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Zebestof cambia nome e diventa ZBO Media

Zebestof, trading desk specializzato nell’acquisto di spazi pubblicitari in programmatic, cambia nome e diventa ZBO Media.

La piattaforma, acquisita nel 2014 dal gruppo Figaro CCM Benchmark, opta quindi per una nuova identità di brand che nei progetti dovrebbe facilitarne l’internazionalizzazione e sottolinearne l’ancoraggio al più importante gruppo editoriale digitale in Francia.

“Siamo il solo trading desk che può sfruttare tutti i dati del gruppo Figaro CMM Benchmark (primo gruppo editoriale per audience e quarto in assoluto dopo Google, Facebook e Microsoft, ndr), che raggiunge 37,4 milioni di visitatori unici secondo gli ultimi calcoli di Médiamétrie//Netratings, il tutto nel rispetto del GDPR”, sottolinea infatti il direttore generale Antoine Saglier.

La società dichiara una crescita del giro d’affari del 30% nel 2018 e annuncia di voler fare altrettanto bene quest’anno. «Speriamo di accelerare ancora nel 2019 con una squadra più ampia, importanti investimenti in ricerca e sviluppo e nuovi clienti».

Nel nostro Paese, Zebestof – che ha recentemente rinnovato la propria piattaforma tecnologica, ora aperta anche a formati innovativi come il DOOH e il Programmatic Audio – è guidata da Giacomo Zampieron, country manager Italy.

«Nel 2018 abbiamo registrato una crescita a doppia cifra anche all’estero e in Italia per la divisione trading desk, che opera attraverso una DSP proprietaria e sulle principali soluzioni Adtech per fornire alle aziende e ai loro centri media un’unica soluzione omnichannel per le campagne, garantendo ottime prestazioni su tutti i mercati in Europa e oltreoceano», spiega Zampieron a Programmatic Italia.

«Se da un lato ZBO media ha saputo sviluppare nuovi algoritmi a partire dai propri dati esclusivi, dall’altro ha scelto di posizionarsi sulla personalizzazione di progetti trasversali e sulla consulenza al cliente, non solo in ambito key accounting. ZBO media propone ormai servizi complementari di formazione, consulenza editoriale e trasformazione digitale in azienda. anche in Italia presso la nostra filiale a Milano. L’affidabilità, l’efficacia dei nostri strumenti, il sostegno all’innovazione da parte di Figaro CCM Benchmark, sono gli elementi chiave per capire la continuità del nostro lavoro in Italia da fine 2013», conclude Giacomo Zampieron».

Il programmatic in Italia cresce del 18% e raggiunge 482 milioni di euro

Nel 2018 il mercato della pubblicità programmatica in Italia raggiunge i 482 milioni di euro e cresce del 18%. Questa componente si assesta quindi al 16% del totale Internet advertising (era il 15% nel 2017) e al 26% della Display advertising (era il 25%). Sono i dati diffusi oggi dall’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano nel corso del convegno “Data&Media: handle with care!”.

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Il mercato italiano è in continua crescita anno su anno, ma con tassi non così alti se confrontati con altri paesi: sempre nel 2018 infatti Germania e Francia crescono ben oltre il 30%, gli Stati Uniti del 30% e il Regno Unito del 25%, mercati tra l’altro che hanno una penetrazione del Programmatic sulla componente Display più alta rispetto a quella dell’Italia.

“Al di fuori della raccolta dei grandi player Over The Top (OTT), esiste ancora una buona fetta di investimenti in reservation (ossia in acquisto diretto senza automazione), sulla quale il mercato Programmatic potrebbe crescere”, ha spiegato Andrea Lamperti, Direttore dell’Osservatorio Internet Media. “Tuttavia, anche altri ‘mondi’ come Addressable Tv, digital out-of-home e digital audio portano con sé la possibilità di pianificare spazi in modalità programmatica. Con la crescente diffusione di smart tv, monitor digitali e smart speaker, questi spazi pubblicitari saranno sempre più presenti sulle piattaforme in Programmatic e nelle disponibilità degli investitori. È da qui che potrà arrivare principalmente la crescita del Programmatic nei prossimi anni”.

Il mestiere del programmatic trader? Servono nervi saldi e tanta pazienza. Lo rivela uno studio

Processi disparati, complessità superflue e reportistiche farraginose appesantiscono il lavoro dei “programmatic traders” – ovvero coloro che si occupano dell’impostazione, del monitoraggio e dell’ottimizzazione delle campagne pubblicitarie in programmatic – spesso a discapito della qualità del modo in cui vengono impiegati.

E’ quanto rileva una ricerca internazionale dell’ad tech company CtrlShift, secondo cui tra l’altro due terzi dei “programmatic traders”, si trovano a dover gestire continuamente sei o più campagne pubblicitarie alla volta. Altri problemi frequenti sono l’alto numero di piattaforme utilizzate e la reportistica, ancora prevalentemente “fatta a mano”.

Monitorando professionisti in tutto il mondo,  il report “Hot Traders Trade” di CtrlShift accende i riflettori sui crescenti sforzi richiesti agli operatori del programmatic, e sottolinea che il carico di lavoro non consente loro di utilizzare al meglio le proprie abilità.

Il ruolo infatti richiede “non solo una conoscenza in profondità di molteplici piattaforme e strategie di ottimizzazione, ma anche una comprensione dei consumatori e un bisogno costante di essere aggiornati sugli ultimi trend”, nota il chief executive di CtrlShift Dominic Powers.

“L’errore più tragico del settore è il sotto-utilizzo dei nostri operatori programmatici”, avverte Powers. “C’è poco spazio per sfruttare il loro contributo come veri knowledge worker, quando vengono impiegati per così tanto del loro tempo a gestire complessità superflue e processi disparati”.

La ricerca avvalora queste considerazioni con una serie di evidenze, come il fatto che il 48% dei rispondenti dice di impiegare cinque o più piattaforme tecnologiche diverse al giorno, mentre quasi il 20% ne usa otto o più quotidianamente.

Secondo la ricerca, oltre la metà delle campagna vengono ottimizzate da una a tre volte alla settimana, mentre un altro 33% da 3 a 6 volte. Secondo l’opinione generale degli operatori, le campagne con un budget “piccolo” (sotto i 50 mila dollari) sono più complesse da gestire rispetto alla grandi campagne da oltre 1 milione di dollari (probabilmente per la loro natura focalizzata sulla “performance”).

Se le ottimizzazioni non sembrano poi così numerose, forse è anche perché gli operatori impiegano ancora molto tempo nella reportistica. Il 42% dei rispondenti afferma che più della metà dei report sono stati ancora eseguiti manualmente e il 29% crea report manuali l’80% delle volte.

Considerati tutti questi fattori, CtrlShift si spinge a mettere in evidenza un rischio significativo di burnout per i programmatic specialists. Non sarebbe quindi un caso che quasi la metà dei 93 intervistati avesse trascorso meno di 12 mesi nel suo ruolo attuale.

Zenith: in Italia l’evoluzione del programmatic lato editori è “completa”

Tra il 2017 e il 2020, in Italia il programmatic guadagnerà oltre 10 punti percentuali di quota nell’ambito della spesa in pubblicità display, passando dal 27% del 2017 al 38,5% del 2020. Lo calcola Zenith, la media agency di Publicis Groupe, nel suo ultimo Programmatic Marketing Forecast.

A livello qualitativo, il mercato italiano secondo la fotografia di Zenith è ancora dominato da Google in termini di tecnologie programmatiche, sia sul lato DSP che SSP. Ci sono però altri attori importanti che stanno acquisendo rilevanza in termini di spesa pubblicitaria e quota di mercato. Anche i principali protagonisti globali, come Brightroll e Amazon, si stanno espandendo nel nostro Paese.

I ricercatori di Zenith notano inoltre come un numero crescente di aziende ha ora le proprie tecnologie DMP; in questo campo i tre principali player globali sono Oracle, Adobe e Salesforce.

La crescita nel programmatic trading è stata parzialmente guidata dai mercati più maturi, e dall’ingresso di player internazionali nel mercato italiano che hanno spinto nuove soluzioni tecnologiche per l’efficienza. Da parte loro, le agenzie pubblicitarie hanno sviluppato una forte conoscenza interna sul programmatico, formando team esistenti e inserendo professionisti dedicati e specializzati, con l’obiettivo di soddisfare al meglio le esigenze dei propri clienti.

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In Italia il programmatic advertising sta crescendo perché, commenta Zenith, consente un maggiore controllo del budget, migliori KPI e un più alto ritorno sull’investimento. Le aziende ne sono consapevoli e stanno quindi spostando parte degli investimenti pubblicitari in questo ambito. Nel nostro Paese, la maggior parte delle offerte viene ancora consegnata nel mercato aperto, ma il contributo dei mercati privati è in aumento, unitamente a contratti garantiti. Distribuendo i budget attraverso le offerte, esiste la possibilità di diversificare le strategie, indirizzare e monitorare i KPI e soddisfare le esigenze dei clienti raggiungendo il pubblico di riferimento, a seconda degli obiettivi della campagna.

Sempre secondo Zenith, l’evoluzione del mercato lato editori del programmatic è completa. Alcuni anni fa i grandi editori “istituzionali” (cioè quelli con un background di media tradizionale, come tv e stampa) si sono avvicinati all’arena programmatica con difficoltà; ciò era dovuto al controllo del CPM, che non è fisso come per gli acquisti tradizionali. Tuttavia, ora tutti usano dati e tecnologia per spingere la propria inventory.

Osservando la differenziazione tra diretto e programmatico, nel nostro mercato alcuni formati devono essere ancora acquistati in modo tradizionale, ad esempio per garantire l’esclusività in pagina.

Infine, l’ad tech sta compiendo rapidi passi anche al di fuori dell’online tradizionalmente inteso: Adressable TV, Dooh e radio stanno muovendo i primi passi nelle vendite programmatiche, con l’inventory di questi media che sta aumentando. “Prevediamo che nei prossimi cinque anni il programmatic sarà consolidato”, conclude Zenith in una nota.

Nel 2019 il Programmatic costituirà il 65% degli investimenti pubblicitari sul digitale

Nel 2019, il 65% degli investimenti pubblicitari sul digitale nel mondo sarà effettuato in programmatic, con una spesa pubblicitaria di 84 miliardi di dollari, contro i 70 miliardi di dollari e una share del 62% di quest’anno. Lo calcola Zenith, media agency del gruppo Publicis, nella nuova edizione del Programmatic Marketing Forecast. Spesa prevista in aumento anche per il 2020, con una share del 68% pari a 98 miliardi di dollari (con “mezzi digitali” Zenith intende tutte le forme di pubblicità a pagamento online, inclusi video online e social media, escludendo la paid search e il classified advertising).

Oltre alle previsioni sugli investimenti, la ricerca fa il punto anche su altri aspetti più qualitativi: in questo frangente, Zenith sottolinea come aumentano le tipologie di formati pubblicitari disponibili per l’advertising in programmatic, in particolar modo formati audio e video online e formati per il mobile. Altro aspetto focale dello studio: sempre di più, il compito di brand e agenzie sarà quello di spingere gli editori a migliorare la qualità della propria inventory, sia in termini di brand safety che di viewability.

Programmatic: i principali mercati

In termini di valore, il mercato più importante per il programmatic advertising è quello degli Stati Uniti per il quale ci si aspetta per il 2018 una spesa di 40,6 miliardi di dollari. La Cina è al secondo posto con 7,9 miliardi di dollari, seguita dal Regno Unito con 5,6 miliardi di dollari.

Gli Stati Uniti si confermano anche il mercato con la più alta share di programmatic sul totale digital advertising: l’83% nel corso dell’anno. Seguono il Canada con l’82%, UK con il 76% e la Danimarca con il 75%. Entro il 2020, il programmatic advertising rappresenterà oltre l’80% dei media digitali in tutti e quattro i mercati, con il Canada che arriverà ad investire fino al 99%. E l‘Italia? Nel nostro Paese il programmatic, seppure in crescita, arriverà a pesare nel 2020 “appena” il 38, 5% della pubblicità digitale.

Secondo i ricercatori di Zenith, è solo una questione di tempo perché il programmatic diventi la metodologia di planning prescelta per tutti i media. Il processo di transizione risulta però essere più lungo del previsto, portando la media agency a ridurre di due punti percentuali le previsioni rilasciate lo scorso anno per la quota del programmatic sul totale digital advertising: dal 64% nel 2018 e 67% nel 2019, passiamo rispettivamente nei due anni ad una share del 62% e del 65%.

L’effetto del GDPR

Zenith stima che il programmatic advertising continuerà a crescere nei prossimi anni, ma ad un ritmo rallentato, dovuto al consolidamento della modalità di planning all’interno del mercato del media digitale: avremo un aumento del 24% nel 2018, in calo rispetto alla crescita del 32% del 2017, del 19% nel 2019 e del 17% nel 2020.

L’introduzione della legislazione sulla privacy, come il GDPR dell’UE, è uno dei fattori che hanno rallentato la crescita, rendendo indisponibili alcuni dati precedentemente utilizzati nelle transazioni programmatiche e reso più costosi altri dati. Il rallentamento della spesa per i media programmatici è dovuto inoltre al fatto che le aziende stanno investendo di più in infrastrutture e dati, al fine di rendere più efficace questa attività.

Per sfruttare al meglio le loro campagne “ad tech”, le aziende devono riorganizzarsi internamente per offrire al trading programmatico un adeguato supporto. Le agenzie possono massimizzare l’efficacia dalle strategie programmatiche solo lavorando in partnership con le aziende clienti. Una strategia di questo tipo inoltre sarà efficace solo se i dati alla base sono solidi.

L’importanza dei dati

“Il programmatic migliora l’efficienza e l’efficacia di una campagna e sta diventando sempre più importante nelle transazioni dei media digitali”, ha dichiarato Benoit Cacheux, Global Head of Digital and Innovation di Zenith. “Le aziende si stanno quindi strutturando, rivedendo la propria spesa pubblicitaria a favore delle infrastrutture, dei dati e della revisione della qualità dei media. Tutte le aziende che investono in programmatic advertising necessitano di una strategia per acquisire i dati migliori sul mercato, gestendoli poi come una risorsa fondamentale e strategica“.

I dati più rilevanti, secondo la ricerca, sono quelli di prima parte, forniti dai consumatori o acquisiti monitorando la loro attività sui siti web di proprietà. Sta diventando inoltre sempre più comune utilizzare i second-party data, attraverso partnership, ad esempio, tra brand e online retailer. I third-party data invece non sempre offrono alle aziende vantaggi competitivi, essendo sul mercato e a disposizione di tutte le aziende per raggiungere gli stessi segmenti. Le aziende dovrebbero comunque controllare e interrogare i dati di terze parti con continuità, per assicurarsi che stiano davvero aggiungendo copertura incrementale. Combinando tutti questi dati con i propri sistemi di CRM, le aziende possono modellare il comportamento dei consumatori; le più avanzate possono perfino prevederlo attraverso l’utilizzo del machine learning. I dati e le nuove tecnologie consentono alle aziende di spostarsi dal tracciare i cookie al comunicare agli individui.

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Jonathan Barnard

“La tecnologia permette alle aziende di sfruttare al meglio il programmatic advertising”, ha dichiarato Jonathan Barnard, Head of Forecasting and Director of Global Intelligence di Zenith. “L’intelligenza artificiale promette di sbloccare nuove conoscenze sulla personalità dei clienti, di approfondire i loro comportamenti, oltre a migliorare l’ottimizzazione del processo di negoziazione”.

Sorrell (S4 Capital) è pronto ad acquisire l’agenzia di programmatic MightyHive

S4 Capital si starebbe preparando a un’altra acquisizione, stavolta nel campo del programmatic.

Secondo il Financial Times, la nuova società di Sir Martin Sorrell ha messo gli occhi su MightyHive, ad tech company statunitense con uffici anche a Londra e Singapore che offre ad aziende servizi di digital advertising e online marketing, e sarebbe vicina a chiudere l’operazione.

Si profila dunque la seconda acquisizione per S4 Capital, in seguito a quella della content production company MediaMonks effettuata a luglio.

Parlando la scorsa settimana a un evento di Campaign, l’ex boss di WPP ha ribadito la sua determinazione a costruire “un nuova tipologia di agenzia, con un approccio inedito” con S4 Capital.

La società è stata creata a maggio a seguito dell’ingresso di Sorrell nel capitale di Derriston Capital. Dopo il cambio di nome e la nomina dello stesso Sorrell a Executive Chairman, ha debuttato lo scorso 28 settembre in Borsa.

In quell’occasione Sorrell aveva fatto il punto sugli obiettivi della compagnia: «S4 Capital intende fornire a clienti globali, multinazionali, regionali e locali ed a brand millennial influencer-driven servizi di marketing di nuova concezione, che saranno concentrati inizialmente su tre aree: sviluppo della piattaforma di contenuti digitali globale; dati di prima parte utili a rafforzare sia le pianificazioni digitali che le idee creative; e acquisti media online». Su quest’ultimo punto, in particolare, l’acquisizione di MightyHive fornirebbe le competenze necessarie.

Sorrell aveva poi parlato anche delle prospettive di espansione globale della società, mettendo al centro delle strategie innanzitutto mercati “ad alta crescita potenziale” come Germania, India e Giappone.

Programmatic Advertising: la spesa globale raggiungerà i 75 miliardi di dollari quest’anno

Il mercato della pubblicità programmatica globale quest’anno raggiungerà i 75 miliardi di dollari di valore con una crescita del 25,9% rispetto al 2017, secondo gli ultimi dati del rapporto “Global Data Market Size” di OnAudience.com. La ricerca prevede per il 2019 un’ulteriore balzo a 89,5 miliardi di dollari.

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A livello geografico, gli Stati Uniti continuano a dominare il mercato globale, ma la loro quota di mercato dovrebbe lentamente diminuire. Nel 2017, la spesa in programmatic negli USA rappresentava il 54,7% del totale (a 32,6 miliardi di dollari), ma OnAudience.com prevede che questa quota scenderà di 3,6 punti percentuali entro il 2019.

D’altro canto, la Cina registra la maggiore crescita nello stesso arco di tempo. Partendo da una quota dell’11,4% nel 2017, il grande Paese asiatico crescerà di 4,9 punti nel 2019, con una spesa che raggiungerà i a 14,6 miliardi di dollari. Gli altri Paesi considerati vedono cambiamenti molto più piccoli, al di sotto di 1 punto percentuale.

Nonostante la crescita della spesa in programmatic, quasi la metà degli annunci “programmatici” non soddisfa gli standard qualitativi stabiliti dal Media Rating Council, secondo quanto riportato da Warc. Di conseguenza, quasi un quinto degli inserzionisti statunitensi ha spostato completamente l’acquisto programmatico all’interno dell’azienda. Tra coloro che hanno adottato un approccio in-house all’acquisto, particolare focus viene rivolto al risparmio sui costi e al “time-to-market”.

Google accredita Kantar come “Measurement Partner” per l’analisi dell’efficacia pubblicitaria

Google ha annunciato la certificazione di Kantar come partner accreditato di misurazione di terza parte a livello globale. La società di WPP specializzata in ricerche, consulenza e data management entra quindi nel novero delle società accreditate a collaborare con in brand che intendono analizzare la performance degli investimenti media sulle piattaforme Google.

Kantar offrirà sia brand lift insights – analisi di valutazione dell’impatto sul brand – sia analisi di misurazione indipendente della reach sulle campagne pubblicitarie attivate sulle properties di Google.

“Comprendere e misurare la pubblicità digitale è fondamentale per l’ottimizzazione delle campagne multicanale. Con questa partnership, Kantar è ora all’avanguardia nel fornire agli inserzionisti una visione affidabile e indipendente dei risultati del Brand e dell’impatto della loro pubblicità quando Google è nel piano media”, afferma in una nota Eric Salama, CEO di Kantar.

Google Measurement Partners riunisce partnership nuove ad altre già esistenti ed offre ai brand una vasta gamma di soluzioni per misurare l’efficacia dei propri media. Il programma è in fase di lancio con oltre 20 partner verificati in sette aree specifiche: viewability, reach, brand safety, brand lift, sales lift, app attribution, e marketing mix modeling.

“Siamo molto contenti di questa nuova opportunità – ha commentato Federico Capeci, CEO Italy e chief digital officer Kantar, Insights Division – che dimostra quanto Google sia attenta ai temi di misurazione della performance e di valutazione dell’investimento media, così importanti per i Brand. Ora Kantar potrà fornire ai Clienti risposte sempre più complete, integrando nelle misurazioni anche le properties Google”.

“Si tratta di un altro importante risultato del nostro Gruppo – ha poi aggiunto Mauro Stoico, Country Leader Italy di Kantar Media – che ci offre strumenti sempre più innovativi ed efficaci non solo in ambito di rilevazione della reputation e di PR monitoring, ma anche di valutazione del media spending”.

Kantar è stata selezionata da Google come Partner accreditato, sulla base di una revisione della metodologia di analisi, delle pratiche sulla privacy e delle capacità tecniche.

Pubmatic, nuovi strumenti per massimizzare il valore dell’audience

Novità da casa PubMatic: la società specializzata in soluzioni di programmatic per gli editori ha annunciato una serie di nuovi strumenti per l’Audience Management, pensati per risolvere le principali sfide che riguardano la valorizzazione e la sicurezza dei dati sull’utenza.

Uno dei temi affrontati da Pubmatic con la nuova suite di tool per l’audience management, attualmente rilasciata in “open-beta”, è quello del data-leakage, ossia l’utilizzo non autorizzato di dati proprietari da parte di terze parti. Un tema sensibile nell’attuale scenario del programmatic, spiega la società, dal momento che attualmente gli editori non hanno un controllo adeguato su chi e come sta usando i loro dati, attraverso le DMP. Come è emerso chiaramente nel caso Facebook – Cambridge Analytica, l’uso dei dati da parte di venditori multipli dev’essere strettamente controllata e compresa.

Per ovviare al problema e offrire al contempo un efficace strumento di business, la soluzione di Pubmatic offre ai publisher un controllo granulare sui dati di prima parte a livello di singolo inserzionista: gli editori possono costruire uno o più segmenti di audience accessibili per usi determinati e per buyer specifici. Sarà così possibile sapere, per esempio, quali segmenti di audience vengono targettizzati, da quale sorgente di domanda, e su quali siti del proprio network. In questo modo, sarà più semplice per gli editori ottimizzare, espandere o bloccare l’uso dei loro dati. Oppure, il tool potrebbe essere usato per fare dei test con una selezione circoscritta di buyer al fine di valutare i rischi di data-leakage.

I nuovi tool di Audience Management di Pubmatic, inoltre, promettono di aumentare del 20% i tassi abituali di match-rate, massimizzando l’audience reach degli inserzionisti attraverso il proprio network. Non solo: i publisher potranno rendere i loro dati visibili direttamente ai buyer (bypassando l’uso di una DMP) ed eventualmente contrattare direttamente degli accordi diretti. Infine, le nuove soluzioni di Pubmatic permettono ai publisher di vendere i propri dati direttamente ai buyer, senza dover dividere i ricavi con piattaforme di intermediazione.

BuzzFeed ha cambiato idea sui banner e punta sul programmatic per BuzzFeed News

BuzzFeed, nemico giurato dei banner e pioniere del native advertisingnegli ultimi tempi sta rivedendo la sua posizione intransigente rispetto alla pubblicità display e questa svolta è molto evidente, in particolare, nella nuova creatura dell’editore: BuzzFeed News.

Lanciato martedì dalla società editoriale guidata da Jonah Peretti, BuzzFeed News è un sito autonomo da BuzzFeed.com, dedicato solo alle news. Dal punto di vista pubblicitario, al momento sul sito spicca l’assenza di sponsored content, da sempre marchio di fabbrica del brand editoriale. In compenso, gli unici annunci presenti sono spazi display, che vengono monetizzati in programmatic, attraverso l’open market.

Sin dalla nascita, BuzzFeed è stato un pioniere del native advertising, e in particolare dei contenuti sponsorizzati. Invece di vendere i tradizionali spazi pubblicitari, il publisher si è concentrato sulla produzione di articoli testuali o video studiati per piacere al suo pubblico (e sperabilmente per essere condivisi con gli amici come qualsiasi altro contenuto del sito), ma con qualche messaggio di branding associato.

Ora, la politica è in parte cambiata. Alcuni ritengono che la scelta di adottare il programmatic sia fondamentalmente pragmatica, in quanto il vantaggio iniziale di cui l’editore godeva sul fronte degli sponsored content si è attenuato. Inoltre, in ultima analisi produrre contenuti di qualità richiede costi, e sforzi, notevoli. La ricerca sarebbe quindi quella di una strategia di compromesso, come del resto ha ammesso un portavoce di BuzzFeed stessa, citato da Digiday.

“Abbiamo lanciato BuzzFeedNews.com per conferire al brand un aspetto distinto ed elevato, all’altezza del suo reporting “world Class. Il sito include solo annunci programmatici al momento del lancio, ma saremo lieti di esplorare nuove partnership per continuare a perseguire tutte le opportunità di sbloccare l’enorme valore di BuzzFeed News, inclusa la sua nutrita serie di progetti per tv, streaming e film”.

Nella strategia di BuzzFeed, la pubblicità dev’essere solo una componente della strategia di monetizzazione dei contenuti. Le notizie sono diventate una parte importante delle ambizioni video dell’editore, che ha ottenuto dei finanziamenti da Facebook per creare lo show “Profile” su Watch e ha una serie che arriverà su Netflix entro la fine dell’anno. Ma c’è ancora molta strada da fare: come ha ammesso il Ceo della società, Jonah Peretti, solo circa un terzo delle entrate di BuzzFeed arriveranno da fonti non pubblicitarie nel 2018.

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