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Su Safari il blocco di default dei cookie terzi ora è (davvero) realtà

Mentre il mondo (anche digitale) era alle prese con la pandemia da Covid-19 e sulle sue ricadute in termini economici e pubblicitari, Apple ieri annunciava un’importante novità relativa al tracciamento sul suo browser Safari: tutti i cookie di terze parti utilizzati per il tracciamento cross-site verranno bloccati di default sulla nuova versione del programma – Safari 13.1 – per iOS e macOS.

In realtà, a parole, era già così: il blocco dei cookie terzi per il tracking era già realtà nel sistema Intelligent Tracking Prevention lanciato ormai due anni e mezzo fa da Apple. Tuttavia, da allora era stato un gioco al gatto e al topo tra le società di tracking e Cupertino, con una serie di eccezioni e buchi nelle maglie del sistema che avevano consentito ai cookie esterni in molti casi di continuare ad agire più o meno indisturbati.

Adesso, invece, le regole saranno molto più strette, come ha spiegato in un blog post John Wilander, security engineer di WebKit (il motore di rendering su cui si basa Safari): “Un significativo miglioramento per la privacy, visto che sono state rimosse tutte le possibili eccezioni e ‘un po’ di tracciamento cross-site è permesso'”.

Tra le novità, il fatto ad esempio che adesso le società di tracciamento non saranno più in grado di utilizzare i sistemi di blocco dei cookie come segnali per il tracking (paradossalmente, prima era possibile), né il login fingerprinting che consente ai siti di vedere dove un utente si era precedentemente loggato.

Inoltre, se prima era possibile aggirare la scadenza di tutti i cookie client-side (prima una settimana, poi 24 ore) attraverso l’uso di sistemi di immagazzinamento per cookie di prima parte, adesso è stato imposto un limite di sette giorni di durata su tutti i sistemi.

Firefox, nella nuova versione il fingerprinting è bloccato di default

Novità per il targeting su Firefox. Nella nuova versione del browser, appena rilasciata, il fingerprinting sarà bloccato di default.

Il fingerprinting è una tecnica di tracciamento utilizzata da alcune società di ad tech per riconoscere i visitatori di un sito a fini di targeting pubblicitario. La tecnologia identifica gli utenti in base ai dati contenuti nei loro dispositivi, tra cui i sistemi operativi, gli indirizzi IP, le versioni del browser, i font e i plug-in installati. Una pratica che, da un lato, costituisce per le società pubblicitarie una possibile alternativa all’utilizzo dei cookie esterni (a loro volta sempre più limitati dai browser), ma che dall’altro non è esattamente privacy-compliant, in quanto poco controllabile dall’utente stesso.

“Il fingerprinting è una brutta cosa per il web – scrive Steven Englehardt, privacy engineer di Mozilla (cui fa capo Firefox) sul blog della società -. Consente alle aziende di tracciare gli utenti per mesi, anche dopo che questi hanno ripulito il loro browser o anche se navigano in modalità incognito. Nonostante quasi tutti gli organismi di standardizzazione e i fornitori di browser concordino sul fatto che il fingerprinting sia dannoso, il suo utilizzo in rete è stabilmente aumentato nel corso dell’ultimo decennio“.

Englehardt ha poi specificato che Firefox 72, la nuova versione del browser, bloccherà le richieste terze di società che si reputa utilizzino il fingerprinting. Un passo ulteriore rispetto a quando, lo scorso anno, Mozilla aveva realizzato uno strumento che dava la possibilità agli utenti di bloccare la tecnologia volontariamente (adesso il blocco sarà di default).

Firefox non è l’unico browser ad aver concretamente preso posizione contro il fingerprinting. Prima di lui, Apple aveva limitato la quantità di dati sui dispositivi degli utenti inviati alle società terze, e anche Google lo scorso anno aveva annunciato piani per frenare l’utilizzo di questa tecnologia.

Tracciamento, Firefox bloccherà il DigiTrust ID di IAB Tech Lab

Mozilla bloccherà sul suo browser Firefox il funzionamento di DigiTrust ID, l’identificativo anonimo e basato su cookie di IAB Tech Lab, utilizzato da varie società per il targeting e la misurazione delle campagne. Lo riporta Digiday.

L’impatto di tale decisione non sarà forse enorme, considerando che la quota di mercato di Firefox tra i browser è di circa il 4%, ma certo non è una buona notizia per IAB e per il mercato ad tech in genere, che sempre più sta puntando sulla realizzazione di identificativi standard, condivisi tra più piattaforme. «Sappiamo che alcune società sono dell’opinione che non ci sia sufficiente valore per il consumatore per giustificare “tracciamento” – o riconoscimento anonimo delle audience – di qualsiasi tipo, nemmeno per l’utilizzo al fine di comunicare scelte di privacy – dichiara Jordan Mitchell, SVP of membership and operations di IAB Tech Lab -. Pensano che non ci si possa fidare di nessuna società terza. Noi siamo di un’opinione diversa: che la fiducia dovrebbe essere stabilita direttamente tra i consumatori e i brand, e gli editori di cui questi si fidano, e le società terze di cui a loro volta i brand e gli editori si fidano».

DigiTrust è un consorzio non-profit di piattaforme programmatiche acquisito da IAB Tech Lab lo scorso anno, e attivo nella creazione di uno user ID universale e anonimo. Tra i membri di questo consorzio ci sono MediaMath, OpenX, LiveRamp e svariati altri. Lato acquisto, i membri pagano una fee mensile per partecipare alla coalizione, mentre gli editori hanno accesso gratuito al servizio.

L’obiettivo della società è creare indentificatori standardizzati per il targeting pubblicitario, riducendo così l’utilizzo di cookie di terza parte. L’identificatore di DigiTrust viene immagazzinato nel cookie proprietario fornito da un editore. Gli altri membri del consorzio possono poi utilizzare lo stesso identificatore per future aste pubblicitarie e visite degli utenti sul sito attraverso il browser, invece di dover presentare richieste a network terzi ogni volta che una persona carica la pagina.

Un processo che offre svariati benefici: dover sincronizzare un minor numero di cookie rende il caricamento delle pagine web più veloce, con una conseguente migliore esperienza di navigazione per l’utente. Inoltre, la condivisione di ID utilizzando cookie di prima parte riduce il rischio di perdita di dati nei processi d’asta.

Secondo quanto riporta la testata citando Casey Oppenheim, co-founder del forum per sviluppatori Disconnect, sebbene DigiTrust non tracci gli utenti direttamente, mette tuttavia altre società nelle condizioni di poterlo fare, e dunque il suo operato rientrerebbe comunque nel termine “tracciamento”, a danno della privacy dei consumatori.

Una portavoce di Mozilla ha dichiarato che «il tracciamento basato su cookie di DigiTrust verrà bloccato in una futura versione di Firefox».

Controllare l’ad frequency quando i cookie non ci sono: da Google arriva un nuovo tool

Google sta preparando il lancio di un nuovo metodo di controllo della frequenza pubblicitaria che non fa affidamento ai cookie.

La soluzione sfrutterà il machine learning per analizzare pattern di traffico e costruire modelli predittivi. “Utilizzando i pattern di traffico quando i cookie sono disponibili, e analizzandoli in maniera aggregata sui vari editori di Google Ad Manager, possiamo creare dei modelli capaci di predire i pattern di traffico quando i cookie di terza parte non sono presenti – spiega Google in un blog post -. Questo ci consente di stimare quanta probabilità c’è che gli utenti visitino differenti editori che stanno erogando la stessa campagna attraverso Google Ad Manager. Poi, quando non ci sono cookie di terza parte presenti, saremo in grado di ottimizzare quanto spesso queste campagne dovrebbero essere mostrate agli utenti”.

Dal momento che il sistema aggrega i dati sugli utenti prima di applicare gli algoritmi di machine learning, nessuna informazione a livello di utente viene condivisa tra i vari siti. “Piuttosto – si legge sul blog – questa soluzione utilizza i dati proprietari dell’editore per ottimizzare l’esperienza pubblicitaria per i visitatori dei suoi propri siti. Si tratta di un approccio per la gestione della frequenza pubblicitaria che è più sicuro per la privacy rispetto ad altri espedienti come il fingerprinting – che si affida a segnali a livello di utenti come l’indirizzo IP – rispettando la scelta dell’utente di disattivare il tracciamento di terze parti”.

Il prodotto sarà disponibile sulla DSP Display & Video 360 a partire dalle prossime settimane, con l’intenzione di portarlo anche su Google Ads in futuro.

Ecco come funzionerà l’alternativa di IAB ai cookie per il tracciamento

Lo IAB Tech Lab rivela nuovi dettagli sul suo progetto di un’alternativa ai cookie per il tracciamento degli utenti online. In un documento pubblicato nei giorni scorsi, la società ha fatto luce su come funzionerà la sua proposta: attraverso degli “identificativi” forniti dagli sviluppatori di browser, nel rispetto della privacy dell’utente.

Questa soluzione, secondo IAB, porterà grande beneficio al mercato pubblicitario, che non dovrà più fare affidamento su “migliaia di “tracker” e identificativi proprietari basati su cookie”, ma su un solo token standardizzato. “Un token standardizzato nei browser elimina la necessità di dover sincronizzare migliaia di cookie proprietari, un processo che inevitabilmente impatta sull’esperienza dell’utente con un aumento dei tempi di caricamento delle pagine, e che porta sui siti centinaia di terze parti che non è richiesto ci siano – spiega la società nel documento -. Il token standardizzato non necessiterà di accedere a o immagazzinare dati al di fuori delle preferenze dei consumatori”.

L’idea di IAB poggia su tre elementi: il token, criptato e revocabile; un sistema di auditing congiunto; e maggiori controlli di sicurezza. Grazie ad essi, la società spera di vincere i dubbi dei browser, che negli ultimi tempi non hanno nascosto la loro contrarietà nei confronti del tracciamento pubblicitario ed hanno tutti messo a punto soluzioni per limitarlo o bloccarlo, laddove attuato da società esterne e senza rispettare la privacy degli internauti.

Il token proposto da IAB include un identificativo legato alle preferenze di privacy espresse dall’utente. Ad esso potranno accedere esclusivamente quelle società – inclusi fornitori di adtech e martech – che rispettano tali preferenze. Senza accesso al token, le aziende non potranno accedere all’identificativo del consumatore, né quindi raccogliere, utilizzare e condividere i suoi dati.

A controllare il rispetto di tali processi ci sarà un sistema di verifica centralizzato, per mezzo del quale gli operatori potranno fornire dimostrazione di come utilizzano il token ed essere sottoposti a verifica da parte di altre società.

Infine, IAB propone l’introduzione di un contenitore controllato e standardizzato per l’erogazione della pubblicità, che possa garantire uno stretto controllo dell’esecuzione del codice lato-client proteggendo ogni informazione personale identificabile contenuta all’interno degli annunci.

Il progetto è attualmente aperto ai commenti del mercato.

Un identificatore “neutro e standardizzato” per andare oltre i cookie: l’idea dello IAB Tech Lab

Il mercato pubblicitario online deve puntare a un nuovo approccio al tracciamento degli utenti, in grado di superare l’uso degli ormai “vecchi” cookie. Al coro di voci che, almeno in linea teorica, oggi abbracciano questa tesi si unisce anche lo IAB, la maggiore organizzazione globale impegnata nello sviluppo del settore, inclusa la definizione di molti degli standard tecnici più utilizzati.

In un lungo blog post, Jordan Mitchell dello IAB Tech Lab ripercorre la storia del tracciamento degli utenti, descrivendo il cookie come “un vantaggio per Internet” che ha permesso ai siti web di adattare i propri annunci e contenuti a ciascun visitatore, pur riconoscendo che questo approccio presenta diverse carenze.

“I cookie proprietari – scrive Mitchell – erano (e rimangono) il meccanismo principale per distinguere un consumatore da un altro” ma “ogni cookie può essere letto solo dalla parte che lo imposta. Non esiste un meccanismo standardizzato e centralizzato per consentire ai consumatori di comunicare i propri interessi o preferenze sulla privacy, che possono quindi viaggiare con loro ed essere trasmessi in modo affidabile alle parti giuste”.

Questo approccio “frammentato e privatizzato” alla privacy, asserisce Mitchell, ha portato alla “crisi dei dati e della privacy che vediamo oggi“, che ha portato a un aumento del controllo dei Governi sugli aspetti connessi alla privacy online, nonché all’impegno di aziende come Apple, Google e Mozilla per rendere i cookie meno efficaci sui loro browser.

In risposta, lo IAB propone “nuove impostazioni di privacy standardizzate e controlli dei consumatori legati a un identificatore neutro e standardizzato“.

In altre parole, anziché i cookie una tantum, i consumatori verrebbero tracciati da un unico identificatore sul web. Al fine di ottenere l’accesso a tale identificatore, Mitchell scrive che le aziende dovrebbero “dimostrare in modo coerente la conformità alle preferenze sulla privacy” collegate all’identificatore stesso. La proposta dello IAB è che questi standard “siano istituiti come servizi pubblici, soggetti alle normative promulgate da enti governativi, in un contesto in cui media digitali e le aziende regolano congiuntamente gli standard con i fornitori di browser”.

Tra i primi commenti alla proposta, particolarmente critico è quello di Brendan Eich, Ceo del browser che “blocca la pubblicità” Brave (in questi giorni protagonista anche di una accusa legale a Google sempre per motivi di tracking degli utenti), che ha twittato: “Chi stanno prendendo in giro? Un singolo “token” ti identificherà in modo univoco e sarà collegato al tuo nome e ai tuoi dati personali in un batter d’occhio tra i siti che condividono informazioni con le loro terze parti”.

Su Firefox il blocco del tracciamento via cookie diventa automatico di default

Dopo aver lanciato l’Enhanced Tracking Protection (ETP) a giugno come impostazione di default su Firefox per i nuovi utenti, Mozilla rende adesso il sistema di blocco del tracciamento via cookie una funzione automatica anche per chi usa già il browser e lo aggiorna alla nuova versione 69, attualmente disponibile.

“Attualmente oltre il 20% degli utenti Firefox ha l’Enhanced Tracking Protection attivo. Con il rilascio di oggi, ci aspettiamo di fornire protezione al 100% dei nostri utenti in automatico”, scrive Mozilla in un blog post.

La funzione blocca i cookie di terze parti utilizzati per fini come la profilazione della pubblicità, ma offre anche protezione dal cryptomining: una pratica che, eseguita in background e senza la consapevolezza degli utenti, sfrutta CPU e batterie dei dispositivi per il “mining” di criptovalute, riducendo le performance di pc e telefoni e impattando negativamente sull’esperienza di navigazione degli utenti. Questa pratica adesso sarà bloccata di default.

Tra le novità della nuova edizione del browser, anche la funzione Block Autoplay, che offre agli utenti la possibilità di bloccare tutti i video che vengono riprodotti automaticamente, non più solo quelli con audio attivato.

L’Intelligent Tracking Prevention di Safari, spiegata

L’Intelligent Tracking Prevention è una nuova funzionalità del browser Safari di Apple, che mira a proteggere ulteriormente la privacy online degli utenti, modificando il modo in cui Safari gestisce i cookie proprietari.

Prima della nozione di Intelligent Tracking Prevention, i browser desktop e mobile di Safari bloccavano per impostazione predefinita i cookie di terze parti e consentivano agli utenti iOS di bloccare gli annunci installando delle estensioni. I cookie proprietari sono stati tradizionalmente al sicuro da qualsiasi tipo di blocco o rimozione automatica, in quanto sono responsabili della fornitura di un’esperienza utente uniforme.

Il problema nasce quando i cookie di prima parte diventano tracker. Ad esempio quando un utente fa clic su un annuncio, le piattaforme ad tech sono in grado di creare un cookie proprietario, dal momento che l’utente viene indirizzato prima al dominio della piattaforma ad tech e poi alla pagina di atterraggio. Ciò consente a Safari di interpretare il cookie come cookie proprietario. Se l’utente non avesse fatto clic sull’annuncio, la piattaforma ad tech non sarebbe stata in grado di creare un cookie di terze parti, in quanto Safari li avrebbe bloccati per impostazione predefinita.

Una funzionalità, varie versioni. Un po’ di storia

Finora ci sono state varie versioni di ITP – 1.0, 1.1, 2.0, 2.1 e 2.2. Nelle versioni 1.0 e 1.1 di ITP, esisteva una funzionalità che consentiva ai tracker proprietari di comportarsi come tracker di terze parti a condizione che l’utente visitasse il sito web entro 24 ore.

Le cose sono cambiate con Intelligent Tracking Prevention 2.0, in cui questa possibilità della finestra di 24 ore è stata dismessa, a meno che l’utente non avesse dato specifiche autorizzazioni tramite l’API di accesso allo storage. Ciò chiaramente inibiva principalmente i cookies per scopi di retargeting ed attribuzione successivi, ma comprometteva anche la capacità di analizzare il comportamento degli utenti tramite tool di analytics (che ovviamente rispetto al sito risultano essere di terze parti).

Per aggirare ITP, Facebook e Google hanno messo a punto alcune soluzioni: Google ha rilasciato un tag a livello di sito per aiutare gli inserzionisti a continuare a misurare le conversioni e Facebook ha rilasciato un cookie proprietario.

Il 21 febbraio 2019, Apple ha annunciato una nuova versione di Intelligent Tracking Prevention nelle versioni beta di iOS 12.2 e Safari 12.1 su macOS High Sierra e Mojave: ITP 2.1, che rende ancora più difficile per i tracker identificare e seguire gli utenti su Safari con la scadenza di 7 giorni anche per cookie di prima parte impostati lato client. Una novità che ha avuto un forte impatto sugli strumenti di Analytics, i cui cookie sono impostati tramite libreria JavaScript.

Il 24 aprile, infine, è stato annunciato ITP 2.2 per le versioni beta di iOS 12.3 e Safari su macOS Mojave 10.14.5.

Cosa cambia adesso?

La nuova versione, che arriva a soli 2 mesi dopo il rilascio di ITP 2.1, mira a un tipo specifico di tracciamento: il monitoraggio interdominio tramite link decoration, ovvero il tracciamento tramite parametri inseriti nelle URL, come il classico referral: http://esempio.com?referrer=newsletter .

Gran parte delle funzionalità di tracking viene di fatto limitata, ma l’attribuzione click-through per alcuni tipi di campagne dovrebbe essere ancora possibile passando un ID clic univoco (o ID visitatore) nell’URL al sito web di destinazione. Da lì, il sito di destinazione può utilizzare un tag JavaScript per acquisire e memorizzare l’ID, notificando all’ad server il clic dall’ID clic fornito.

Dovrebbe anche essere possibile misurare le conversioni (attribuzione), a seconda che il dominio di riferimento sia stato classificato come dominio di tracciamento tra siti (tramite il Machine Learning Classifier di ITP), il che è probabilmente il caso della maggior parte delle piattaforme adtech. Se questo è il caso, la finestra di attribuzione sarà limitata a 24 ore come da ITP 2.2.

Le partnership di dati di seconda parte (data-coop) potrebbero anche implementare una soluzione alternativa a ITP sincronizzando gli identifiers. Lo scambio di identificatori tra siti, ad esempio tra siti partner o domini di proprietà della stessa azienda, è reso possibile passando gli ID tramite URL e quindi memorizzando gli ID in un cookie proprietario sul server (che non è bloccato da ITP, dato che il cookie è salvato lato server e non lato client). Tale aspetto potrebbe promuovere uno sviluppo inatteso dei data-coop, dal momento che potrebbe fornire un utile tool di remarketing ai siti che fanno parte del consorzio.

L’impatto sugli analytics

Le versioni ITP 1.0-2.0 hanno avuto un impatto minimo o nullo sulla maggior parte delle piattaforme di analisi o martech. Il motivo è che queste piattaforme impostavano un cookie (tramite JavaScript) direttamente dal dominio del sito web che l’utente stava visitando in quel momento. Con ITP 2.1 il metodo JavaScript è stato invece di fatto bloccato.

Nel suo blog, il Google Developer Expert Simon Ahava elenca una serie di soluzioni ITP 2.1 per gli strumenti di analisi, tra cui l’impostazione dei cookie proprietari lato server tramite risposta HTTP, l’archiviazione dei cookie proprietari nella local storage e la creazione di un server proxy inverso o il set del cookie tramite CNAME. Eccoli nel particolare:

Google, Facebook ed Affiliation Network

ITP 2.2 riduce la durata del cookie di prima parte da sette giorni a un giorno. Di conseguenza, i cookie proprietari che Facebook e Google hanno introdotto per continuare a misurare il traffico del sito e attribuire gli annunci verranno eliminati dopo 24 ore; quindi se una persona fa clic su un annuncio per un prodotto venerdì e decide di prendersi il fine settimana per pensare all’acquisto, il lunedì il cookie sarà scomparso.

Inoltre anche editori e affiliation network usano la link decoration per ottenere credito quando le persone cliccano su un link o acquistano un prodotto: senza tale credito, l’editore o il blogger potrebbero non essere ricompensati per aver contribuito all’acquisto.

OK, ma è un grosso problema? In qualche modo, sì. Ma è limitato al browser Safari di Apple, il che riduce in qualche modo la portata del suo impatto a livello complessivo. Su desktop, infatti, Safari ha rappresentato solo il 4% delle sessioni browser in tutto il mondo ad aprile 2019 secondo NetMarketShare, mentre per i dispositivi mobili Safari ha rappresentato il 26% delle sessioni.

Firefox adesso blocca di default i cookie di terze parti

Importanti novità sul fronte tracciamento per Firefox. Mozilla ha annunciato che, nella nuova versione appena rilasciata del suo browser, verranno automaticamente bloccati i cookie di terze parti, utilizzati spesso dalle società di ad tech per il tracciamento degli utenti a fini pubblicitari.

Sul nuovo programma, infatti, sarà infatti operativa di default l’opzione “enhanced tracking protection”, prima attivabile manualmente dall’utente. Per il momento, la funzione sarà automatica per chi scarica e installa per la prima volta Firefox, ma nel giro dei prossimi mesi la società conta di estenderla anche agli attuali utenti.

Fino ad ora, il blocco dei cookie di terze parti era automatico su Firefox solo quando gli utenti utilizzavano il programma in modalità di navigazione in incognito.

“Enhanced Tracking Protection sarà praticamente invisibile all’utente, che si accorgerà del suo funzionamento solo quando visiterà un sito e vedrà l’icona di uno scudo nella barra degli indirizzi accanto all’URL, insieme a una piccola icona ‘i’ – spiega la società in un blog post -. In presenza di questa icona, l’utente potrà essere sicuro che Firefox sta bloccando l’accesso di migliaia di società alle sue attività online”.

Il browser di Mozilla non è il primo a bloccare di default i cookies esterni. Già due anni fa Safari ha fatto la stessa cosa, con l’opzione Intelligent Tracking Prevention che a suo tempo ha sollevato svariate critiche da parte degli operatori della pubblicità online. Proprio pochi giorni fa, Apple ha comunicato anche un’altra novità volta a limitare la circolazione dei dati personali dei suoi utenti: una nuova modalità di autenticazione alle app tramite Face ID che limita al minimo la condivisione con l’esterno di informazioni personali.

Anche Google ha detto la sua sull’argomento: in occasione del suo evento I/O la società ha dichiarato che renderà presto più facile per gli utenti bloccare o cancellare i cookie di terze parti su Chrome, senza perdere le informazioni di login. In quel caso, però, a differenza che su Safari e Firefox, il blocco dei cookie non sarà impostato di default, ma dovrà essere attivato manualmente dall’utente.

Poche settimane fa, Mozilla aveva annunciato un’altra novità relativa al tracciamento su Chrome: la possibilità per gli utenti di controllare e bloccare la pratica del “fingerprinting” sui loro dispositivi, una tecnica che alcune società utilizzano per riconoscere e identificare a scopi pubblicitari gli utenti di un sito attraverso le caratteristiche dei loro device, come la versione del browser utilizzata, i font o i plug-in installati.

Apple punta sulla privacy al suo evento WWDC. Novità in vista per il tracciamento

Più controllo agli utenti sulla loro privacy, grazie a un nuovo sistema di log-in ad app e servizi che riduce al minimo la condivisione di informazioni personali. Apple continua la sua personale battaglia contro il tracciamento degli utenti da parte di terzi, cominciata con l’Intelligent Tracking Prevention di Safari, con una novità presentata lunedì in occasione della sua conferenza WWDC a San Jose.

Si tratta della funzione – tecnicamente, un bottone – “Sign in with Apple”, che consente agli utenti di autenticarsi a programmi e servizi attraverso il Face ID di Apple, senza la necessità di condividere altre informazioni personali. Costituisce di fatto un’alternativa ai metodi di log-in attraverso gli account Facebook e Google disponibili su svariate app, utili ad avere accesso rapido a servizi senza la necessità di creare nuovi account e ricordare password in più, ma che, ha sottolineato Craig Federighi, SVP of software engineering di Apple in occasione della presentazione del pulsante Apple, “hanno un costo in termini di privacy”.

Ecco come funziona il nuovo pulsante. Una volta autenticatisi con il loro Face ID, gli utenti accedono all’app con un account nuovo, e possono a questo punto scegliere se dare nome e indirizzo email al programma che stanno usando, o no. In quest’ultimo caso, Apple provvederà a creare autonomamente un indirizzo email unico (un insieme a caso di lettere e numeri) che inoltrerà all’indirizzo di posta reale dell’utente. Per ciascuna app verrà creato un indirizzo diverso, e proprio questa caratteristica consentirà alla singola app di potere dialogare con l’utente, ma d’altro canto renderà praticamente impossibile associare l’email a uno specifico dispositivo.

Apple: controlli più granulari sui dati di posizione

La funzione, che diventerà operativa a partire da questo autunno con la versione 13 di iOS, non è la sola novità annunciata dalla società di Cupertino in occasione del suo evento. iOS 13 includerà infatti anche controlli più granulari sul tracciamento della posizione degli utenti.

Gli utenti potranno infatti condividere la propria posizione con un’app una prima volta, e poi impostare che l’app la richieda per tutti gli accessi successivi. La persona potrà anche decidere di dare autorizzazione affinché il software faccia un tracciamento continuo in background (cioè quando l’app non è in uso), ma in quel caso Apple fornirà all’utente un report sull’utilizzo che l’app sta facendo di quel dato.

Apple limiterà anche l’adozione da parte delle app terze di tecniche opache stile-fingerprinting, che utilizzano informazioni come i segnali Bluetooth o Wi-Fi per individuare la posizione di un utente.

Nuove linee guida per chi sviluppa app per i bambini sullo Store di Apple

La società ha infine aggiornato le linee guida per le app dedicate ai bambini presenti sul suo App Store. Tali software non dovranno più contenere “link che portano fuori dall’app, occasioni di acquisto o altre distrazioni per i bambini”, recitano le nuove direttive per gli sviluppatori, e “non dovranno includere pubblicità di terze parti o servizi di analytics”, pena l’esclusione dallo store.

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