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GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

Oggi nella nostra rassegna parliamo di GDPR e di due novità ad tech di Comcast e Condé Nast.

GDPR, perché le indagini su Google potrebbero impattare l’intero mercato Programmatic

In Irlanda, la Data Protection Commission ha iniziato ad investigare sulla conformità al GDPR del modo in cui Google utilizza i dati degli utenti sulle sue piattaforme programmatiche. L’indagine è partita in risposta a una denuncia formale lanciata dal Chief Privacy Officer del browser Brave, Johnny Ryan. Ma l’indagine irlandese, a ben vedere, tocca un perimetro ben più ampio di quello di Google: la denuncia di Ryan, infatti, è rivolta al modo in cui l’intero ecosistema del programmatic usa e dissemina i dati. Secondo lui, la condivisione di informazioni alla base dell’attuale funzionamento del real-time bidding, esporrebbe impropriamente dati personali senza le dovute protezioni. Per questo, il responso irlandese su Google potrebbe avere ripercussioni sull’intero mercato ad tech. Leggi di più su Marketing Land.

Comcast punta sulla blockchain: a breve le prime campagne tv targettizzate utilizzando la tecnologia

Comcast ha parlato per la prima volta dell’intenzione di utilizzare la blockchain per le sue campagne due anni fa, e da allora il progetto è stato in incubazione all’interno di FreeWheel. Adesso, la roadmap ha dato una sensibile accelerata: l’erogazione di campagne attraverso Blockgraph, un prodotto di condivisione dei dati che utilizza la blockchain per consentire ai brand di targettizzare le audience televisive utilizzando i dati di prima parte, potrebbe debuttare tra pochissimo. FreeWheel ha ufficializzato la nomina del CTO del progetto Blockgraph e, dopo un ulteriore ampliamento della squadra, si potrà partire con le prime campagne già forse il prossimo mese. Leggi di più su AdExchanger.

Condé Nast lancia un nuovo programma pubblicitario sulla sua piattaforma dati Spire

Condé Nast arricchisce la sua piattaforma di dati e targeting pubblicitario Spire con Prime Web, un nuovo programma pubblicitario che offre a chi utilizza Spire (che richiede una spesa minima di 20 mila dollari) una suite di formati video e abilitati all’ecommerce sull’intero portafoglio dell’editore. Agli inserzionisti che spenderanno budget più alti, Condé Nast garantirà il raggiungimento di risultati su alcune metriche chiave come le visite ai negozi o l’aumento delle vendite. Leggi di più su Digiday.

Attribuzione pubblicitaria con un occhio alla privacy: da Apple una novità per Safari

Apple ha sviluppato una nuova tecnologia per la misurazione dell’efficacia della pubblicità sul suo browser Safari che punta a proteggere la privacy degli utenti.

La soluzione, chiamata Privacy Preserving Ad Click Attribution, differisce dalla maggior parte delle altre tecnologie principalmente perché impedisce la condivisione dei dati con terze parti e di associare singoli click a singoli identificativi di utenti.

Si basa fondamentalmente su quattro pilastri, come spiega Apple in un blog post.

Innanzitutto, gli utenti non dovranno essere identificati in maniera univoca sui vari siti web ai fini dell’attribuzione dei click pubblicitari. Ciò significa che l’informazione combinata di un click pubblicitario e una conversione non dovrà essere attribuibile a un singolo utente. A tal proposito, Apple limiterà il numero di ID (identificativi) di campagna utilizzabili per il tracciamento a un massimo di 64: fino a 64 campagne pubblicitarie, dunque, potranno essere misurate in parallelo per sito e inserzionista; un numero relativamente basso che renderà più difficile associare questi identificativi a singoli click e dunque a singoli utenti.

Inoltre, per far sì che solo i siti visitati dagli utenti possano essere coinvolti nella misurazione di click e conversioni, e non terze parti, Apple richiederà che il link pubblicitario sia parte di un sito di prima parte e riporterà solo sul sito in cui è avvenuta la conversione.

Ancora, per preservare ulteriormente la privacy degli utenti nella misurazione dei click pubblicitari, Apple ha dichiarato che invierà i report di attribuzione in una Modalità Anonima di Navigazione dedicata, anche se l’utente non sta navigando in anonimo; non consentirà l’utilizzo di dati come i cookie per motivi di reportistica; ritarderà i report di 24-48 ore; e che il Privacy Preserving Ad Click Attribution non verrà supportato se l’utente naviga in incognito.

Infine, nemmeno la stessa Apple potrà conoscere i click pubblicitari o le conversioni: la nuova funzione agirà infatti completamente all’interno dei dispositivi, senza che il fornitore del browser possa vedere i dati.

“La pratica dell’attribuzione dei click pubblicitari di oggi non ha praticamente limiti sulla quantità di dati, il che fa sì che sia possibile tracciare gli utenti sui vari siti utilizzando i cookie – spiega Apple nel blog post -. Mantenendo bassa l’entropia dei dati di attribuzione, crediamo che la reportistica possa essere fatta garantendo la privacy degli utenti“.

Attualmente, la tecnologia è offerta come strumento sperimentale su Safari Technology Preview 82+ e, secondo quanto riporta TechCrunch, sarà disponibile per gli sviluppatori più avanti nel corso di quest’anno.

LinkedIn punta sulla trasparenza con un nuovo strumento per gli utenti

Quello della privacy e della trasparenza è uno dei temi caldi dell’industria digitale, e le grandi piattaforme social hanno imparato a dover fare i conti con esso, mettendo a punto soluzioni e approcci volti a rendere chiaro e comprensibile agli utenti come vengono erogate le campagne pubblicitarie e quali dati personali sono eventualmente utilizzati a questo scopo.

Così, dopo Google e Facebook, un altro social annuncia la propria personale mossa sul tema. Si tratta di LinkedIn, con il lancio di un nuovo strumento dedicato ai propri utenti.

Sulle pagine del social dei professionisti arriva infatti un nuovo tipo di schede, le schede Ads, su cui gli iscritti potranno vedere tutti i Contenuti Sponsorizzati (campagne native pianificate sul feed della piattaforma) che i brand hanno diffuso su LinkedIn nei precedenti sei mesi. Gli utenti potranno cliccare su questi annunci, ma in questo caso ai brand non verrà chiesto il pagamento dell’annuncio, e il click non verrà considerato a fini di reportistica.

“Le nuove schede Ads sono costruite sulla scia di altri simili strumenti che abbiamo recentemente introdotto per aiutare i nostri iscritti a capire e controllare le loro esperienze pubblicitarie, incluse nuove impostazioni degli annunci cui ogni utente può accedere dal proprio account LinkedIn – ha spiegato la società in un blog post -. Le schede Ads sono il primo di svariati futuri aggiornamenti volti a fornire ai nostri membri informazioni utili sulla pubblicità che vedono su LinkedIn“.

Lo strumento sarà disponibile per tutti gli utenti a livello globale nel corso delle prossime settimane.

Commanders Act evolve la sua offerta per la privacy con TrustCommander

Commanders Act ha annunciato il lancio di TrustCommander, una versione migliorata della sua offerta sulla privacy, progettata per semplificare e ottimizzare la conformità delle organizzazioni rispetto alle attuali normative sulla privacy.

Originariamente integrato nella sua soluzione di gestione dei tag, TrustCommander è ora disponibile anche come soluzione “stand-alone”, sia per le organizzazioni che utilizzano Google Tag Manager, sia per quelle senza alcun sistema di gestione dei tag.

A partire dal 2012, Commanders Act ha offerto un modulo Privacy che può essere integrato nella sua soluzione di Tag Management, consentendo ai clienti di gestire i banner informativi relativi all’utilizzo dei cookie sul loro sito web. Con l’entrata in vigore del GDPR, a maggio 2018, Commanders Act ha scelto di far evolvere la propria offerta Privacy con l’obiettivo di rendere più semplice ai suoi clienti l’adempimento necessario.

«I nostri clienti lavorano con la nostra soluzione Privacy dal 2012, ma TrustCommander è un prodotto nuovo di zecca, che beneficia dell’esperienza accumulata dai nostri team. Dopo il GDPR, il California Consumer Privacy Act entrerà in vigore il 1° gennaio 2020 e i regolamenti continueranno ad evolvere – spiega Michael Froment, presidente, amministratore delegato e co-fondatore di Commanders Act -. Questo scenario richiede che l’aggiornamento dei processi di raccolta dei consensi sia più semplice. Per questo abbiamo voluto semplificare l’implementazione di TrustCommander, consentendo ai clienti che già usano Google Tag Manager, e anche ai team senza un TMS, di conformarsi rapidamente e facilmente».

TrustCommander è originariamente integrato in TagCommander, la soluzione di Gestione dei Tag di Commanders Act. Per i clienti già esistenti, l’utilizzo di TrustCommander è trasparente, senza alcun intervento tecnico, poiché il contenitore di tag è già presente sul loro sito. Il banner di consenso, il condizionamento dei tag e l’attivazione del tracking sono completamente gestiti dall’interfaccia TMS, tramite il contenitore.

Ma TrustCommander è ora disponibile anche per le organizzazioni che non hanno ancora implementato il TMS, o che utilizzano una soluzione diversa da Commanders Act. Quest’opzione di integrazione “stand-alone” consente a Commanders Act di rivolgersi a un mercato più ampio e di soddisfare le esigenze di conformità di un maggior numero di organizzazioni.

Riconosciuto da IAB Europe come Consent Management Provider (CMP), Commanders Act offre uno strumento di Tag Management che integra un modulo privacy compatibile con il framework IAB. Questo permette ai clienti di combinare i vantaggi sia del framework IAB, sia del Tag Management.

«Il nostro nuovo marchio TrustCommander riflette la nostra volontà di sostenere un numero crescente di organizzazioni in un mercato in espansione. Il GDPR ha trasformato e continuerà a trasformare radicalmente le prassi del mercato digitale e le organizzazioni dovranno ora dotarsi di strumenti efficaci per affrontare e sfruttare al meglio questi sviluppi», conclude Michael Froment.

Google: tra cookie e fingerprinting, Chrome sarà più attento alla privacy. Le novità annunciate all’I/O

Quello che qualche mese fa era stato riportato come indiscrezione, diventerà presto realtà: Google porrà dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Nel corso della prima giornata del suo evento annuale I/O martedì 7 maggio (qui alcune novità pubblicitarie annunciate nella seconda giornata, dedicate agli sviluppatori di app), Big G ha fatto il punto su una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi.

In particolare, Chrome renderà più facile per gli utenti bloccare o cancellare i cookie di terze parti, senza perdere le informazioni di login. Questa possibilità era già contemplata in passato sul programma di navigazione, ma non funzionava perfettamente, e spesso gli utenti che cancellavano i cookie si trovavano a perdere anche alcune informazioni di login. La funzione verrà nei prossimi mesi migliorata in quanto Chrome chiederà a tutti i proprietari di siti di classificare i loro cookie come di prima o di terza parte, rendendo così più semplice per gli utenti selezionarli ed eventualmente bloccarli o cancellarli.

Una volta che queste nuove policy saranno implementate, ha spiegato Ben Galbraith, senior director di Chrome, tutti i cookie di un sito saranno classificati di default come di prima parte, il che vorrà dire che saranno leggibili solo dal proprietario del sito (e tra questi ci saranno anche le informazioni di login). Per attivare il tracciamento cross-site e trasferire i dati ad altri partner, i siti dovranno riclassificare alcuni di questi cookie come di terza parte, e segnalare in questo modo a Chrome che vengono utilizzati per il tracciamento.

L’altra novità sul tema privacy coinvolge il cosiddetto fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli normalmente utilizzati per ottimizzare la visualizzazione delle pagine nel browser – come lingua, sistema operativo e indirizzo IP – per identificare invece in maniera più approfondita un utente. Questo processo verrà presto reso più difficile da attuare: le aziende dovranno infatti dimostrare di avere dei motivi legittimi per raccogliere questo tipo di informazioni. La funzione sarà impostata di default, a differenza dei nuovi controlli sui cookie, che saranno invece attivabili dall’utente a sua discrezione.

Con queste novità, anche Google adatta le politiche del proprio browser a una maggiore attenzione alla data privacy: un tema, questo, che solo la scorsa settimana era stato anche una delle parole chiave dell’F8 di Facebook e su cui già da tempo gli altri due principali browser, Safari e Firefox, si erano mossi con una serie di limitazioni al tracciamento pubblicitario volte ad aumentare la protezione dei dati personali degli utenti.

Non solo privacy, ma anche trasparenza. Google infatti ha anche annunciato il lancio nei prossimi mesi di un’estensione di Chrome, che consentirà agli utenti di avere informazioni su come la pubblicità viene personalizzata per loro: attraverso lo strumento si potrà sapere, ad esempio, quali società sono coinvolte nell’erogazione degli annunci targettizzati (inclusi operatori di ad tech, inserzionisti, player di tracciamento ed editori) e le informazioni che vengono utilizzate per il targeting. L’estensione sarà operativa su tutte le property di Google e sui siti degli editori partner, ma ad essa potranno partecipare anche altre società esterne attraverso una API di prossima realizzazione.

Al di là del tema Chrome, nel corso della prima giornata di I/O Google ha fatto il punto su un’ampia gamma di novità relative alle sue property digitali e fisiche, tra cui il lancio di Pixel 3a, il primo telefono di fascia media di Google; il concetto di “helpful home” e il rebranding Google Nest; e le ultime novità in materia di sicurezza, dalla gestione dei propri dati personali in un clic, alla navigazione in incognito nelle app, dalle novità in Android Q al federated learning e alle soluzioni di privacy differenziale.

Anche l’Italia ha avuto la sua menzione d’onore a Mountain View: in linea la volontà di Google di puntare sempre di più sul suo Assistente Vocale, è stata mostrata la demo dell’esperienza innovativa di integrazione tra il sito web di GialloZafferano e il Google Assistant, come una delle best practice per la strategia voice. In pratica da aprile GialloZafferano, tra i primi al mondo, è diventato “parlante” sugli smartphone Android tramite l’apposito bottone che avvia la preparazione guidata della ricetta permettendo di cucinare “hands-free”.

Google valuta future limitazioni al tracking pubblicitario su Chrome

In risposta ai crescenti timori dell’opinione pubblica in tema di privacy dei dati, Google starebbe valutando alcuni cambiamenti nei propri strumenti per i consumatori e per i brand. Secondo AdWeek, che riporta l’indiscrezione, si tratterebbe di modifiche che potenzialmente potrebbero avere importanti implicazioni alla lunga nel modo in cui le property online vengono monetizzate.

Secondo la testata americana, in questi ultimi mesi sarebbero stati creati una serie di gruppi di lavoro all’interno della società, incaricati di esplorare possibili evoluzioni del browser Chrome e della Google Marketing Platform. In particolare, alcune di queste squadre si starebbero preoccupando di rispondere alle preoccupazioni degli utenti sul tema della privacy dei dati personali, cresciute esponenzialmente dopo lo scandalo di Cambridge Analytica dello scorso anno.

Le discussioni starebbero tenendo conto anche delle recenti mosse di vari browser su questo tema, con Apple, Mozilla e Brave che hanno recentemente avviato delle limitazioni al tracciamento pubblicitario da parte di operatori terzi. Sembrerebbe che all’interno di Google si stia diffondendo l’intenzione di attuare simili mosse anche su Chrome.

Nessuna decisione sarebbe ancora stata presa, ma fonti vicine ai fatti hanno rivelato che è molto probabile che gli attuali dibattiti a Mountain View porteranno ad importanti cambiamenti in Chrome, con conseguenti effetti sul modo in cui i fornitori ad tech operano all’interno del browser (considerando che il browser di Google ha una quota di mercato del 63%).

Ancora è tutto a livello di discussioni interne, ma sono già iniziate le speculazioni sul genere di limitazioni che saranno proposte: alcuni pensano che qualche novità potrebbe arrivare a fine anno, altri si spingono a ipotizzare che gli aggiornamenti delle policy potrebbero essere tanto drastici quanto l’Intelligent Tracking Prevention di Safari.

Per Zuckerberg il futuro di Facebook è focalizzato sulla privacy

Dopo gli scandali in tema di sfruttamento dei dati, e desiderosa di recuperare la fiducia dei suoi utenti, Facebook ha deciso di puntare a diventare sempre più una “piattaforma di comunicazione focalizzata sulla privacy”.

Questo nuovo obiettivo della società è stato annunciato dal suo stesso Ceo e fondatore Mark Zuckerberg in un lungo blog post, in cui il manager ha annunciato quelli che saranno i prossimi passi dell’azienda verso una maggiore protezione delle informazioni personali dei suoi utilizzatori.

Tra questi, l’intenzione di rendere di default criptati e “a scadenza” i messaggi sui suoi servizi di chat, in particolare Facebook Messenger e Instagram Direct (su WhatsApp è già parzialmente così).

“Capisco che molte persone non pensino che Facebook possa o voglia mai costruire una piattaforma focalizzata sulla privacy, perché onestamente non abbiamo al momento una grande reputazione nella realizzazione di servizi che proteggano la privacy, e ci siamo storicamente focalizzati su strumenti maggiormente volti a un’aperta condivisione – ha spiegato Zuckerberg -. Ma abbiamo più volte dimostrato che possiamo evolvere costruendo soluzioni che le persone davvero vogliono, anche nella messaggistica privata e nelle storie”.

Facebook, dunque, cripterà i messaggi end-to-end dei suoi servizi di chat, il che significa che, al di là del mittente e del destinatario, nessun altro potrà leggerli (neanche la stessa Facebook); renderà i messaggi “effimeri”, ossia capaci di autocancellarsi dopo un determinato periodo di tempo; unirà parzialmente le app di messaggistica in maniera tale che gli utenti possano scambiarsi messaggi da una piattaforma all’altra (una volontà di cui si era già parlato in passato); e si rifiuterà di immagazzinare i dati in Paesi “con una storia negativa in tema di diritti civili come la privacy e la libertà di espressione”, per evitare ai governi di queste Nazioni di entrare in possesso di tali informazioni. Mossa, quest’ultima, che verrà attuata nonostante, secondo Zuckerberg, potrebbe avere delle conseguenze su un eventuale blocco del servizio in alcuni Paesi: “E’ un compromesso a cui siamo disposti a scendere”, ha scritto in proposito.

Non è ancora chiaro quando queste novità verranno concretamente realizzate. Nel blog post, Zuckerberg non dà delle tempistiche precise, limitandosi a dire che sarà necessario “qualche anno” per realizzare l’obiettivo di trasformare Facebook da una piazza pubblica digitale ad un social network sicuro e affidabile.

Privacy, il 30% degli italiani non ha mai negato o limitato l’accesso ai propri dati

Le aziende oggi sono sempre più attente a come raccogliere e utilizzare i dati degli utenti, complici anche nuove normative che fissano dei paletti in materia, come il GDPR europeo. Ma le persone sono altrettanto attente alla protezione delle loro informazioni personali?

In Europa sembrerebbe non così tanto. Secondo gli ultimi dati Eurostat per il 2018, lo scorso anno all’interno dell’Unione Europea il 75% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha usato uno smartphone per scopi privati, ma il 28% quando ha utilizzato o installato un’app non ha mai limitato o rifiutato l’accesso ai suoi dati personali. L’Italia è poco sopra la media Ue, al 30%.

Il Paese dove i cittadini si proteggono di più risulta essere la Francia, in cui la percentuale scende al 10%, seguito da Germania (16%), Paesi Bassi e Lussemburgo (entrambi il 17%). La Repubblica Ceca è invece la Nazione dove la popolazione online si protegge di meno (67%), seguita da Bulgaria (49%), Cipro e Regno Unito (entrambi al 43%).

In realtà il problema, secondo quanto emerge dai dati Eurostat, non è la mancanza di informazione. Secondo l’istituto, solo il 7% dei possessori di smartphone nell’Ue non è a conoscenza della possibilità di limitare o rifiutare l’accesso ai propri dati personali quando si utilizza o installa un’app. Meno della metà (43%) ha dichiarato di avere un sistema di sicurezza installato automaticamente o fornito dal sistema operativo, e un ulteriore 15% ha ammesso di aver sottoscritto un sistema di sicurezza o di averne usato uno installato da qualcun altro.

E proprio a proposito di sicurezza, oggi 28 gennaio è il Data Privacy Day, giornata istituita dall’Unione Europea nel 2006 per sensibilizzare la popolazione sulla protezione delle proprie informazioni personali online. Un problema che a quanto pare è ancora molto diffuso, non solo per l’aumento del cybercrime, in un momento in cui i dati sono preziosissima merce di scambio, ma anche per l’ancora scarsa attenzione degli utenti alla propria sicurezza digitale. A tal proposito, la società di sicurezza Sophos ha stilato una classifica degli errori più comuni commessi dalle persone, e che mettono a rischio la loro vita digitale. Tra questi ci sono ad esempio il riutilizzo delle password, lasciare la webcam sempre accesa, non aggiornare i software e consentire alle app di avere accesso completo al proprio dispositivo.

La sfida del marketing data-driven: bilanciare personalizzazione e privacy dell’utente

Cresce l’utilizzo dei dati da parte dei marketer, soprattutto tra le media company. Lo confermano i risultati dello studio annuale di Salesforce “State of Marketing”, secondo cui nel 2019 l’uso di dati a fini di marketing in queste società crescerà addirittura del 50% anno su anno, il doppio della crescita che si registrerà mediamente tra le aziende dei vari settori.

La ricerca, basata su un campione di 4100 professionisti del marketing a livello globale appartenenti ai settori “retail and consumer goods”, “financial services”, “manufacturing”, “healthcare and life sciences”, “communications and media” e “travel, transportation and hospitality”, ha registrato anche un utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale a fini di comunicazione, che dal 2017 ha visto un incremento medio del 44%.

Per i marketer, inoltre, il tema della personalizzazione della comunicazione rimane prioritario. E proprio l’AI viene utilizzata per attivare gli insight raccolti sugli utenti per una personalizzazione scalabile. Ma come qualsiasi rivoluzione tecnologica, anche l’avanzata dell’intelligenza artificiale porta problemi e responsabilità. I marketer, oggi – complici pratiche poco trasparenti di raccolta dei dati e il conseguente abbassamento della fiducia da parte degli utenti -, sono molto più di prima attenti al modo in cui implementano ed ampliano l’utilizzo di tali tecnologie. Oltre la metà degli intervistati, il 51%, è più consapevole del necessario bilanciamento tra personalizzazione e privacy dei consumatori rispetto a due anni fa. Ma tale equilibrio è difficile da trovare: solo il 30%, infatti, si ritiene completamente soddisfatto delle proprie capacità in merito.

Tra i professionisti del marketing in ambito media, l’utilizzo dell’AI è particolarmente forte rispetto alle altre industry: lo usa a fini di marketing circa un terzo degli intervistati, il 10% in più del livello d’uso medio tra i vari settori. E anche il tema della personalizzazione è particolarmente sentito: lo considera un elemento importante per il miglioramento delle strategie di marketing ben l’87% degli intervistati.

Quali sono le principali preoccupazioni degli editori riguardo al Programmatic?

Oggi nella nostra rassegna spazio al rapporto tra editori e Programmatic, al boom delle TV Connesse e ad una iniziativa “dal vivo” di Facebook sul tema privacy.

Quali sono le preoccupazioni degli editori riguardo al Programmatic?

Se da un lato il programmatic offre agli editori un metodo di monetizzazione efficiente, dall’altro esso li impensierisce per svariati motivi, come la tech tax, la fuga di dati, le pratiche di business non sempre trasparenti e le latenze nei caricamenti delle pagine. Secondo una ricerca americana di Digiday Research, però, c’è una cosa che più delle altre preoccupa i proprietari di media: il fatto che il buying automatizzato possa influenzare negativamente i prezzi della pubblicità, segnalato da 3 publisher su 10 come principale timore nell’utilizzo del programmatic. Leggi di più su eMarketer.

Boom pubblicitario per le TV Connesse nel 2018

Le TV Connesse sono un mezzo che sta crescendo esponenzialmente, anche a livello pubblicitario. Lo conferma uno studio della piattaforma di monetizzazione video Beachfront, che quantifica in una crescita anno su anno del 1640% il trend positivo delle richieste pubblicitarie su Connected TV. A novembre 2017, in particolare, sono state 1,7 miliardi le richieste pubblicitarie sul mezzo, cifra salita a 29,9 miliardi a novembre di quest’anno. Leggi di più su MediaPost.

Facebook incontra gli utenti per fornire consigli sulla privacy

Cioccolata calda e consigli sulla privacy. E’ quello che Facebook ha offerto oggi 13 dicembre in un pop-up event a Manhattan, organizzando uno spazio in cui dipendenti della società hanno risposto a domande su come le persone possono utilizzare le loro impostazioni sulla privacy e gestire la loro esperienza pubblicitaria sulla piattaforma. L’iniziativa è stata realizzata in passato anche in altre città del mondo, tra cui Londra, Dubai, Dublino e Colonia. Leggi di più su AdExchanger.

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