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Frodi pubblicitarie, Internet Explorer e Chrome i browser più colpiti

Una ricerca di FraudLogix, società di rilevazioni, ha scoperto che le attività pubblicitarie fraudolente online sono più frequenti su alcuni browser appartenenti a Microsoft e Google.

I truffatori possono manipolare i browser degli utenti infettandoli con codici maligni e forzandoli a caricare determinate pagine web. Sono brutte notizie per gli inserzionisti perché, in determinate circostanze, possono trovarsi nella situazione di pagare per annunci che non potranno mai essere visualizzati da persone reali.

FraudLogix ha esaminato un campione di 135 milioni di impressioni pubblicitarie individuali online su un periodo di sette giorni nel mese luglio, analizzando i browser ai quali gli annunci erano serviti. L’azienda ha anche tracciato la porzione di quegli annunci che la sua tecnologia riteneva erogata verso traffico “non-umano” o bot. È emerso che i browser in cui è stato caricato il maggior numero di impressioni fraudolente erano versioni di Internet Explorer e Chrome: circa il 50% delle impressioni servite ad Internet Explorer nel corso dello studio è avvenuto verso traffico “non-umano”, comparato al 20,5% delle impressioni servite a Chrome.

Sia Microsoft che Google hanno messo in discussione la metodologia utilizzata sostenendo che è impossibile misurare accuratamente le frodi a livello di browser. “Bot e malware spesso falsificano le stringhe utente per produrre falso traffico che non può essere attribuito ad un particolare browser”, ha dichiarato Redmond. “Quando un malware infetta un dispositivo o un browser in generale, la macchina infettata potrebbe agire come bot fraudolento impersonando qualsiasi browser, anche se non è installato. Questo tipo di ricerca non è utile per comprendere il problema”, ha commentato Google.

Hagai Shechter, Chief executive di FraudLogix, ha riconosciuto che i computer infetti possono impersonare browser ma, per canto suo, non crede ciò sia accaduto frequentemente durante il tracciamento. Tuttavia, Shechter ha ricordato che questi episodi sono potenzialmente più ricorrenti su Chrome ed Internet Explorer perché sono i browser più utilizzati.

Anche Firefox, Safari ed Edge sono stati oggetto dello studio, che ha registrato che meno del 5% delle impressioni erogate verso tutte le versioni di questi browser è stato ritenuto fraudolento.

Frodi pubblicitarie, crescono le preoccupazioni dei marketer

Nonostante i grandi progressi compiuti nella lotta contro le frodi pubblicitarie (leggi qui l’opinione di Duncan Trigg di comScore sul tema), il fenomeno costa ancora agli inserzionisti display americani miliardi di dollari.

Un sondaggio condotto ad aprile 2016 da MyersBizNet, riportato da eMarketer, mostra chiaramente come questo tema, ed altre questioni ad esso correlato, costituisca la principale preoccupazioni degli operatori. Le frodi dei clic e il traffico bot sono state alcune delle preoccupazioni più citate, in proposito di acquisto e pianificazione media, tra le agenzie e i marketer degli Stati Uniti. Anche la viewability, che si scopre essere sempre più interconnessa con le frodi, è considerata con apprensione dai professionisti.

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Nonostante il tempo, l’attenzione e le risorse impiegate dall’industria per combattere le frodi display, i suoi effetti sono tuttora pervasivi. Uno studio, intitolato “Bot Baseline: Fraud in Digital Advertising” e rilasciato dall’Association of National Advertisers (ANA) e dall’azienda di rilevazioni White Ops, ha scoperto che i livelli di frodi basate sui bot sono rimasti relativamente immutati dal 2014 al 2015 a livello globale. La ricerca ha inoltre previsto un costo per gli inserzionisti pari a 7,2 miliardi per quest’anno.

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IAB e la società di investigazione frodi EY hanno stimato che il traffico non valido sono costati all’industria americana della pubblicità digitale display 4,6 miliardi di dollari nel 2015, somma che include sia l’effetto diretto delle parti fraudolente sia la spesa stimata di 169 milioni effettuata per combattere e neutralizzare il traffico non-umano.

Inoltre, i due enti hanno previsto ulteriori 1,1 miliardi di dollari persi per il “malvertising”, un’etichetta che include pratiche come il dirottamente dei broswer degli utenti, lo scaricamento illegale di virus sui dispositivi e altre operazioni ingannevoli.

L’inventario programmatico, soprattutto quello venduto nei mercati aperti, spesso è più soggetto a frodi rispetto a quello venduto direttamente. Diversamente dagli scambi diretti tra compratore a venditore, i mercati aperti si affidano pesantemente agli intermediari e ciò rende più facile per editori e parti fraudolente inserirsi nella transazione.

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In una ricerca relativa al primo trimestre del 2016 Integral Ad Science ha esaminato negli Stati Uniti un campione di annunci display scoprendo che l’8,3% di tutte le impressioni erano fraudolente, mentre la quota relativa agli annunci venduti direttamente corrispondeva al 2,5%.