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Gli utenti dovrebbero essere pagati per l’utilizzo dei loro dati personali, secondo Maurice Lévy

Secondo il Presidente di Publicis Groupe, Maurice Lévy, gli utenti internet dovrebbero essere retribuiti dalle società tecnologiche per l’utilizzo dei loro dati personali.

In altre parole, i profitti generati da questa attività fondamentale per l’ecosistema della pubblicità digitale dovrebbero essere ridistribuiti, includendo coloro che hanno appunto generato i dati stessi. È una misura che, ha dichiarato Lévy nel corso di un evento organizzato dall’emittente Euronews sul futuro dell’Europa, sarebbe più efficace della General Data Protection Regulation (GDPR), entrata in vigore l’anno scorso.

“I dati personali dovrebbero appartenere a ogni consumatore e ogni volta che i dati sono usati penso che la società aggregatrice che ne otterrà dei ritorni dovrebbe in qualche modo pagarli. A me sembra normale che quelli che si trovino all’origine della ricchezza debbano essere messi nella posizione di percepirne i frutti. Così come sembra normale che le piattaforme che abilitano la ricchezza debbano essere in grado di beneficiarne”, ha affermato il Presidente di Maurice Lévy.

Maurice Lévy: «Lecito per gli utenti chiedere una quota delle revenue provenienti dai propri dati»

Qual è il valore dei dati personali? Ed è lecito che il consumatore chieda un corrispettivo economico per la vendita delle proprie informazioni?

Sono alcune delle domande che Maurice Lévy pone ai lettori del sito The Drum. In un lungo articolo a sua firma, il ceo di Publicis Groupe si mette nei panni dell’internauta, affrontando diverse questioni sul data mining e su quanto possano essere (anche economicamente) preziose le informazioni degli utenti.

Quanto i consumatori vogliono svelare al mercato per essere targettizzati e ricevere messaggi personalizzati? Quanto realmente sono consapevoli di quello che verrà condiviso con gli advertiser? E quanti dati, effettivamente, rimangono rintracciabili anche al di là delle autorizzazioni dell’utente? Questi alcuni dei temi trattati.

Ma soprattutto, Lévy pone l’accento su un’altra questione: quella della proprietà dei dati.

“Il consumatore potrebbe lecitamente chiedere ‘Si tratta di una informazione di mia proprietà, perchè dovrebbe farci soldi qualcun’altro?’ e dunque chiedere una quota delle revenue provenienti da quel dato – Lévy scrive -. Alcune startup già offrono un prezzo ai dati personali. E sebbene il modello di internet sia basato sulla pubblicità e sulla raccolta di dati per (principalmente) servizi gratuiti, ciò non vuol dire che le aziende debbano essere i soli beneficiari del valore dei dati“.

Qui l’articolo completo pubblicato su The Drum.