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Contenuti video: quelli lunghi o ad episodi rendono meglio a livello adv, secondo gli editori

Oggi nella nostra rassegna parliamo di video, Snapchat e società di consulenza.

Contenuti video: quelli lunghi o ad episodi rendono meglio a livello adv, secondo gli editori

Gli editori sembrano preferire video di lunga durata o ad episodi, rispetto a brevi contenuti virali. I video più corti e virali, infatti, sarebbero una fonte più instabile di ricavi pubblicitari, in quanto la loro popolarità sarebbe legata alle piattaforme di distribuzione come Facebook, e ai suoi algoritmi sempre in evoluzione. I video più lunghi, invece, risulterebbero più efficaci sia a livello di mantenimento dell’audience che di ricavi adv, in quanto percepiti come premium rispetto ad altre tipologie di contenuto. Leggi di più su Axios.

Snapchat, in autunno arriva la nuova piattaforma di gaming

Snap, la società cui fa capo Snapchat, sta attivamente lavorando ad una piattaforma di gaming, il cui lancio è previsto per questo autunno. Il progetto, a cui l’azienda sta lavorando da almeno un anno, consentirà a sviluppatori esterni di creare giochi utilizzabili all’interno dell’app di Snapchat. Una mossa con cui Snap punta ad attirare nuovi utenti sul social e portarli a passare più tempo sull’app. La società starebbe già avviando accordi con alcuni produttori di giochi. Leggi di più su CNET.

L’epoca d’oro delle società di consulenza, sull’onda del trend del marketing “in-house”

Con la tendenza di molte aziende a portare in-house la gestione di parte del proprio business pubblicitario, le società di consulenza stanno vivendo una nuova epoca d’oro. Player come Accenture Interactive, PwC e Deloitte Digital si stanno infatti ponendo sempre più sul mercato come “abilitatori”, capaci di insegnare alle aziende come gestire qualcosa prima appaltato ad agenzie esterne e su cui le imprese hanno spesso carenza di competenze. E le aziende le percepiscono come partner obiettivi, non semplici venditori. Leggi di più su Digiday.

USA, programmatic a 10,1 miliardi nel 2014. Il 70% è “open market”

Negli Usa, il Programmatic Display Advertising ha generato 10,1 miliardi di dollari di ricavi nel 2014. Una cifra pari al 20% del valore complessivo della pubblicità su internet e al 52% del valore di tutte le attività display (video incluso), secondo il primo Programmatic Revenue Report dello IAB.

IAB_Programmatic_2Lo scorso anno, il cosiddetto “open market” ha fatto la parte del leone nell’ambito del programmatic a stelle e strisce: le aste aperte hanno contribuito per il 70% totale secondo lo studio, realizzato in collaborazione con PricewaterhouseCoopers US.

Nonostante gli open marketplace siano ancora saldamente la colonna portante dei ricavi programmatici, un cambiamento potrebbe essere in arrivo: «Tenete a mente che si tratta di dati 2014», ha dichiarato Sherrill Mane, SVP of research, analytics and measurement dello IAB. «Verso la fine del 2014 e nei primi mesi del 2015, nella industry si è cominciato a parlare di più di altre metodologie di scambio programmatico tra inserzionisti ed editori: fixed rates, automated guaranteed e private exchanges».

Alle parole corrispondono i fatti: lo stesso studio suggerisce quindi che già quest’anno, il peso delle “nuove” tipologie di programmatic, che garantiscono maggior livello di trasparenza e controllo sia per la domanda che per l’offerta, dovrebbe crescere in maniera sensibile.

In base alla definizione usata per lo studio, i ricavi programmatici includono le attività non search e non “native” vendute e acquistate attraverso i canali programmatici su internet e mobile. IAB e PwC hanno monitorato sia i ricavi dei publisher, sia dei player dell’ad tech: a quanto risulta, lo scorso anno, sono proprio le piattaforme tecnologiche ad aver realizzato la maggior parte dei ricavi, il 55%, contro il 45% dei ricavi appannaggio degli editori.

IAB_Programmatic_1Altro aspetto interessante: il Programmatic negli Usa appare essere un mercato concentrato, ma con una coda lunga dal peso non trascurabile: nel 2014 il 66% dei ricavi totali si divideva tra le prime 10 compagnie, ma allo stesso tempo il 25% era generato da player non compresi tra i 25 più importanti.

Infine, il banner è stato il formato predominante del programmatic americano nel 2014, ma è probabile, dice lo studio, che altre tipologie cresceranno maggiormente nel prossimo futuro: nel dettaglio, lo scorso anno l’80% del mercato del Programmatic era fatto di banner, ma video e formati mobile sono destinati a guadagnare quote in fretta.

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