Controls, che centralizza in un solo strumento tutti i controlli di brand safety delle piattaforma, fornendo una visione delle impostazioni fissate per ogni campagna, dalle esclusioni all’utilizzo dei soli venditori autorizzati in ads.txt, ai servizi di verifica per le campagne display, video, in-app e TrueView.

La pubblicità sui podcast? È efficace su tutte le metriche chiave, secondo Nielsen

Nella nostra rassegna di oggi parliamo di podcast, frodi in-app e dell’ultima novità di Amazon.

La pubblicità sui podcast? E’ efficace su tutte le metriche chiave, secondo Nielsen

I podcast sono un canale di comunicazione efficace per le aziende? Secondo uno studio di Nielsen, sì. La società ha rilevato che gli annunci su podcast hanno avuto successo su varie metriche chiave, come la brand awareness, l’ad recall, l’affinità, la recommentation e l’intenzione di acquisto. Il formato più popolare sui podcast, il cosiddetto “host-read” ossia quando il conduttore del podcast legge l’annuncio, sembra essere particolarmente apprezzato sia dai brand che dal pubblico. Leggi di più su MediaPost.

In un anno le frodi in-app sono raddoppiate. Lo rivela uno studio di DoubleVerify

La nuova frontiera dell’ad fraud? Le app mobile. Secondo un nuovo studio di DoubleVerify, le impression non valide su mobile sono raddoppiate anno su anno dal 2017, e il numero totale di “app fraudolente” è aumentato di oltre il 150% tra il 2017 e il 2018. E di queste app, oltre la metà sono categorizzate come “giochi” o “utilities”. Leggi di più su AdWeek.

Amazon prepara il lancio di un servizio di streaming musicale supportato da pubblicità

Amazon starebbe per lanciare un nuovo servizio di streaming musicale, gratuito e supportato da pubblicità, che andrebbe ad aggiungersi ai già esistenti prodotti a pagamento Prime Music e Amazon Music Unlimited. Secondo indiscrezioni, non confermate da Amazon, il lancio sarebbe imminente, già la prossima settimana. Il servizio consentirà di trasmettere musica attraverso gli speaker Echo: basterà chiedere ad Alexa un brano. Leggi di più su Billboard.

Dieci big dell’editoria francese uniscono le forze per creare un sistema di login unificato

Oggi nella nostra rassegna spazio a una nuova alleanza in Francia sul fronte dati, al bilancio 2018 di The Trade Desk e alle preoccupazioni delle agenzie sul tema delle frodi.

Dieci big dell’editoria francese si uniscono per creare un sistema di login unificato

In Francia, 10 media company tra editori di news, radio e broadcaster, si sono messi insieme per lavorare a una tecnologia di login unificato. Si tratta di Le Figaro, Altice, Team, M6-RTL, Lagardère Active, Czech Media Invest France, 20 Minutes, Les Echos-Le Parisien, Le Point e Radio France (realtà che insieme raggiungono l’80% dei francesi su internet), che hanno unito le risorse, e 5 milioni di euro in 3 anni, per creare una infrastruttura tecnologica comune e indipendente che potrà in seguito essere utilizzata anche da altri publisher, e che consentirà di accedere – con lo stesso indirizzo email – a tutte le property degli editori. Un progetto utile per competere con i walled garden e per facilitare la conformità della raccolta dei dati al GDPR. Leggi di più su Digiday.

The Trade Desk, il 2018 si chiude col segno “più”

The Trade Desk chiude il 2018 in positivo. Secondo l’ultima trimestrale della società di ad tech, le aziende hanno investito sulla piattaforma 2,35 miliardi di dollari l’anno scorso, per un totale di 447 milioni di ricavi, il 55% in più del 2017. Anche il trimestre è andato bene: +56% di giro d’affari, a quota 160,5 milioni. E nel 2019, la società si aspetta una spesa lorda sulla piattaforma di 3,2 miliardi, e un fatturato di 637 milioni di dollari. A trainare la crescita, la forte customer retention, oltre al lancio di nuovi prodotti e funzionalità. Leggi di più su MediaPost.

Per le agenzie, le frodi sono il principale ostacolo all’aumento della spesa adv

In un sondaggio condotto dalla società di misurazioni Integral Ad Science (IAS) negli Stati Uniti, il 69% dei professionisti d’agenzia ha dichiarato che le frodi sono il principale ostacolo alla crescita degli investimenti pubblicitari. Un’opinione condivisa dal 52,6% di chi lavora in azienda. Sebbene non si abbia una cifra precisa, si stima che le frodi pubblicitarie possano costare in effetti agli inserzionisti una cifra stimata tra i 6,5 miliardi di dollari e i 19 miliardi. Leggi di più su eMarketer.

Oracle scopre una massiccia operazione di ad fraud su mobile

Oggi nella nostra rassegna parliamo di un’operazione di ad fraud in-app scoperta da Oracle, del posizionamento “creatività+programmatic” di MediaMonks e di alcune novità dell’offerta Adobe che migliorano la personalizzazione delle esperienze online.

Oracle scopre una massiccia operazione di ad fraud su mobile

Oracle ha scoperto una massiccia operazione di ad fraud su mobile, che coinvolge centinaia di applicazioni su Android. Lo schema fraudolento, chiamato “DrainerBot”, consisteva nell’erogazione di annunci invisibili agli utenti, ma che assorbivano traffico dati e batteria. Tra le applicazioni coinvolte, software scaricati 10 milioni di volte, come “Perfect365” e “Draw Clash of Clans”, particolarmente popolari tra gli utenti. Le app contenevano codici volti al caricamento di annunci video mobile, che però risultavano invisibili agli utenti. Gli annunci apparivano su domini contraffatti. Leggi di più su MediaPost.

S4 Capital, ecco come il modello creativo di MediaMonks si integra con il Programmatic

MediaMonks è tradizionalmente stata focalizzata sulla produzione creativa scalabile, low-cost e di qualità, ma quando la sua capogruppo S4 ha acquisito a fine 2018 la società di programmatic MightyHive, la sua offerta si è ampliata anche alla pubblicità a performance. Oggi, le due aziende insieme offrono creatività, produzione e performance marketing in un unico team, invece che suddividere le competenze su più gruppi specializzati “a silos” come altre realtà. Di fatto creando un ambiente dove convivono, perfettamente integrati, programmatic e creatività. Leggi di più su AdExchanger.

Adobe aggiorna il suo strumento Target, per una migliore personalizzazione delle esperienze online

Adobe ha annunciato una serie di novità e aggiornamenti per Target, il suo strumento di marketing utilizzato per realizzare test A/B e multivariati per l’ottimizzazione delle esperienze digitali. La piattaforma include adesso un algoritmo di “rilevanza ponderata” che sfrutta l’intelligenza artificiale per migliorare la personalizzazione delle raccomandazioni; strumenti di reportistica migliorati e una nuova versione della sua soluzione “Personalization Maturity Model”. Leggi di più su MarTech Today.

Quanti click e impression sono reali? La risposta in uno studio di IAB che utilizza la blockchain

Quanti click e impression sono effettivamente reali e quanti fraudolenti, in una campagna digitale? E’ la domanda che si sono poste IAB Tech Lab e la società spacializzata in blockchain Lucidity, e a cui hanno cercato di dare risposta attraverso uno studio – parte del progetto pilota di IAB dedicato alla blockchain – che, nel corso della seconda metà del 2018, ha analizzato l’utilizzo della tecnologia sulle campagne digitali.

Raccogliendo segnali da tutti gli attori della catena del valore e riscrivendoli su blockchain, Lucidity ha verificato quanti click e impression erano reali e quanti invece erano verosimilmente causati da bot o dal cosiddetto “bid caching”, un fenomeno che consiste nell’immagazzinare le richieste di bid e poi utilizzarle per fare offerte su altre inventory.

Alla base dell’analisi dei risultati dello studio, il concetto di “discrepanza“, che descrive eventuali inspiegabili differenze negli indicatori di performance forniti da diverse piattaforme sulla stessa campagna (ad esempio un diverso numero di click, o di impression) e la cui presenza è spesso sintomo di attività fraudolente. Nel caso dello studio, la blockchain è utilizzata proprio nell’identificazione di tali discrepanze.

Detto questo, secondo i dati della ricerca di IAB e Lucidity, nelle transazioni in programmatic il tasso di discrepanze di impression è discretamente alto: il 14% di tutte le impression erogate è apparso discrepante. E’ la percentuale è ancora più alta per i click: il 48% era classificabile come discrepante, e solo il 52% era confermato dall’intera supply chain.

Diverso (in peggio) il caso dell’ambiente in-app. Qui le discrepanze sono ancora di più rispetto al mobile web, arrivando a coprire circa un terzo delle impression totali misurate.

In generale, le evidenze della ricerca mostrano come l’ecosistema della pubblicità online è ancora vittima del fenomeno delle frodi, che erode quote importanti degli investimenti adv delle aziende. Un problema che la blockchain può contribuire a risolvere, consentendo di identificare le discrepanze nelle misurazioni (sintomo della presenza di pratiche fraudolente) e ottimizzare di conseguenza le campagne.

La stessa ricerca ha dimostrato come l’ottimizzazione delle campagne (ad esempio togliendo gli investimenti dalle inventory fraudolente) può portare vantaggi concreti contro le discrepanze: laddove gli annunci sono stati ottimizzati, il match rate delle impression è aumentato in media del 13% e quello dei click del 22%.

Scoperto un sistema di frodi che sfrutta la popolarità di ads.txt

Quando è nata due anni fa, ads.txt è stata descritta da IAB come una possibile soluzione alle frodi pubblicitarie. Purtroppo però, la sua efficacia è stata messa in dubbio in questi giorni da DoubleVerify.

Il fornitore di misurazioni ha annunciato di avere infatti scoperto un nuovo network di bot che compie frodi riuscendo ad aggirare le protezioni di ads.txt. Si tratterebbe di un sofisticato tipo di frodi, che ruba contenuti dai siti degli editori premium e crea copie falsificate delle pagine originali sul proprio server.

Il bot network, secondo quanto rivela DoubleVerify, crea nuovi posizionamenti pubblicitari che normalmente non esistono sul sito originale, e utilizza URL falsificate per ingannare le piattaforme pubblicitarie: in particolare apre degli account con i venditori categorizzati come “reseller” approvati sui file ads.txt degli editori (questi non hanno un rapporto diretto con i publisher per la vendita dei loro spazi, ma li acquisiscono da intermediari per poi rivenderli) e poi vende gli spazi attraverso questi reseller, sapendo che i brand che faranno l’acquisto li troveranno tra i rivenditori autorizzati su ads.txt.

Chiaramente, il network fraudolento sarebbe riuscito a sfruttare una falla nel sistema ads.txt, in particolare legata al fatto che non tutte le parti in causa nel trading pubblicitario effettuano i giusti controlli sulle inventory. In questo caso, i reseller autorizzati, che dovrebbero verificare in maniera più approfondita le inventory che vendono. Ma in realtà, come spiega Roy Rosenfeld, capo del Fraud Lab di DoubleVerify: «Più giù si va nella coda lunga di reseller, aggregatori e ad network, più allentati sono i processi di controllo».

Paradossalmente, il bot network sfrutterebbe proprio la crescente popolarità di Ads.txt, oggi sempre più utilizzata dai player sia lato domanda che lato offerta. DoubleVerify ha stimato che la frode potrebbe essere costata agli inserzionisti una cifra tra i 70 e gli 80 milioni di dollari in un anno di operatività.