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Ads.txt: quanti editori lo hanno adottato?

E’ stato ufficialmente lanciato qualche mese fa nella sua versione definitiva, ma quanto oggi lo strumento Ads.txt è effettivamente utilizzato?

Era maggio quando IAB Tech Lab annunciava la disponibilità di Ads.txt, un nuovo tool contro le frodi, una soluzione che si proponeva di rendere più sicure le transazioni pubblicitarie via piattaforma, rispondendo alle preoccupazioni degli inserzionisti. Di fatto, un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory.

Col tempo, lo strumento è stato perfezionato, ed ha ricevuto l’“endorsement” di varie società, oltre la stessa IAB, tra cui anche Google che, dopo aver condotto dei test, si è accorta che alcune delle proprie inventory (o meglio, inventory spacciate come di Google) venivano commercializzate a sua insaputa da provider esterni.

Nonostante gli importanti promotori, sembra però che la soluzione fatichi a prendere piede. Uno studio condotto da MarTech Today ha rivelato che dei 500 siti a maggior traffico americani, solo 34 utilizzano il tool. Perché? I motivi sono diversi. Secondo Digiday, ad esempio, il fatto che i team tecnologici sono spesso oberati di lavoro su altri progetti, e tra questi Ads.txt non è una priorità. O che la comprensione di quanto Ads.txt possa portare beneficio alle property di un editore si perda nei labirinti dell’organizzazione aziendale, dove spesso i team di prodotto, commerciali e di ad operations operano in maniera indipendente tra loro, e all’interno della catena non tutti hanno abbastanza familiarità con l’ambiente ad tech da capire gli effetti negativi delle frodi pubblicitarie e sentire l’esigenza di adottare soluzioni per contrastarle.

Alcuni editori, inoltre, utilizzano reseller non autorizzati per far crescere la domanda sui loro spazi, e preferirebbero evitare di farlo sapere agli inserzionisti. Per loro, eliminare questi rivenditori potrebbe implicare far diminuire la domanda pubblicitaria.

Certo qualcosa potrebbe cambiare se alcuni inserzionisti cominciassero a selezionare per i loro acquisti pubblicitari solo gli editori che utilizzano la soluzione. Ma per farlo, dovrebbero avere dall’altra parte un bacino abbastanza ampio di inventory da cui pescare. Diversi grandi editori hanno già adottato Ads.txt: tra di loro ci sono ESPN, Business Insider, Forbes, USA Today Network, The New York Times, The Washington Post, Vox Media e il New York Post. Ma tra quelli che non lo hanno fatto ci sono editori altrettanto importanti: solo per citarne alcuni, Bloomberg, The Wall Street Journal, HuffPost e BuzzFeed.

AdYouLike, posizionamenti Native più “brand safe” grazie ad IBM Watson

Da oggi IBM Watson ha un nuovo settore di impiego: la pubblicità Native.

Il supercomputer infatti collaborerà con la SSP Native AdYouLike per aiutare ad associare gli annunci nativi a contesti appropriati, e a determinare quale contenuto può essere “critico” per un brand.

Grazie alle tecnologie di Machine Learning che stanno alla sua base, Watson verrà utilizzato per leggere e comprendere i contenuti come farebbe un essere umano. Nello specifico, AdYouLike fornirà a Watson il brief della campagna e i suoi KPI in modo che esso conosca gli obiettivi della campagna e le tipologie di contesti adatte e non adatte ad essa. L’inserzionista potrà anche utilizzare AdYouLike come una DSP, e in quel caso fissare tutti i parametri della campagna.

A quel punto, Watson condurrà ogni ora un’analisi in tempo reale di 20 mila pagine web del network di AdYouLike, considerandone temi, semantica, emozionalità e sentiment. In base al suo feedback, AdYouLike sarà in grado di indirizzare la campagna ai contenuti circostanti più compatibili, o evitare che venga affiancata ad articoli sensibili (come un annuncio di un’agenzia di viaggi accanto alla notizia di un disastro aereo).

La collaborazione con IBM Watson va dunque ad arricchire ulteriormente la qualità e l’accuratezza dei posizionamenti di AdYouLike, in un momento in cui il tema della brand safety per le aziende è più importante che mai. Precedentemente la SSP faceva riferimento alle sole keyword sulle pagine per l’analisi dei contesti delle sue campagne.

Kantar Media espande il monitoraggio della pubblicità digitale: arrivano i dati sul Programmatic

Kantar Media espande la sua offerta di servizi per il monitoraggio della pubblicità digitale, con la disponibilità di dati sulla pubblicità in Programmatic.

I nuovi dati forniranno informazioni più dettagliate sui canali di acquisto della pubblicità digitale, inclusi insight su mediatori ed erogazione delle impression (dunque come un’inventory è stata venduta e da chi) e sulla spesa in pubblicità digitale transata in Programmatic. “I dati – spiega la società in una nota -, coprono milioni di posizionamenti e includono il monitoraggio di annunci digitali su piattaforme display, video e mobile”.

Senza dubbio, uno strumento in più per garantire maggiore trasparenza nell’ecosistema: sapere come uno spazio è stato venduto, quali sono stati gli intermediatori coinvolti e quanto è stato speso per esso può costituire un elemento critico per una maggiore chiarezza sui processi del trading programmatico. Oltre che assicurare, più concretamente, che la stessa inventory non venga venduta più di una volta.

I dati sul programmatic vanno ad estendere ulteriormente la già ampia offerta di servizi di misurazione di Kantar Media, che comprende: mobile web e applicazioni (centinaia di siti e app); online video inclusi video cross-media (campagne pre-, mid- e post-roll su centinaia di siti, compresi video riproposti tra tv e web); paid search (copertura di 2 milioni di inserzionisti e 14 motori di ricerca); pubblicità display (annunci statici, dinamici/rich media e HTML5, con relativo storico di impression e di spesa); digital promotion (coupon e app); annuci geotargettizzati e locali; e social owned media (oltre 20 mila brand su Facebook, Twitter e YouTube).

L’ampliamento delle capacità della piattaforma sarà prima limitato agli USA, ma andrà successivamente a toccare anche altri mercati chiave della società.

Inventory aggregate in base alle performance: la novità di MoPub

MoPub, l’ad exchange di Twitter, mette in campo una nuova soluzione per gli acquisti di pubblicità.

La piattaforma ha lanciato, dopo cinque mesi di beta test, un nuovo prodotto di targeting che consente agli inserzionisti di aggregare tipologie di inventory in base alle performance. Le aziende potranno ad esempio scegliere di pianificare sul pacchetto “banner ad alto CTR” (i migliori banner classificati ogni 24 ore in base al CTR) se puntano ad installazioni di app, o piuttosto sul pacchetto “alto tasso di completamento video: maggiore di 15 secondi skippabile” (i formati video con più alto livello di completion rate tra quelli che durano meno di 15 secondi”) se hanno obiettivi di brand awareness.

“Con oltre 49 mila app presenti sul marketplace di MoPub (e il numero è in crescita), abbiamo percepito dai nostri inserzionisti il bisogno di avere delle modalità più facili di segmentare e targettizzare le inventory per raggiungere le audience – spiega Twitter in un blog post ufficiale -. Disegnati per far questo, i pacchetti di inventory sono delle raccolte di spazi con caratteristiche condivise, che le aziende possono targettizzare sul nostro exchange. Con questa soluzione, i nostri partner possono scoprire più facilmente nuove inventory per targettizzare i loro consumatori, allo stesso tempo effettuando acquisti in maniera scalabile per aumentare le performance delle loro campagne”.

La soluzione, disponibile a livello globale, comprende al lancio otto pacchetti, a cui se ne aggiungeranno altri nei mesi a venire, sulla base dei feedback provenienti dai partner della piattaforma. All’interno dei pacchetti sarà poi possibile targettizzare specifiche audience utilizzando gli strumenti di targeting dell’ad exchange, come i nuovi “audience packages” che sfruttano i dati di Twitter.

Le aziende potranno acquistare i pacchetti utilizzando i Deal ID, il che evita di dover manualmente creare e mantenere blacklist e whitelist.

Frodi, un fenomeno diffuso lungo tutto il funnel di marketing?

I click fraudolenti su mobile video sono aumentati di circa 3 volte nei primi 4 mesi del 2017. Lo rivela l’analisi “Q1 2017 Ad Fraud Benchmarks Report” di Pixalate, secondo cui i click fraudolenti da pubblicità in Programmatic su connected tv e over-the-top tv sono aumentati del 161%, e del 70% in caso di click fasulli sugli stessi media in ambiente in-app.

In una suddivisione per dispositivi, lo studio ha evidenziato che i click fraudolenti su tablet sono aumentati del 111% tra aprile e gennaio, mentre quelli su smartphone hanno visto un incremento del 102%, e quelli da desktop del 21%. A livello video (tablet e smartphone), le frodi sono triplicate, con un +181% su solo tablet (un mezzo in cui comunque in termini assoluti il fenomeno frodi è meno presente che su altri dispositivi: 13% delle impression), mentre le frodi su display via tablet hanno visto un +50% nei quattro mesi.

Secondo lo studio, il 36% delle inventory disponibili all’acquisto in programmatic su smartphone, il 31% di quelle desktop, il 13% di quelle tablet e il 51% di quelle su connected tv e ott nel quadrimestre era fraudolento.

Nonostante gli sforzi delle società specializzate nell’individuazione e la prevenzione delle frodi, dunque, quello delle frodi rimane un problema. Secondo Pixalate, la questione è legata al fatto che i tentativi di porre un freno al fenomeno sono per lo più focalizzati a livello di impression, quando invece le frodi investono anche altri “punti” del funnel di marketing. «Le attività fraudolente nel trading programmatico vanno ben oltre il traffico non valido e le impression fraudolente. Abbiamo trovato che gli inserzionisti capiscono che esistono altri tipi di frodi nel programmatic, inclusi i click fraudolenti, ma hanno difficoltà a determinare con precisione l’esatto impatto che questi hanno sulle loro campagne in programmatic», ha commentato Jalal Nasir, CEO of Pixalate, in un’intervista a Mediapost.

«Le frodi pubblicitarie sono più diffuse e radicate nel funnel di quanto noi immaginiamo, e abbiamo bisogno di interventi specifici su tre diversi livelli, dalle impression ai click alle conversioni», ha aggiunto il manager.

Performance e monetizzazione: da Criteo una nuova soluzione di header bidding

Criteo lancia una nuova soluzione: si chiama Criteo Direct Bidder, ed è uno strumento di header bidding che collega direttamente le inventory alla richiesta di oltre 15.000 clienti di Criteo a livello globale.

La soluzione assicura agli editori di ottenere il massimo valore dalle impression acquistate da Criteo, mentre Criteo continua a garantire vendite profittevoli agli inserzionisti. Criteo ha già migrato oltre 250 dei suoi maggiori editori su Criteo Direct Bidder come parte del programma di adozione iniziale.

“Le soluzioni di Header Bidding, inizialmente concepite per semplificare il bidding per l’inventory degli inserzionisti, non presentano ancora uno scenario vincente per gli inserzionisti e gli editori – spiega l’azienda in una nota stampa -. Criteo Direct Bidder collega direttamente l’inventory degli editori alla richiesta di Criteo in un ecosistema che funziona come un ciclo virtuoso di opportunità per tutte le parti. Gli editori non solo ottengono maggiori ricavi, ma beneficiano anche di una maggiore trasparenza, della risoluzione di problemi di latenza, dell’eliminazione dei compensi di terzi e di una integrazione flessibile. Il ciclo virtuoso si estende ai clienti di adv di Criteo come accesso esteso all’efficienza delle inventory e degli acquisti media consentendo loro di realizzare performance e ROI più elevate dalle campagne”.

«Criteo è stato pioniere nell’header bidding e sta rilasciando un prodotto che aumenta ulteriormente il valore sia per gli editori che per gli inserzionisti – ha dichiarato Alberto Torre, Managing Director di Criteo Italia -. Migrando verso questa nuova soluzione, ci aspettiamo che i nostri clienti realizzino campagne più performanti grazie alle efficienze della soluzione di media buying e siamo lieti che i publisher ottengano in media un fatturato superiore del 20-40% per gli annunci pubblicitari di Criteo, un grande valore anche per gli inserzionisti. Criteo Direct Bidder è una soluzione vincente per i nostri publisher, i nostri clienti e per noi».

Ecco alcuni dei vantaggi che la soluzione offre agli editori:

  • Aumento delle entrate per Display e Native. Consente agli editori di eliminare i compensi di terze parti e di mantenere il pieno valore degli annunci display standard e native che Criteo acquista direttamente.
  • Velocità e scalabilità. Si collega alla piattaforma programmatica di Criteo, fornendo risposte veloci a più di 150 miliardi di richieste giornaliere.
  • Monetizzazione degli utenti con Ad Blocking. Monetizza in maniera efficiente le impression ad-blocked degli editori.
  • Configurazione flessibile per il massimo rendimento. Semplifica la configurazione del server di annunci degli editori per aumentare i benefici del network di oltre 15.000 inserzionisti di Criteo a livello globale.
  • Corrispondenza utente in real time. Collega direttamente i cookie degli utenti, inclusi quelli dei browser Safari, garantendo una spesa media superiore del 20% da Criteo.
  • Integrazione continua e flessibile. Offre l’opzione di accedere alla domanda unica di Criteo attraverso un metodo di integrazione standalone, un Index esistente o un wrapper di header bidding Prebid.

PubMatic: l’header bidding fa crescere la monetizzazione su mobile

I marchi stanno trasferendo una quota sempre maggiore della loro spesa pubblicitaria verso i media programmatici, ciò avviene perché ora l’obiettivo principale dei marketer sono i consumatori mobile-first. È quanto emerge dal Quarterly Mobile Index di PubMatic, relativo al primo trimestre del 2017.

Lo studio ha esaminato dati provenienti da miliardi di impression sulla piattaforma della società ad-tech, scoprendo che la maggiore adozione di header bidding e private marketplace (PMP), a livello globale, ha generato significative opportunità di monetizzazione per gli editori mobile.

Infatti, il volume di impression mobile monetizzate in header bidding è aumentato di dodici volte anno su anno, un tasso di crescita più rapido delle impression desktop. Inoltre, il 25% del totale delle impression monetizzate in header bidding è derivato da un dispositivo mobile, in aumento rispetto al 7% registrato un anno prima. Gli eCPM relativi dell’header bidding web mobile sono saliti del 55% nello stesso periodo.

Il Quarterly Mobile Index di PubMatic ha anche registrato un incremento sul lungo periodo nella popolarità dei PMP, con un volume di impression in crescita di oltre il 68% anno su anno.

Inventory fraudolente, in Italia il 20% degli spazi pubblicitari video è “fake”

Quanto delle inventory desktop, video e mobile è fraudolento? Se lo è chiesto Pixalate. La società, in una sua recente ricerca relativa al primo trimestre 2017 ha analizzato gli spazi pubblicitari gestiti in Programmatic di circa 200 Paesi, Italia inclusa, cercando di individuare quanti di essi fossero “fake”.

Il risultato, naturalmente, dipende da Paese a Paese, e, in parte, anche da canale a canale.

Sul fronte Desktop, i Paesi in cui è più forte l’incidenza delle frodi pubblicitarie è il Giappone, con addirittura l’81% delle impression commercializzate in modalità automatizzata individuato come fraudolento. Seguono, ad ampia distanza, Brasile (36%) e Stati Uniti (35%).

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Sul Mobile troviamo al primo posto la Germania (44%) seguita da Stati Uniti (38%) e Messico (18%). Sul Video, infine, la prima posizione è dell’India (34%), seguita da Stati Uniti (27%) e Canada (23%).

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E l’Italia? Il nostro Paese sembra avere basse percentuali di inventory fraudolente su Desktop e Mobile, ma sul fronte Video la situazione sembra essere meno rosea. Secondo i dati di Pixalate, in Italia il 20% degli spazi pubblicitari video è “fake”, contro il 6% di quelli desktop e circa il 4% su smartphone e tablet.

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La società approfondisce ulteriormente l’aspetto delle frodi mobile, evidenziando come in generale le inventory fake siano più frequenti in ambiente in-app che su mobile web. Ciò avviene sia a livello Display che su Video.

La ricerca ha passato in rassegna anche i formati più soggetti a frodi sul mobile, sia in ambito Display che in ambito Video. Nel primo caso si tratta del formato IAB standard Smartphone App 320×50, con un’incidenza del 36,6%.

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In ambito Video, invece, è la soluzione Smartphone App 320×480, identificato come fraudolento nel 55,8% dei casi.

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Axel Springer abbandona l’ad server di Google e sceglie AppNexus

Axel Springer non utilizzerà più DoubleClick for Publishers, l’ad-server di Google. Al suo posto, la società editrice tedesca ha scelto la piattaforma di AppNexus, una mossa che si inserisce all’interno di una più ampia collaborazione tra le due strutture.

La transizione comincerà a partire dall’anno prossimo, quando marchi come Bild, Welt e Business Insider adotteranno gradualmente le tecnologie della società ad-tech indipendente.

Alcune delle testate digitali di Axel Springer erano già connesse a porzioni della piattaforma di AppNexus, come, ad esempio, lo strumento di marketing predittivo Yeldex, ma l’espansione degli accordi comporta che alla fine ognuna di loro impiegherà le tecnologie di monetizzazione della società ad-tech. Sono inclusi nell’integrazione gli inventari desktop e mobile su formati display, video e nativi, che potranno essere venduti attraverso canali garantiti o in open exchange.

AppNexus si è rifiutata di esprimersi circa le motivazioni che hanno guidato l’operazione, tuttavia ha sottolineato alla testata The Drum che le ragioni risiedono nelle stesse caratteristiche della piattaforma tecnologica, “aperta e programmabile”. Come conseguenza della collaborazione, i marchi dell’editore saranno in grado di interconnettere le inventory uno con l’altro e collegarsi a “processi di clienti esterni”.

Al di là del caso specifico, la mossa di Axel Springer rivela risvolti importanti, potendo essere letta come il tentativo di un grande editore di uscire dalla sfera di Google. La stessa Google che oggi domina insieme a Facebook il mercato pubblicitario, come recentemente confermato da un report di Zenith. In realtà, non si tratta del primo tentativo in tal senso: come ricorda The Drum, quello di Axel Springer è solo l’ultimo di una serie di esempi di editori che decidono di affidarsi a partner indipendenti che possano aiutarli ad acquisire, gestire e monetizzare audience nel web aperto. Cosa peraltro ulteriormente confermata dalla sempre maggiore adozione di tecnologie di header bidding da parte dei publisher.

Le preoccupazioni sulla trasparenza e l’esigenza di massimizzare i ricavi porteranno altri editori a un cambio di rotta strategico? Vedremo. Intanto Google continua a godere di ottima salute: secondo l’ultima trimestrale, nei primi tre mesi dell’anno il colosso di Mountain View ha messo a segno oltre 5 miliardi di utili e una crescita del fatturato sopra le aspettative, trainata proprio dall’advertising.

Teads integra Hawk, la creative mobile DSP di TabMo

Teads ha annunciato l’integrazione con Hawk, creative mobile DSP di TabMo, per video, display e native advertising.

Ciò consentirà a trading desk, agenzie e inserzionisti l’accesso a tutta l’inventory dei principali editori premium su dispositivi mobili in tutto il mondo, attraverso la Mobile DSP di Hawk. Il marketplace premium di Teads include editori del calibro di The Washington Post, Time Inc., The Atlantic, Forbes, Bonnier, Mashable, Slate, Newsweek, The Telegraph, Le Monde, Corriere della Sera, El Pais, El Universal, Nikkei e molti altri.

Creata per essere una mobile DSP di ultima generazione per agenzie e inserzionisti, Hawk è una piattaforma di mobile programmatic in grado di organizzare sia l’intero processo d’acquisto sia l’emissione di campagne di mobile advertising su dispositivi mobili in tempo reale. Con uffici in tutto il mondo, la recente partnership rende accessibili agli utenti di Hawk nuove fonti di inventory in tutti i territori in cui è presente l’operatore di pubblicità video.

«Siamo entusiasti di poter portare l’inventory premium di Teads ad un pubblico ancora più vasto, grazie a questa integrazione. Sempre più advertiser sono alla ricerca di formati video che siano realmente cross-device, viewable, coinvolgenti e posizionati in ambienti editoriali premium, e insieme ad TabMo saremo in grado di soddisfare la crescente domanda grazie al video outstream», ha commentato Lucio Mormile, Head of Programmatic di Teads Italia.

“Siamo lieti di unire le nostre forze con Teads, consentendo ai nostri partner di utilizzare la nostra DSP autonomamente per avere accesso ad una maggiore quantità di video inventory premium in tutto il mondo. Questo è un momento emozionante per TabMo, dal momento che ci stiamo anche lanciando sul mercato USA con nuovi uffici a New York, Chicago e Los Angeles”, ha aggiunto Hakim Metmer, Fondatore della società di Programmatic mobile.