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Brand safety: per 7 aziende su 10, DSP e ad exchange si stanno muovendo in modo adeguato

Diversi gli approcci seguiti dai marketer per ovviare al problema, tra richieste ai partner tecnologici, spostamento degli investimenti su editori premium e utilizzo di blacklist o whitelist

di Alessandra La Rosa
08 giugno 2018
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Il tema della brand safety ha visto un boom lo scorso anno, dopo il caso di una serie di grandi brand che si sono inconsapevolmente visti posizionare i loro spot accanto a contenuti “sensibili” su YouTube. Da allora il tema è stato per diverso tempo al centro dei dibattiti del mercato.

Adesso, a più di un anno di distanza da quell’avvenimento, la questione brand safety è ancora nei pensieri (e nelle preoccupazioni) delle aziende? Secondo quanto rivela una ricerca internazionale, sì.

Lo studio, commissionato da Oath alla società di ricerche Advertiser Perceptions e condotto ad aprile, ha rivelato che ben il 99% dei marketer coinvolti ha espresso ancora preoccupazione sul tema della sicurezza dei brand. Il 55%, addirittura, è più preoccupato adesso che nel 2017.

Quanto alle mosse prese dalle grandi piattaforme come YouTube e Facebook per arginare il problema, le aziende hanno opinioni contrastanti. Pochissimo più della metà (51%) ha detto di essere soddisfatto delle iniziative messe a punto da social network come Facebook, mentre il 45% ha dichiarato che hanno fatto troppo poco per venire incontro alle esigenze dei brand. La situazione non cambia molto nel caso dei siti di user-generated content come YouTube: secondo il 54% dei rispondenti la piattaforma è riuscita a rispondere bene alle preoccupazioni delle aziende, mentre il 42% ha affermato che non ha fatto abbastanza.

Chi ne esce meglio da questa situazione sono però, in assoluto, le piattaforme ad tech: il 70% ha dichiarato che DSP e ad exchange si sono mosse adeguatamente sul tema. Sul fronte programmatico, in particolare, sono stati due gli approcci più seguiti dalle aziende: la metà ha fatto pressione sui propri partner tecnologici perché garantissero loro posizionamenti “sicuri”, e il 45% ha spostato i propri investimenti pubblicitari su editori premium con una buona reputazione e un alto livello di controllo dei contenuti.

Circa la metà dei manager coinvolti, inoltre, ha dichiarato che implementerà tecnologie terze per segnalare problemi relativi alla brand safety, mentre un numero lievemente più basso conta di utilizzare blacklist o whitelist con i propri partner programmatici.

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