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Adform, al via il nuovo programma di formazione Adform Academy

Per supportare i processi e il lavoro dei clienti, Adform mette a disposizione Adform Academy, il nuovo programma di formazione e certificazione individuale, gratuito, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ripensata totalmente, l’Academy sostituisce il programma GetCertified finora disponibile.

Le sessioni e il materiale presenti online permettono ai dipendenti delle aziende clienti di raggiungere una maggiore efficienza ed efficacia attraverso l’utilizzo delle soluzioni che compongono la full stack IAP – l’Integrated Advertising Platform di Adform.

Due i nuovi percorsi formativi disponibili: DSP Fundamentals Path e Ad Serving Fundamentals Path. Per ottenere la certificazione è necessario superare i diversi livelli di corsi. Ciascun corso può essere seguito individualmente, in base alle singole esigenze.

Ciascuna video-lezione è stand-alone e mette a disposizione un programma articolato che può essere seguito comodamente e suddiviso in base alle esigenze del singolo partecipante. Una volta completato il Path e superate tutte le verifiche, si riceve un attestato in formato PDF che può essere condiviso sui propri social come, per esempio, attraverso il profilo LinkedIn.

I temi affrontati nelle video-lezioni su DSP Fundamentals forniscono conoscenze sui tool Adform per realizzare campagne programmatic efficaci, scoprire le soluzioni per garantire la brand safety e, al contempo, mitigare gli effetti dell’ad fraud. Tra gli altri argomenti affrontati ci sono il targeting e il frequency capping cross device, consigli su come utilizzare al meglio le funzionalità per segmentare il target nella DSP, gestire efficacemente la selezione dell’inventory e i private deal. Infine, approfondire la comprensione degli algoritmi che automatizzano l’ottimizzazione delle campagne programmatic.

La certificazione Ad Serving Fundamentals permette di sviluppare le conoscenze fondamentali per dar vita a una gestione delle campagne più efficiente. Il corso mette a disposizione lezioni per comprendere meglio e in maniera più approfondita la gerarchia dell’Ad Server di Adform, attraverso le personalizzazioni e i cambiamenti in linea con i propri progetti pubblicitari.

Il workflow e i controlli da mettere in atto durante la gestione di una campagna sono un altro dei temi affrontati, così come imparare a gestire, caricare e applicare la creatività nelle campagne, oltre ai temi legati al miglioramento dell’esecuzione di strategie di ottimizzazione creative, grazie a un’immersione completa negli Standard Report di Adform.

“Mettere a disposizione dei nostri clienti un programma di formazione e certificazione come l’Academy è un traguardo molto importante per Adform, perché sono strumenti pensati per amplificare le conoscenze dei nostri tool e aiutare i brand a sviluppare campagne programmatic di reale successo, migliorando i processi interni e la gestione complessiva”, afferma Davide Corcione, Country Manager Adform. “Trasferire competenze che aiutino ad aggiungere valore e a contribuire a migliorare il ritorno sull’investimento dei nostri clienti è un elemento fondamentale in questa fase storica e critica che stiamo vivendo”.

404bot, cos’è e come funziona. Intervista a Elisa Lupo di IAS

Qualche anno fa IAB, per far fronte al fenomeno crescente dell’ad fraud, aveva creato Ads.txt, uno strumento che, attraverso un semplice file di testo, rendeva nota a chi si apprestava ad acquistare uno spazio pubblicitario su un sito, la lista dei venditori autorizzati a commercializzare le inventory di quella property digitale. Ma col tempo anche l’ad fraud si è evoluta, e oggi ci sono bot che riescono ad aggirare questo strumento, e anzi ad utilizzarlo a proprio favore, e a danno degli ignari inserzionisti.

Come il 404bot, l’ultima frontiera dell’ad fraud, che secondo IAS sta costando alla industry della pubblicità digitale più di 15 milioni di dollari, coinvolgendo oltre 1,5 miliardi di annunci video (leggi qui l’articolo dedicato). Abbiamo chiesto a Elisa Lupo, Managing Director IAS Italia, di spiegarci come funziona questa forma di ad fraud e cosa deve fare il mercato per fronteggiare questo trend.

Elisa, quello del 404bot è un fenomeno importante a livello globale. Lo state rilevando anche in Italia?

«Finora, IAS ha individuato il 404bot destinato agli editori principalmente nei mercati digitali più redditizi, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada e in Australia. Tuttavia, il bot potrebbe continuare a crescere, poiché non vi sono ancora indicazioni che verrà rimosso.

Più di 1,5 miliardi di impression degli annunci sono stati interessati dal 404bot e, in base ai nostri dati, tali annunci erano principalmente video e pochi erano in Italia. Il 404bot ha interessato una vasta gamma di domini dei publisher, sia di alto profilo che di basso profilo, molti dei quali hanno una caratteristica in comune: un numero estremamente elevato di rivenditori autorizzati nel loro file Ads.txt. I publisher dovrebbero cercare di controllare e aggiornare i propri file Ads.txt per mitigare qualsiasi minaccia».

Ci spieghi come funzionano i 404bot?

«Lo IAS 404bot identificato è una forma sofisticata di spoofing del dominio – falsare un URL in modo che gli acquirenti credano di ottenere una inventory valida, quando in realtà non esiste. I truffatori inducono gli acquirenti a pensare che il loro annuncio stia andando su un sito premium, mentre in realtà sta andando a un sito web di bassa qualità. Le impression e gli utenti sono reali, ma la inventory è rappresentata in modo errato e quindi acquistata a un costo molto più elevato. Lo IAS Threat Lab monitora questo schema bot in crescita dal 2018.

La firma principale di 404bot è lo spoofing esteso del dominio. Gli URL sono falsificati a livello di browser, il che significa che i segnali dei dati del browser sono falsi. Spesso, gli URL falsificati non esistevano nemmeno. (è per questo che il bot si chiama bot 404 – poiché questo è l’errore mostrato quando una pagina web non esiste o non può essere trovata). Un modello tipico degli URL inesistenti di 404bot era un mix di due URL esistenti. Facciamo un esempio:

Pagina esistente #1: https://www.programmatic-italia.com/programmatic-day-2020
Pagina esistente #2: https://www.engage.it/eventi/upa-polimi-palyer-branding-e-volution/
URL non esistente creata da 404bot: https://www.programmatic-italia.com/eventi/upa-polimi-palyer-branding-e-volution/

Da quanto esiste questa forma di ad fraud e quali sono i danni che può procurare all’ecosistema pubblicitario?

«Nel 2018, lo IAS Threat Lab ha notato per la prima volta questo aumento di attività fraudolente probabilmente generato da una singola botnet. A settembre 2018, l’attività delle botnet è aumentata vertiginosamente fino a novembre 2018, quando l’attività è crollata bruscamente. Dopo mesi di bassa attività, il traffico di 404bot è aumentato di nuovo ad aprile 2019, durando fino a settembre 2019 quando l’attività è diminuita di nuovo. Possiamo solo indovinare il motivo di questo calo di attività della botnet, ma sulla base di osservazioni precedenti, sappiamo che l’attività di 404bot potrebbe aumentare di nuovo.

Dalla scoperta di 404bot nel 2018 da parte di IAS, sono stati interessati oltre 1,5 miliardi di annunci. Sulla base dei nostri dati, tali annunci erano principalmente video. Supponendo che i prezzi degli annunci video siano in un CPM a una cifra, ciò significa che almeno 15 milioni di dollari sono stati rubati dai truffatori. Poiché questa è solo la stima della banda inferiore, l’impatto reale e il payout potrebbero essere probabilmente molto più grandi».

Cosa deve fare il mercato per fronteggiare questo trend?

«L’iniziativa Ads.txt è stata un punto di svolta per la lotta alle frodi di spoofing del dominio. Ads.txt continuerà a rendere più difficile per i truffatori la realizzazione di schemi di spoofing del dominio. Per proteggere se stessi, i publisher devono assicurarsi di distribuire Ads.txt e di controllare completamente i propri rivenditori. IAS raccomanda agli editori di seguire sempre le migliori pratiche per l’implementazione di Ads.txt. Compreso il corretto controllo dei partner autorizzati.

L’industria in generale ha bisogno di pensare alla frode in un modo più olistico e tutti nell’ecosistema possono lavorare in modo più proattivo. Poiché la frode è di natura globale, abbiamo bisogno di collaborazione per un attacco globale. Integral Ad Science offre sia agli inserzionisti che ai publisher la possibilità di utilizzare la propria tecnologia per rilevare le frodi e bloccarle, ma è necessario che questa collaborazione nel settore abbia un impatto reale.

I brand possono rivedere la propria catena di approvvigionamento di inventory per assicurarsi che Ads.txt sia distribuito e collaborare con i propri partner editori per capire di più sui rivenditori autorizzati».

Come contribuisce IAS alla lotta ai 404bot?

«Nella lotta contro la frode, è fondamentale che i brand collaborino con società di verification con sofisticate tecniche di rilevazione. Il team di IAS Threat Lab ha sviluppato strumenti sofisticati, adottando un approccio triplice al rilevamento, per garantire che gli annunci vengano pubblicati da editori reali, mostrati a persone reali e raggiungano il pubblico giusto.

Lo IAS Threat Lab rileva regolarmente molti nuovi bot e garantisce che i clienti siano protetti dai loro effetti. Al fine di ridurre timore inutile nell’ecosistema, IAS si astiene dal rilasciare dettagli per ogni schema che scopriamo. Ma con il 404bot stiamo ragionando diversamente; la botnet è stata troppo attiva per troppo tempo senza alcun chiaro segno di essere stata bloccata da altri. Pertanto, abbiamo deciso di rendere pubbliche le nostre conoscenze sulle botnet raccolte al fine di consentire ad altri attori dell’ecosistema di annunci digitali l’opportunità di ripulire la propria inventory».

404bot, la nuova frontiera dell’ad fraud che sta “bruciando” più di 15 milioni di dollari

Più di 15 milioni di dollari. È quanto IAS stima che il 404bot, una delle ultime frontiere dell’ad fraud, stia costando alla industry della pubblicità digitale. Un numero in continuo aumento per un fenomeno che ha interessato oltre 1,5 miliardi di annunci video, e su cui la società lancia un allarme.

Il 404bot ha interessato una serie di domini di editori, sia grandi che piccoli – spiega IAS in una nota -, molti dei quali hanno una cosa in comune: grandi liste Ads.txt. Negli ultimi anni, in risposta all’aumento dell’inventory a disposizione per gli annunci pubblicitari, lo IAB Technology Lab ha avviato l’iniziativa Ads.txt, per aumentare la trasparenza del flusso dell’inventory nell’ecosistema della pubblicità online. L’implementazione di Ads.txt da parte degli editori finora ha mostrato un drastico calo dei malintenzionati in grado di abusare dell’ecosistema, ma i truffatori sono in continua evoluzione e stanno approfittando dei file Ads.txt non certificati.

«Rileviamo i bot e proteggiamo i nostri clienti dai loro effetti, ogni giorno. Il 404bot è attivo dal 2018 e la sua crescita incontrollata ora rende necessaria un’iniziativa del settore – ha affermato Evgeny Shmelkov, Head of IAS Threat Lab -. I publisher hanno svolto un ottimo lavoro nell’implementazione di Ads.txt, ma ciò che stiamo imparando da questo bot è che è fondamentale controllare e aggiornare continuamente i file Ads.txt».

Ma come funziona 404bot? Simile a 3ve e Hyphbot, la caratteristica principale di 404bot è lo spoofing esteso del dominio, in cui gli URL sono falsificati a livello di browser, il che significa che i dati provenienti dai browser sono falsi. Per evitare le vulnerabilità mostrate dai bot precedenti, il 404bot ha fatto in modo che gli URL falsificati non fossero facilmente rilevabili dall’occhio umano, consentendo al bot di aggirare i controlli. E questo ha fatto sì che il fenomeno proliferasse.

IAS, attraverso il suo IAS Threat Lab, rileva regolarmente i bot e garantisce che i clienti siano protetti dai loro effetti. Al fine di ridurre i timori nell’ecosistema, la società non rilascia dettagli per ogni scoperta, ma in mancanza di segnali di eliminazione definitiva del 404bot, il laboratorio sta condividendo le sue scoperte per consentire ad altri player dell’ecosistema ad tech la possibilità di ripulire la propria inventory. La società continuerà a lavorare a stretto contatto con editori e con lo IAB Tech Lab per migliorare il modello Ads.txt e limitare la vulnerabilità agli attacchi fraudolenti come il 404bot.

DoubleVerify lancia una certificazione anti-frode per la pubblicità su tv connesse

DoubleVerify ha annunciato il lancio di un nuovo programma di certificazione anti-frode per il mercato della pubblicità in programmatic su tv connesse, con l’obiettivo di frenare l’avanzata del fenomeno all’interno di un canale adv in grande crescita.

Per ottenere questa certificazione, chiamata CTV Targeting Certification, una piattaforma ad tech deve dimostrare di riuscire a prevenire la presenza di frodi e traffico invalido applicando la soluzione per la protezione di device e app pre-bid di DoubleVerify per la compravendita di inventory su tv connesse. Al momento, questi partner certificati sono Amobee, MediaMath, SpotX, The Trade Desk e Xandr.

«DoubleVerify ha sviluppato la soluzione di identificazione delle frodi su tv connesse più accurata e omnicomprensiva del mercato, identificando milioni di dispositivi e centinaia di applicazione come non valide – ha spiegato Matt McLaughlin, COO di DoubleVerify -. La CTV Targeting Certification di DoubleVerify offre agli inserzionisti la sicurezza di sapere che i loro investimenti su tv connesse sono protetti quando effettuano acquisti attraverso le piattaforme di punta che hanno ottenuto con successo questa certificazione».

Insieme al lancio del programma, la società ha anche realizzato una guida sulle tv conesse, chiamata “The ABCs of CTV“, con l’obiettivo di educare gli inserzionisti sulle best practice nell’ambito delle misurazioni della qualità degli spazi su tv connesse e sulle performance di questi canali.

Criteo collabora con Pixalate per garantire più protezione agli investimenti degli inserzionisti

La piattaforma pubblicitaria Criteo ha annunciato una partnership globale con Pixalate, la soluzione multipiattaforma specializzata nel rilevamento e prevenzione delle frodi pubblicitarie.

In un contesto in cui il traffico non valido continua a tormentare il settore pubblicitario, l’azienda francese si impegna dunque a fare ulteriori investimenti che garantiranno una maggiore protezione contro il traffico non umano e le inventory di scarsa qualità. Attraverso questa partnership, Pixalate integrerà il motore di rilevamento di traffico non valido già esistente nella piattaforma di Criteo, contribuendo a garantire ai propri inserzionisti che i media acquistati da loro siano visti da utenti umani con intenti veri.

Pixalate, un servizio accreditato del Media Rating Council per il rilevamento e la filtrazione del SIVT (“Sophisticated Invalid Traffic”) su web desktop e mobile, mobile in-app e pubblicità OTT/CTV, lavorerà insieme a Criteo come soluzione antifrode in tutta la suite di prodotti e canali di Criteo. Inoltre, lo strumento Pixalate Media Rating Terminal (MRT) verrà aggiunto all’arsenale di misure e servizi di protezione di Criteo.

“La partnership di Criteo con Pixalate è un altro passo importante nel nostro costante impegno nel fornire l’inventory della migliore qualità ai nostri partner”, afferma in una nota Alberto Torre, managing director di Criteo Italia. “Il traffico non valido è un problema attuale del settore che non può essere risolto da soli. Alleandoci con il fornitore migliore, siamo in grado di stabilire livelli aggiuntivi di protezione insieme ai nostri potenti strumenti e protocolli sia in ambienti pre-offerta che post-offerta”.

Storicamente attiva nel mondo del retargeting, Criteo si sta riposizionando come piattaforma tecnologica a tutto tondo per la pubblicità online. Nelle scorse settimane l’azienda francese ha annunciato la nomina del nuovo Ceo Megan Clarken, veterana di Nielsen, entrata in carica il 25 novembre.

L’evoluzione del mercato verso la Supply Path Optimisation (SPO)

A gennaio 2017 Mark Pritchard, l’influente Global Chief Brand Officer di Procter & Gamble, ha chiamato all’azione l’industria del marketing digitale per promuovere una maggiore trasparenza in ambito media e l’erogazione di pubblicità di qualità.

Cos’è cambiato da allora? È stato lanciato Ads.txt, sono state coinvolte le agenzie e consolidato il mercato ad tech.

Cosa non è cambiato? I responsabili di frodi pubblicitarie stanno ancora un passo avanti nella partita, sono ancora attivi modelli operativi opachi e gli editori perdono ancora ricavi.

Ads.txt e oltre

Ads.txt è stato lanciato da IAB più o meno 5 mesi dopo la dichiarazione di Pritchard (a maggio del 2017). L’obiettivo di ads.txt era (e tuttora è) duplice: da un lato aumentare la trasparenza nell’ecosistema della pubblicità in programmatic creando un registro pubblico dei venditori digitali autorizzati, e contribuendo così a una maggiore trasparenza nella supply chain, e dall’altro offrire agli editori controllo sui loro spazi disponibili sul mercato, rendendo più difficile per i cattivi attori creare profitto dalla vendita di spazi contraffatti all’interno dell’ecosistema.

A questo progetto è poi seguito il lancio di app-ads.txt, che consente a editori e sviluppatori di app mobile e OTT di elencare chi è autorizzato a vendere o rivendere la loro inventory, in modo che gli acquirenti possano verificare se i player da cui stanno comprando uno spazio siano autorizzati a commercializzarlo.

Più recentemente abbiamo poi assistito al lancio di sellers.json, anch’esso volto a promuovere una maggiore trasparenza. La soluzione consente ai buyer di scoprire chi sono le varie entità che si classificano come venditori diretti o intermediari nella commercializzazione di pubblicità digitale, in modo che possano capire se stanno acquistando tramite canali autorizzati.

Se è vero che ads.txt è un’iniziativa grandiosa – e di successo – è d’altro canto chiaro che per i buyer sono necessari ulteriori step, come limitare gli acquisti ai soli percorsi di vendita che l’editore ha etichettato come diretti nei suoi file ads.txt.

Le agenzie

Quello dell’“ad tech tax” è un tema considerato prioritario dalla maggior parte dei brand, ed è anche qualcosa su cui le agenzie si sono aggrappate per mantenere relazioni salutari sia con i clienti che con i partner tecnologici, all’insegna della trasparenza e della fiducia.

Per le agenzie l’obiettivo è quello di creare percorsi più corti ed efficienti tagliando gli intermediari, al tempo stesso raggiungendo gli obiettivi fissati da loro stessi e dai loro clienti.

Una domanda chiave posta dalle agenzie è: esattamente con chi viene compiuta la transazione quando si lavora con i vari fornitori? E qual è il ROI che ciascuno di essi fornisce? Il risultato è che molte agenzie hanno razionalizzato gli accordi con i partner tecnologici, dopo aver constatato che tale riduzione non nuoce alla capacità di raggiungere il pubblico target in maniera scalabile e gli obiettivi di performance.

Tutto ciò si allinea del resto con il desiderio degli editori di lavorare esclusivamente con fornitori affidabili, in modo da poter sapere sempre chi ha accesso alla loro inventory e attraverso quali partner. In sostanza, acquirenti e venditori vedono e trattano adesso le audience come un singolo asset. Come risultato di queste revisioni del supply path, anche i brand stanno guardando alla riduzione del numero di fornitori tecnologici all’interno della catena, per ridurre i costi e aumentare fiducia e trasparenza.

Adattarsi al nuovo ecosistema

Da quando il Guardian in UK ha fatto emergere il gap tra quanto un inserzionista paga per un’impression pubblicitaria e quanto un editore effettivamente riceve, è sorto un movimento a livello di industry per affrontare la questione.

Gli editori stanno cominciando a imparare come lavorare con le agenzie in maniera più efficiente. E con questa enfasi sulla Supply Path Optimisation (SPO) e la riduzione delle catene del valore, è importante che i fornitori definiscano e comunichino in che modo la loro partecipazione aggiunge valore al processo, se vogliono essere considerati un partner affidabile da brand e agenzie.

Cosa offre la SPO ai buyer?

La supply path optimization consiste nella riduzione da parte dei buyer del proprio numero di partner, fino al momento in cui ciascuno di loro non rappresenti un valore aggiunto nella catena. In particolare, la SPO offre:

  • Controllo economico – La SPO può aumentare l’impatto della spesa pubblicitaria di un buyer assicurando trasparenza sulle fee che le varie Supply Side Platforms (SSP) impongono, sull’efficacia ed efficienza delle dinamiche d’asta dei fornitori tecnologici, sul livello di connessioni dirette con gli editori, e nel caso in cui una SSP voglia offrire agli inserzionisti tariffe preferenziali a fronte di una spesa maggiore.
  • Controllo sulla qualità – Le frodi continuano ad essere un problema e molti siti offrono agli utenti esperienze con cui nessun brand vorrebbe avere a che fare. Molti problemi avvengono perché una SSP ammette attori fraudolenti all’interno dell’asta. E bisogna ricordare che “vali quanto la tua peggiore SSP”.
  • Innovazione concentrata – Quando ogni SSP si integra con oltre 100 Demand Side Platform (DSP), e ogni DSP a sua volta lavora con più di 100 agenzie, è difficile collaborare sull’innovazione di prodotto. Attivando partnership significative e di peso con le SSP, le agenzie possono invece influire sulla roadmap di prodotto, e le SSP a loro volta sono incentivate a costruire tecnologie personalizzate.
  • Insight olistici – Comprendere una singola asta di SSP è difficile, e ogni ulteriore asta di SSP analizzata aggiunge ancora più complessità al tutto. Di conseguenza trarre insight reali da molteplici aste non è possibile. Consolidando la spesa su un minor numero di partner programmatici, i buyer possono ottenere visibilità sugli insight disponibili, e sfruttarli meglio per ottimizzare le proprie strategie di business.
  • Controllo sul comportamento – È fin troppo facile per gli attori fraudolenti prosperare in un ecosistema complicato. La semplicità genera affidabilità e proprio la semplicità è al centro della supply path optimization. Premiando i partner che agiscono in accordo con i loro interessi, i buyer possono produrre un impatto positivo sul ROI dell’inserzionista.

Quali domande dovrebbero porsi i brand sulla supply chain?

Nel momento in cui iniziano a valutare l’efficienza della propria supply chain, i brand dovrebbero farsi queste domande:

  • Dove vanno i miei soldi?
  • Sono tranquillo su dove i miei annunci appaiono nella coda lunga?
  • I miei soldi sono ben spesi e pianificati in maniera appropriata?
  • Il mio budget va agli annunci o agli intermediari?
  • Come misuro il mio ritorno dell’investimento (ROI)?

È anche importante riconoscere che quello digitale è un ambiente dinamico, per cui il luogo in cui i budget sono finiti in passato non per forza è quello dove dovranno andare in futuro. I brand hanno bisogno di ragionare continuamente sul proprio approccio di investimento.

La conoscenza e la messa in pratica di un’efficace SPO mette sia inserzionisti che editori nella posizione di poter scegliere i fornitori tecnologici con la massima cura ed essere più attenti a dove le proprie campagne vengono posizionate. Lo sviluppo, l’adozione e l’evoluzione di standard a livello di industry trasparenti e misurabili renderà tali decisioni più facili sia lato acquisto che lato vendita. In ultima istanza, collaborazioni di fiducia porteranno a un sistema di acquisto in programmatic più robusto e sostenibile, che apporti valore all’intera supply chain.

Nasce Source, il nuovo progetto di MediaMath per una filiera digitale trasparente e addressable

MediaMath ha annunciato il lancio di un nuovo framework per gli acquisti media digitali: si chiama Source e offre a brand, editori e vari operatori della filiera visibilità sull’intera supply chain.

Alla base del progetto, l’impegno di MediaMath, supportato da una serie di partner, a rendere la catena del valore affidabile e addressable al 100% entro la fine del 2020, per un mercato in cui gli interessi di tutte le parti sono allineati.

Così spiega la genesi del progetto Joe Zawadzki, CEO di MediaMath: «Ci siamo prefissati di cambiare al meglio il marketing. Sfortunatamente, la purezza delle intenzioni del nostro mercato al momento della costruzione dell’infrastruttura digitale è andata persa tra frodi, spreco di investimenti e non pertinenza. Sono stati creati più annunci invece che annunci migliori e minimizzato il valore di un’offerta di qualità nella sua forma più pura e trasparente. In quanto uno dei primi pionieri del programmatic, ci siamo sentiti in dovere di aiutare a sistemare quello che si era rotto».

«Mettendola in maniera semplice, i brand, invece che riuscire a focalizzarsi sulla crescita e il rafforzamento delle proprie relazioni dirette coi consumatori, vedevano la maggior parte del proprio tempo impegnato dal peso, operativo e di servizio, di un ecosistema rotto – aggiunge il manager -. La supply chain deve essere ricostruita per alimentare la crescita e la salute necessarie a brand e creativi per realizzare e far funzionare un ecosistema più affidabile con ricompense allineate per tutti».

Le caratteristiche del nuovo sistema si possono sintetizzare in tre parole:

  • Affidabile: impression reali su property media reali. Una supply chain trasparente e libera da frodi composta da proprietari affidabili di contenuti, che possa dare ai brand piena visibilità sulle meccaniche e i costi della filiera, termini di commercio modernizzati e standard tecnici che migliorino l’operatività di ciascun processo pubblicitario lungo la catena.
  • Addressable: reali persone che i brand possono raggiungere con annunci reali, in maniera scalabile. Una visione singola di chi sono i consumatori e i prospect – e la capacità di accedere a un maggior numero di queste audience – tra desktop, mobile, e TV attraverso un ID coerente tra i vari canali, sempre dando la priorità alla privacy e al rispetto dell’utente. Nella realtà, connettere i segnali lungo la supply chain consente a inserzionisti e proprietari di media di comunicare più efficacemente i loro bisogni e concordare in maniera trasparente sugli obiettivi.
  • Alimentato dall’Intelligenza Artificiale: dati più puliti attraverso l’utilizzo del potere della computazione per trarre informazioni significative e individuare tendenze reali da ampi set di dati in un modo che richiede minori sforzi. Il potere dell’AI sta nella capacità di prendere decisioni di qualità velocemente. Ma perché il machine learning funzioni nel modo richiesto, sono necessari dati buoni, niente spazzatura. L’AI consente di attivare una supply chain più pulita, offrendo ad agenzie, brand e proprietari di contenuti dati affidabili, attivabili e in tempo reale.

MediaMath ha lavorato con vari partner al progetto, che hanno fornito piena visibilità sulle meccaniche e i costi della filiera, costruendo allo stesso tempo una nuova infrastruttura e nuovi termini commerciali per il mercato. Tra di essi ci sono Havas Media e i suoi clienti, le SSP Rubicon Project e Telaria, editori come Business Insider, News Corp. e Weather Company di IBM, società di misurazioni come Moat di Oracle Data Cloud e di verifica anti-frode come White Ops.

Il piano della società è quello per il momento di portare a bordo un maggior numero di partner (l’utilizzo da parte di più player possibile è fondamentale per la riuscita del progetto), e poi di introdurre rapidamente una soluzione tecnica scalabile che possa gestire l’erogazione di miliardi di impression in microsecondi.

MediaMath avrebbe avviato dei colloqui anche con Google e Amazon per la partecipazione a Source, mentre non ha ancora approcciato – apparentemente solo per questioni di tempo – Facebook.

Le GIF brandizzate diventano misurabili: accordo tra Giphy e Oracle

Il motore di ricerca di GIF Giphy ha siglato un accordo con la piattaforma Moat di Oracle Data Cloud per la misurazione di viewability, erogazione pubblicitaria e traffico invalido delle gif brandizzate.

Una partnership volta a spingere più inserzionisti ad utilizzare a fini pubblicitari uno strumento sempre più popolare tra gli utenti. «La piattaforma di Giphy consente ai brand di essere al centro di momenti culturali – spiega Alexis Berger, president of revenue di Giphy -. Con l’integrazione di Moat, le aziende potranno adesso avere maggiore fiducia sul fatto che gli annunci erogati tramite Giphy siano visibili, misurabili e raggiungano utenti reali».

Moat misurerà le GIF brandizzate su desktop, in-app e mobile web, ma per il momento non sarà operativa sulle integrazioni di Giphy sulle app di messaggistica come WhatsApp o Skype.

L’Italia è il primo Paese a superare l’80% di viewability. I dati di IAS

Integral Ad Science (IAS) ha reso noti i dati del suo Report sulla Media Quality relativo al primo semestre del 2019, fornendo una panoramica delle prestazioni e della qualità dei media digitali in Italia, includendo per la prima volta benchmarks globali.

Il Report, in particolare, evidenzia le tendenze di brand safety, ad fraud e viewability per pubblicità display, video, mobile web e in-app, analizzando i dati provenienti da migliaia di miliardi di impression di campagne pubblicitarie globali che si sono svolte tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2019.

In Italia i tassi di viewability più alti di sempre

Il nuovo report della società di misurazioni rivela che per la prima volta i livelli di viewability globali, in tutti i formati e ambienti, hanno superato il 60% durante il primo semestre 2019, riflettendo un impegno mondiale per una maggiore qualità dei media. La viewability delle impression mobile in-app display, probabilmente seguendo l’evoluzione dei modelli di consumo dei media, è migliorata maggiormente in termini assoluti, aumentando di quasi 9 punti percentuali dal 53,5% al 62,3%, tra il primo semestre 2018 e il primo semestre 2019.

Tra tutti i benchmark e tutti i paesi analizzati, l’Italia ha registrato il tasso più alto di viewability con l’80,4% degli annunci video su mobile web rimasti visibili per almeno 2 secondi, mentre anche la metà o più dello schermo era in-view.

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E l’Italia è anche il mercato più sicuro per i brand

La media di brand risk è stata in gran parte ridotta tra il 2018 e il 2019. A livello mondiale il report ha registrato un tasso del 4,7% per l’inventory desktop display, del 6,9% per quella desktop video e del 5,9% per quella mobile web display. La percentuale nel formato video su mobile web è rimasta sostanzialmente invariata al 7,8%.

Su quasi tutti i dispositivi e formati, l’Italia ha prevalso come il mercato più sicuro per i brand, con l’eccezione del mobile web video in cui il tasso di brand risk del 4,8% in Australia è appena inferiore al 4,9% dell’Italia. Il tasso di brand risk più basso in Italia si trova nel formato desktop display all’1,9%, in calo rispetto al 2,8% dell’anno precedente.

«Questo report indica un consistente miglioramento della brand safety in Italia – commenta Elisa Lupo, Amministratore Delegato di IAS in Italia -, con livelli di viewability che continuano ad aumentare. Se confrontato a livello globale, il mercato italiano appare costantemente tra i primi in classifica, mostrando l’alta qualità della pubblicità digitale in Italia. È grazie a questo livello di informazioni granulare e globale che i brand possono proteggere i loro investimenti pubblicitari e garantire il massimo rendimento».

Snapchat, accordo con DoubleVerify per viewability e verifiche anti-frode

DoubleVerify è diventato ufficialmente uno Snapchat Measurement Partner, ossia uno dei partner certificati del social del fantasmino per l’autenticazione della viewability e per la prevenzione delle frodi pubblicitarie e del traffico non valido (SIVT).

Grazie al nuovo accordo siglato tra le due società, gli inserzionisti potranno verificare la qualità delle inventory di Snapchat utilizzando i dati e le tecnologie di verifica delle frodi e della viewability di DoubleVerify. La società, si legge in una nota, è l’unico fornitore di verifiche che copre Filtri, Lenti e formati Snap Ads (display e video) e Story Ads.

La società è anche partner di misurazioni di Facebook, Instagram, YouTube e Twitter.

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