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Ecco chi sono i nuovi partner di Google per le misurazioni

Ogni anno, la conferenza Marketing Live per Google è un’opportunità per fare il punto sulle sue novità pubblicitarie. Non per niente, anche quest’anno la società ha annunciato, nel corso della giornata, una serie di progetti in fase di lavorazione o pronti al debutto.

Tra questi, oltre a varie nuove soluzioni, c’è anche un nuovo programma di partner di misurazione, parte della strategia di riorganizzazione dell’offerta adv messa a punto da Google nelle scorse settimane. Si chiama Google Measurement Partners, ed è un roster di partner di misurazione esterni cui la società farà riferimento per verificare le performance pubblicitarie delle proprie piattaforme.

I membri del gruppo, che aiuteranno le aziende a verificare metriche quali viewability, brand lift e brand safety sulle property di Google, sono in tutto 23, tra cui ComScore, Nielsen, Oracle Data Cloud (e la sua piattaforma Moat), DoubleVerify, Integral Ad Science, Meetrics, Millward Brown e Sizmek.

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I 23 Google Measurement Partners

«Lavoreremo a stretto contatto con questi partner e con organismi di mercato per assicurare alle aziende gli standard di misurazione e gli strumenti di cui esse hanno bisogno per portare avanti il loro business», ha dichiarato, in occasione della presentazione del programma al Marketing Live, il product management director di Google Marketing Platform Payam Shodjai.

Tre fattori da considerare prima di portare in-house la gestione del Programmatic

Programmatic in-house, misurazioni e pubblicità app-install sono gli argomenti della nostra rassegna di oggi.

Tre fattori da considerare prima di portare in-house la gestione del Programmatic

Desiderose di avere maggior controllo sui processi di acquisto e gestione delle campagne in programmatic, sempre più aziende scelgono di internalizzare le attività relative al programmatic. Tuttavia, se da un lato questa può sembrare la soluzione migliore per aumentare scalabilità, efficienza e trasparenza delle campagne, d’altro canto non è una cosa semplice da mettere in pratica. Prima di decidere di portare in-house questo business, le aziende dovrebbero considerare tre fattori: innanzitutto, che trovare talenti specializzati sul programmatic non è semplice, poi, che la tecnologia non si mette in piedi e gestisce da sola; infine, che spesso il contributo di un’agenzia va oltre la mera esecuzione di una campagna. Leggi di più su AdWeek.

Misurazioni, Hearst lancia la metrica Engaged View Rate per il Branded Content

Una delle principali esigenze del mercato pubblicitario, oggi, è trovare delle metriche che riescano a misurare efficacemente le reali performance di una campagna. E non manca chi, con questo obiettivo, ne inventa di nuove. Come Hearst UK, che ha introdotto una nuova metrica dedicata al Branded Content, chiamata Engaged View Rate. Tale metodo si ottiene combinando il tempo di permanenza sull’annuncio con il livello di profondità dello scorrimento di una pagina, e consiste in un punteggio calcolato una volta che l’utente ha impiegato un minimo di 30 secondi su una pagina e ha raggiunto una profondità dello scorrimento di almeno il 75%. Leggi di più su Digiday.

Pubblicità app-install, il Video continua ad essere un driver

La pubblicità video continua a giocare un ruolo importante nel motivare gli utenti a installare le app. Secondo uno studio della società di misurazioni AppsFlyer, in UK addirittura le installazioni di app innescate da spot pubblicitari in UK sono aumentate del 71% tra il 2017 e il 2018. Le stesse campagne che hanno come obiettivo l’installazione di app sono in aumento: la società stima che tra il 2017 e il 2020 le aziende investiranno in tali annunci 2,3 volte di più. E come conseguenza, anche i costi (CPI) aumenteranno, fino al 10% in più anno su anno. Leggi di più su Mobile Marketing Magazine.

La rinascita post-GDPR del Programmatic Guaranteed

Gli argomenti della nostra rassegna di oggi: digital audio, misurazioni e nuovi trend programmatici post-GDPR.

Tra gli effetti del GDPR, c’è la rinascita del Programmatic Guaranteed

Oltre al targeting contestuale, c’è un altro trend che il GDPR sta facendo emergere: quello degli accordi in Programmatic Guaranteed. Si tratta di un metodo di acquisto pubblicitario secondo cui un’azienda può comprare uno spazio in modalità data-driven – incrociando i propri dati con quelli dell’editore – sulla base di accordi anticipatamente concordati con l’editore a prezzo fisso. Questa tipologia di acquisto automatizzato consentirebbe alle aziende di avere maggiori certezze sulla provenienza dei dati, e sulla conformità della loro raccolta al regolamento europeo. Leggi di più su Digiday.

A Digital Audio Exchange (DAX) una certificazione per brand safety ed anti-frode

Il network radiofonico inglese Global, proprietario della piattaforma pubblicitaria audio Digital Audio Exchange (DAX) ha ottenuto la certificazione della britannica Joint Industry Committee for Web Standards (Jicwebs) per le sua attività contro le frodi pubblicitarie e a sostegno della brand safety. Si tratta della prima volta che un fornitore di pubblicità audio in programmatic riceve tale certificazione dall’ente. Tale certificazione sarà applicata all’intera offerta della società, inclusa la piattaforma DAX. Leggi di più su The Drum.

La questione “misurazioni” frena gli investimenti in analytics e data science

La mancanza di metriche efficaci per le misurazioni continua ad essere un problema per chi opera nel marketing data-driven. Secondo una ricerca effettuata da Advertiser Perceptions su 152 aziende e agenzie in USA e UK ad aprile, il 93% dei rispondenti ha dichiarato che data science e analytics sono fondamentali per il business. Tuttavia, 4 su 10 hanno anche affermato che la principale difficoltà che impedisce ulteriori investimenti su questi settori è la mancanza di misurazioni accurate sul loro impatto e sui costi. Leggi di più su eMarketer.

La “reach” è ancora una metrica chiave per la misurazione della pubblicità?

Oggi nella nostra rassegna parliamo di misurazioni, pubblicità video su Amazon e qualità dei dati.

La “reach” è ancora una metrica chiave per la misurazione della pubblicità?

Non molto tempo fa, quello della “reach” era un termine chiave per la misurazione delle performance pubblicitarie. Le aziende potevano comprare spot all’interno degli spazi di un popolare programma tv, sicuri che la loro campagna sarebbe stata vista da milioni di persone. Ma nell’era della frammentazione dei media, con il sempre maggiore utilizzo del mobile e la moltiplicazione dei canali su cui fruire i contenuti, la “reach” ha sempre un significato così importante? Secondo alcuni, no. Come Neil Shah, global senior brand manager di Smirnoff nel gruppo Diageo, che l’ha descritta come una “metrica effimera”, spiegando come non fornisca informazioni sull’interazione o meno dei consumatori con la pubblicità che viene loro servita. Leggi di più su The Drum.

Amazon, a breve la pubblicità video su Prime?

Che prima o poi Amazon avesse unito due business strategici della sua offerta, quello video e quello pubblicitario, portando l’adv su Amazon Video, era cosa immaginabile. Ma a quanto pare, questa unione potrebbe avvenire prima di quanto ci si aspettasse. Un annnuncio di lavoro di Amazon in UK indica che l’azienda sarebbe alla ricerca di qualcuno cui affidare la supervisione delle proprie attività “Free-to-air TV and advertising” in Europa. I Free-to-air TV sono i canali televisivi cui si ha accesso attraverso sintonizzatore digitale, cable o satellite senza dover pagare per riceverli: che Amazon abbia intenzione di portarli presto su Prime, insieme agli spot? Leggi di più su TechCrunch

Per i marketer la gestione della qualità dei dati è ancora una sfida

I dati sono sempre più importanti per il marketing delle aziende, ma la loro qualità continua ad essere un problema. Secondo uno studio di Tune e Forrester Consulting effettuato su 300 mobile marketer americani, circa un terzo di essi trova sfidante la gestione della “data quality”. E parte del problema è la crescita degli investimenti adv su smartphone e tablet: con essi è in aumento infatti anche il numero di società fraudolente che da tali investimenti vogliono guadagnare. Leggi di più su eMarketer.

Targeting efficace? Secondo i marketer sono importanti contesto e livello di attenzione

L’ambiente che circonda gli annunci pubblicitari e il grado di attenzione dell’utente sono secondo le aziende i fattori più importanti per l’efficacia del targeting pubblicitario. Lo rivela lo studio “Digital Brand Advertising and Measurement 2018” di IAB Europe, che ha coinvolto circa 650 professionisti di aziende, agenzie ed editoria.

Secondo la ricerca, il contesto editoriale è considerato da circa l’80% degli stakeholder intervistati come il più importante fattore capace di assicurare che le campagne di branding raggiungano il giusto utente. Seguono, a breve distanza, le “informazioni sulla posizione del consumatore nel processo di decisione d’acquisto” (78%) e “informazioni sul comportamento di ricerca online e sui siti visitati” (77%). Più indietro nel ranking indicatori predittivi come la “predizione del grado di engagement con l’annuncio sulla base degli interessi e/o di precedenti esposizioni ad annunci simili”.

Quanto detto riguarda la reach delle campagna. Altro discorso, invece, per la ricettività del messaggio di branding. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato che il livello di attenzione dell’utente ha un impatto sulla percezione del messaggio significativamente maggiore di altre variabili come ad esempio il luogo e la situazione (luogo di lavoro, second-screening, tragitto casa-ufficio).

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Migliorare la misurabilità nel programmatic

Attualmente circa la metà della spesa pubblicitaria display in Europa è commercializzata in programmatic, e il settore è in crescita. Non stupisce dunque che il 90% delle aziende, l’88% delle agenzie e l’85% degli editori siano concordi sul bisogno di avere riferimenti condivisi a livello di industry sul pubblico online e sull’efficacia pubblicitaria disponibili sugli strumenti di trading programmatico, insieme a dati su compravendite e misurazioni. E sempre sul tema misurazioni, secondo lo studio l’impatto del GDPR e il bisogno di identificare più chiaramente i ruoli dei vari operatori nei processi di gestione dei dati aumenterà il bisogno di avere più informazioni di analytics all’interno dei tool di trading programmatico nei prossimi mesi.

Cresce nel mondo la pubblicità video data-driven

Dalla pubblicità video data-driven alla misurazione del ROI, agli ultimi progetti di Facebook nel settore dei filmati in streaming di videogiochi: ecco gli argomenti della nostra rassegna di oggi.

Cresce nel mondo la pubblicità video data-driven

La pubblicità video data-driven cresce a livello mondiale. Lo rivela l’annuale Global Video Benchmarks Study realizzato dalla piattaforma di marketing video Innovid. Secondo la ricerca, il numero di inserzionisti che hanno condotto campagne data-driven nel 2017 è aumentato del 58%. Il report ha anche esaminato per la prima volta il mercato della pubblicità su tv connesse, riscontrando un aumento del 30% del numero di aziende che pianificano su questo canale, e una crescita del 178% di impression erogate anno su anno. Leggi di più su Broadcasting & Cable.

Misurazione del ROI, cosa ne pensano i marketer? La risposta in uno studio Nielsen

Solo un professionista del marketing su quattro ha fiducia nella sua capacità di misurare il ROI della propria spesa media. E’ quanto evidenzia uno studio di Nielsen. Un trend confermato, tra l’altro, dal fatto che ben il 79% degli intervistati conta di aumentare i propri investimenti in marketing analytics e attribuzione nei prossimi 12 mesi. Oltre il 44% dei marketer è d’accordo di star riuscendo a trarre il massimo dalla spesa media con i dati a sua disposizione, ma circa il 28% dichiara di non aver abbastanza dati di qualità. Leggi di più su MediaPost.

Facebook lancia la sfida a Twitch

Facebook è pronto a lanciare la sfida a Twitch. Dopo aver avviato a gennaio il programma Gaming Creator per dare una spinta alla trasmissione live di videogiochi sulla sua piattaforma, Facebook sta ora promuovendo attivamente il servizio, che da poche settimane può contare su un indirizzo dedicato – facebook.com/gaming – che aggrega in un unico luogo video live e preregistrati di videogame. All’interno del programma è possibile anche registrarsi come supporter a determinati canali, al costo di 5 dollari al mese, proprio come su Twitch. Infine, Facebook sta anche per lanciare un nuovo programma, Level Up, per chi è alle prima armi con lo streaming di videogiochi e vuole costruire una fanbase monetizzabile con i propri video. Leggi di più su Venture Beat.

Podcast, perché è lenta l’adozione degli standard di misurazione?

Nell’ambito del Digital Audio, i podcast stanno assumendo un’importanza sempre maggiore, sia a livello di popolarità tra gli utenti che di interesse da parte delle aziende. Solo negli USA, la spesa pubblicitaria su podcast ha raggiunto i 220 milioni di dollari lo scorso anno, con un aumento dell’85% sul 2016. Solo due anni fa, il valore di questo mercato ammontava solamente a 69 milioni di dollari.

E da qualche mese questo canale ha anche ottenuto riconoscimento a livello di industry, con la realizzazione, da parte di IAB, di standard ad hoc per la misurazione di pubblicità e pubblico. Delle linee guida, realizzate a dicembre dello scorso anno, volte a fornire i primi standard di mercato per la misuzione dell’erogazione delle campagne e la distribuzione di questo tipo di contenuti.

L’adozione di questi standard, tuttavia, starebbe creando qualche problema ai produttori di podcast, secondo quanto rivela Digiday. Chi si è attenuto alle linee guida di IAB, infatti, avrebbe registrato un drastico calo, a doppia cifra, del numero di download. Il motivo? Il sistema di IAB misura lo scaricamento di un contenuto in maniera diversa da come questo effettivamente avviene nella maggior parte delle app.

Con la sempre maggiore distribuzione dei podcast sul mobile, infatti, molte app hanno preferito, a un download unico del contenuto (cioè completato in un singolo processo) uno scaricamento “a blocchi”, più rapido e meno oneroso per i dispositivi mobili. Le piattaforme che ospitano i contenuti, però, in molti casi considerano questi “pacchetti” come molteplici download. Di fatto falsando, in questo modo, il conteggio complessivo, e anche non di poco nel caso di programmi con lunghi episodi o con un alto bit rate.

Lo standard IAB, invece, conta ogni download effettuato da un utente all’interno di un intervallo di 24 ore come un singolo scaricamento, minimizzando in questo modo la possibilità di doppi conteggi.

Se da un lato l’adozione dello standard IAB crea una rappresentazione più realistica del pubblico di un podcast, d’altro canto molti network si preoccupano che, alla vista di numeri considerevolmente più bassi rispetto a prima, gli inserzionisti possano perdere interesse nel mezzo, frenando così il suo potenziale di monetizzazione.

Potenziale che, tuttavia, è già in parte frenato proprio dalla carenza di metodologie di misurazione affidabili e condivise. Attualmente, il mercato pubblicitario dei podcast è più che altro dominato da inserzionisti direct-response, che per misurare l’efficacia delle loro campagne si affidano a strumenti come codici di download o URL unici, ma sul mezzo cominciano ad essere sempre più presenti anche aziende che pianificano campagne di branding. E questo genere di annunci ha bisogno, per essere misurato, di criteri diversi, condivisi tra i vari player e pertanto capaci di seguire efficacemente l’utente nel customer journey.

La soluzione per superare l’impasse? Probabilmente è l’adozione dello standard IAB da parte di quante più piattaforme possibile, o almeno in un primo momento delle principali, in modo che si possa formare una massa critica capace di rappresentare un riferimento di utenza e di efficacia pubblicitaria per gli inserzionisti che si approcciano al mezzo.

Google restringe l’utilizzo dei DoubleClick ID. Cosa significa per le aziende?

Quella che prima era solo un’indiscrezione è stata ora ufficializzata da Google: l’azienda non consentirà più l’utilizzo dei DoubleClick ID a chi usa il suo servizio di trasferimento dati. Lo strumento funzionerà ancora, ma i suoi dati non saranno esportabili all’esterno. La novità, voluta da Big G per allinearsi alle politiche previste dalla GDPR, sarà attiva proprio dal 25 maggio, lo stesso giorno in cui entra definitivamente in vigore il regolamento europeo.

La notizia potrebbe creare qualche difficoltà alle aziende che usano DoubleClick per acquistare pubblicità: gli identificativi di DoubleClick, infatti, sono attualmente uno strumento prezioso per misurare le performance delle campagne multicanale, dentro e fuori le piattaforme di Google, proprio in quanto trasferibili all’esterno. Senza un identificativo utilizzabile su più piattaforme, infatti, diventa molto più difficile per un brand verificare, ad esempio, se la stessa persona che ha visto l’annuncio di un prodotto su smartphone ha poi effettuato l’acquisto dello stesso prodotto da pc.

E nel mercato – come fa notare il sito MediaPost – alcuni vedono già in questa mossa la volontà di Google di sfruttare la GDPR per chiudere ancora di più i propri “walled garden”, evitando la possibilità di condividere i dati e portando così le aziende ad utilizzare sempre più i propri strumenti e piattaforme.

Intanto, un portavoce di Google ha fatto sapere che la società si sta muovendo per «prendere accordi con aziende e partner su altri modi di misurare le campagne, compresa un’accelerazione dell’espansione dell’Ads Data Hub», ossia il sistema di misurazione di Youtube progettato per dare agli inserzionisti informazioni a livello di impression sulle campagne erogate su diversi dispositivi, successivamente ampliato anche agli spazi acquistati attraverso DoubleClick e il Google Display Network.

Pochi giorni fa Google aveva reso nota un’altra mossa in vista della GDPR: la messa a punto di una piattaforma per la gestione dei consensi (CMP) destinata agli editori. Una novità che – anche in quel caso – sta facendo molto discutere, in quanto limita i publisher che la utilizzano ad avere al massimo 12 partner ad tech, un numero ben al di sotto dell’attuale norma.

Oracle, arrivano nuovi strumenti per analytics e segmentazione dell’audience

Dalle novità di Oracle e IAB Tech Lab all’andamento del Native in USA. Ne parliamo nella rassegna di oggi.

Oracle, nuovi strumenti per analytics e segmentazione dell’audience

Novità sul fronte marketing per Oracle. La società ha annunciato il lancio della sua prima piattaforma di analytics e una nuova soluzione cloud per la segmentazione dell’audience. La prima si chiama Oracle Infinity e fornisce strumenti di intelligence accurati e puntuali per consentire alle aziende di ottimizzare l’engagement degli utenti sui vari canali. La seconda, Oracle CX Audience, permette invece di centralizzare, gestire e arricchire i dati sui consumatori (attraverso l’integrazione con i dati di terza parte di Oracle Data Cloud), creare e attivare facilmente segmenti scalabili di audience, e analizzare poi le performance dei vari segmenti. Leggi di più su MarTech Today.

Misurazioni in-app: IAB Tech Lab lancia ufficialmente il suo Open SDK

IAB Tech Lab ha ufficialmente aperto al mercato, dopo un beta test di sette mesi, il proprio Open Measurement SDK, un set di strumenti disegnati per facilitare le misurazioni da parte di società terze di viewability e autenticità degli spazi delle campagne mobile in-app. Grazie al Software Development Kit, le app potranno lavorare con molteplici società di verifica attraverso una singola integrazione, mentre prima era necessario averne una per ogni fornitore di misurazioni. Leggi di più su Mobile Marketer.

Cresce la pubblicità Native in USA

Crescono gli investimenti in Native Adv quest’anno negli Stati Uniti. Secondo stime di eMarketer, nel 2018 verranno allocati 32,9 miliardi di dollari in annunci contestuali display, in aumento del 31% sullo scorso anno: l’equivalente del 58,3% della spesa digitale display del Paese. Circa tre quarti di tutta la spesa native, inoltre, è su annunci social, ed oltre il 90% su mobile. Leggi di più su eMarketer.

Migliori misurazioni sono necessarie per accrescere gli investimenti in programmatic

Non è nei confronti del programmatic che gli inserzionisti nutrono dubbi e preoccupazioni, bensì verso l’attuale modello di misurazione adottato dalla maggior parte dell’industria pubblicitaria digitale.

Riporta Infectious Media in una ricerca che, infatti, il 90% dei marketer sarebbe disposto a investire “leggermente” o “significativamente” in automatizzazione se si avesse la certezza di avere migliori metriche.

La questione, con tutte le problematiche relative, emerge nettamente da un ulteriore dato: il 66% dei rispondenti l’ha definita “estremamente” o “molto” sfidante, considerando che la maggior parte delle aziende che si affida ancora sui click per comprovare il successo delle loro campagne.

Tutto ciò ha alimentato la richiesta di una riforma radicale delle misurazioni, con il 53% degli inserzionisti coinvolti nel sondaggio che dichiarano di cercare attivamente soluzioni alternative a quelle in uso.

Dal nostro studio è chiaro che le aziende stanno realizzando il fatto che il modello di misurazione su cui hanno fatto affidamento per le loro campagne programmatiche è malfunzionante e, come risultato, la spesa in pubblicità digitale è frenata. I marchi esigono che le agenzie dimostrino maggiore impegno nel miglioramento del sistema. Sfortunatamente, molti operatori si sono accontentati della facile opzione di spendere i soldi degli inserzionisti su un inventario a basso prezzo, che incontra obiettivi di click senza però considerare i rischio legati alle frodi o ad uno scarso ROI”, ha commentato Martin Kelly, Chief Executive e Co-fondatore di Infectious Media.

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