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Pinterest si rafforza sul targeting con Audience Insights

Novità sul fronte data-driven per Pinterest. Il social ha introdotto nella sua offerta agli inserzionisti Audience Insights, uno strumento che aiuta le aziende a conoscere meglio il loro pubblico sulla piattaforma.

La soluzione unisce dati demografici sugli utenti con informazioni di tipo comportamentale, come ricerche o salvataggi. In questo modo, offre una conoscenza migliore del pubblico di un brand su Pinterest, e di chi l’azienda potrà raggiungere in futuro, dando anche informazioni sugli argomenti preferiti dagli utenti. Informazioni preziose per distribuire contenuti rilevanti e campagne coinvolgenti e per realizzare media plan efficaci.

Audience Insights è attualmente accessibile, attraverso gli strumenti di Analytics di Pinterest, ai clienti Business dei Paesi di lingua inglese.

Il targeting basato su interessi e caratteristiche degli utenti è più efficace di quello contestuale?

Oggi nella nostra rassegna parliamo di targeting, brand data-driven “coraggiosi” e di una novità di Snapchat.

Il targeting basato su interessi e caratteristiche degli utenti è più efficace di quello contestuale?

Nell’era post-GDPR, in cui raccogliere e utilizzare i dati degli utenti è diventato più complicato, molti vedono una possibile rinascita del targeting contestuale. Ma questo tipo di segmentazione basata sul contesto della pubblicità è efficace come quella fondata sugli interessi e sulle caratteristiche degli utenti? L’agenzia britannica di marketing a performance Roast ha effettuato insieme a Teads un test. E dai suoi risultati è emerso che ai costi e ai rischi per la privacy di utilizzare dati di terza parte sugli utenti per classificarli in base a interessi, caratteristiche demografiche e altro non corrisponde un’efficacia significativamente più alta di quella dell’acquisto di un’audience su base contestuale. Leggi di più su MarTech Today.

Marketing data-driven: i 10 brand più “coraggiosi”

Per una grande azienda, cambiare il proprio approccio al marketing non è cosa semplice, eppure può essere fondamentale per rispondere alle caratteristiche e ai bisogni in evoluzione del pubblico. Ci sono dei brand che si sono assunti il rischio di fare questo passo, con l’obiettivo di averne dei benefici di business nel lungo termine. Alcuni di loro hanno messo in discussione i loro rapporti con le agenzie in nome della trasparenza, altri sono stati pionieri nell’uso della tecnologia per rendere più efficaci gli investimenti pubblicitari, altri ancora hanno puntato sui dati in loro possesso per ottimizzare le strategie a livello multicanale. Tra di loro ci sono AB InBev, Kellogg’s, Nestle e Unilever. Leggi di più su AdExchanger.

Snapchat, l’ecommerce arriva nei contenuti degli influencer

Da qualche tempo, Snapchat ha iniziato ad approcciare il mondo ecommerce, dando la possibilità ai suoi utenti di acquistare prodotti direttamente dal social network. Adesso la piattaforma compie un nuovo passo avanti in questa direzione, col lancio di un nuovo strumento che consente di inserire store in-app all’interno dei contenuti postati dagli influencer. Questo vuol dire che si potranno acquistare prodotti non più solo dai contenuti aziendali, ma anche da quelli dei “top creator”. Prima utilizzatrice dello strumento è stata Kylie Jenner, che il 28 giugno ha postato uno Snap Video in cui mostrava il suo prodotto di make-up The Sorta Sweet Palette for Kyshadow: con uno “swipe” gli utenti avevano la possibilità di acquistare l’articolo. Leggi di più su Digiday.

GDPR e Contextual Targeting: trend e implicazioni

L’entrata in vigore del GDPR non porterà una riduzione della pubblicità online, ma una diversa gestione dei dati personali eliminando alcune delle possibili attività “poco trasparenti” nella creazione di profili di utenti da parte di alcuni attori del mercato pubblicitario.  Questo cambiamento sarà positivo, con una maggiore tutela e trasparenza dei dati personali di ogni utente e costituirà un’opportunità per aumentare la fiducia dell’audience nella pubblicità online.

Alla base, l’introduzione del GDPR imporrà in primo luogo una più trasparente gestione della catena di autorizzazioni alla profilazione, direttamente dall’utente al “profilatore”, e una più formale presa in carico della valutazione e gestione del rischio di trattamento dati personali da parte dei vari attori.

Questo ovviamente impatterà alcuni dei 3rd party profiler che non abbiano chiaro accesso diretto all’autorizzazione del cliente sul media finale (il publisher), con la potenziale riduzione della disponibilità di profili su cookie in vendita.

La naturale implicazione, che consolida un trend già avviato, sarà un maggiore utilizzo del targeting contestuale (con al centro l’attenta selezione del contesto di comunicazione a livello di pagina in linea con il contenuto/messaggio pubblicitario) ed una accelerazione del 1st party profiling (attivazione dei propri dati clienti e costruzione di propri profili digitali da parte dei principali brand e agenzie).

Il targeting contestuale è ovviamente completamente GDPR compliant (scelgo solo meglio a livello di pagina il media su cui comunicare in funzione del messaggio) se è l’indicazione dell’interesse istantaneo del cliente legato alla lettura di quel contenuto e quindi indirettamente dell’eventuale intento istantaneo legato ad un’offerta “allineata a quell’interesse”.

Un maggiore utilizzo del contestuale ha alcune possibili implicazioni:

  • In linea generale il contextual targeting è più economico rispetto al behavioural targeting (1/5 o 1/10), per cui permette un maggiore investimento in media con un maggiore reach a parità di spesa.
  • Una maggiore attenzione al giusto contesto per il targeting ha come immediato effetto l’attenzione al vero brand safety, cioè all’eliminazione di tutti i contenuti dannosi per il brand e non solo quelli “inaccettabili”  rinforzando l’attuale trend verso il “Brand Care” (cosi tanto spinto da molti grandi buyers come P&G).
  • Inoltre, una maggiore attenzione al contestuale porterà ad un maggiore focus sui premium publisher secondo la logica che se non posso comprare ovunque “i cookies che voglio”, comprerò le qualified audience di premium publisher che creano contenuti premium per attrarre quella determinata audience.

Come secondo trend, già evidente dall’aumento dei casi in cui grandi brand si dotano della propria DMP per i loro progetti di digital activation, brand/agenzie con accordi diretti tenderanno ad investire per creare i propri 1st party profiles e ad attivare i propri dati (controllando la fonte dei dati e la modellizzazione dei propri profili).

Nell’insieme dei dati di 1st party ci saranno anche gli interessi dimostrati nella navigazione dei propri clienti/prospect per cui la analisi contestuale diventerà anche base fondamentale di “1st Party Interest profiles”.

Behavioural targeting con profili cookie di 3rd party continueranno ad essere importanti nelle pianificazioni ma con una più attenta selezione dei players, degli effettivi risultati di perfomance incrementale e con il possibile rischio di riduzione di volumi di cookie disponibili.

Una maggiore attenzione al “contestuale di qualità” e alla “personalizzazione” della selezione del contesto porterà ad una maggiore sensibilità sulla qualità delle tecnologie usate in questo ambito. Tecnologie a Keywords che offrono solo media precision e solo per categorie standard faticheranno rispetto a tecnologie “full semantic” (Natural Language Processing con reti semantiche cognitive) che hanno massima precisione anche nella massima personalizzazione e che sono la base anche di estrazione di molteplici dati di pagina per 1st party profiling.

Targeting efficace? Secondo i marketer sono importanti contesto e livello di attenzione

L’ambiente che circonda gli annunci pubblicitari e il grado di attenzione dell’utente sono secondo le aziende i fattori più importanti per l’efficacia del targeting pubblicitario. Lo rivela lo studio “Digital Brand Advertising and Measurement 2018” di IAB Europe, che ha coinvolto circa 650 professionisti di aziende, agenzie ed editoria.

Secondo la ricerca, il contesto editoriale è considerato da circa l’80% degli stakeholder intervistati come il più importante fattore capace di assicurare che le campagne di branding raggiungano il giusto utente. Seguono, a breve distanza, le “informazioni sulla posizione del consumatore nel processo di decisione d’acquisto” (78%) e “informazioni sul comportamento di ricerca online e sui siti visitati” (77%). Più indietro nel ranking indicatori predittivi come la “predizione del grado di engagement con l’annuncio sulla base degli interessi e/o di precedenti esposizioni ad annunci simili”.

Quanto detto riguarda la reach delle campagna. Altro discorso, invece, per la ricettività del messaggio di branding. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato che il livello di attenzione dell’utente ha un impatto sulla percezione del messaggio significativamente maggiore di altre variabili come ad esempio il luogo e la situazione (luogo di lavoro, second-screening, tragitto casa-ufficio).

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Migliorare la misurabilità nel programmatic

Attualmente circa la metà della spesa pubblicitaria display in Europa è commercializzata in programmatic, e il settore è in crescita. Non stupisce dunque che il 90% delle aziende, l’88% delle agenzie e l’85% degli editori siano concordi sul bisogno di avere riferimenti condivisi a livello di industry sul pubblico online e sull’efficacia pubblicitaria disponibili sugli strumenti di trading programmatico, insieme a dati su compravendite e misurazioni. E sempre sul tema misurazioni, secondo lo studio l’impatto del GDPR e il bisogno di identificare più chiaramente i ruoli dei vari operatori nei processi di gestione dei dati aumenterà il bisogno di avere più informazioni di analytics all’interno dei tool di trading programmatico nei prossimi mesi.

zeotap e Cadreon energizzano per Red Bull gli ordini di food delivery: +115% di engagement rate

Successo, grazie ai dati di zeotap, per la campagna di Cadreon per Red Bull.

Circa una anno fa, zeotap aveva annunciato una collaborazione con il brand di bevande energetiche per la sua campagna @Work testandone la qualità dei profili verificati telco, e all’epoca aveva consentito all’iconico brand di raggiungere il 70% di maggior engagement rispetto ad altri data provider. La collaborazione era poi proseguita anche al di fuori dei confini italiani, con zeotap che ha recentemente aggiunto la possibilità di creare segmenti custom per la delivery in-app attraverso l’accesso a 10.000 app, derivanti da accordi esclusivi raggiunti con i maggiori data partner globali.

Nelle scorse settimane, attraverso l’utilizzo delle app di food delivery, con la nuova campagna Occasion @Work Red Bull ha voluto incoraggiare gli italiani ad accompagnare il proprio pranzo con gli energy drink, per combattere lo stress della vita urbana. Grazie alle nuove data partnership, zeotap è stata quindi in grado di creare segmenti che includevano solo utenti app attivi dei servizi Foodpanda, HelloFresh, McDonald’s, Domino’s, Flyfood, Doordash, Grubhub e UberEats (quest’ultima, insieme a Red Bull, faceva inoltre parte di una promozione parallela della campagna).

Ancora una volta, Red Bull e il trading desk Cadreon (gruppo IPG) hanno coinvolto vari data provider, utilizzati con le stesse specifiche di planning programmatico, al fine di poter valutare quali tra questi avrebbero raggiunto i risultati migliori. In questo contesto, zeotap ha ottenuto +115% di engagement rispetto a tutti gli altri data provider coinvolti sul progetto.

«Questi risultati sono ottimi e non avremmo potuto essere più soddisfatti – commenta Francesco Cilea, Head of Brand Advertising & Media di Red Bull Italia -. Ancora una volta, zeotap ha dimostrato di essere un data provider di fiducia, non solo attraverso l’utilizzo di dati deterministici socio-demografici, ma anche attraverso l’utilizzo di accurati dati d’interesse, particolarmente difficili da reperire oggi nel mercato. Essere in grado di conoscere con precisione ciò che è realmente interessante per un utente è un potente strumento di targeting, che apre molte nuove strade per raggiungere i nostri clienti».

«Il nostro obiettivo è sempre stato quello di raggiungere la massima qualità dei dati, al fine di produrre i migliori risultati in termini di performance – dichiara Riccardo Polizzy Carbonelli, Country Manager zeotap Italia -. In aggiunta ai nostri dati socio-demografici, siamo particolarmente soddisfatti di poter offrire capacità di targeting su larga scala legate a molteplici fonti di dati. Quando abbiamo iniziato a lavorare sui segmenti d’interesse disponibili, ci era stata allora sottolineata dal mercato la mancanza di trasparenza e flessibilità dei segmenti disponibili, ricavati dall’utilizzo di dati connessi ad eventi non recenti.  Abbiamo oggi tra le mani una proposta veramente unica, perché siamo in grado di aggregare utenti di singole app per costruire segmenti customizzati in base a brief individuali per ogni settore. Il processo con il quale sono creati i segmenti è completamente trasparente, e gli aggiornamenti giornalieri che riceviamo dai nostri data partner assicurano che i dati siano sempre freschi».

«Siamo felici della collaborazione che abbiamo fin qui sviluppato con zeotap, confermata dalla qualità dei dati d’interesse, chiaramente evidenziata dai risultati delle campagne da noi gestite – aggiunge Luca Nicolai, Head of Cadreon Italy -. zeotap è diventata per noi un preferred partner e gli eccellenti risultati generati continuano a supportarci nel soddisfare uno dei nostri clienti più importanti ed esigenti».

Marketing people-based: l’Advertising ID Consortium integra l’ID DigiTrust

Il tentativo dell’industria del programmatic advertising di fornire al mercato pubblicitario una soluzione “aperta” e condivisa per il marketing “people-based” (cioè in grado di “unificare” il targeting delle campagne verso un singolo individuo sui vari dispositivi che utilizza per connettersi a internet) compie un passo in avanti con l’annuncio dell’integrazione tra i due principali esperimenti in questo campo: l’Advertising ID Consortium e l’ID DigiTrust.

Nato circa un anno fa su iniziativa di AppNexus, LiveRamp e Index Exchange, l’Advertising ID Consortium da subito si è rivelato come una delle iniziative più credibili per contrastare il dominio di Google e Facebook nel marketing people-based, reso possibile dalle loro soluzioni di tracciamento basate su login (login che l’utente fa su diversi dispositivi, consentendo di fatto di associarli tutti a un’unica persona). La soluzione sviluppata dal consorzio prevede l’associazione di una versione criptata di un identificativo omnicanale people-based a un cookie pool aperto, residente su un dominio condiviso.

L’iniziativa ha presto infatti raccolto l’adesione di The Trade Desk, entrata anche nel board of directors del Consorzio, e di una ventina di altre piattaforme tra cui Adform, Tradelab, Sizmek e molte altre.

Ora, l’integrazione con DigiTrust – organismo no-profit che fa capo allo IAB Tech Lab – porta il passaggio dell’iniziativa a un livello più “istituzionale” e dovrebbe sgombrare il campo da ipotesi di conflitto di interesse.

La possibilità di usare per il tracciamento una soluzione sviluppata da un associazione “neutrale” come l’ID Digitrust, anziché necessariamente l’Open AD di AppNexus o l’Unified Open ID di The Trade Desk, dovrebbe facilitare l’adesione al consorzio a quelle piattaforme di programmatic restie a adottare una soluzione di tracciamento sviluppata da un competitor.

Dimmi che app usi e ti diro chi sei: targeting mirato, non modelli

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima lo smartphone è lo specchio di chi sei, ci rivela ciò a cui tieni di più, ciò che a te è più vicino, una finestra sul tuo mondo.

In Italia, secondo comScore, quando si utilizza un device mobile, l’88% del tempo è impegato su app. Accediamo ad almeno 9 app al giorno e circa 30 su base mensile, un rapporto, un gesto quotidiano in grado di rispondere ad ogni nostra esigenza, in grado di darci sicurezza, capace di farci fare acquisti senza usare il portafoglio, indispensabile ma al tempo stesso assillante e invadente, insomma un imprescindibile compagno di viaggio.

Se pensiamo a quanto siamo legati ai nostri dispositivi mobili è facile immaginare come il cellulare sia anche il migliore storyteller di chi e cosa siamo. Ciò che installiamo, la frequenza di utilizzo e le azioni che attiviamo sono preziosi insights in grado di fornire una dettagliata immagine dei nostri interessi, comportamenti e caratteristiche sociodemografiche. I nostri smartphone ci conoscono meglio dei nostri amici più cari, “dammi il tuo cellulare e ti dirò chi sei” sembra la frase detta da un veggente, eppure, non sorprende nessuno, anzi, suona quasi banale.

La possibilità di dedurre interessi e preferenze dall’uso di una app non è più una novità, infatti è logico presumere che le persone che utilizzano “Ricette di Cucina” si divertano a cucinare e chi ha “Tutto Campo Calcio” ami lo sport, pertanto l’uso delle app può fornire una mole immensa di informazioni in modo deterministico.

Una grande ricchezza di insight

Nel 2016, i ricercatori dell’Università di Aalto in Finlandia insieme a quelli del Qatar Computing Research Institute hanno analizzato dati demografici combinati con l’utilizzo di alcune applicazioni per identificare genere, età, stato civile e reddito con una precisione fino all’82%. Ad esempio, lo studio ha dimostrato che è probabile che una donna abbia Pinterest o Etsy tra le sue app o che avere LinkedIn e Fitbit possa invece indicare l’appartenenza ad una fascia di reddito pari o superiore a 50.000 euro.

Se pensiamo a quanti insight si potrebbero ottenere se soltanto riuscissimo ad accedere in modo granulare all’intero ecosistema delle app, ci renderemmo conto che i dati oggi disponibili rappresentano solo la punta dell’iceberg.

L’industria ha già oggi l’opportunità di andare oltre i data point tradizionali, allargare e comprendere effettivamente la composizione degli utenti accedendo ad un universo più ampio di fonti. Osservando in modo dettagliato l’utilizzo delle app e la frequenza di ogni azione, gli inserzionisti potrebbero prendere decisioni molto più strategiche nella pianificazione aggiungendo ai parametri di targettizzazione elementi deducibili da un’analisi psicologica dei profili.

Cosa frena ancora oggi il targeting in-app?

Targettizzare un utente profilato in base alle applicazioni utilizzate può avvenire in ambiente mobile app o mobile web. La preferenza è ancora oggi la pianificazione su inventory mobile web, cosa sta frenando l’investimento in ambiente mobile app? Sono forse tematiche come la measurability, i formati utilizzabili, oppure c’è dell’altro? Per quanto riguarda il primo punto ormai sono sempre di più le piattaforme di distribuzione che consentono l’adozione di sistemi in grado di misurare Viewability e Reach on Target e non ci sono più molti dubbi circa l’efficienza di alcuni formati utilizzati con successo in ambiente mobile app, quindi?

La vera sfida semmai è quella di riuscire a sfruttare al meglio i dati delle app per consentire agli inserzionisti un targeting preciso e puntuale. Si tratta di ecosistemi chiusi non comunicanti e che non parlano tra loro, quindi gli advertiser non sempre hanno accesso a un profilo completo di un determinato utente. Ad esempio, tramite SDK ed altri mezzi, è relativamente facile stabilire se Pinterest, LinkedIn e Uber siano stati installati sul telefono di un utente ma ciò che risulta essere molto più impegnativo è semmai sapere se le suddette app sono state poi effettivamente utilizzate e come.

E se l’utente non ha aperto le app precedentemente installate? Quali app e come avviene il consumo di quelle più frequentemente usate? In generale, le SDK hanno una visione limitata dell’utilizzo effettivo dovendo ottenere precise autorizzazioni da parte dei developer e degli utenti che le utilizzano. Frequenza e granularità delle informazioni accessibili sono i due maggiori vincoli ad oggi presenti.

Le app premium e popolari poi, sono molto protettive nei confronti dei loro dati, ma potrebbe essere un punto di svolta per gli inserzionisti poter sfruttare il grandissimo valore di questi insight. Ad esempio, se un brand desiderasse interagire con un pubblico più giovane che frequenta club o bar, potrebbe targettizzare utenti tra i 21-34 anni che hanno una maggiore propensione a utilizzare l’app Mytaxi la sera tardi o al mattino presto durante il weekend nelle aree urbane. Una comunicazione in tempo reale, diretta, accurata senza elementi statistici o probabilistici.

Per sfruttare al meglio le immense opportunità che il targeting basato sul consumo di app potrebbe offrire al mercato, l’industria deve risolvere le sfide tecnologiche derivanti dalla necessità di lavorare attraverso silos cross-app e convincere editori e service provider premium che i loro preziosi dati possono fortemente contribuire al proprio stream di ricavi, ovviamente, rimanendo comunque sempre all’interno dei confini di un utilizzo del dato conforme a quanto legiferato dalle nuove norme per la privacy.

Sempre di più, i grandi inserzionisti puntano ad avere con il proprio pubblico una comunicazione one-to-one, parallelamente i consumatori affermano di volere annunci sempre più pertinenti e vicini ai loro interessi. Data privacy e GDPR sono argomenti giustamente top-of-mind oggi, tuttavia è doveroso e possibile trovare un giusto equilibrio per migliorare drasticamente il digital advertising spostandosi sempre di più da modelli predittivi statistici a strategie basate sull’effettiva comprensione di come gli utenti pensano e agiscono.

Dimmi che app usi e ti dirò chi sei!

Google aggiorna i propri strumenti pubblicitari: più controllo agli utenti sui dati

In un momento in cui, anche grazie alle nuove normative europee, gli utenti puntano ad avere un sempre maggiore controllo sui propri dati personali e su come vengono utilizzati dalle aziende, Google annuncia alcuni aggiornamenti dei propri prodotti pubblicitari volti ad aiutare le persone a capire perché vedono determinati annunci e a consentire loro di modificare l’esperienza adv.

“Con questi miglioramenti, potrete navigare il web con fiducia, sapendo di avere tutte le informazioni e il controllo per migliorare il modo in cui Google lavora per voi”, scrive il product manager di Big G Philippe de Lurand Pierre-Paul nel blog post con cui annuncia le novità, aggiungendo che il suo augurio è che tali aggiornamenti possano rispondere adeguatamente alle preoccupazioni degli utenti sul tema dati e privacy. Un tema che in questi giorni è particolarmente “sensibile”, come testimoniano le recenti nuove accuse a Facebook, dopo il caso Cambridge Analytica.

Gli aggiornamenti di Google coinvolgono innanzitutto le “Impostazioni Annunci” (Ad Settings), tramite cui ora gli utenti potranno avere accesso a una lista di interessi e altre caratteristiche personali che guidano gli algoritmi nell’erogazione a loro di una determinata campagna. Cliccando sulle singole voci dell’elenco si potrà accedere ad ulteriori dettagli ed anche rimuovere determinate categorie. “Spegnere una categoria significa che non riceverete più annunci customizzati in base ad essa attraverso le nostre piattaforme e sui siti e app che utilizzano i nostri strumenti per la pubblicità, finché siete loggati nel vostro account Google. Le campagne che vedrete saranno basate su fattori generali, come i contenuti che state visualizzando o il momento del giorno, o le altre categorie che non avete disattivato”.

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Google ha anche aggiornato lo strumento “Perché vedo questo annuncio?” (“Why this ad?”), che consente, cliccando su una campagna, di accedere a maggiori informazioni su perché Google pensa che essa sia di interesse per l’utente. Fino ad ora la funzione era disponibile solo su selezionati formati, mentre adesso è stata ampliata a tutti i prodotti e servizi di Google, tra cui YouTube, Google Play, Gmail, Maps e Search e quasi tutto l’ad network della società.

Twitter al lavoro sul suo ad network: si chiamerà Twitter Timeline Ads

Dall’ad network di Twitter al programma di funding per i creatori di contenuti mobile di Snap, passando per il nuovo framework di IAB su dati e targeting. Ne parliamo nella nostra rassegna di oggi.

Twitter al lavoro sul suo ad network: si chiamerà Twitter Timeline Ads

Dopo Google col suo Display Network e Facebook col suo Audience Network, ora anche Twitter punta a portare la pubblicità al di fuori della sua piattaforma. Il social starebbe contattando vari editori per un nuovo progetto pubblicitario, chiamato Twitter Timeline Ads: un ad network attraverso cui Twitter punta a erogare pubblicità attraverso un software automatizzato al di fuori del suo sito e della sua app, espandendo le sue capacità programmatiche oltre l’exchange MoPub. Leggi di più su Business Insider [accessibile su iscrizione].

Trasparenza nei dati e nel targeting, IAB lancia un framework dedicato

IAB Tech Lab ha proposto al mercato un nuovo framework, chiamato “Data Transparency Framework”, volto ad offrire agli inserzionisti maggiori informazioni sul tipo di dati dei consumatori migliori per la segmentazione della pubblicità. “Senza un approccio coerente e flessibile all’organizzazione dei dati e alla loro etichettatura all’interno della supply chain, la possibilità di classificazioni sbagliate aumenta, producendo esperienze pubblicitarie più intrusive per i consumatori, investimenti pubblicitari meno efficienti e minori opportunità di monetizzazione per gli editori”, ha dichiarato l’associazione. Il framework fornirà informazioni standardizzate riguardo ai fattori che hanno portato un utente ad essere catalogato all’interno di un determinato segmento. Leggi di più su MediaPost.

Snap lancia un programma di finanziamento per le startup specializzate in contenuti mobile

Snap, società proprietaria di Snapchat, ha intenzione di investire nei creatori di contenuti mobile. L’azienda ha infatti annunciato la nascita di Yellow, un nuovo programma volto al finanziamento di startup specializzate nello storytelling mobile. Snap ha dichiarato di voler investire 150 mila dollari in ogni team ammesso al programma, mettendo anche a disposizione per tre mesi anche uno spazio all’interno della sua sede a Venice, in California. I partecipanti potranno anche distribuire i loro contenuti su Snapchat. Leggi di più su Variety.

Grapeshot (Oracle) lancia un nuovo tool per il targeting contestuale video

Cosa ne pensano gli utenti delle offerte personalizzate? Ne parliamo nella nostra rassegna di oggi insieme alle ultime novità di Oracle e Acxiom.

Grapeshot (Oracle) lancia un nuovo tool per il targeting contestuale video

Grapeshot, società di intelligence specializzata in soluzioni per la bran safety recentemente acquisita da Oracle, ha annunciato il lancio di un nuovo tool per il targeting contestuale all’interno dei contenuti video. Lo strumento si chiama Video Context: traduce in forma di testo la traccia audio di un contenuto video e poi analizza il testo per estrapolare delle categorie di contenuto. La categorizzazione viene poi embeddata all’interno di un player video, in modo che l’inserzionista possa già conoscere il tipo di contenuto di un filmato prima di acquistare ed erogare una campagna all’interno di esso. Leggi di più su MarTech Today.

Le offerte personalizzate piacciono agli utenti, ma solo se autorizzate

Agli utenti piacciono le offerte personalizzate, ma solo se hanno dato il consenso a riceverle. E’ quanto rileva una ricerca americana, secondo cui per due terzi delle persone un’offerta inviata solo a loro è più importante di una promozione mandata a tutti, e il 94% ne approfitterebbe. In cambio di offerte di questo tipo, circa metà degli utenti effettuerebbe acquisti prima del solito, il 41% cercherebbe prodotti da comprare in modo da poter usare l’offerta, e il 38% acquisterebbe qualcosa che vorrebbe ma di cui non avrebbe effettivamente bisogno. Tuttavia, il 40% dichiara di voler prima dare autorizzazione a ricevere tali offerte. Leggi di più su eMarketer.

Acxiom potrebbe vendere LiveRamp

Acxiom avrebbe intenzione di vendere LiveRamp, società specializzata in servizi di identity resolution e nel trasferimento di dati dal mondo offline a quello digitale (“data onboarding”). Il brand, un tempo al centro della strategia di trasformazione di Acxiom, potrebbe far gola a molti grandi nomi del panorama tech, come Adobe, Oracle, Salesforce e IBM. Quale il motivo di questa cessione? Forse un business che diventerebbe difficile da gestire con la GDPR e le sempre più stringenti normative globali, o magari la necessità, da parte degli investitori di Acxiom, di creare immediato valore. Leggi di più su AdExchanger.