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Nasce Source, il nuovo progetto di MediaMath per una filiera digitale trasparente e addressable

MediaMath ha annunciato il lancio di un nuovo framework per gli acquisti media digitali: si chiama Source e offre a brand, editori e vari operatori della filiera visibilità sull’intera supply chain.

Alla base del progetto, l’impegno di MediaMath, supportato da una serie di partner, a rendere la catena del valore affidabile e addressable al 100% entro la fine del 2020, per un mercato in cui gli interessi di tutte le parti sono allineati.

Così spiega la genesi del progetto Joe Zawadzki, CEO di MediaMath: «Ci siamo prefissati di cambiare al meglio il marketing. Sfortunatamente, la purezza delle intenzioni del nostro mercato al momento della costruzione dell’infrastruttura digitale è andata persa tra frodi, spreco di investimenti e non pertinenza. Sono stati creati più annunci invece che annunci migliori e minimizzato il valore di un’offerta di qualità nella sua forma più pura e trasparente. In quanto uno dei primi pionieri del programmatic, ci siamo sentiti in dovere di aiutare a sistemare quello che si era rotto».

«Mettendola in maniera semplice, i brand, invece che riuscire a focalizzarsi sulla crescita e il rafforzamento delle proprie relazioni dirette coi consumatori, vedevano la maggior parte del proprio tempo impegnato dal peso, operativo e di servizio, di un ecosistema rotto – aggiunge il manager -. La supply chain deve essere ricostruita per alimentare la crescita e la salute necessarie a brand e creativi per realizzare e far funzionare un ecosistema più affidabile con ricompense allineate per tutti».

Le caratteristiche del nuovo sistema si possono sintetizzare in tre parole:

  • Affidabile: impression reali su property media reali. Una supply chain trasparente e libera da frodi composta da proprietari affidabili di contenuti, che possa dare ai brand piena visibilità sulle meccaniche e i costi della filiera, termini di commercio modernizzati e standard tecnici che migliorino l’operatività di ciascun processo pubblicitario lungo la catena.
  • Addressable: reali persone che i brand possono raggiungere con annunci reali, in maniera scalabile. Una visione singola di chi sono i consumatori e i prospect – e la capacità di accedere a un maggior numero di queste audience – tra desktop, mobile, e TV attraverso un ID coerente tra i vari canali, sempre dando la priorità alla privacy e al rispetto dell’utente. Nella realtà, connettere i segnali lungo la supply chain consente a inserzionisti e proprietari di media di comunicare più efficacemente i loro bisogni e concordare in maniera trasparente sugli obiettivi.
  • Alimentato dall’Intelligenza Artificiale: dati più puliti attraverso l’utilizzo del potere della computazione per trarre informazioni significative e individuare tendenze reali da ampi set di dati in un modo che richiede minori sforzi. Il potere dell’AI sta nella capacità di prendere decisioni di qualità velocemente. Ma perché il machine learning funzioni nel modo richiesto, sono necessari dati buoni, niente spazzatura. L’AI consente di attivare una supply chain più pulita, offrendo ad agenzie, brand e proprietari di contenuti dati affidabili, attivabili e in tempo reale.

MediaMath ha lavorato con vari partner al progetto, che hanno fornito piena visibilità sulle meccaniche e i costi della filiera, costruendo allo stesso tempo una nuova infrastruttura e nuovi termini commerciali per il mercato. Tra di essi ci sono Havas Media e i suoi clienti, le SSP Rubicon Project e Telaria, editori come Business Insider, News Corp. e Weather Company di IBM, società di misurazioni come Moat di Oracle Data Cloud e di verifica anti-frode come White Ops.

Il piano della società è quello per il momento di portare a bordo un maggior numero di partner (l’utilizzo da parte di più player possibile è fondamentale per la riuscita del progetto), e poi di introdurre rapidamente una soluzione tecnica scalabile che possa gestire l’erogazione di miliardi di impression in microsecondi.

MediaMath avrebbe avviato dei colloqui anche con Google e Amazon per la partecipazione a Source, mentre non ha ancora approcciato – apparentemente solo per questioni di tempo – Facebook.

Le GIF brandizzate diventano misurabili: accordo tra Giphy e Oracle

Il motore di ricerca di GIF Giphy ha siglato un accordo con la piattaforma Moat di Oracle Data Cloud per la misurazione di viewability, erogazione pubblicitaria e traffico invalido delle gif brandizzate.

Una partnership volta a spingere più inserzionisti ad utilizzare a fini pubblicitari uno strumento sempre più popolare tra gli utenti. «La piattaforma di Giphy consente ai brand di essere al centro di momenti culturali – spiega Alexis Berger, president of revenue di Giphy -. Con l’integrazione di Moat, le aziende potranno adesso avere maggiore fiducia sul fatto che gli annunci erogati tramite Giphy siano visibili, misurabili e raggiungano utenti reali».

Moat misurerà le GIF brandizzate su desktop, in-app e mobile web, ma per il momento non sarà operativa sulle integrazioni di Giphy sulle app di messaggistica come WhatsApp o Skype.

L’Italia è il primo Paese a superare l’80% di viewability. I dati di IAS

Integral Ad Science (IAS) ha reso noti i dati del suo Report sulla Media Quality relativo al primo semestre del 2019, fornendo una panoramica delle prestazioni e della qualità dei media digitali in Italia, includendo per la prima volta benchmarks globali.

Il Report, in particolare, evidenzia le tendenze di brand safety, ad fraud e viewability per pubblicità display, video, mobile web e in-app, analizzando i dati provenienti da migliaia di miliardi di impression di campagne pubblicitarie globali che si sono svolte tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2019.

In Italia i tassi di viewability più alti di sempre

Il nuovo report della società di misurazioni rivela che per la prima volta i livelli di viewability globali, in tutti i formati e ambienti, hanno superato il 60% durante il primo semestre 2019, riflettendo un impegno mondiale per una maggiore qualità dei media. La viewability delle impression mobile in-app display, probabilmente seguendo l’evoluzione dei modelli di consumo dei media, è migliorata maggiormente in termini assoluti, aumentando di quasi 9 punti percentuali dal 53,5% al 62,3%, tra il primo semestre 2018 e il primo semestre 2019.

Tra tutti i benchmark e tutti i paesi analizzati, l’Italia ha registrato il tasso più alto di viewability con l’80,4% degli annunci video su mobile web rimasti visibili per almeno 2 secondi, mentre anche la metà o più dello schermo era in-view.

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E l’Italia è anche il mercato più sicuro per i brand

La media di brand risk è stata in gran parte ridotta tra il 2018 e il 2019. A livello mondiale il report ha registrato un tasso del 4,7% per l’inventory desktop display, del 6,9% per quella desktop video e del 5,9% per quella mobile web display. La percentuale nel formato video su mobile web è rimasta sostanzialmente invariata al 7,8%.

Su quasi tutti i dispositivi e formati, l’Italia ha prevalso come il mercato più sicuro per i brand, con l’eccezione del mobile web video in cui il tasso di brand risk del 4,8% in Australia è appena inferiore al 4,9% dell’Italia. Il tasso di brand risk più basso in Italia si trova nel formato desktop display all’1,9%, in calo rispetto al 2,8% dell’anno precedente.

«Questo report indica un consistente miglioramento della brand safety in Italia – commenta Elisa Lupo, Amministratore Delegato di IAS in Italia -, con livelli di viewability che continuano ad aumentare. Se confrontato a livello globale, il mercato italiano appare costantemente tra i primi in classifica, mostrando l’alta qualità della pubblicità digitale in Italia. È grazie a questo livello di informazioni granulare e globale che i brand possono proteggere i loro investimenti pubblicitari e garantire il massimo rendimento».

Snapchat, accordo con DoubleVerify per viewability e verifiche anti-frode

DoubleVerify è diventato ufficialmente uno Snapchat Measurement Partner, ossia uno dei partner certificati del social del fantasmino per l’autenticazione della viewability e per la prevenzione delle frodi pubblicitarie e del traffico non valido (SIVT).

Grazie al nuovo accordo siglato tra le due società, gli inserzionisti potranno verificare la qualità delle inventory di Snapchat utilizzando i dati e le tecnologie di verifica delle frodi e della viewability di DoubleVerify. La società, si legge in una nota, è l’unico fornitore di verifiche che copre Filtri, Lenti e formati Snap Ads (display e video) e Story Ads.

La società è anche partner di misurazioni di Facebook, Instagram, YouTube e Twitter.

Google contro le frodi mobile: Ad Manager e AdMob supporteranno app-ads.txt

Google amplia il suo supporto ad app-ads.txt, lo strumento di IAB per contrastare le frodi pubblicitarie nell’ambiente in-app.

Big G ha infatti annunciato in un blog post che a partire dal 27 agosto bloccherà sulla sua piattaforma per gli editori Google Ad Manager e sul suo ad network mobile AdMob l’erogazione di inventory pubblicitarie in-app non autorizzate, basandosi su quanto pubblicato sui documenti app-ads.txt degli editori.

“Vi incoraggiamo fortemente a creare un documento app-ads.txt e a pubblicarlo sul dominio dello sviluppatore contenuto su App Store e/o Google Play Store. Questo vi aiuterà ad evitare che inventory non autorizzate o false possano danneggiare il vostro brand o i vostri ricavi. Gli editori che non implementeranno i file app-ads.txt non subiranno alcun cambiamento nell’erogazione dei loro annunci, ma non beneficieranno di queste ulteriori protezioni alla contraffazione”, spiega Google nel blog post.

Google metterà a disposizione degli editori anche degli strumenti di verifica e controllo per una corretta implementazione dei file app-ads.txt.

Nato come sviluppo dello standard ads.txt, app-ads.txt è uno strumento di IAB Tech Lab per contrastare il fenomeno dell’ad fraud nell’ambiente in-app. Come il suo predecessore ads.txt (dedicato alla pubblicità sul web), app-ads.txt è di fatto una lista dei venditori e rivenditori autorizzati di una determinata inventory. Tale lista è pubblicamente accessibile da chiunque e dunque anche da chi intende acquistare l’inventory, che così può verificare se sta acquistando uno spazio pubblicitario autentico e se chi lo sta vendendo è autorizzato a farlo. La lista è accessibile dalle URL dei siti degli sviluppatori normalmente contenute sugli app store come informazioni di contatto.

App-ads.txt su Google Ad Manager
App-ads.txt su Google Ad Manager

Google, già promotrice di ads.txt sin dalle primissime fasi di vita dello strumento, ha deciso dunque di impegnarsi attivamente a supportare anche lo strumento dedicato alla pubblicità in-app. Qualche mese fa la società aveva annunciato che la sua DSP Display & Video 360 avrebbe smesso di acquistare spazi in-app non autorizzati e che, con l’aumento dell’adozione di app-ads.txt, anche questo strumento sarebbe stato adottato di default dalla piattaforma. E ora, considerando quanto le piattaforme di Google sono utilizzate dal mercato, c’è da aspettarsi che il supporto – sia lato acquisto che lato vendita – di Big G possa dare un’importante spinta all’adozione dello strumento anti frode.

Nick Morley (IAS): «Le tecnologie di verifica sono indispensabili per il ROI»

Nel corso degli anni, il mercato della pubblicità digitale è cresciuto esponenzialmente; ciò ha comportato un’intensa proliferazione di realtà e intermediari: il risultato è un ecosistema intricato, inefficiente e poco trasparente, in cui è difficile orientarsi. Ne è convinto Nick Morley, Managing Director, EMEA di Integral Ad Science (IAS), intervistato a margine dello IAS Rooftop Roundtable di mercoledì 26 giugno, evento organizzato per permettere a centri media, marchi ed editori di formarsi e confrontarsi su viewability, sicurezza del marchio online, misurazioni e verifiche.

Sono proprio questi, infatti, gli ambiti in cui la società tecnologica è specializzata, con un’offerta di servizi mirata a ridurre la complessità dell’industria e ad assicurare agli operatori che la compravendita di spazi stia avvenendo sempre secondo i più alti standard.

Perché le tecnologie di verifica sono così importanti per il mercato della pubblicità digitale?

«Che tu sia un marketer d’azienda o d’agenzia, hai bisogno di capire se il tuo investimento media è stato fatto in maniera oculata e sicura, e se quindi sta generando un ritorno. Se, approssimativamente, metà dei tuoi annunci non è viewable per un minimo periodo di tempo, se gli annunci viewable sono visualizzati da robot e i rimanenti sono erogati in ambienti non sicuri, con associazioni inserzione-contenuto inappropriate, l’immagine e la reputazione del marchio ne risentiranno gravemente. Il tema della verifica ha un’importanza cruciale perché gli operatori vogliono essere certi dei ritorni, e perché, evidentemente, le frodi non fanno che erodere potenziali entrate.

Volendo riportare queste considerazioni su un piano più generale, ci troviamo in una fase economica in cui ogni settore sta passando al vaglio i propri investimenti e le persone sono molto più attente alle spese. Per questo tutti vogliono assicurarsi che le proprie finanze siano solide».

In che modo le tecnologie di verifica possono aiutare a ripristinare un rapporto marchio-agenzia sostenibile?

«Alcune aziende si domandano se l’operato delle agenzie sia guidato dalle motivazioni giuste. La realtà è che l’industria della pubblicità digitale è incredibilmente complessa. Da una parte ci sono gli inserzionisti e dall’altra gli editori, con i contenuti e il pubblico che quegli stessi inserzionisti vogliono raggiungere, ma tra di loro c’è tutto un ecosistema molto complicato.

Ad ogni modo, le agenzie stanno cercando di ottenere i migliori ritorni per i propri clienti in un contesto in cui è difficile muoversi. Tuttavia, l’esistenza di uno strato di dati e verifica che consenta a investitori e marchi di connettersi efficientemente con editori e altri fornitori di audience genererà un ambiente affidabile e trasparente, dove i buoni attori potranno essere distinti da quelli cattivi».

A fronte di una crescente internalizzazione delle attività pubblicitarie, state osservando un maggior numero di marchi assumersi direttamente la responsabilità delle verifiche?

«Le aziende cercano di spendere i loro denari nella maniera più efficiente. Il digitale è cresciuto tantissimo negli ultimi 10-15 anni e ora rappresenta il canale media dominante, in molti mercati è addirittura diventato più importante della tv. Ma all’interno di questo processo di espansione, probabilmente una buona parte della spesa pubblicitaria non era efficiente. Per queste ragioni, solo attraverso un maggiore impiego delle tecnologie di verifica e misurazione quei marchi possono avere più controllo sulla spesa.

Non penso che gli inserzionisti intendano necessariamente spendere meno, vogliono solo spendere in maniera efficiente. Se attraverso questi processi di verifica e misurazione scoprono che una porzione degli investimenti è sprecata taglieranno i costi, ma il loro obiettivo ultimo è l’efficienza. Nel frattempo, la complessità del mercato si sta via via riducendo grazie al miglior utilizzo di queste tecnologie.

Negli ultimi anni, le aziende hanno siglato accordi diretti con le società di verifica ma non sempre perché volevano portare in-house quelle attività, cosa che è capitata più volte per il programmatic, ad esempio. Alcuni marchi stipulano dei contratti diretti affidando comunque alle loro agenzie di riferimento l’uso di quelle tecnologie. A mio avviso, è una cosa buona perché significa che i marchi assumono una posizione proattiva in questo senso. Ritengo comunque che la maggior parte delle agenzie non giudichi negativamente questo fenomeno, perché esse continuano a essere responsabili per la maggior parte della pianificazione e dell’acquisto di spazi. È solo cambiata la proprietà dei dati e di parte della tecnologia».

Cosa ne pensi del processo di consolidamento in atto nell’industria pubblicitaria?

«Come ho già detto prima, l’ecosistema digitale è divenuto in pochissimo tempo il canale media dominante. E qualsiasi mercato interessato da uno sviluppo così rapido può diventare confusionario. Col tempo, infatti, il proliferare di realtà ha attratto ingenti capitali che, probabilmente, hanno finanziato troppe società, con il risultato che l’ecosistema è diventato complesso, sovraffollato e poco trasparente in termini di spesa pubblicitaria. Per questo le aziende stanno cercando di lavorare con meno partner.

D’altra parte, credo che il processo di consolidamento in atto sia solo una fase di un ciclo economico. Se gli investitori non ottengono un ritorno in una prospettiva temporale ragionevole allora si ritirano, e le aggregazioni ne sono una conseguenza. Credo che, in ultima analisi, questo sia positivo perché ne guadagneremo in fiducia e trasparenza. Otterremo un ecosistema più sano

Per quanto ci riguarda, serve un linguaggio comune basato sui dati che colleghi marchi, piattaforme e agenzie. Noi forniamo proprio quel livello di dati e verifiche che permette all’ecosistema di essere più efficiente».

Credi che i Chief Financial Officer e i Chief Marketing Officer abbiano bisogno di collaborare di più?

«“Metà del denaro che spendo in pubblicità è sprecato, e il guaio è che non so quale metà sia”. Lo ha detto John Wanamaker verso la fine del IXX secolo ed è ancora una frase fondamentale per analizzare i rapporti tra marketing e finanza. Come si fa a stabilire cosa è efficace è cosa no? È un quesito a cui i CMO hanno sempre voluto rispondere, e che nel corso degli anni ha creato diverse frizioni tra loro e i CFO. Ma ora possiamo contare su un uso più diffuso ed efficace delle tecnologie di misurazione, grazie al quale i marketer possono rispondere alla storica domanda.

Possono finalmente sapere se è un annuncio è viewable, se ci sono frodi, se le visualizzazioni sono umane o no. Tutti elementi che permettono di rispondere al dilemma fondamentale: “Se faccio questo investimento pubblicitario, quale ritorno ho in termini di vendite e brand uplift?”. Noi aiutiamo gli operatori ad affrontare tutti queste problematiche, così da far tornare CMO e CFO a lavorare insieme armonicamente».

Samsung Ads con Moat per misurare la qualità delle inventory su OTT e TV connesse

Samsung Ads, la divisione di Advanced TV di Samsung, ha stretto un accordo con Moat per la misurazione della qualità delle inventory OTT dei suoi Smart TV.

L’accordo prevede l’integrazione, nei data set degli smart TV Samsung (un bacino di 35 milioni di dispositivi, secondo quanto dichiarato dalla stessa Samsung Ads, che lo ha definito “il data set di automated content recognition più ampio sul mercato”), delle misurazioni dei livelli di viewability e di traffico non valido degli spazi pubblicitari. Quello dell’ad fraud, in particolare, è un fenomeno che in ambiente OTT non ha ancora raggiunto grandi numeri, ma la cui diffusione è in rapida crescita.

Per Moat si tratta della prima integrazione in ambito OTT e TV connesse. La domanda di misurazioni per questo tipo di ambienti, tuttavia, sta iniziando a farsi sentire, come sottolinea Michelle Hulst, GVP of marketing and strategic partnerships di Oracle Data Cloud (cui Moat fa capo): «Gli inserzionisti stanno iniziando a cercare società terze neutrali che le possano aiutare a comprendere come utilizzare al meglio questi mezzi».

Viewability in-app, in Italia il programmatic supera gli acquisti diretti. I dati IAS

Nella seconda metà del 2018, i livelli di viewability della pubblicità acquistata in programmatic nel formato mobile in-app sono più alti rispetto a quelli di acquisto diretto in Italia. È quanto riporta l’ultimo Report sulla Media Quality della società tecnologica Integral Ad Science (IAS).

In termini globali, ogni giorno IAS misura, in tempo reale, miliardi di impression su tutti i dispositivi, canali e formati. Secondo i benchmark del settore presentati in questo report, che analizza i milioni di annunci delle campagne realizzate nel mercato italiano tra l’1 luglio ed il 31 dicembre 2018, la viewability della pubblicità programmatic in formato display in mobile in-app ha raggiunto il 54,4%, con un miglioramento del 10% nell’ultimo semestre rispetto al precedente, mentre negli acquisti diretti ha raggiunto il 49,4%. Anche la viewability nel formato display web per dispositivi mobili e desktop è aumentata, passando dal 36,4% al 41,9% (mobile) e dal 47,4% al 53,1% (desktop) tra il primo e il secondo semestre del 2018.

Ma ancora una volta, il report rivela che è il formato video quello con i livelli di viewability più alti in Italia: il 73,6% degli annunci video su desktop è considerato “in-view”, e la cifra sale al 76,6% per quanto riguarda la pubblicità video in formato mobile web.

Secondo Elisa Lupo, Director di IAS in Italia, «i dati confermano una crescita continua della pubblicità programmatic con livelli di viewability pari, o anche più elevati, rispetto alle impression in direct buying. Inoltre, possiamo dire che il formato video e i dispositivi mobili sono il tandem che raggiungono numeri di viewability più alti e quindi prestazioni migliori».

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Elisa Lupo

Il report fa anche riferimento ai livelli di brand safety, che nella seconda metà del 2018 risultano essere leggermente migliorati. Il numero di annunci su pagine che potrebbero danneggiare l’immagine e la reputazione dei brand su desktop display è stato ridotto, passando dal 2,8% al 2,1%. Un calo ancora più evidente si è visto nel formato desktop video, dove il rischio è passato dal 4,5% al 3% durante lo stesso periodo.

Per quanto riguarda l’ad fraud, le campagne che hanno utilizzato tecnologie o strategie di prevenzione del fenomeno hanno visto i numeri di frodi abbassarsi. Questi miglioramenti sono ancora più evidenti se si guarda al formato video su desktop, dove l’ad fraud è passata dall’1% allo 0,5%. Invece, tra coloro che non usano questa tecnologia, il report indica che uno su dieci annunci globali (10,1% per la desktop display e 9,6% per la desktop video) viene sprecato per colpa delle frodi.

«I numeri mostrano come la tecnologia consente agli inserzionisti di ridurre drasticamente i rischi a cui i brand sono esposti su Internet», aggiunge Elisa Lupo.

Google, la DSP Display & Video 360 supporterà ads.txt di default

Google ha annunciato una serie di novità per la brand safety dedicate ai brand e agenzie che utilizzano la sua DSP Display & Video 360. Tra queste, il supporto di default alle inventory dotate di ads.txt.

A partire da agosto, le campagne acquistate tramite la piattaforma verranno posizionate solo su spazi con ads.txt. Il che vuol dire che solo gli editori che si sono dotati di questo strumento anti-frode per le loro property saranno idonei a ricevere offerte d’asta tramite Display & Video 360.

Google, inoltre, ha comunicato che supporterà anche app-ads.txt, il nuovo standard per la pubblicità in-app creato da IAB per promuovere una maggiore trasparenza delle inventory su mobile e tv connesse, ufficialmente disponibile da marzo. Google ha annunciato che nei prossimi mesi la sua DSP non acquisterà più spazi in-app non autorizzati e, man mano che l’adozione di app-ads.txt aumenterà, anche questo strumento verrà adottato di default dalla piattaforma.

Big G è stato da sempre promotore delle soluzioni anti-frode di IAB. Lanciata nel 2017, ads.txt è una lista pubblicamente accessibile dei venditori e rivenditori autorizzati delle inventory di un sito, che le DSP possono “leggere” per individuare eventuali impression non autentiche.

App-ads.txt è il suo equivalente per la pubblicità sulle applicazioni e, disponibile da pochissimo sul mercato, ha un’adozione ancora bassa, ma Google si sta muovendo attivamente per farla crescere: «Sono ancora i primi giorni per app-ads.txt, ma stiamo attivamente lavorando per incoraggiare gli sviluppatori di app a pubblicare i loro file app-ads.txt – ha spiegato Roshan Khan, Senior Product Manager di Display & Video 360 -. Nei prossimi mesi, Display & Video 360 smetterà di acquistare inventory in-app non autorizzate sulla base della lettura dei file app-ads.txt. E quando l’adozione di app-ads.txt raggiungerà livelli sufficienti, consentiremo ad aziende e agenzie di scegliere di acquistare solo inventory in-app che sono autorizzate». E, considerato il peso di Google nel mercato della pubblicità digitale, c’è da aspettarsi che questa roadmap possa effettivamente dare una spinta all’adozione dello strumento anti-frode.

Infine, Google ha reso disponibile sulla sua DSP una nuova bacheca Brand Controls, che centralizza in un solo strumento tutti i controlli di brand safety delle piattaforma, fornendo una visione delle impostazioni fissate per ogni campagna, dalle esclusioni all’utilizzo dei soli venditori autorizzati in ads.txt, ai servizi di verifica per le campagne display, video, in-app e TrueView.

La pubblicità sui podcast? È efficace su tutte le metriche chiave, secondo Nielsen

Nella nostra rassegna di oggi parliamo di podcast, frodi in-app e dell’ultima novità di Amazon.

La pubblicità sui podcast? E’ efficace su tutte le metriche chiave, secondo Nielsen

I podcast sono un canale di comunicazione efficace per le aziende? Secondo uno studio di Nielsen, sì. La società ha rilevato che gli annunci su podcast hanno avuto successo su varie metriche chiave, come la brand awareness, l’ad recall, l’affinità, la recommentation e l’intenzione di acquisto. Il formato più popolare sui podcast, il cosiddetto “host-read” ossia quando il conduttore del podcast legge l’annuncio, sembra essere particolarmente apprezzato sia dai brand che dal pubblico. Leggi di più su MediaPost.

In un anno le frodi in-app sono raddoppiate. Lo rivela uno studio di DoubleVerify

La nuova frontiera dell’ad fraud? Le app mobile. Secondo un nuovo studio di DoubleVerify, le impression non valide su mobile sono raddoppiate anno su anno dal 2017, e il numero totale di “app fraudolente” è aumentato di oltre il 150% tra il 2017 e il 2018. E di queste app, oltre la metà sono categorizzate come “giochi” o “utilities”. Leggi di più su AdWeek.

Amazon prepara il lancio di un servizio di streaming musicale supportato da pubblicità

Amazon starebbe per lanciare un nuovo servizio di streaming musicale, gratuito e supportato da pubblicità, che andrebbe ad aggiungersi ai già esistenti prodotti a pagamento Prime Music e Amazon Music Unlimited. Secondo indiscrezioni, non confermate da Amazon, il lancio sarebbe imminente, già la prossima settimana. Il servizio consentirà di trasmettere musica attraverso gli speaker Echo: basterà chiedere ad Alexa un brano. Leggi di più su Billboard.