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Stuani, RhythmOne: «Collegare tutte le tecnologie della filiera ci rende più efficienti e convenienti»

Recentemente approdata sul mercato italiano grazie all’intergrazione di RadiumOne, RhythmOne è oggi una piattaforma full-stack per il Programmatic che si rivolge sia a chi acquista che a chi vende pubblicità in modalità automatizzata, con un’offerta di soluzioni completa e una costante attenzione alla qualità e alla sicurezza delle inventory.

Il Managing Director Mattia Stuani ci illustra il posizionamento della società e le prossime mosse previste sul nostro mercato.

Mattia, come si posiziona RhythmOne nell’ecosistema del Programmatic Advertising?

RhythmOne ha una tecnologia per ogni step che connette chi compra e chi vende adv: lato demand forniamo agli inserzionisti strumenti per il data management e il media buying e soluzioni per la gestione della creatività, mentre lato supply offriamo un ad-exchange, una SSP e una tecnologia diretta (header bidder/tag/sdk) per collegare i publisher alla nostra piattaforma. Un’offerta completa, insomma, che garantisce transazioni più veloci per gli inserzionisti, una latenza più bassa per gli editori e una migliore esperienza per i consumatori. Collegare tutte le tecnologie della filiera ci rende più efficienti e in ultima analisi più convenienti per tutti i nostri clienti e partner.

Brand safety e trasparenza sono oggi due parole chiave nel mondo della pubblicità digitale. Secondo te, oggi, questi due fattori costituiscono un freno per il mercato programmatico?

Sì. queste sono due delle maggiori preoccupazioni. Brand safety, viewability e verification sono fondamentali per ottenere prestazioni ottimali, perché guidano l’efficienza all’interno del marketplace. E naturalmente sono temi di fondamentale importanza anche per RhythmOne.

Voi come rispondete a queste esigenze del mercato? C’è qualche prodotto creato specificamente a riguardo?

RhythmOne ha investito notevolmente in RhythmGuard, la nostra tecnologia proprietaria di brand safety che individua il traffico fraudolento e sospetto ad ogni passo del processo di transazione, sia pre-bid che post-bid. RhythmGuard incorpora informazioni provenienti da partner di verifica terzi e le potenzia con i nostri strumenti di intelligence e machine learning, non solo per assicurare che l’intera supply sia filtrata in base alla qualità, ma anche per essere sempre in anticipo sui nuovi ed emergenti metodi di frode pubblicitaria. RhythmGuard a parte, comunque, le partnership con le migliori aziende di ad-verification, combinate con i nostri algoritmi proprietari, garantiscono la soddisfazione dei più alti standard qualitativi su tutta la nostra inventory. Questo è il motivo per cui siamo al primo posto negli Stati Uniti e in seconda posizione in tutto il resto del mondo nell’indice Global Trust Seller trust di Pixalate, dove tra l’altro siamo sul podio da oltre 5 mesi consecutivi. Non da ultimo, siamo disposti a garantire sia visibilità che verification (sulla base di qualsiasi società di verifica accreditata da MRC) attraverso il nostro prodotto Guaranteed Marketplace.

RhythmOne all’estero esiste da tempo, ma in Italia ha fatto il suo debutto solo recentemente. Quali sono i progetti previsti nel nostro Paese?

Attualmente sul mercato è già operativo il nostro ad exchange e a gennaio 2018 apriremo la divisione dedicata ai publisher che comprenderà vari servizi tra cui SSP, header bidding/tag, DMP e cross platform analytics. Non esiste al momento una piattaforma così completa sul mercato, siamo in grado di rispondere a una grande esigenza della industry, ossia quella di portare la data intelligence su ampia scala alla fonte: il publisher.

Leggi l’intervista completa su Programmatic Italia Magazine.

Dall’integrazione di RadiumOne nasce RhythmOne Italia. Mattia Stuani è il Managing Director

Un brand unico, un’offerta full-stack e un nuovo posizionamento. E’ questo il risultato dell’integrazione di RadiumOne in RhythmOne, ufficializzata oggi dalla società californiana con una nota ufficiale.

Nella nota, RhythmOne spiega di aver integrato all’interno della propria offerta tutte le tecnologie e soluzioni dell’operatore, e che le due società unite, insieme ai rispettivi team commerciali, saranno d’ora in poi presenti sul mercato sotto il nome unico di RhythmOne, con un nuovo look-and-feel, un nuovo posizionamento e nuove funzionalità. RhythmOne aveva acquisito RadiumOne a giugno.

RadiumOne porta in dote un’offerta prettamente demand che va ad arricchire il posizionamento supply-side di RhythmOne, attraverso una suite di soluzioni che comprende anche una DSP e una DMP, tecnologie proprietarie per la brand safety, prodotti di analytics che sfruttano dati di prima e seconda parte, e la possibilità di attivare il programmatic a livello cross-device su tutto il già ampio network di inventory gestito da RhythmOne.

Un’unione che porterà benefici sia agli inserzionisti che agli editori, come lascia intendere Dan Slivjanovski, CMO di RhythmOne: «Abbiamo vissuto 4 mesi davvero intensi, con squadre dedicate che hanno lavorato a diverse iniziative per portare questa potente offerta ai nostri clienti. Le nostre soluzioni possono ora attingere all’eredità di strumenti di data e analytics di RadiumOne, e associarle al grande bacino di inventory desktop e mobile di alta qualità di RhythmOne. Una nuova offerta che aiuterà gli editori a massimizzare il valore delle loro inventory e consentire agli inserzionisti di attivare audience attraverso campagne dimaniche e cross-piattaforma».

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Come parte dell’integrazione, spiega la nota stampa, “la maggior parte delle componenti del brand e dell’immagine pubblica di RadiumOne verranno ritirati entro la fine dell’anno, molte di esse già nelle settimane a venire, incluso il sito internet”. L’attuale sito di RhythmOne è stato arricchito con i nuovi asset del brand, che riflettono l’offerta combinata, e con i dettagli delle nuove soluzioni proposte. I rispettivi clienti non vivranno alcuna interruzione dei servizi.

Rebranding RhythmOne, cosa succede in Italia?

Ma in Italia, dove RadiumOne ha una sede guidata da Mattia Stuani, cosa succederà? Lo abbiamo chiesto allo stesso Stuani. «Anche in Italia, come negli altri Paesi dove RhythmOne è presente, la società si appoggerà a noi per comunicare l’intera nuova gamma delle sue soluzioni, che il nostro team andrà a proporre al mercato italiano – ci ha risposto -. Ufficialmente da oggi noi siamo RhythmOne Italia».

L’integrazione di RadiumOne apre dunque a RhythmOne le porte del mercato italiano, in cui il player non era ancora presente. La sua sede sarà quella che attualmente ospita il team di Stuani, e Stuani ne diventerà il Managing Director Italy. «Il brand RadiumOne non esiste più nel nostro Paese, progressivamente i team si stanno unendo, così come le offerte delle due società, che verranno comunicate sotto il nome RhythmOne», ci ha spiegato il manager.

RhythmOne Italia ha già iniziato a testare coi propri clienti le nuove soluzioni per gli editori ereditate dalla società californiana, e da gennaio comincerà la loro comunicazione al mercato, attraverso specialisti dedicati. «Contiamo, con l’ampliamento dell’offerta di prodotti, di allargare il nostro team con professionisti dedicati alla vendita delle nuove soluzioni», ha detto Stuani.

In futuro, nel corso del 2018, ci saranno altre acquisizioni da parte di RhythmOne ed altre nuove società entreranno a far parte del gruppo. Il che prevederà anche un’integrazione di offerte e team anche a livello italiano.

RhythmOne tra le migliori piattaforme lato vendita secondo Pixalate. Mattia Stuani ci spiega perché

Pixalate ha aggiornato la propria classifica mensile Global Seller Trust dei migliori venditori pubblicitari, con i dati di agosto 2017.

Ancora una volta, la top 3 della classifica statunitense vede al comando RhythmOne, seguita da Sovrn, mentre al terzo posto arriva in rimonta ONE by AOL. Per quanto riguarda il ranking relativo ai mercati extra-US, che Pixalate categorizza come “International”, il podio rimane invariato rispetto al mese scorso, con Google AdExchange al primo posto, seguita da RhythmOne e da OpenX.

La classifica misura la qualità dell’inventory delle piattaforme di vendita, sulla base di vari criteri quali viewability, reach, validità delle tipologie di traffico e assenza di malware.

Ma quali sono gli ingredienti per essere riconosciuti come un venditore affidabile? Lo abbiamo chiesto a Mattia Stuani, Managing Director Italy di RadiumOne, società recentemente acquisita da RhythmOne e tramite cui, a breve, l’offerta di RhythmOne arriverà anche nel nostro Paese. RhythmOne infatti per il quinto mese consecutivo si conferma sul podio della classifica, sia a livello statunitense che nel resto del mondo.

Secondo il manager, oggi è indispensabile puntare su trasparenza e brand safety, garantendo così l’alta qualità delle inventory offerte. Qualcosa che RhythmOne fa con una soluzione dedicata, RhythmGuard.

«RhythmOne non solo è partner integrato di tutti i principali Ad-Verification ma ha anche investito in una tecnologia proprietaria di nome RhythmGuard che opera un ulteriore controllo post-bid sul posizionamento in cui l’ad sta per essere servito – ci ha spiegato Stuani -. In pratica, blocca un ulteriore 30% – 35% di impression che non verranno pagate dall’advertiser in quanto non rispettano i criteri desiderati a livello di brand safety (IVT e SIVT), in-view e viewability. Grazie a questa nuova tecnologia l’AdExchange di RhythmOne rende possibile l’acquisto di Guaranteed Market Place offrendo quindi la possibilità di acquistare audience su larga scala con la massima qualità garantendo il risultato».

Un’offerta che arriverà presto anche nel nostro Paese. Continuano infatti i lavori sull’integrazione della piattaforma di monetizzazione cross-device e multiformato di RhythmOne con le funzionalità di accesso agli insight sui consumatori, strumenti di segmentazione di audience e tecnologie di targeting di RadiumOne: integrazione che porterà alla creazione di una nuova piattaforma full-stack, disponibile anche nel nostro Paese. «Non vedo l’ora di lanciare il nuovo brand in Italia frutto della fusione della demand side e data intelligence di RadiumOne unità alla tecnologia supply di Rhythmone – ci ha detto a questo proposito Stuani -. Offriremo al mercato una vera alternativa ai big player del mercato».

RadiumOne, parte la “fase due”: da settembre la piattaforma “full-stack” anche in Italia

Dopo la fusione con RhythmOne, RadiumOne si prepara a una nuova fase del proprio sviluppo anche nel nostro Paese, con l’obiettivo di posizionarsi come una tra le poche realtà in grado di gestire una piattaforma full-stack per il programmatic.

L’acquisizione di RadiumOne da parte di RhythmOne, ufficializzata la scorsa settimana, aveva come principale obiettivo proprio quello di integrare la piattaforma di monetizzazione cross-device e multiformato di RhythmOne con le funzionalità di accesso accesso agli insight sui consumatori, strumenti di segmentazione di audience e tecnologie di targeting di RadiumOne. Una piattaforma avanzata in grado di rispondere sia alle necessità degli investitori, sia degli editori, che arriverà quindi anche in Italia: a confermarcelo è Mattia Stuani, managing director di RadiumOne in Italia.

«Da settembre la piattaforma di monetizzazione di RhythmOne sarà attivata anche in Italia – ci ha detto Stuani -. Si tratta di una tecnologia cross-device già molto collaudata in mercati come quello americano, integrata con una trentina di DSP e in grado di gestire tutte le principali tipologie di formato grazie a numerose partnership tecniche e commerciali. E’ quindi una piattaforma di semplice adozione, in grado di assicurare agli editori da subito una monetizzazione efficace».

In più, grazie all’integrazione con RadiumOne, avrà la valorizzazione del patrimonio di dati della DMP di radiumOne: «massimizzeremo le opportunità dell’erogazione pubblicitaria granulare su base dato, anche in ambienti PMP e guaranteed. Grazie ai RadiumOne Anaytics sarà possibile, per esempio, creare pacchetti di inventory già clusterizzati sulla base dei dati sulle intenzioni dei consumatori, che siamo in grado di catturare sui media paid, owned e shared.

Al pari di colossi come Google o Appnexus, la una piattaforma “end-to-end” che nascerà dall’integrazione tra RadiumOne e RhythmOne dovrebbe assicurare massima efficienza sia agli inserzionisti, sia ai publisher. Due obiettivi conciliabili? «Assolutamente sì – ribatte Stuani -: la chiave è garantire la miglior monetizzazione per gli editori, offrendo allo stesso tempo al cliente quello che chiede: trasparenza, brand safety e un utilizzo evoluto del dato. Farlo attraverso con un unica piattaforma end-to-end, tra l’altro, accorcia la filiera».

E’ dunque un autunno impegnativo quello che aspetta Stuani e il suo team: «ci sarà senz’altro un impatto notevole sulla nostra attività, visto che aumenteranno prodotti e interlocutori. Avremo un focus molto importante sugli editori, pensiamo anche a investimenti del team», conclude il manager.

RadiumOne lancia una divisione dedicata alla brand safety

RadiumOne apre Safety Division, l’unità interna incaricata di offrire formazione ai clienti, curare i rapporti con i fornitori e migliorare le inventory con il duplice obiettivo di contrastare il fenomeno delle frodi e garantire la trasparenza nel settore della pubblicità digitale.

A guidare la divisione, composta al momento da cinque elementi, sarà Timmy Bankole, Head of Supply Operations della società di Programmatic, che riporterà al Director of Operations, Mark Cooper. Bankole e Cooper sono entrambi responsabili del team a livello EMEA.

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Timmy Bankole, Head of Supply Operations di RadiumOne

«In Europa, siamo già ampiamente riconosciuti per la qualità dei contesti media in cui distribuiamo la pubblicità, lo dimostra la certificazione del JICWEBS, il massimo ente certificatore in Regno Unito. I nostri algoritmi e gli occhi dei nostri supply managers, oltre alle attestazioni dei partner esterni, rappresentano per noi e per i marchi dei veri e propri baluardi contro le frodi di cui è disseminata la rete. La creazione ad hoc di un team di brand safety si lega coerentemente alla nostra visione di augmented intelligence, fondata sulla tecnologia e in costante relazione non solo con le esigenze di marketing ma, soprattutto, con i valori umani», ha commentato Mattia Stuani, Managing Director per l’Italia della società.

RadiumOne non è l’unica società ad-tech ad organizzarsi internamente per rispondere alle richieste, provenienti soprattutto dalle aziende, riguardanti il tema della salvaguardia del marchio online. Già lo scorso anno infatti, GroupM aveva istituito il ruolo di Executive Vice President Brand Safety, affidandolo a John Montgomery (leggi qui la sua intervista rilasciata a Programmatic Italia).

La squadra di RadiumOne dà il benvenuto a tre nuovi professionisti

RadiumOne espande il proprio organico assumendo tre nuovi professionisti, inseriti in ambito commerciale e ad-operation.

Sono Fabio Grassini, attivo come Sales director, Veronica Villa, che adesso ricopre il ruolo di Trader, e Paolo Rebecchini, assunto come Sales manager.

Nello specifico, Grassini, che in passato ha lavorato in qualità di Account executive in Twitter e di Manager operazioni partnership in Publitalia ’80, ha il compito di ampliare e strutturare la squadra vendite ed è stato scelto, ha sottolineato il Manager director Mattia Stuani, in virtù della sua ampia esperienza e dell’approfondita conoscenza dei marchi e dei relativi bisogni di marketing, on e off-line.

Villa proviene da Boutique, l’agenzia di Triboo Digitale, e offre supporto nel comparto operativo, con l’obiettivo di far crescere il volume del business. Rebecchini, invece, si occupa di rafforzare la presenza di RadiumOne e i servizi di consulenza, principalmente sul fronte delle agenzie.

«Le assunzioni sono legate all’aumento del business: i nuovi innesti ci rafforzano in ambito commerciale, strategico e operativo. RadiumOne punta a diventare un partner media e data di cruciale importanza per i marchi, grazie alla sua unicità nel riuscire a tracciare il consumer journey sui diversi punti di contatto del Brand. Oltre allo sviluppo della tecnologia proprietaria, RadiumOne si prefigge di assistere le aziende nell’utilizzo di quegli stessi strumenti tecnologici per raggiungere risultati di marketing concreti», ha commentato Stuani.

RadiumOne, un business in crescita

Nuovo incarico anche per Alessandra Stefanizzi. Già impiegata nella società di Programmatic come Senior Sales Manager, è stata promossa a Strategic Account Director. La sua principale mansione è fornire una consulenza tecnica approfondita per personalizzare i prodotti di RadiumOne alle specifiche esigenze dei clienti. Inoltre, Stefanizzi è impegnata nelle attività di crescita dei servizi dati e media, nonché nel coordinamento della squadra di Account management, fungendo da collettore tra le due anime della realtà, ossia tecnologia e marketing.

La struttura, che era cresciuta già a marzo con l’ingresso di Veronica Baroni e Massimo Morini, rispettivamente Data analyst e Campaign trading manager, ha incrementato il giro d’affari del 200% nel primo trimestre dell’anno rispetto al 2016. «È un grande risultato, che ci ha consentito di espandere l’organico e diventare uno dei player indipendenti con presenza più sostanziosa, in termine di professionisti impiegati, in Italia», ha concluso Stuani.

RadiumOne al Programmatic Day: «Puntiamo sull’Augmented Intelligence»

Sono due i filoni che la ricerca in ambito di Intelligenza Artificiale sta seguendo: nel primo, la programmazione degli algoritmi è eseguita dall’uomo, il quale scrive codici che la macchina rispetterà seguirà e rispetterà, nel secondo, l’apprendimento automatico della macchina permette alla stessa di evolvere e generare in autonomia, in base ad alcuni segnali, nuovi algoritmi. Il percorso che ha deciso di intraprendere RadiumOne è il primo, quello dell’Augmented Intelligence.

Secondo questo modello, la tecnologia incrementa le capacità cognitive dell’uomo, che nel frattempo mantiene pieno controllo sulla macchina svolgendo un ruolo insostituibile nell’analisi dei dati raccolti. Abbiamo approfondito questo tema con Mattia Stuani, Managing director per l’Italia della società ad-tech, in una videointervista realizzata a margine del suo intervento al Programmatic Day.

RadiumOne cresce e amplia il team con Veronica Baroni e Massimo Morini

RadiumOne cresce ed amplia la squadra.

Nel team della piattaforma di advertising tecnologico sono infatti arrivate due new entry: si tratta di Veronica Baroni e Massimo Morini, che andranno a rinforzare, rispettivamente, le aree data science e partnership.

Veronica Baroni entra in RadiumOne in qualità di data analyst, dopo un’esperienza nella sede di Boston di DataXu e in quella londinese di Rocket Fuel. Morini, invece, proviene dal trading desk di Publicis Media, e in RadiumOne sarà campaign trading manager.

I due professionisti verranno presto affiancati da altri nuovi talenti. E’ previsto infatti nel secondo trimestre l’arrivo di tre altri professionisti, un senior e due junior, che andranno ad arricchire il team sales e quello ad-ops.

Intanto, RadiumOne sembra aver ingranato il 2017 nel migliore dei modi: nel nostro Paese, sotto la guida del managing director Mattia Stuani, la società ha registrato nel primo trimestre 2017 una crescita del 200% anno su anno. Un andamento estremamente positivo, che ora porta l’operatore a un rialzo delle proprie stime di chiusura dell’anno, inizialmente fissate a un +80%.

Contattato da Programmatic Italia, ecco come Stuani ha commentato l’ottimo andamento della società.

Mattia, come giustifichi la forte crescita che state vivendo in Italia, in un mercato così complicato?

«Il problema degli advertisers è identificare il consumer journey dei propri e potenziali customers: grazie agli analytics di RadiumOne (sharing analytics sul sito, smart links e mobile analytics) siamo in grado di approfondire la conoscenza delle audience in riferimento al brand e dare un ordine qualitativo e temporale, connettendo i puntini. I brand che inseriscono i nostri analytics accedono infatti a dati che non possono altrimenti attivare».

Come funziona il processo?

«Il primo step è l’inserimento degli analytics nei touchpoint degli advertiser. Questo gol sarà il nostro focus quest’anno oltre alle solite revenue media. Già il semplice copy/paste della Url dei siti genera una grossa quantità di dati di alto valore. Il secondo step è poi lo studio dei dati prodotti da questi analytics. Questo ci pone nella posizione di lavorare sulle audience per creare dei modelli di lookalike senza precedenti grazie alla tipologia e la profondità dei dati identificati, il che ci consente di migliorare le performance delle campagne media e di fornire un servizio di data strategy completamente trasparente. Il terzo step, infine, è attivare la campagna con una omnicomprensiva scelta dei formati e dei deal più efficienti per raggiungere i kpi richiesti».

Progetti in vista per il futuro?

«Stiamo lavorando a una novità per i brand che installano i nostri analytics sui loro touch point: una nuova interfaccia grafica che mostri in real time il consumer journey degli utenti».

Stuani: «La mancanza di cultura digitale delle aziende limita lo sviluppo del Programmatic»

Guidatori di auto d’epoca al volante di bolidi supermoderni. Con questa metafora Jodie Koning, marketing director della regione Asia Pacifico di RadiumOne, descrive “la maggior parte di noi marketer”: professionisti (e la manager si autoinclude nel gruppo) che hanno delle conoscenze degli strumenti del settore profondamente obsolete rispetto a quanto necessario per condurre al meglio il loro mestiere di responsabili marketing.

A pochi mesi dal suo incarico nella società specializzata in advertising tecnologico, la manager scrive sulla testata australiana Mumbrella: “La principale consapevolezza che ho raggiunto è il gap tra quello che i responsabili marketing dovrebbero sapere e quello che realmente sanno, che è una delle maggiori sfide per i brand marketer di tutte le categorie a livello globale”.

Un vuoto che è dovuto in prima istanza alla dinamicità di un settore, come quello del marketing digitale, che evolve in maniera fin troppo veloce (basti pensare a tutte le innovazioni portate negli ultimi anni dal marketing tecnologico), ed al cui passo non tutti i professionisti del settore riescono a stare. A meno che non ricevano un aiuto dall’esterno.

Ma se l’opinione di Koning è basata su un contesto internazionale, qual è invece la situazione in Italia? Lo abbiamo chiesto a Mattia Stuani, managing director Italy di RadiumOne. Ecco cosa ci ha risposto.

Mattia, qual è la situazione in Italia a tuo parere? Esiste questo “knowledge gap” di cui parla la tua collega australiana?

«La situazione in Italia è molto simile se non addirittura peggiore dato che il peso e la penetrazione del canale internet è molto inferiore rispetto ai mercati più avanzati. Restando nell’ambito dei top spender del mercato italiano, ho trovato disparati livelli di competenza e di apertura durante i nostri incontri. Spesso, alla domanda, con quale industry lavorate di più, la mia risposta è “quella dove il referente del brand è più skillato o più curioso”. Ma purtroppo, molte volte il digital marketing manager / Digital Media Manager è oberato di lavoro e non ha né le conoscenze di base per capire una potenziale opportunità derivante da nuove tecnologie, né la voglia o il tempo per studiarle. Purtroppo nulla di quello che oggi è presente sul mercato viene insegnato da scuole o istituzioni, quindi la grande differenza sta nell’attitudine del professionista nel tenersi aggiornato leggendo e incontrando i vendor che innovano.

La Koning cita anche il ruolo dello IAB che dovrebbe attivamente guidare gli advertiser tra le evoluzioni e le nuove possibilità che i player Ad-tech e Mar-tech portano sul mercato. Purtroppo, permane uno scollamento tra le due parti per cui spesso la maggioranza degli advertiser non accedono a tali informazioni, per diversi motivi, complice spesso anche la mancanza di partecipazione alle attività IAB da parte degli advertiser. C’è molto lavoro da fare in questo senso e da quest’anno, uno dei miei propositi è contribuire anche a questo aspetto come associato.

Un discorso a parte vale per le società dove c’è una forte presenza di investimenti online, parlo prevalentemente di advertiser che sfruttano da tempo canali di vendita online. In questo caso, spesso mi trovo al cospetto di professionisti molto competenti anche se devo denotare che è capitato anche in quest’ambito di trovare una completa mancanza di conoscenze, che è davvero come mettere un neo patentato a guidare un Boeing. L’Italia ha un enorme patrimonio di PMI, spesso a conduzione familiare e spesso senza una struttura digitale interna ed è già molto che siano svolte campagne Adwords e Facebook».

Che ruolo dovrebbero avere secondo te gli operatori del settore per colmare questa differenza di conoscenze?

«Dal mio punto di vista, in Italia, il vero ruolo di guida super partes spetta alle associazioni e in particolare allo IAB. In primo luogo, lo IAB ha il compito di certificare i vendor. Gran parte del distacco che gli advertiser hanno nei confronti dell’Ad-tech è dovuto a una miriade di società che spesso e volentieri sono “scatole vuote” che sfruttano la mancanza di competenze dei Brand per monetizzare servizi che non portano ad alcun ROI.

Molte volte, iniziando un meeting, mi sono sentito dire frasi come “il programmatic non funziona” che è come dire che le fotografie vengono male; si tratta di regolare la messa a fuoco, l’esposizione e così via. Ci sono “50 shades of programmatic” e di modi per attuarlo. In primo luogo, quindi, come sottolinea la Koning, è importante che i brand abbiano un atteggiamento curioso e in secondo luogo è importante che venga fatta l’opportuna due diligence sulle società che si propongono come servizi tecnologici».

A tuo parere questa poca conoscenza di concetti e tecnologie da parte delle aziende è un freno all’adozione del marketing tecnologico?

«Chiaramente è un grande freno, i brand early adopters sfruttano e testano già diverse tecnologie da anni con conseguenti miglioramenti di efficacia delle loro spese media, mentre alcuni loro competitor sono ancora lì a chiedersi se approcciarle, perdendo molto terreno. Dall’altra parte, ci sono aziende che hanno sfruttato male i servizi tecnologici o hanno scelto il partner sbagliato, con la conseguenza che hanno messo da parte per molto tempo l’intera industry Mar-tech e Ad-tech.

Sono del parere che i Brand, con il passare del tempo, inseriranno nuove competenze per comprendere meglio la gestione delle tecnologie, se non addirittura assorbiranno al loro interno una parte di queste tecnologie per una gestione diretta e trasparente. Quella che viene denominata come “digital transformation” è un processo che sta accadendo con diverse velocità. Sicuramente, la strada è tracciata, questo non toglie che il nostro compito è anche spingere per fare oggi quello che altrimenti verrebbe fatto domani».

Voice First: una rivoluzione (anche) pubblicitaria

“…one thing that we are all clear about is the days of three top text ads followed by ten organic results is a thing of the past in the voice first world”— Sridhar Ramaswamy, Google Senior Vice president of advertising and commerce, November 29, 2016

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Non serve la sfera di cristallo per prevedere che, ancora una volta, siamo a ridosso dell’ennesima rivoluzione.

Durante una call con gli investitori, avvenuta lo scorso Novembre, il sopra citato Shidhar ha espresso chiaramente che Google sta trasformando il proprio modello di business seguendo quello che è la nuova attitudine dell’utente: parlare con le macchine.

Mi permetto di scrivere subito un inciso per fugare un dubbio che nasce spontaneo: la ricerca via schermo non scomparirà mai del tutto. Tante sono le situazioni in cui, per motivi di comodità e di privacy, non si può usare la voce per compiere le ricerche on-line, ma è indiscutibile che l’utilizzo della voce, come dimostrato dal grafico, stia divorando enormi quote di mercato.

Il fenomeno è molto importante per moltissime aziende che lavorano nel panorama digitale, ma soprattutto per BigG che ad oggi monetizza circa 50 Miliardi di dollari con la cara e mai vecchia, fino ad ora, Search Advertising.

Giusto per contestualizzare, la prossima generazione, non crescerà guardando Supercar; crescerà guidandone una e gli basterà pronunciare durante la guida “portami al cinema a vedere Star Wars Rogue 5, ma solo se ne vale la pena”. La ricerca “vecchio stile” – cercando il trailer, i giudizi e chiedendo sul gruppo di WhatsApp pareri agli amici- non esisterà più.

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The Knight Rider, alias Supercar Kitt

AI, AI e ancora AI. Anche la rivoluzione della voce arriva da quello che è la madre di tutte le rivoluzioni del nostro secolo. L’intelligenza artificiale rende possibile dialogare con una macchina, grazie alla voce, in modo naturale. Vi sarete resi conto tutti, che parlando con Siri o a Google Assistant, gli errori di riconoscimento vocale sono sempre più rari. Quando gli errori tenderanno allo zero e la macchina riuscirà a interpretare cosa vogliamo esprimere meglio della nostra mamma, vivremo un completo mutamento anche nella ricerca online. E Google vuole farsi trovare pronto.

Per approfondire le ragioni del passaggio a un modello vocale, cito un estratto, tratto da un testo di Brian Roemmele, che ha studiato il fenomeno per 30 anni, intitolato “There is A Revolution Ahead and It Has A Voice”:

Voice based interactions have three advantages over current systems:

1-Voice is an ambient medium rather than an intentional one (typing, clicking, etc). Visual activity requires singular focused attention (a cognitive load) while speech allows us to do something else.

2-Voice is descriptive rather than referential. When we speak, we describe objects in terms of their roles and attributes. Most of our interactions with computers are referential.

3-Voice requires more modest physical resources. Voice based interaction can be scaled down to much smaller and much cheaper form-factors than visual or manual modalities.

First device.

The Voice First paradigm will allow us to eliminate many, if not all, of these steps with just a simple question. This process can be broken out to 3 basic conceptual modes of voice interface operations:

Does Things For You – Task completion:
– Multiple Criteria Vertical and Horizontal searches
– On the fly combining of multiple information sources
– Real-time editing of information based on dynamic criteria
– Integrated endpoints, like ticket purchases, etc.

Understands What You Say – Conversational intent:
– Location context
– Time context
– Task context
– Dialog context

Understands To Know You – Learns and acts on personal information:
– Who are your friends
– Where do you live
– What is your age
– What do you like

Ma come cambierà quindi la pubblicità? Supponiamo di chiedere al nostro assistente vocale dove poter vedere Rogue One e che questo cominci a elencarci 3 sponsored voice, riproponendo il modello delle ricerca su schermo. Vi sembra possibile? A me no. Probabilmente nessuno sarebbe disposto a sorbirsi 30 secondi di interruzione mentre sta dialogando con una assistente che sia questi umano o robotico.

Il modello che nascerà probabilmente non avrà nulla in comune con quello a cui siamo abituati oggi. Nel modello Voice First, non esisterà la pubblicità come la conosciamo e nemmeno un modello di pagamento che preveda un carrello.

A questo punto, farei entrare in scena il secondo protagonista del mio articolo: Amazon.

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Amazon ha recentemente avuto una bambina che si chiama Alexa. Alexa vive nel cloud di Amazon che, grazie al supporto fisico che viene chiamato Echo, arriva fino ai nostri salotti. Ora, seguitemi attentamente su questo punto: Amazon è the King of Ecommerce, crea il Dash Button, crea un Cloud con annessa un’intelligenza artificiale (Alexa) e un dispositivo fisico che consente di comunicare con Alexa anche mentre si sta in casa a fare altro. Collegando i puntini possiamo provare a ricostruire quella che è la vision di Amazon e quella che potrebbe essere la risposta più vicina ad un modello di acquisto dell’advertising voice first. Mi spiego meglio: non potendo applicare un modello di Advertising come noi lo conosciamo, Amazon sta tentando di far coincidere il “Voice Commerce” con il “Voice Payment” dove il processo d’acquisto prevede l’espressione vocale di un bisogno da parte dell’utente e una voce che gli propone le alternative più adatte alle sue aspettative. Compiuta la scelta, si esprime la volontà di acquistare l’oggetto, sempre a voce. In questo caso, verrebbe riconosciuta la fee per la contribuzione che il sistema vocale ha generato.

Possiamo concludere quindi che Google ha il vantaggio di avere una molteplicità di touchpoints sui quali gli utenti possono compiere le ricerche ma che Amazon è l’unico player al momento che riesce direttamente a consentire tutto il processo, inclusa la delivery. E si sa, nell’ad-tech, non si può star tranquilli un minuto. Uno scenario di questo tipo comprometterebbe circa il 50% dell’attuale fatturato di BigG derivante dalla search e display tradizionale, il quale però, dal canto suo, ha costruito nel tempo un’infrastruttura tecnologica che fa pensare che non si farà trovare impreparato da questa ennesima rivoluzione.

Viviamo in un tempo dove la tecnologia sta rivoluzionando la nostra vita privata e lavorativa. La voice revolution avrà anche un enorme impatto su quello che siamo abituati a conoscere come internet advertising.

Ah, ultima cosa, il CV non serve mandarlo, sapranno già chi sei…