Main partner:

Jobs

Sublime Skinz: a Milano l’Italian Publisher’s Night. Sul palco Moto.it e Netaddiction

Nata a Parigi sul finire del 2012, Sublime Skinz è oggi una realtà presente a livello mondiale (ha uffici in Europa, USA e Asia) e da 140 dipendenti. Presidia nello specifico 14 Paesi tra cui l’Italia dove è presente da poco più di un anno con una sede che vede attivi Stefania Giovinazzo nel ruolo di Account Director Italy, Marie Remy, Publisher Development Director EMEA, e Lorenzo Bini, Publisher Sales Manager Italy (protagonista del video che proponiamo di seguito).

Quello che caratterizza Sublime Skinz sono i formati che propone, formati che rispondono a tre aggettivi solo apparentemente antitetici come Impattanti, Visibili ma anche Non Invasivi.

È stato questo il fil rouge che ha accompagnato l’incontro che nella giornata del 14 giugno Sublime Skinz ha voluto organizzare con i publisher italiani. La Italian Publisher’s Night di Sublime Skinz ha visto l’azienda presentare la propria offerta, esposta in primis dal Managing Director EMEA, Andrew Buckman: «La nostra mission è quella di permettere ai marchi di fare branding anche online, canale generalmente associato più a un concetto di performance, proponendo ai publisher strumenti per monetizzare, ma concedendo al tempo stesso ai brand la giusta visibilità e agli utenti un’esperienza di navigazione che possa coinvolgerli e allo stesso tempo emozionarli».

Con questo obiettivo in mente, l’azienda francese ha deciso di spingere di più sul nostro mercato, che si configura a oggi come quarta country all’interno del network. Anche a fronte di questo, a breve annuncerà l’arrivo di un nuovo Sales Manager nel team Italia che andrà a incrementare il lavoro di Stefania Giovinazzo, e si prepara a lanciare un nuovo formato mobile video, come rivelato da Marie Remy in sede di conferenza.

Moto.it e Netaddiction a confronto con Sublime Skinz

L’offerta di Sublime Skinz continua ad arricchirsi dunque e sempre più in ottica cross-device: «Quello a cui puntiamo e sul quale spingiamo le aziende e i publisher a riflettere è di non pensare più a fare campagne diverse prendendo a riferimento il device, ma di pensare a campagne che abbiano come obiettivo quello di raggiungere un dato utente, indipendentemente dal device che si utilizza per farlo», ha spiegato in un secondo momento della serata Buckman. Un momento in cui protagonisti sono stati anche due rappresentanti dell’editoria online italiana, nello specifico Daniele Gulti, Partner e Head of Sales di Netaddiction, e Veronica Lorenzon, Ad Operations Manager di Moto.it.

Moderati dal Direttore di Engage, Simone Freddi, Buckman, Gulti e Lorenzon sono stati messi a confronto proprio sulla percezione del rapporto fra online e branding. Più nello specifico, tra performance, branding e programmatic. «Online questo rapporto sembra essere agli antipodi, ma in realtà sono solo modi diversi di tendere al risultato», afferma Gulti.

Il fine ultimo rimane di convincere il “pubblico” a porre attenzione alla marca e ai suoi valori, utilizzando formati online che possano impattare e non assalire l’utente. «Così si fa branding online senza rinunciare alla gestione degli spazi con il programmatic o alle performance», ribadisce Buckman.

Resta però un nodo fondamentale da sciogliere: quello della misurazione.

Le misure e i KPI a cui si assoggetta l’online sono legate sostanzialmente alle performance: «Il problema è che offline tutti i tipi di misurazione sono a carattere probabilistico, mentre invece online tutto è misurabile. Il problema è che misurare tutto spesso genera confusione e la deriva del branding nella performance», dice Buckman. Fatto che troppo spesso porta a usare metriche, tipo il CTR, per valutare una campagna di branding, «e questo inevitabilmente sposta l’attenzione su formati più impattanti che troppo spesso ignorano le esigenze dell’utente», spiega Veronica Lorenzon.

Insomma, il nodo resta quello di mettere a fattor comune i plus delle campagne di branding, delle metriche e del programmatic, che permette una migliore gestione della dispersione e un maggiore controllo dei risultati raggiunti. Un nodo che scioglie Sublime Skinz con formati che puntano all’utente con l’intenzione di permettergli di creare un rapporto con i brand, generando una relazione con essi proficua per tutti gli attori coinvolti, publisher compresi.

Madvertise a fianco degli editori emergenti con il “Madvertise Developer Fund”

La concessionaria di pubblicità specializzata in mobile Madvertise inaugura il “Madvertise Developer Fund”, un nuovo progetto di monetizzazione a forte impronta “ad tech” dedicato agli editori “emergenti”.

Aderendo a MDF, giovani editori e sviluppatori di app potranno avere accesso a un budget dedicato a loro, facendo fruttare i loro spazi pubblicitari su mobile. L’iniziativa, spiega una nota, fa sì che tutti i ricavi generati dagli annunci rimangano all’editore, garantendo infatti revenue share particolarmente competitivi su campagne in programmatic e reservation e il 100% di revenue share sulla mediation, previa l’implementazione dell’SDK Madvertise.

“In Italia le realtà ambiziose, di qualità, che garantiscano ambienti brand safe non mancano, ma molte di queste sono ancora in fase di sviluppo per quel che riguarda la distibuzione della loro inventory mobile”, afferma Francois Roloff, COO di Madvertise.

Per i publisher che aderiranno al fondo (a cui è possibile candidarsi qui, ndr) sarà sufficiente implementare l’SDK per godere dei vantaggi offerti dal programma. “Il mercato è sempre più frammentato in termini di nuovi editori” – aggiunge Tommaso Rossi, Managing Director di Madvertise Italia – “Il nostro obiettivo è avviare una collaborazione con i candidati più promettenti. Il Madvertise Developer Fund si propone appunto di far integrare l’SDK Madvertise a tutte le testate con grande potenziale, ma ancora in fase di crescita, invitiamo dunque tutti gli editori con contenuti di qualità, una struttura già avviata per gli spazi pubblicitari e almeno 20.000 utenti attivi al mese ad aderire al programma”.

“Madvertise Developer Fund”, la concessionaia fa insomma da apripista per quei budget pubblicitari a cui le testate più verticali spesso non riescono ad avere accesso. “Abbiamo avuto un’esperienza molto positiva nella collaborazione con GoalAlert, app che fornisce risultati calcistici in real-time“, spiega Roloff. “Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2015 l’app ha registrato 1 milione di utenti unici. È stato il risultato di strategie basate sull’attenzione a monetizzazione e rispetto della user experience, aspetti di cui un publisher deve necessariamente tener conto per affermarsi sul mercato.”. Allo stesso modo sono cresciute con Madvertise, per diventare le più importanti app del network, realtà come FantaMaster, Squid e Cinetrailer.

Madvertise è integrata con le principali SSP, il che permette a tutti i partner di lavorare con brand di valore in ambienti di alta qualità. Per maggiori informazioni visitare il sito

Google contro le inventory fraudolente: novità per gli editori su AdSense e DoubleClick

Quella delle inventory fraudolente è oggi una delle principali criticità dell’industria digitale, e sempre più società si stanno impegnando a trovare dei modi di porre un freno a questo trend. Tra le possibili soluzioni, ce n’è una su cui si stanno concentrando gli sforzi di molti operatori: Ads.txt, un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory.

Questo strumento, ideato da IAB Tech Lab, ha ricevuto sin da subito il plauso e l’endorsement di vari player, tra cui Google. E oggi Big G continua a spingere sull’adozione di questo strumento da parte degli editori, attraverso una serie di novità inerenti AdSense e DoubleClick.

Queste novità sono per lo più volte a frenare una tipologia ben precisa di pubblicità fraudolenta: il cosiddetto “domain spoofing“, ossia la vendita di inventory con l’URL di un sito premium, ma che in realtà sono spazi appartenenti a property ben meno prestigiose.

Sono tre le novità annunciate da Google. La prima è che su AdSense inizieranno ad essere mostrati degli alert nell’interfaccia utente, che segnaleranno agli editori eventuali errori identificati dal sistema nel loro file ads.txt.

Inoltre, entro la fine di questo mese, l’ad server DoubleClick for Publishers includerà un generatore Ads.txt e un validatore, per aiutare gli editori a creare le loro liste di venditori autorizzati e correggere o modificare i loro elenchi già esistenti.

Entro quest’anno, infine, DoubleClick Ad Exchange e AdSense filtreranno l’inventory non autorizzata, in base a quanto scritto sui file Ads.txt, escludendola dalle proprie aste.

SpotX si potenzia nell’header bidding video con l’integrazione di Amazon TAM

Cresce il numero di piattaforme di vendita ed exchange integrate con Transparent Ad Marketplace, la soluzione header bidding server-side di Amazon. A PubMatic, Rubicon Project e Facebook Audience Network si aggiunge infatti adesso anche SpotX.

Grazie all’accordo, dedicato alla pubblicità video, gli editori che utilizzano la soluzione header bidding TAM potranno avere accesso alla suite di strumenti self-service di programmatic direct di SpotX, tra cui il team Demand Facilitation, i Curated Marketplace, e i vari tool di insight, verifiche e trasparenza della piattaforma. E quelli, d’altro canto, che già utilizzano SpotX potranno migliorare ricavi e user experience con una singola chiamata al marketplace cloud-based di TAM, dove tutte le fonti di domanda competono allo stesso livello.

«L’integrazione consentirà agli editori di massimizzare i ricavi e il controllo unendo le fonti di domanda di Amazon alle integrazioni di SpotX con oltre 65 DSP», ha commentato Sean Buckley, CRO at SpotX, aggiungendo che grazie ad essa sarà possibile anche avviare transazioni in private marketplace basate su deal ID. Dallo scorso aprile, la piattaforma di vendita di SpotX è aperta a soluzioni di terze parti: gli editori ora possono infatti avere accesso a sorgenti di domanda provenienti da diversi fornitori di header bidding, così come dalle varie DSP integrate nella piattaforma SpotX.

«Con l’ampia esperienza di SpotX nella gestione dei contenuti video, e la semplicità e trasparenza di TAM, queste integrazione farà sì che i broadcaster possano sbloccare i più alti CPM programmatici, erogando allo stesso tempo un’ottima esperienza video», ha aggiunto Ken Leeder, General Manager di Amazon Publisher Services.

Google annuncia novità all’insegna dei dati per gli editori

In arrivo da Google una serie di importanti novità a supporto degli editori.

In occasione del suo Publisher Leadership Summit di Chicago, Big G ha presentato Insights Engine Project, una suite di prodotti data-driven che per la prima volta consentiranno ai publisher di avere quello stesso tipo di informazioni sul pubblico che normalmente venivano fornite solo alle aziende per l’acquisto di pubblicità targettizzata. Questo tipo di insight potranno essere utili agli editori per comprendere meglio il loro pubblico, e in ultima istanza per proporre ad esso contenuti e pubblicità più rilevanti, anche in ottica di promozione degli abbonamenti.

Dietro l’annuncio di Insights Engine Project c’è la volontà, da parte di Google, di portare le capacità della società in termini di cloud computing e machine learning all’interno dei sistemi di reportistica e forecasting di DoubleClick. Per rendere più facile questo processo, è in fase di test la connessione di DoubleClick con due strumenti: la data warehouse BigQuery e la dashboard Data Studio, entrambi in fase beta e la cui definitiva disponibilità è prevista per l’inizio del 2018. Una connessione che di fatto consentirebbe agli editori di concentrare tutte le attività riguardanti i dati in un’unica warehouse e di avere un unico strumento (Data Studio appunto) per la reportistica.

Ma non sono solo queste le novità. All’evento, Google ha annunciato anche le Insight Cards, uno strumento che verrà lanciato nei mesi a venire e che è qualcosa di simile a Google Analytics, ma potenziato dal machine learning e focalizzato su informazioni e trend di tipo pubblicitario come la viewability e la latenza, ma anche i cali di traffico e le loro possibili cause. Le Insight Cards verranno lanciate nei mesi a venire, così come un’altro strumento dell’offerta, una soluzione di forecasting che consentirà di effettuare delle previsioni su temi come i settori di crescita dei ricavi, effettuate sulla base di dati storici e di aggiustamenti stagionali.

Ultimi ma non per importanza sono Audience Insights Report e Audience Insights in Programmatic Deals, entrambi in fase di test. Il primo offrirà ai partner degli editori informazioni aggregate sugli utenti di tipo demografico o riguardanti la tipologia di contenuti che il pubblico consulta; il secondo connetterà queste informazioni alla DSP DoubleClick Bid Manager. Entrambi sono dei tool volti a rendere le inventory più pregiate e dunque meglio monetizzabili.

Novità da Google sulla piattaforma Exchange Bidding

In occasione dell’evento di Chicago, Big G ha fatto sapere che i lavori su Exchange Bidding (l’alternativa all’header bidding, ex EBDA) stanno andando avanti, e che il prodotto dovrebbe essere ufficialmente disponibile nella prima parte del prossimo anno.

Attualmente, la soluzione è in fase di fine-tuning, e Google si starebbe occupando anche della ricerca di nuovi publisher.

Ads.txt: quanti editori lo hanno adottato?

E’ stato ufficialmente lanciato qualche mese fa nella sua versione definitiva, ma quanto oggi lo strumento Ads.txt è effettivamente utilizzato?

Era maggio quando IAB Tech Lab annunciava la disponibilità di Ads.txt, un nuovo tool contro le frodi, una soluzione che si proponeva di rendere più sicure le transazioni pubblicitarie via piattaforma, rispondendo alle preoccupazioni degli inserzionisti. Di fatto, un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory.

Col tempo, lo strumento è stato perfezionato, ed ha ricevuto l’“endorsement” di varie società, oltre la stessa IAB, tra cui anche Google che, dopo aver condotto dei test, si è accorta che alcune delle proprie inventory (o meglio, inventory spacciate come di Google) venivano commercializzate a sua insaputa da provider esterni.

Nonostante gli importanti promotori, sembra però che la soluzione fatichi a prendere piede. Uno studio condotto da MarTech Today ha rivelato che dei 500 siti a maggior traffico americani, solo 34 utilizzano il tool. Perché? I motivi sono diversi. Secondo Digiday, ad esempio, il fatto che i team tecnologici sono spesso oberati di lavoro su altri progetti, e tra questi Ads.txt non è una priorità. O che la comprensione di quanto Ads.txt possa portare beneficio alle property di un editore si perda nei labirinti dell’organizzazione aziendale, dove spesso i team di prodotto, commerciali e di ad operations operano in maniera indipendente tra loro, e all’interno della catena non tutti hanno abbastanza familiarità con l’ambiente ad tech da capire gli effetti negativi delle frodi pubblicitarie e sentire l’esigenza di adottare soluzioni per contrastarle.

Alcuni editori, inoltre, utilizzano reseller non autorizzati per far crescere la domanda sui loro spazi, e preferirebbero evitare di farlo sapere agli inserzionisti. Per loro, eliminare questi rivenditori potrebbe implicare far diminuire la domanda pubblicitaria.

Certo qualcosa potrebbe cambiare se alcuni inserzionisti cominciassero a selezionare per i loro acquisti pubblicitari solo gli editori che utilizzano la soluzione. Ma per farlo, dovrebbero avere dall’altra parte un bacino abbastanza ampio di inventory da cui pescare. Diversi grandi editori hanno già adottato Ads.txt: tra di loro ci sono ESPN, Business Insider, Forbes, USA Today Network, The New York Times, The Washington Post, Vox Media e il New York Post. Ma tra quelli che non lo hanno fatto ci sono editori altrettanto importanti: solo per citarne alcuni, Bloomberg, The Wall Street Journal, HuffPost e BuzzFeed.

Fausto Amorese, System 24: «La “filiera lunga” del Programmatic penalizza gli editori»

«Il Programmatic? Sicuramente è una modalità di vendita che porta alcuni vantaggi, ma prima di utilizzarla bisogna capire se è davvero redditizia per un editore». Sono le parole di Fausto Amorese, Direttore Radio, Quotidiano e Periodici specializzati di System 24, intervistato da Programmatic Italia nei giorni scorsi in occasione della presentazione dei palinsesti autunnali di Radio 24.

«Per noi della radio, il Programmatic è ancora agli albori. Qualcosa si sta muovendo all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, ma in Italia la vendita automatizzata di spazi sulle frequenze radiofoniche è ancora un mercato acerbo – ci ha spiegato -. Detto questo, anche se guardiamo a un mezzo da questo punto di vista molto più avanzato, il digital, la situazione non è delle più favorevoli per chi vende spazi pubblicitari».

La riflessione di Amorese chiama in causa il proliferare di intermediari che finisce per allungare la catena del valore, con conseguenze non sempre positive per i publisher. «La filiera del Programmatic è molto lunga – ha proseguito il manager -, e in un processo di compravendita di uno spazio le piattaforme coinvolte sono innumerevoli. Questo fa sì che di quello che spende un inserzionista per quel posizionamento, soltanto una minima parte arriva nelle tasche dell’editore, il resto si perde tra tutti i vari attori chiamati in causa. Quindi, ne vale davvero la pena?».

Per ora quindi la concessionaria continua sulla strada degli accordi diretti sul mezzo radio, una strada che peraltro sembra ben redditizia. «Gli ultimi dati FCP danno un +5% per la radio nel semestre, e un +8,9% nel solo giugno contro lo stesso mese del 2016 – ci ha risposto il manager – e i risultati di System 24 sono in linea con questo mercato».

Google contro le inventory fake. Il colosso promuove l’uso di Ads.txt

Quello delle inventory fraudolente è un tema caldo della pubblicità digitale, additato come una delle principali criticità della compravendita di spazi in programmatic.

Su questo tema prende posizione ora anche Google, che insieme ad alcuni grandi editori sta spingendo Ads.txt, un progetto di IAB volto a porre un freno al fenomeno delle inventory fasulle. Un trend dietro cui si nascondono diverse pratiche, dalla vendita di impression prodotte da traffico non umano alla commercializzazione di spazi su siti di bassa qualità spacciati per posizionamenti premium (e fatti pagare come tali): tutti però hanno un comune denominatore, ossia fanno perdere investimenti ad ignari inserzionisti e, a lungo andare, minano la fiducia delle aziende negli acquisti pubblicitari su piattaforma.

Secondo quanto riporta Business Insider, Google avrebbe cercato di misurare il numero di annunci fraudolenti presenti sul mercato, conducendo in sordina, insieme ad alcune media company come NBCU, CBS e il New York Times, una serie di test.

I test consistevano in uno “spegnimento” di tutte le proprie inventory programmatiche per brevi periodi (10-15 minuti) e nella verifica, nel frattempo, delle liste di spazi disponibili sui vari ad exchange. Il risultato? Migliaia se non milioni di posizionamenti video e display risultavano disponibili su varie piattaforme di scambio, nonostante in effetti in quel momento gli stessi non fossero ufficialmente in vendita (i numeri assoluti non sono ancora stati ufficializzati).

Il fenomeno, dunque, è ben più ampio di quanto si possa pensare. Per questo, secondo Big G, è necessario correre ai ripari. La società di Mountain View avrebbe a tal proposito avviato una serie di incontri con i CEO di varie DSP, tra cui MediaMath, DataXu e The Trade Desk, per promuovere l’utilizzo dello strumento Ads.txt come possibile soluzione.

Ads.txt è un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory. Uno strumento, ideato da IAB Tech Lab con il supporto del Trustworthy Accountability Group, che si propone di risolvere il problema delle inventory fasulle, in particolare di quelle spacciate come premium ma che invece non corrispondono a quanto descritto al momento della vendita, perché commercializzate da venditori non autorizzati. Un po’ come dei Rolex non originali.

IAB lo sta promuovendo molto. E se avrà dalla sua anche un colosso come Google, c’è da aspettarsi che l’adozione di questo strumento crescerà, e con esso la sua efficacia nel combattere il fenomeno delle frodi.

Da IAS una nuova soluzione che dà più controllo agli editori

Massimizzare i ricavi sull’inventory, ridurre lo spreco di impression e snellire il flusso di lavoro attraverso una piattaforma automatizzata e in real-time. E’ questo l’obiettivo della nuova soluzione di ottimizzazione di Integral Ad Science (IAS) dedicata agli editori. Uno strumento volto a fornire ai proprietari di media una nuova fonte di dati per combattere problematiche urgenti come la viewability, la brand safety e l’ad fraud e offrire risultati qualitativamente migliori ai loro inserzionisti.

Con un ecosistema pubblicitario che invoca trasparenza, gli editori si trovano infatti sempre più sotto pressione per fornire un inventario di qualità in linea con le aspettative degli inserzionisti. In base a un recente report di eMarketer, il 69% degli editori esprime preoccupazione riguardo alla viewability e alle richieste sempre più frequenti di non far pagare gli annunci non visualizzati, questione che si ripercuote direttamente sui loro flussi di entrate.

«I brand e le agenzie continuano a richiedere agli editori di dare una risposta alle sfide del settore su viewability, brand safety e frodi – commenta Dave Marquard, Vicepresidente della divisione Gestione del Prodotto di IAS -. Grazie alla nostra soluzione di ottimizzazione, gli editori possono sfruttare i dati e gli strumenti che erano generalmente disponibili esclusivamente agli inserzionisti. Tale visibilità permette ai publisher di analizzare dati che eliminano sprechi in tutto il settore».

Tante le possibilità offerte dalla nuova soluzione. Grazie ad essa infatti è possibile prevenire la fornitura in eccesso e gli scarti di stampa delle campagne di viewability; personalizzare la viewability, la brand safety e gli obiettivi di IVT basati sui requisiti specifici degli inserzionisti; snellire il flusso di lavoro grazie a un’ottimizzazione e una fornitura di annunci automatizzate in tempo reale; automatizzare la creazione di accordi in PMP (Private Marketplace) altamente visibili, sicuri per il marchio e privi di frodi per i compratori programmatici; e monitorare e isolare le attività fraudolente su dispositivi mobili.

La novità ha riscosso già parecchio successo tra i suoi utilizzatori. Uno su tutti, Business Insider: «IAS ha compiuto un grande passo in avanti nel trovare un terreno comune sulla misurazione e sul controllo tra domanda e offerta – spiega Marc Boswell, Vicepresidente senior della divisione Vendite e Servizio clienti della testata digitale -. Grazie all’ottimizzazione per gli editori, questi ultimi possono finalmente disporre di una soluzione in tempo reale che li aiuta a fornire un inventario controllato ai propri clienti. Siamo stati in grado di migliorare significativamente il rendimento delle campagne, di ridurre drasticamente gli scarti di stampa e, conseguentemente, di eliminare l’IVT».

 

Pubblicità su Apple News: gli editori potranno utilizzare i propri partner tecnologici

Attualmente, Apple ha un forte controllo sull’erogazione della pubblicità sulla sua app News. Un sistema che secondo gli editori che usano l’applicazione per distribuire i loro contenuti non è particolarmente redditizio.

Ma stando a quanto riporta Advertising Age, Apple News potrebbe presto consentire ai publisher di utilizzare le loro tecnologie per vendere gli spazi pubblicitari sui contenuti veicolati tramite l’app. Un sistema che di fatto porterebbe Apple News a diventare molto più simile a un’estensione dei siti online degli editori di quanto non lo sia adesso. I publisher, infatti, potranno utilizzare gli stessi partner e piattaforme ad tech cui fanno affidamento per le loro property, come DoubleClick for Publishers o altri.

Attualmente i proprietari di media possono impostare l’erogazione di pubblicità sui loro articoli all’interno di Apple News, su vario tipo di formati tra cui banner tradizionali e video (esiste anche un formato native Sponsored Content), ma il processo, secondo quanto riporta la testata, è complesso e lungo. Utilizzare i propri partner tecnologici lo renderebbe più semplice e redditizio.

Né le AMP di Google né gli Instant Articles di Facebook danno questa possibilità.

L’aggregatore di notizie di Apple nasce nel 2015, ed oggi è la 15esima maggiore applicazione negli Stati Uniti, sia su iOS che su Android, con 47 milioni di utenti al mese. Ma nonostante questa sua popolarità, non è mai riuscita ad offrire agli editori le revenue sperate a fronte di un’utenza così ampia.

Apple è stata sempre molto attenta ad utilizzare con parsimonia l’ad tech all’interno dei propri prodotti (la società tra l’altro ha recentemente annunciato che, nella nuova versione del sistema operativo, Safari ospiterà un sistema di bloccaggio degli spot in auto-play e un filtro anti-tracciamento) e adesso, insieme al progetto di consentire agli editori di utilizzare i propri partner, avrebbe in mente anche di offrire l’accesso ai contenuti dell’app al costo di una fee, con forme di micropagamento, come fonte alternativa di ricavi per i publisher.