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Perché gli utenti utilizzano i filtri anti-pubblicità?

Gli internauti americani desiderano una navigazione che sia ininterrotta e senza interferenze e, per ottenere questa esperienza, decidono di utilizzare un’applicazione di blocco pubblicitario. Ma quali sono, nello specifico, le ragioni che muovono questa scelta?

Secondo una ricerca condotta a maggio di quest’anno da Omnicom Media Group, il 40% degli utenti internet ha dichiarato di utilizzare questo strumento perché stanchi di essere “bombardati” dalle inserzioni. Un numero maggiore di rispondenti (45%) ha detto che impiegherebbe dei filtri perché non desidera incontrare annunci pop-up. Il 44% ha affermato di associare gli ad blocker proprio con l’oscuramento dei  pop-up.

 

ad blocker

 

Da una stima elaborata da eMarketer emerge che quest’anno e nel 2017 il fenomeno crescerà a doppia cifra. Solo nel 2016, 69,8 milioni di americani useranno un ad blocker, un salto del 34,4% rispetto allo scorso anno.

Il blocco della pubblicità è più comune sui desktop e sui laptop che sugli smartphone. Nel 2016, 63,2 milioni di persone useranno un ad blocker sui loro desktop o pc portatile, contro i 20,7 milioni che ne adotteranno uno sul loro cellulare. Infatti, il 90,5% di questi utenti bloccherà gli annunci su desktop e laptop, mentre solo 29,7% lo farà sugli smartphone.

Similmente a quanto emerso dalla ricerca di Omnicom Media Group, anche uno studio IAB, datato giugno 2016, ha scoperto che gli utenti internet stanno usando i blocchi pubblicitari perché sono infastiditi dalle inserzioni che bloccano i contenuti. Nonostante la maggioranza dei rispondenti abbia dichiarato di non utilizzare ad blocker e di non pensare di farlo nei prossimi sei mesi, un altro 36% ha affermato di averne uno installato sul proprio desktop o laptop. Inoltre, il 17% ha detto che mentre non adottava un filtro al momento dell’intervista, programmava di farlo entro i prossimi mesi.

 

ad block

Ad blocking, un terzo degli utenti lo fa per risparmiare sui dati mobile

L’ultima ricerca di GlobalWebIndex sul tema dei blocchi pubblicitari su mobile si concentra su un’altra cocente ragione per cui gli utenti scelgono di impiegare tali strumenti: il consumo di dati a disposizione.

Utilizzare un ad blocker mobile per risparmiare sulla propria disponibilità di dati è un pratica molto diffusa nei paesi in via di sviluppo e a crescita rapida, un riflesso di un’offerta di piani telefonici con dati limitati in molti di questi mercati. Alla luce di questo, non stupisce che molte applicazioni mobile popolari provenienti dalla regione APAC tendano a ricordare frequentemente agli utenti l’ammontare dei dati risparmiati grazie al loro impiego.

Gli utenti in Europa e Nord America, dove i volumi di dati sono generalmente più generosi, nutrono tipicamente maggiori preoccupazioni per la durata della batteria dei loro cellulari consumata dagli annunci.  Gli utenti europei dichiarano in oltre, primi fra tutti, di adottare gli ad blocker a causa degli annunci personalizzati basati sulla cronologia della loro navigazione.

Nonostante questo, il sovraccarico pubblicitario è effettivamente la motivazione più forte dietro questa pratica, un dato incontrovertibile per tutte le fasce demografiche.

Ad blocking, crescita a doppia cifra nel 2016. A Cannes un panel dedicato

Gli inserzionisti online continueranno a soffrire a causa dei blocchi pubblicitari: sia per quest’anno che per l’anno prossimo, si stima una crescita del fenomeno a doppia cifra. Nel 2016, 69,8 milioni di americani utilizzeranno un ad blocker, un balzo del 34,4% nell’ultimo anno. Nel 2017, il dato crescerà del 24%, a 86,6 milioni di persone.

Questi i dati di eMarketer, la società specializzata in ricerche di mercato acquisita recentemente da Axel Springer, che, secondo la sua definizione, prende in considerazione gli utenti che accedono ad internet almeno una volta al mese attraverso un qualsiasi dispositivo con un blocco pubblicitario attivato.

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Quest’anno negli Stati Uniti, il 26,3% degli utenti internet, in generale più di uno su cinque, utilizzerà un ad blocker. Il fenomeno è più comune su desktop e laptop che su smartphone. Quest’anno, 63,2 milioni di individui faranno uso di un ad blocker sul loro desktop o pc laptop, contro i 20,7 milioni su smartphone. Infatti, il 90,5% di questa utenza bloccherà gli annunci su desktop e laptop, mentre solo il 29,7% lo farà sugli smartphone.

La crescita che si registra nell’utilizzo dei dispositivi mobili avrà come conseguenza un incremento dell’utilizzo degli ad blocker in mobilità. Nel 2016, gli utenti di filtri anti-pubblicità su smartphone aumenteranno del 62,3% mentre su pc del 30,1%.

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A Cannes si parla di ad blocking

L’ad blocking, quindi, spaventa e preoccupa editori ed inserzionisti. Un tema cruciale che l’industria non poteva permettersi di ignorare nemmeno al Festival Internazionale della Creatività Cannes Lions.Ne hanno discusso Randall Rothenberg, Presidente e Ceo di IAB, Mark Thompson, Ceo del New York Times, e Jess Greenwood, Vice Presidente Content e Partnership di R/GA, nella tavola rotonda dedicata, dal titolo “Block You: Why World Class Creativity Will Obliterate Ad Blocking”.

Il dibattito si è aperto con aspre invettive contro i filtri anti pubblicità lanciate del numero uno dell’Interactive Advertising Bureau, che ha al contempo voluto denunciare le ragioni alla base del fenomeno: “Gli operatori dell’industria devono unire le forze per a favore delle persone e non delle impressioni, attraverso migliori creatività. Inserzionisti, agenzie ed editori devono offrire pubblicità utile ai consumatori, qualcosa che li coinvolga e di cui scelgano di non privarsi”.

Thompson ha confermato quanto sostenuto da Rothenberg, enfatizzando l’importanza dell’esperienza utente in ambiti digitali, spesso compromessa da formati pubblicitari intrusivi. Proprio per cercare di tutelare i percorsi di fruizione editoriale, l’autorevole quotidiano newyorkese ha aperto due nuove divisioni dedicate allo sviluppo della user experience, concentrate sul branded content.

Nel corso del convegno, Greenwood ha analizzato, invece, la declinazione mobile del fenomeno. La VP di R/GA ha osservato che spesso agenzie e marketer utilizzano creatività desktop che sono poi acriticamente tradotte sul mobile, generando così annunci più intrusivi in schermi più piccoli. Con esiti sconfortanti per gli operatori: “Circa il 60% dei clic sui banner pubblicitari è compiuto per sbaglio”, ha ammonito Greenwood.

Tutti i partecipanti all’incontro sono stati concordi nell’affermare che chiedere ai consumatori di disattivare i blocchi o includere nella lista bianca i siti non sono azione sostenibili nel lungo termine. “Considerata la possibilità di scegliere tra fare qualcosa di giusto o fare qualcosa gratuitamente, i consumatori opteranno sempre qualcosa di gratuito”, ha affermato Greenwood. La vera sfida per l’industria, da cui dipende il futuro della pubblicità digitale, sarà guidare l’utente in questa scelta.

L’ultima arma contro l’ad-blocking: contenuti solo con pubblicità

ATG Ad Tech Group, azienda tedesca specializzata in tecnologia video, elabora, applicando il principio del lock-and-key, una soluzione anti ad-blocking, atta a minimizzare le perdite di ricavi per i proprietari di siti web, provocate dalla diffusione dei filtri anti-pubblicità. ATG Ad Block Prevention permette agli editori e ai proprietari di siti web di “chiudere” contenuti specifici in modo tale che non siano accessibili senza la visualizzazione di inserzioni. La tecnologia, in attesa di essere brevettata, cripta i contenuti protetti e li decripta nel caso in cui l’utente permetta agli annunci di comparire sullo schermo.

Sono sempre più le contromisure all’ad-blocking messe in campo ultimamente, queste includono sia il blocco dell’intero sito se i filtri sono attivi sia l’impiego di servizi di terze parti finalizzati all’aggiramento dei filtri; sono entrambi metodi che però finiscono per diminuire le entrate e influenzare negativamente le metriche pubblicitarie. La soluzione di ATG intende affrontare il problema differentemente: dato che solo contenuti specifici sono accessibili senza alcun impegno finanziario, gli utenti non saranno esclusi ma, al contrario, saranno sensibilizzati sul problema.

“In questo modo restituiamo agli editori il potere sul loro contenuto e sui loro introiti. Dato che la nostra soluzione interagisce con il contenuto stesso e con l’ad-server, gli ad-blocker non hanno possibilità di interferire. Conferire agli utenti libertà di scelta rende questo modello equo anche per loro”, ha commentato Marlon Werkhausen, Managing Director di ATG e inventore del prodotto.

Ad-blocking, ora sono 420 milioni gli utenti mobile

Ad agosto dello scorso anno, Adobe e PageFair hanno riportato che, a livello globale, il numero di utilizzatori di blocchi anti-pubblicità è cresciuto da 21 milioni nel 2009 a poco meno di 200 milioni a metà 2015. In questi giorni, PageFair e Priori Data hanno rilasciato un nuovo documento dedicato all’ad-blocking mobile il quale afferma che adesso sarebbero circa 419 milioni gli ad-blocker a livello globale.

I numeri sono raddoppiati nell’arco temporale di quasi un anno. Approssimativamente, il 22% degli utenti di smartphone a livello globale sta bloccando gli annunci. L’Asia è il territorio in cui la pratica è maggiormente diffusa; secondo la ricerca, “è meno sviluppata” in Nord America e in Europa.

Nello specifico, il metodo di blocco più popolare e adottato è, attualmente, basato su browser mobile. PageFair ha identificato “45 differenti browser in grado di oscurare la pubblicità disponibili da scaricare su iOS e Android”. Ma di gran lunga, il browser anti-annunci più utilizzato è UC, di proprietà di Alibaba.

Il browser UC è al momento, secondo StatCounter, il secondo browser mobile più popolare al mondo, dietro Chrome e prima di Safari. I suoi più grandi mercati sono la Cina, l’India, il Vietnam, la Russia e l’Indonesia.

Molti sondaggi ambientati in Nord America hanno identificato lamentele da parte dei consumatori a proposito della rilevanza e dell’intrusività delle inserzioni, in aggiunta ai lenti tempi di caricamento, come motivazioni per usare i filtri. Nei paesi in via di sviluppo, tuttavia, i costi dei dati mobile e i risparmi associati ai blocchi appare essere la prima ragione per l’utilizzo.

Ad blocker: nel mondo costeranno quest'anno 21,8 miliardi di dollari di mancati ricavi adv

Sta crescendo esponenzialmente, e con sensibili ricadute in termini di mancati ricavi adv.

Stiamo parlando degli ad blocker, i software per bloccare la visualizzazione di pubblicità sulle pagine web. Un fenomeno che, secondo uno studio di Adobe e PageFair, costerà 21,8 miliardi di dollari di mancati ricavi pubblicitari a livello globale nel 2015, e 41,4 mld nel 2016.

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Stando a quanto rivela il report, il numero di internauti che fanno “ad-blocking” sui browser di navigazione per non vedere gli annunci pubblicitari sta crescendo velocemente: a fine giugno erano 198 milioni nel mondo (+41% rispetto a un anno fa) di cui 77 milioni in Europa e 4,7 milioni in Italia. Si tratterebbe del 6% della popolazione internet mondiale, con un costo di quasi 22 miliardi di mancati ricavi adv pari al 14% della spesa pubblicitaria globale.

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In Europa la crescita è stata del 38%, e l’uso più massiccio di questo tipo di software avviene in Grecia (dove ne usufruisce il 36,7% degli internauti) e Polonia (34,9%), mentre le percentuali più basse sono in Francia (10,3% di internauti) e Slovacchia (8,9%). L’Italia è quintultima con il 12,9%.

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Tra i browser per pc, 126 milioni di persone usano un sofware di ad-blocking su Chrome di Google, 48 milioni su Firefox e 9 milioni su Safari di Apple.

Su smartphone e tablet i filtri anti-spot sono ancora poco usati, ma secondo gli analisti la situazione è destinata a cambiare molto presto. La versione di Safari per iPhone e iPad rappresenta infatti il 52% del mercato della navigazione mobile, e Apple in autunno lancerà il nuovo sistema operativo per dispositivi mobili, l’iOS 9, che supporterà questi filtri.

ad-blocker-adobeQuanto alle ragioni che spingono gli internauti a usare gli ad blocker, tra i principali c’è un cattivo utilizzo delle informazioni personali degli utenti e il troppo elevato numero di annunci adv.

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Qui è possibile scaricare il report completo.

L’ascesa degli Ad block: li usa 1 utente su 7, secondo IAB UK

In linea di massima, navigare in internet senza pubblicità dev’essere un’esperienza piacevole: dritti ai contenuti che stiamo cercando, senza popup che spuntano in ogni angolo dello schermo e video ads in autoplay che riportano i tempi di caricamento delle pagine a un decennio fa.

Milioni di persone lo fanno davvero, grazie ai numerosi software di Ad-blocking disponibili in rete. Un tema che per gli editori che vivono di pubblicità online (ossia quasi tutti) sta assumendo proporzioni rilevanti.

Quali sono i numeri del fenomeno Ad Block? Secondo un sondaggio su 1.621 persone condotto lo scorso anno da Adobe e PageFair, il 28% delle persone negli Stati Uniti navigava con un blocco delle pubblicità attivato. Mentre al di qua dell’oceano, IAB Uk e YouGov hanno calcolato che quasi un settimo degli internauti britannici usa attualmente un programma di ad-blocking, principalmente perché trova gli annunci online “interruttivi” o “fastidiosi” (immagine sotto).

Ad-Blocking-IabUK

A usare gli Ad block sono soprattutto, manco a dirlo, gli utenti più ricercati online dai inserzionisti, i millennials. In particolare, gli internauti che navigano con il blocco della pubblicità attivato sono particolarmente numerosi nelle fasce d’età 18-24 (34 per cento) e 25-34 anni (19 per cento), sempre secondo IAB Uk.

Pubblicità brutta e cattiva, insomma. Purtroppo, nel già piuttosto traballante mercato dell’editoria, online così come offline, le entrate pubblicitarie sono una risorsa da cui non si può prescindere e, quando un individuo blocca la pubblicità, il sito non le riceve. Nell’attuale scenario, addio pubblicità, addio sito.

Di questo, gli utenti sondati da IAB Uk non sembrano essere del tutto consapevoli: meno della metà (44 per cento) degli adulti britannici che navigano su internet sono consci del fatto che la maggior parte dei siti web – come ad esempio i social network, i servizi di e-mail, le notizie, i servizi di streaming di musica – sono gratuiti perché finanziati dalla pubblicità.

Non che faccia molta differenza: solo il 10 per cento degli utenti intervistati da IAB uk ha sostenuto che avrebbe bloccato meno annunci dopo essere stato messo a conoscenza che i contenuti sono gratuiti grazie ad essi. Va sottolineato che la maggior parte dei software di Ad-blocking non sono programmati per bloccare tutte le pubblicità, ma sono studiato per favorire la sopravvivenza di quelle meno invasive (non è l’unico criterio: secondo il Financial Times giganti come Google, Amazon e Microsoft si sarebbero accordati con Eyeo, il creatore del diffusissimo AdBlock Plus, per bypassarne i filtri) e che il Native, essendo letto come contenuto e non come pubblicità, generalmente non viene bloccato.

L'ascesa degli Ad block: li usa 1 utente su 7, secondo IAB UK

In linea di massima, navigare in internet senza pubblicità dev’essere un’esperienza piacevole: dritti ai contenuti che stiamo cercando, senza popup che spuntano in ogni angolo dello schermo e video ads in autoplay che riportano i tempi di caricamento delle pagine a un decennio fa.

Milioni di persone lo fanno davvero, grazie ai numerosi software di Ad-blocking disponibili in rete. Un tema che per gli editori che vivono di pubblicità online (ossia quasi tutti) sta assumendo proporzioni rilevanti.

Quali sono i numeri del fenomeno Ad Block? Secondo un sondaggio su 1.621 persone condotto lo scorso anno da Adobe e PageFair, il 28% delle persone negli Stati Uniti navigava con un blocco delle pubblicità attivato. Mentre al di qua dell’oceano, IAB Uk e YouGov hanno calcolato che quasi un settimo degli internauti britannici usa attualmente un programma di ad-blocking, principalmente perché trova gli annunci online “interruttivi” o “fastidiosi” (immagine sotto).

Ad-Blocking-IabUK

A usare gli Ad block sono soprattutto, manco a dirlo, gli utenti più ricercati online dai inserzionisti, i millennials. In particolare, gli internauti che navigano con il blocco della pubblicità attivato sono particolarmente numerosi nelle fasce d’età 18-24 (34 per cento) e 25-34 anni (19 per cento), sempre secondo IAB Uk.

Pubblicità brutta e cattiva, insomma. Purtroppo, nel già piuttosto traballante mercato dell’editoria, online così come offline, le entrate pubblicitarie sono una risorsa da cui non si può prescindere e, quando un individuo blocca la pubblicità, il sito non le riceve. Nell’attuale scenario, addio pubblicità, addio sito.

Di questo, gli utenti sondati da IAB Uk non sembrano essere del tutto consapevoli: meno della metà (44 per cento) degli adulti britannici che navigano su internet sono consci del fatto che la maggior parte dei siti web – come ad esempio i social network, i servizi di e-mail, le notizie, i servizi di streaming di musica – sono gratuiti perché finanziati dalla pubblicità.

Non che faccia molta differenza: solo il 10 per cento degli utenti intervistati da IAB uk ha sostenuto che avrebbe bloccato meno annunci dopo essere stato messo a conoscenza che i contenuti sono gratuiti grazie ad essi. Va sottolineato che la maggior parte dei software di Ad-blocking non sono programmati per bloccare tutte le pubblicità, ma sono studiato per favorire la sopravvivenza di quelle meno invasive (non è l’unico criterio: secondo il Financial Times giganti come Google, Amazon e Microsoft si sarebbero accordati con Eyeo, il creatore del diffusissimo AdBlock Plus, per bypassarne i filtri) e che il Native, essendo letto come contenuto e non come pubblicità, generalmente non viene bloccato.