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Quantcast Choice, la CMP si aggiorna per adeguarsi ai nuovi standard europei sulla privacy

Quantcast, società internazionale di audience intelligence, ha annunciato che dal 4 maggio, sarà disponibile una nuova versione di Quantcast Choice, la popolare tecnologia utilizzata da moltissimi siti e inserzionisti pubblicitari per la gestione del consenso degli utenti all’utilizzo dei dati.

La nuova versione verrà resa disponibile gratuitamente sia per i nuovi clienti che per quelli attuali, per supportare l’utilizzo della versione aggiornata del Transparency and Consent Framework di IAB Europe, ossia la nuova versione (TCF v2.0) del protocollo elaborato dallo IAB per permettere ai siti di gestire i dati degli utenti in osservanza alle leggi europee sulla privacy.

Per garantire a editori e inserzionisti un adeguamento facile e conveniente, la nuova versione di Quantcast Choice permetterà quindi l’upgrade al TCF v2.0 in pochi minuti. La versione TCF v1.1 non sarà più supportata con la fine di giugno.

“Il nuovo TCF fornisce un prezioso supporto sulla tutela della privacy dei consumatori, nonché un modo per il mondo dell’advertising di operare efficacemente, continuando inoltre a supportare la realizzazione di nuovi contenuti digitali”, così ha affermato Konrad Feldman, co-fondatore e CEO di Quantcast. “Quantcast si impegna a favorire la diffusione dell’open internet per un mondo sempre più consent-driven, questo significa fornire un prodotto che permetta, ad editori e inserzionisti, di garantire ai consumatori notifiche chiare e scelta delle loro preferenze, in una soluzione facile da adottare e che non vada ad impattare i loro budget, in questo difficile contesto economico”.

Cresce tra gli operatori l’adozione del Transparency & Consent Framework IAB

Sempre più società operanti nell’industria della pubblicità digitale stanno adottando l’ultimo aggiornamento al Transparency & Consent Framework (TCF) v2.0. Lo dichiara in una nota IAB Europe, secondo cui dal lancio del nuovo framework, avvenuto lo scorso agosto, 365 operatori lo hanno integrato.

Negli ultimi sei mesi, vendor e CMP hanno infatti aggiornato la loro offerta tecnologica per essere conformi alle specifiche tecniche e alle policy entro il 31 marzo 2020, data del passaggio al TCF v.20. Secondo l’associazione, gli sforzi finora compiuti forniscono alla comunità degli editori la sicurezza che il settore sia pronto a sostenere le funzionalità potenziate disponibili all’interno del nuovo protocollo.

“TCD v.2 è un avanzamento importante che fornisce ai consumatori maggiori comprensione e controllo su come i loro dati sono usati, con innovazioni importanti. È anche una manna per le autorità regolatrici che cercano di far rispettare le leggi nel nostro complesso ecosistema. Il suo successo dipende dalla una larga adozione da parte del mercato. Siamo davvero incoraggiati e impressionati dal fatto che nonostante le attuali difficili circostanza legate alla COVID-19, oltre 350 fornitori di tecnologia abbiano pubblicamente affermato il loro impegno nel nuovo framework. Nelle ultime settimane abbiamo visto un incremento del 100% nelle registrazioni, il che dimostra come l’industria si stia impegnando non solo a mantenere ma anche a progredire nell’ambito degli standard di privacy dei consumatori”, ha dichiarato Townsend Feehan, Ceo di IAB Europe.

IAB Europe continuerà a supportare la v1.0 e la v2.0 del TCF fino alla fine del secondo trimestre, quindi fino a giugno del 2020. Successivamente, sarà disponibile per editori, fornitori e CMP solo il TCF v2.0.

Privacy, sicurezza e affidabilità, ecco come Fanplayr protegge i suoi utenti

Nel corso degli anni, il proliferare di servizi di tracking e adtech ha portato ad un aumento di siti che utilizzano i cookie e di altri sistemi di tracciamento.

Da sempre, la privacy e la sicurezza sono di fondamentale importanza e si è lavorato per implementarle nei browser, soprattutto aumentando la protezione contro i cosiddetti “script di terze parti”, specialmente contro quelli che tracciano l’attività dell’utente online. Ma mentre la maggior parte dei siti utilizza questo tipo di servizi per esigenze di business reali, il volume di queste attività e il suo impatto sull’esperienza dell’utente hanno reso necessaria l’implementazione di strumenti per fermare il tracking illegittimo.

In questo contesto in continua evoluzione, Fanplayr ha innovato costantemente la sua soluzione per essere sempre un passo avanti. La profonda conoscenza del funzionamento dei browser e la sua capacità di monitorare l’evoluzione tecnologica e aggiornare le proprie soluzioni, hanno aiutato la società a fornire un servizio di sempre all’avanguardia. La nostra tecnologia traccia e indirizza i propri utenti in modo affidabile e coerente, fornendo la migliore esperienza possibile, portando a un maggiore coinvolgimento ed aumento dei tassi di conversione e ricavi.

Oggi, la privacy è una questione fondamentale per i browser in quanto ha implicazioni sia in termini di esperienza dell’utente, che di tecnologia, di marketing e di quote di mercato. Anche se i sistemi di protezione della privacy esistono da molti anni e sono stati sufficienti per soddisfare le esperienze passate, ora l’innovazione tecnologica, le nuove metodologie d’uso e la proliferazione dei servizi di tracking hanno imposto ai browser un’intensificazione dei loro sforzi nel contrastarli.

Tutti i principali fornitori di browser hanno annunciato cambiamenti nella modalità di gestione del tracciamento e ognuno ha adottato approcci differenti per prevenirlo. Una procedura è quella di rendere sempre più difficile il tracciamento del percorso degli utenti attraverso i siti. I servizi di tracking non sono più in grado di tracciare un utente attraverso la loro rete in modo corretto per garantire un targeting o un re-targeting di qualità. Alcune restrizioni entrate in vigore hanno avuto un impatto importante su molti servizi che si basano sul tracking e, con i cookie con scadenza da uno a tre giorni, le nuove restrizioni sull’archiviazione locale e l’attribuzione di look back, l’identificazione degli utenti e il re-targeting sono diventati molto complicati, o del tutto impossibili nel peggiore dei casi.

Una questione diversa, ma correlata, riguarda alcuni siti che, in modo legittimo, tracciano gli utenti usando i cookie e che potrebbero essere bloccati dai sistemi di tracking, causando problemi nella user experience. In questo caso i fornitori di browser sono intervenuti a supporto dei publisher per evitare interruzioni lato utente, continuando a fornire la stessa qualità di servizio a cui gli utenti sono abituati, ma allo stesso tempo, rendendo impossibile agli script di terze parti di sfruttarli.

Grazie al nostro Behavioral Hub, a un approccio aperto ai dati, una segmentazione all’avanguardia, molteplici opzioni di targeting e un Customer Success Team di livello mondiale, Fanplayr risulta essere una soluzione davvero unica per l’ecommerce e per l’indentificazione degli utenti. A testimonianza della nostra attenzione verso l’utente finale abbiamo recentemente ottenuto la certificazione Service Organization Compliance (SOC 2) riconosciuto dall’American Institute of CPAs (AICPA) e comparabile alla certificazione ISO 27001. Questo indice stabilisce gli standard per la gestione dei dati dei clienti utilizzando cinque principi di fiducia che rispecchiano il nostro approccio: sicurezza, disponibilità, integrità dei processi, affidabilità e privacy. Questa certificazione è l’ultimo passo del continuo impegno di Fanplayr per fornire il più alto standard di sicurezza nella gestione delle informazioni relative ai suoi clienti.

Accenture Interactive: il 69% degli utenti nel mondo pronto ad abbandonare i brand invasivi

L’allarme si fa sempre più sostanziale: tra i consumatori che hanno ricevuto comunicazioni invasive, il 69% a livello globale e il 76% per quanto riguarda lo scenario italiano (leggi qui l’articolo dedicato all’analisi di Accenture Interactive sul nostro Paese), si dichiara pronta ad abbandonare i brand.

A rivelarlo è la nuova ricerca globale “Consumer Pulse Survey 2019: See People, Not Patterns” pubblicata da Accenture Interactive, pensata per offre ai responsabili del marketing (CMO) una serie di indicazioni sulle strategie da adottare per un utilizzo dei dati rispettoso e responsabile.

L’indagine è stata condotta su 8.000 consumatori di tutto il mondo che permette di capire il modo in cui i marchi stanno creando percorsi di successo attraverso le campagne pubblicitarie digitali, evitando il rischio di trasformare una comunicazione potenzialmente utile in un messaggio inopportuno.

«Oggi i marchi leader utilizzano i dati per rendere le relazioni con i clienti rilevanti, utili, ma soprattutto significative con lo scopo di creare esperienze personalizzate, nel rispetto della privacy e nella consapevolezza che c’è un confine da non valicare: quello tra inventività e invadenza», ha spiegato Alessandro Diana, responsabile di Accenture Interactive per l’Italia.

Alessandro Diana, responsabile di Accenture Interactive per l’Italia
Alessandro Diana

«La buona notizia è che hanno la grande opportunità di adottare un approccio più equilibrato all’utilizzo dei dati, creando una customer experience di grande impatto, basata sulla fiducia e sul legame emotivo con i clienti», dice ancora il manager.

Dati in cambio di trasparenza

Secondo lo studio, quasi il 73% dei consumatori è disposto a condividere più informazioni personali a patto che i brand siano trasparenti sul loro utilizzo; un dato in aumento rispetto al 66% del 2018.

Questo panorama in evoluzione rappresenta un’opportunità per tutti quei marchi che offrono ai consumatori esperienze di valore in cambio dei loro dati.

«I risultati della ricerca fanno emergere una domanda: la raccolta dei dati è andata troppo oltre?», osserva Davide Contrini, Responsabile Experience Services di Accenture Interactive in Italia. «Se da un lato molti consumatori ritengono che i brand non siano ancora in grado di offrire servizi veramente personalizzati, dall’altro un utilizzo incauto di tutte le informazioni disponibili sui consumatori può suscitare l’effetto contrario e senza volerlo causare una perdita di fiducia. Siamo a un punto di svolta nel digital advertising: i brand devono adottare un approccio trasparente all’acquisizione dei dati, che vada a vantaggio sia del marchio, sia del consumatore».

Davide Contrini, Responsabile Experience Services di Accenture Interactive in Italia
Davide Contrini

Tra i consumatori che hanno trovato invasiva la comunicazione di un brand, il 71% a livello globale, il 62% nel nostro Paese, afferma che ciò è avvenuto perché il brand in questione aveva informazioni su di loro, o sulla loro famiglia, che non erano state condivise direttamente da loro. Come si osserva nel report, le persone non si aspettano che qualcuno che non hanno mai incontrato le riconosca, e la stessa logica va applicata alla realtà digitale.

I marchi lungimiranti stanno sperimentando soluzioni tecnologiche in grado di simulare il comportamento umano e gestire la relazione con i consumatori in maniera più empatica, nei limiti del rispetto e dell’etica.

Data Gathering, entro certi limiti

Dalla ricerca è emerso inoltre che i consumatori desiderano essere riconosciuti e capiti dai brand.

L’87% dei consumatori globali ritiene importante poter acquistare da marchi o retailer che capiscano veramente chi sia il consumatore, un dato che raggiunge il 90% se si analizzano le risposte dei consumatori italiani.

Tuttavia, i consumatori non vogliono che i brand arrivino a violare la loro privacy. Più del 75% dei consumatori, il 63% tra gli intervistati italiani, dice di non trovarsi a proprio agio con la raccolta di dati tramite microfono o assistente vocale e il 51% pensa che la pubblicità invasiva sia in aumento.

Quasi il 30%, dei consumatori a livello globale, il 25% nel nostro Paese, dichiara di aver trovato troppo invasiva la comunicazione di un brand – e per tale motivo il 69% di questi intervistati, ben il 76% tra quelli italiani, sarebbe disposto ad abbandonare quel brand.

La voglia di un’esperienza olistica

I consumatori vorrebbero essere trattati in modo olistico e veder migliorare la loro esperienza. Per 9 consumatori su 10 è importante che ogni interazione con i brand sia “eccellente”.

Per raggiungere questo obiettivo, i brand dovrebbero concentrarsi sulle esperienze del consumatore e sulle interazioni che essa ha nel corso di tutto il customer journey, sia attraverso i siti e le app, sia fisicamente con la vendita in negozio.

I dati raccolti dai brand e il modo in cui vengono utilizzati sono fondamentali per plasmare le esperienze dei clienti. Un’esperienza, però, in cui il consumatore non può non autorizzare la raccolta o l’utilizzo dei dati.

Secondo Accenture Interactive ci sono alcune scelte che in ambito tecnologico possono aiutare le funzioni marketing a rispondere alle istanze delle persone:

  • Utilizzare nuove alternative opt-in per tracciare gli utenti, per esempio incoraggiando i consumatori ad autenticarsi su siti web e applicazioni mobili.
  • Portare i contratti di tecnologie legate all’advertising in azienda, per accedere a metodi di raccolta dati più efficaci e trasparenti;
  • Costruire l’architettura dei dati dei sistemi aziendali in modo che rifletta le normative vigenti.

I brand dovrebbero estendere questo approccio a tutte le loro iniziative di advertising, visto che dalla ricerca emerge che i consumatori si aspettano che le aziende prendano nota di tutte le informazioni personali che loro hanno scelto di condividere.

Un ambiente normativo in evoluzione

Nel prendere decisioni in materia di advertising, i marchi devono anche prestare molta attenzione all’evoluzione delle normative sulla privacy come il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) o, guardando oltreoceano, il California Consumer Privacy Act (CCPA).

Ciò che si potrà o non potrà fare nell’attuale scenario dipenderà dal modo in cui saranno interpretati i diritti garantiti da queste due leggi. Le istituzioni stanno aumentando il controllo e l’applicazione delle norme e impongono multe sostanziose ai trasgressori.

I marchi dovrebbero quindi costruire l’architettura dei dati dei sistemi aziendali in modo da rispettare le nuove regole in materia e, al tempo stesso, il diritto dei consumatori ad accedere ai propri dati, a essere “dimenticati” o a richiederne la portabilità. Tutto ciò deve essere integrato nelle tecnologie usate dai marchi.

Facebook sospende migliaia di app sospettate di violare la privacy

Facebook ha annunciato di aver sospeso decine di migliaia di app sulla sua piattaforma dopo una revisione delle pratiche sulla privacy, partita da qualche mese e avviata in seguito allo scandalo legato a Cambridge Analytica. La revisione ha incluso avvocati, investigatori esterni, data scientist, ingegneri, specialisti di politica e altri, secondo quanto dichiarato dalla società stessa.

L’indagine, ancora in corso, si svolge su sviluppatori esterni che hanno ideato app che si appoggiano a Facebook per lanciare giochi, quiz e diverse funzionalità aggiuntive. Le app sospette vengono sospese sulla base di criteri come il numero di utenti che le utilizzano e la quantità di dati che cercano di ottenere da questi ultimi. In seguito la società approfondisce la revisione con una analisi tecnica del software in questione e un controllo sullo sviluppatore, inviando se necessario a quest’ultimo alcune domande circa la propria attività.

Le sospensioni “non sono necessariamente indicative del fatto che queste app rappresentavano una minaccia per le persone”, ha affermato il vicepresidente delle partnership Ime Archibong, aggiungendo che alcuni “non hanno risposto alla nostra richiesta di informazioni”.

Dalla lista delle applicazioni sospese ci sono comunque alcune realtà nate per scopi illeciti: Facebook fa l’esempio di myPersonality, che condivideva informazioni con aziende e ricercatori senza le dovute garanzie di riservatezza, di LionMobi e JediMobi che utilizzavano le proprie app come veicolo per una truffa basata su annunci pubblicitari.

“La nostra indagine sugli sviluppatori di app – prosegue la nota di Facebook – non è affatto terminata. Ma finora ci sono progressi significativi da segnalare. A oggi questa indagine ha riguardato milioni di app. Di questi, decine di migliaia sono stati sospesi per una serie di motivi mentre continuiamo a indagare”.

Questa revisione si inserisce in un quadro più ampio di interventi finalizzati al recupero della fiducia di utenti ed investitori.

Un identificatore “neutro e standardizzato” per andare oltre i cookie: l’idea dello IAB Tech Lab

Il mercato pubblicitario online deve puntare a un nuovo approccio al tracciamento degli utenti, in grado di superare l’uso degli ormai “vecchi” cookie. Al coro di voci che, almeno in linea teorica, oggi abbracciano questa tesi si unisce anche lo IAB, la maggiore organizzazione globale impegnata nello sviluppo del settore, inclusa la definizione di molti degli standard tecnici più utilizzati.

In un lungo blog post, Jordan Mitchell dello IAB Tech Lab ripercorre la storia del tracciamento degli utenti, descrivendo il cookie come “un vantaggio per Internet” che ha permesso ai siti web di adattare i propri annunci e contenuti a ciascun visitatore, pur riconoscendo che questo approccio presenta diverse carenze.

“I cookie proprietari – scrive Mitchell – erano (e rimangono) il meccanismo principale per distinguere un consumatore da un altro” ma “ogni cookie può essere letto solo dalla parte che lo imposta. Non esiste un meccanismo standardizzato e centralizzato per consentire ai consumatori di comunicare i propri interessi o preferenze sulla privacy, che possono quindi viaggiare con loro ed essere trasmessi in modo affidabile alle parti giuste”.

Questo approccio “frammentato e privatizzato” alla privacy, asserisce Mitchell, ha portato alla “crisi dei dati e della privacy che vediamo oggi“, che ha portato a un aumento del controllo dei Governi sugli aspetti connessi alla privacy online, nonché all’impegno di aziende come Apple, Google e Mozilla per rendere i cookie meno efficaci sui loro browser.

In risposta, lo IAB propone “nuove impostazioni di privacy standardizzate e controlli dei consumatori legati a un identificatore neutro e standardizzato“.

In altre parole, anziché i cookie una tantum, i consumatori verrebbero tracciati da un unico identificatore sul web. Al fine di ottenere l’accesso a tale identificatore, Mitchell scrive che le aziende dovrebbero “dimostrare in modo coerente la conformità alle preferenze sulla privacy” collegate all’identificatore stesso. La proposta dello IAB è che questi standard “siano istituiti come servizi pubblici, soggetti alle normative promulgate da enti governativi, in un contesto in cui media digitali e le aziende regolano congiuntamente gli standard con i fornitori di browser”.

Tra i primi commenti alla proposta, particolarmente critico è quello di Brendan Eich, Ceo del browser che “blocca la pubblicità” Brave (in questi giorni protagonista anche di una accusa legale a Google sempre per motivi di tracking degli utenti), che ha twittato: “Chi stanno prendendo in giro? Un singolo “token” ti identificherà in modo univoco e sarà collegato al tuo nome e ai tuoi dati personali in un batter d’occhio tra i siti che condividono informazioni con le loro terze parti”.

Facebook reintroduce la stima della reach per le Custom Audiences

A più di un anno dalla sua sospensione, Facebook rende nuovamente disponibile per i suoi inserzionisti la funzione di stima della reach nelle Custom Audiences.

La metrica, che consente di prevedere la reach stimata per le liste di utenti caricate nelle Custom Audiences (lo strumento grazie a cui è possibile creare sul social segmenti di pubblico personalizzati a fini pubblicitari), era stata temporaneamente disattivata a marzo del 2018, dopo che un team di ricercatori della Northeastern University aveva scoperto una sua vulnerabilità. In sostanza, era possibile dall’esterno dedurre alcune caratteristiche individuali degli utenti inclusi nella lista dell’inserzionista: una falla che avrebbe potuto facilmente tradursi in un nuovo potenziale scandalo privacy per il social.

Dopo la scoperta, Facebook ha prontamente spento la metrica, sottolineando di non essere a conoscenza di casi di utilizzo malevolo della funzione. Ed ha poi lavorato con lo stesso gruppo di universitari per risolvere il problema.

Martedì 2 luglio la reintroduzione della metrica per alcuni inserzionisti scelti a caso. La soluzione sarà ripristinata per tutti in maniera progressiva entro l’anno.

Da Google uno strumento per aumentare la privacy nelle collaborazioni tra marchi e agenzie

Google ha sviluppato una tecnologia che permette alle agenzie e ai marchi che collaborano su campagne pubblicitarie di condividere dati sensibili senza rivelare informazioni riguardanti i singoli clienti targettizzati. Questo protocollo, chiamato Private Join and Compute, mira ad accrescere la fiducia tra gli operatori assicurando al contempo l’integrità dei dati.

Si tratta di uno strumento open-source che rende più facile unire colonne numeriche provenienti da diversi set di dati usati per effettuare varie tipologie calcoli; i dati restano criptati e illeggibili nel corso dell’intero processo. I risultati delle elaborazioni, e quindi non i numeri grezzi, sono l’unica informazione che l’agenzia o il marchio riceve.

Private Join and Compute combina due importanti tecniche criptografiche per proteggere i dati individuali. Ogni attore applica una criptazione privata che mantiene sicuri i propri dati, che restano illeggibili per gli altri, in seguito l’agenzia può condividere i dati in questioni con il marchio, l’agenzia poi applica un altro livello di criptazione così che quando i dati ritornano in possesso dell’inserzionista ricevono un ulteriore livello di protezione.

Gli unici dati rivelati ad azienda e agenzia sono dunque, per esempio, il numero totale di persone che hanno comprato, il valore complessivo e i ricavi totali dell’acquisto.

Quantcast rafforza il team dedicato alla privacy con Matthias Matthiesen

Quantcast annuncia la nomina di Matthias Matthiesen come senior privacy counsel con base a Dublino.

Entrando nel Team Legal and Corporate Development della società internazionale di audience intelligence e misurazione, Matthiesen diventa responsabile della creazione, della consulenza e dell’applicazione della politica globale sulla privacy e sulla protezione dei dati di Quantcast. Ha inoltre il compito di guidare i clienti e i partner nel rispetto del GDPR e di altre normative emergenti sulla privacy dei dati in tutto il mondo.

Prima del suo ingrsso, Matthiesen, uno dei maggiori esperti mondiali di protezione dei dati, ha ricoperto il ruolo di direttore della privacy e delle politiche pubbliche presso lo IAB Europe. In tale veste, ne ha guidato la strategia e l’approccio sia sulla privacy che sulla protezione dei dati, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo del Transparency and Consent Framework per il GDPR.

Nei quattro anni trascorsi a Bruxelles in IAB Europe, ha anche lavorato per gli affari pubblici, la politica e la privacy dell’UE, che, combinati con il suo background in diritto europeo e comparato, contribuiranno all’ulteriore sviluppo delle policy di trasparenza e privacy di Quantcast. In Quantcast, Matthiesen gestirà anche i rapporti con i legislatori e le autorità di regolamentazione dei mercati globali e lavorerà a stretto contatto con le organizzazioni commerciali di cui Quantcast è membro, tra cui lo IAB, la Network Advertising Initiative (NAI), la Digital Advertising Alliance (DAA) e la European Interactive Digital Advertising Alliance (EDAA).

Ari Levenfeld, Chief Privacy Officer di Quantcast, dichiara: “Siamo lieti di avere Matthias nel team legale di Quantcast. Svolgerà un ruolo chiave nel garantire la conformità dei prodotti e dei servizi targati Quantcast con la normativa europea, anticipando al tempo stesso l’evoluzione delle esigenze dei nostri clienti. Un supporto prezioso e fondamentale per continuare la nostra mission che consiste nel semplificare radicalmente la pubblicità su internet aperto, fornendo chiarezza e trasparenza ai brand quando si tratta di rispettare il consenso dei consumatori”.

La nomina di Matthiesen fa seguito alle recenti nomine che hanno rafforzato il team legale e privacy di Quantcast nel mese di febbraio.

Matthiesen afferma: “Durante la mia permanenza in IAB Europe, ho avuto il piacere di lavorare a stretto contatto con Quantcast, considerato il suo sostanziale contributo allo sviluppo e alla recente revisione del Transparency and Consent Framework. Credo che l’approccio di Quantcast alla privacy e la sua leadership nel consentire la trasparenza e la scelta online siano un passo importante per migliorare la pubblicità e l’editoria. Non vedo l’ora di partecipare attivamente ai suoi continui sforzi per rendere più consapevoli gli utenti online e sostenere la sua mission volta a favorire un internet libero e aperto”.

Chrome, nuovi cambiamenti in vista sul fronte privacy

Google ha annunciato due novità rivolte agli sviluppatori di estensioni su Chrome e volte a proteggere la privacy degli utenti.

Innanzitutto, i developer potranno richiedere accesso esclusivamente ai dati di cui hanno bisogno per implementare i loro servizi. Fino ad ora solo un suggerimento, questa novità diventerà presto uno specifico obbligo per tutte le estensioni. Nel caso in cui più di un permesso possa essere utilizzato per implementare un servizio, gli sviluppatori dovranno usare quello che darà accesso alla minor quantità di dati.

La seconda novità sta invece nel fatto che a un maggior numero di estensioni verrà richiesto di pubblicare le loro politiche sulla privacy: tra queste, ci saranno anche i programmi che gestiscono comunicazioni personali e contenuti forniti dagli utenti. Prima, l’obbligo era limitato solo ai software che gestivano dati personali o sensibili. Le varie estensioni dovranno poi essere trasparenti in come gestiscono i dati degli utenti, fornendo informazioni sulla raccolta, l’utilizzo e la condivisioni di tali dati.

Le novità saranno attive da questa estate, come specifica Google in un blog post: “Annunciamo questi cambiamenti in anticipo rispetto al lancio ufficiale della nuova policy quest’estate, per fornire agli sviluppatori il tempo di assicurarsi che le loro estensioni siano conformi”.

Il tutto è parte del Project Strobe di Google, un impegno che Big G ha lanciato lo scorso anno per riconsiderare il modo in cui gli sviluppatori esterni accedono ai dati degli utenti contenuti negli account Google e nei dispositivi Android.

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