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PepsiCo, in cantiere un team interno per la pubblicità data-driven

PepsiCo sta mettendo in piedi un team interno preposto alla gestione del media data-driven. Secondo quanto riporta The Drum, l’azienda sarebbe alla ricerca a livello internazionale di professionisti su una serie di ruoli in ambito CRM, digital, data management, shopper marketing e adtech, per la costruzione di una squadra capace di mettere insieme “la scienza dei dati con insight in campo media e activation” e di dar forma alle proprie strategie core in campo ad tech e digital media, secondo quanto riporta l’annuncio di lavoro sul sito della società.

La squadra, localizzata in Nord America, sarà conosciuta internamente come “media and consumer data team“.

Secondo la testata americana, dietro la mossa ci sarebbe la volontà, da parte di PepsiCo, di creare e implementare una nuova strategia di acquisto media digitale votata all’ad tech, che metta insieme i dati di prima e di terze parti, quelli provenienti dai social e quelli di partner connessi. All’interno di questa visione, il team interno starebbe al centro e collaborerebbe con società esterne.

PepsiCo si sta rivelando ultimamente molto attenta al mondo delle tecnologie pubblicitarie, e all’individuazione di modi per rendere più efficaci i propri investimenti adv. In questo si inseriscono anche i recenti test condotti con Mindshare sull’utilizzo della blockchain per rendere più efficienti le campagne in programmatic.

Quali sono, oggi, le principali sfide per le agenzie?

Quali sono le principali sfide che le agenzie digitali oggi si trovano a dover affrontare? E’ quello che a chiesto Marketing Land a un pool di agenzie globali nell’ambito di uno studio condotto alla fine dello scorso anno.

Secondo quanto hanno risposto gli intervistati, al primo posto ci sarebbe la tendenza di sempre più clienti a portare in-house i servizi normalmente richiesti alle agenzie, citato da quasi la metà dei professionisti (49,8%), seguito dalla competizione per aggiudicarsi talenti (44,3%).

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Anche le questioni legate all’automazione sono considerate importanti sfide: il 41% cita la difficoltà nella gestione di dati e analytics, il 39,9% l’esigenza di stare sempre al passo con la rapida evoluzione del mondo dell’automazione, e il 35,9% l’adozione della marketing technology da parte dei clienti.

Disney acquisisce una società di ad tech tramite 21st Century Fox

Oggi nella nostra rassegna parliamo di internalizzazione del marketing, di podcast e di editori che entrano nel mondo ad tech.

Disney acquisisce una società di ad tech (tramite 21st Century Fox)

Dopo Comcast con FreeWheel e AT&T con AppNexus, un nuovo grande proprietario di media fa sua una società di ad tech. Si tratta di Disney, che con l’acquisto di 21st Century Fox ha acquisito anche TrueX, player specializzato in formati adv digitali la cui visualizzazione viene esplicitamente richiesta all’utente in cambio dell’accesso a contenuti. Sotto Fox, la società ha operato in maniera indipendente, offrendo servizi anche a vari broadcaster esterni. Ma nella nuova proprietà Disney non è ancora chiaro se continuerà a farlo, o se invece la sua tecnologia verrà internalizzata e usata esclusivamente sulle property del gruppo. Leggi di più su AdAge.

Il Ceo di Dentsu Aegis Network: «L’internalizzazione dei servizi di marketing può costituire un’opportunità di revenue»

La tendenza dei brand all’internalizzazione dei servizi di marketing può costituire un’opportunità di revenue, secondo il Ceo di Dentsu Aegis Network Tim Andree. In occasione di una call con gli investitori, il manager ha dichiarato: «Si sente parlare molto di internalizzazione delle piattaforme, ma quello di cui non si parla è di quando poi si decide di non farlo più e si ritorna all’outsourcing. Noi supportiamo i nostri clienti quando pensano di poter avere un vantaggio competitivo dall’internalizzazione e li consigliamo in questi casi». Il risultato è un modello “ibrido” che possa offrire consulenza e supporto a chi decide di gestire in-house parte delle proprie attività. Leggi di più su Campaign.

Secondo uno studio, la pubblicità sui podcast è efficace quanto quella tv

La pubblicità sui podcast sarebbe tanto efficace quanto gli spot televisivi, secondo uno studio del colosso radiofonico americano Westwood One. La ricerca ha svelato che, quanto a obiettivi di branding, gli annunci sui podcast sono comparabili a quelli della tv. Addirittura, sulle metriche di call-to-action, risulterebbero più efficaci degli spot e delle campagne video online. Leggi di più su MediaPost.

Ad essere internalizzato dalle aziende è solo il Programmatic?

Che l’internalizzazione della gestione delle attività di marketing sia una tendenza sempre più in aumento lo confermano diverse ricerche. Ultima, ma solo in ordine cronologico, è quella dell’Association of National Advertisers (ANA) statunitense, secondo cui il 78% delle aziende oggi dice di avere un’agenzia in-house (ossia un dipartimento, gruppo o persona con responsabilità normalmente affidate a strutture esterne), rispetto al 58% del 2013.

Normalmente, quando si parla di gestione interna del marketing, si tende a pensare in particolare ad uno specifico tipo di attività di comunicazione, ossia il programmatic. Ed in effetti sono svariate le aziende – e come loro anche alcuni editori – che hanno iniziato a dotarsi di team interni per l’ad tech. In questo caso, i numeri variano molto: secondo uno studio globale di Infectious Media, solo l’1,4% delle aziende ad agosto 2017 gestiva in-house le campagne in programmatic. Ma una ricerca più recente di IAB (maggio 2018) riporta che ben due terzi delle aziende americane sta spostando internamente la gestione parziale o totale dell’ad tech.

In realtà, come sottolinea l’ANA, ultimamente le aziende si stanno aprendo a un utilizzo dei propri talenti interni non più solo per gli acquisti automatizzati, ma anche per altre attività di marketing. Secondo il suo studio, infatti, sembrerebbe che il programmatic non sia la principale attività gestita internamente, ma che il primato lo abbia piuttosto la creatività.

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L’ANA ha anche indagato i motivi che portano le aziende a puntare sui propri talenti invece che su società esterne. Circa 4 imprese su 10 dicono che il principale beneficio dell’in-house è la maggiore efficienza dei costi, mentre meno del 20% citano velocità, capacità creative, maggiore controllo e migliore conoscenza del brand.

Le aziende in USA e UK spendono più in martech che in stipendi

Oggi nella nostra rassegna parliamo degli investimenti delle aziende in marketing tecnologico, di gestione in-house della comunicazione e di un’acquisizione di DoubleVerify.

Le aziende spendono più in martech che in stipendi

Oggi le aziende spendono più in tecnologie di marketing che in stipendi per il proprio staff. E’ quanto rivela una ricerca condotta da Gartner in UK e USA. Secondo i dati dello studio, i marketer lo scorso anno hanno speso il 29% dei loro budget (nella cifra non sono incluse spese media o fee di agenzia) in martech, a fronte di un 24% di risorse destinate al pagamento dei dipendenti. Nel 2017, le percentuali erano, rispettivamente, il 22% e il 27%. Leggi di più su MarTech Today.

DoubleVerify si rafforza nella brand safety con un’acquisizione

DoubleVerify, società di ad tech specializzata nelle misurazioni, ha annunciato l’acquisto di Leiki, agenzia finlandese attiva nella classificazione dei contenuti. Leiki sfrutta l’intelligenza artificiale per analizzare testi, come notizie complesse o video contestuali, attraverso una tecnologia che DoubleVerify potrà ora utilizzare per classificare i contenuti e filtrare le offerte pubblicitarie su determinati posizionamenti. Grazie all’acquisizione, DoubleVerify potrà analizzare contenuti in 40 lingue, e rafforzare la propria presenza nell’Europa Orientale e nei mercati scandinavi e russi. Leggi di più su AdWeek.

Babbel: «A volte gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie»

In certi settori merceologici “di nicchia”, gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie. A pensarlo è Julie Hansen, CEO di Babbel U.S., che, intervistata da Digiday, ha detto la sua sul tema dell’internalizzazione delle attività data-driven. «Facciamo da noi ricerche e strategia. Utilizziamo le agenzie per gli acquisti media in tv e radio. Abbiamo uno strumento per gli acquisti SEM ma li gestiamo internamente. Il resto lo facciamo tutto in-house. L’apprendimento di una lingua è un’attività di nicchia. Selezionare un’agenzia e spiegarle il mondo dell’apprendimento delle lingue richiede tempo, si fa prima a sviluppare le capacità internamente». Leggi di più su Digiday.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

Oggi nella nostra rassegna spazio al tema dell’in-house, all’adattamento dei team commerciali degli editori al programmatic, e ad una news di Facebook attesa dagli sviluppatori.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

“Il fatto che i brand portino le attività di marketing, media o creatività in-house non rappresenta la fine delle agenzie. Anzi, il contrario”. Ne è convinta Belinda J. Smith, global head of media di Electronic Arts, secondo cui nei passati 18 mesi, cioè più o meno da quando ha preso piede la tendenza delle aziende a internalizzare la gestione del marketing, c’è stata una crescita dei numeri e dei servizi delle agenzie. I brand, secondo la manager, non possono fare a meno delle agenzie per un semplice motivo: perché non possono essere bravi a far tutto. E quindi, avranno sempre bisogno delle agenzie, sia per avere bravi professionisti a disposizione, sia per avere un’altrettanto importante  visione esterna su strategie e operatività. Leggi di più su AdExchanger.

Gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali al programmatic. Con qualche domanda

Man mano che aumentano i ricavi da programmatic, gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali. Ma non sempre è cosa facile: la commistione tra due modalità di vendita sostanzialmente diverse, quella tradizionale tramite agenti e quella automatizzata che prevede anche la presenza di nuove figure, pone anche una serie di domande. Ad esempio, sulle modalità di compenso. Se un agente di un editore convince un brand ad effettuare un acquisto in programmatic come parte di un pacchetto più ampio, e quest’ultimo poi – a campagna ultimata – decide di avviare un accordo in private marketplace gestito da uno dei programmatic specialist dell’editore, chi prenderà la commissione? L’agente o il programmatic specialist, o entrambi? Leggi di più di su Digiday.

Facebook annuncia le date della sua conferenza F8 2019

Facebook ritornerà a San Jose l’anno prossimo per F8, la sua conferenza per gli sviluppatori, un appuntamento fisso per conoscere le ultime novità del social network. L’appuntamento nel 2019 si svolgerà il 30 aprile e 1 maggio. Nel breve blog post in cui ha annunciato le date, la società ha sottolineato che l’evento “mostrerà come la tecnologia può attivare il meglio che le persone possono fare insieme”. Le registrazioni verranno aperte nei prossimi mesi. Leggi di più su TechCrunch.

Perché le aziende vogliono gestire in-house il Programmatic?

Sempre più brand – tra cui numerosi grandi inserzionisti – puntano a portare in-house la gestione della pubblicità in programmatic. Solo negli ultimi mesi, tra le aziende che stanno lavorando per mettere in piedi un team interno per l’automated buying ci sono GlaxoSmithKline, Bayer e AB InBev.

Ma cosa c’è dietro questa scelta? Secondo uno studio effettuato quest’estate dall’americana Association of National Advertisers (ANA) i benefici messi in evidenza dalle aziende nella gestione interna del business pubblicitario sono svariati, ma uno in particolare è più preponderante degli altri.

Si tratta della riduzione dei costi: secondo 4 su 10 rispondenti, infatti, una maggiore efficienza nei costi è il principale vantaggio di avere una squadra in-house. Nessun altro beneficio, tra cui velocità, expertise creativa, maggiore controllo o migliore conoscenza del brand, raggiunge più del 20% delle risposte totali.

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Un’evidenza confermata peraltro anche da altri studi. Secondo un report di Iponweb ed ExchangeWire effettuato a giugno a livello globale su oltre un centinaio di professionisti di agenzie media, circa il 70% degli interpellati ha ammesso che il costo della messa in opera e del mantenimento è un importante fattore che viene considerato quando si deve decidere se costruire un’offerta ad tech interna. Solo secondariamente vengono valutati altri fattori come la facilità di installazione, la reach raggiungibile e le capacità di reportistica.

Ma cosa si intende quando si parla di “gestione in-house” della pubblicità? In effetti dietro questa definizione si nascondono diverse accezioni. Un report di maggio svolto in USA da Advertiser Perceptions ha evidenziato come per le aziende “internalizzare il business ad tech” possa significare tre cose differenti: lavorare con una DSP e un’agenzia, lavorare solo con una DSP o gestire internamente le campagne in toto con un software proprietario.

AB InBev pronta a internalizzare il programmatic in 11 nuovi mercati

A tre anni dalla decisione di portare in-house la gestione del Programmatic nel mercato americano, il colosso del beverage AB InBev – cui fanno capo brand quali Stella Artois, Bud, Corona e Beck’s – è ora pronto ad estendere questa strategia a 11 nuovi mercati a livello mondiale.

Leggi anche: Bayer punta a portare in-house programmatic e digital planning e buying

Un «obiettivo ambizioso», ha ammesso il capo del Programmatic dell’azienda Richard Salazar in occasione dell’evento Programmatic IO di New York, per quanto si tratti di un percorso a tappe regolari.

Alla base di questa decisione non solo la volontà di ridurre i costi, ma anche e soprattutto quella di aumentare l’efficacia del marketing, assumendo decisioni maggiormente allineate al core business dell’azienda. Per una società globale come AB InBev, ha spiegato il manager, internalizzare la gestione del programmatic significa anche avere una più rapida visione del business a livello locale, più difficile da ottenere quando ci si affida a molteplici intermediari.

Ma come fa una multinazionale ad adattare una strategia programmatic globale ai vari mercati? Secondo Salazar, con una differenziazione dei compiti: al team globale spetta la standardizzazione di misurazioni e strategie, mentre ai professionisti locali e regionali, che conoscono culture e normative dei singoli mercati, l’esecuzione di tali strategie.

In tutto questo, comunque, le agenzie non vengono del tutto messe alla porta. AB InBev infatti non ha mai smesso di lavorare con la propria agenzia media di riferimento Dentsu Aegis Network (in Italia il budget è gestito da Vizeum). «Li vediamo come dei connettori. Hanno una visione a 360 gradi di tutti i canali [di comunicazione]», spiega Salazar, sottolineando come alle agenzie, in questo frangente, resti un fondamentale ruolo strategico e di consulenza.

Bayer punta a portare in-house programmatic e digital planning e buying

Un nuovo big spender ha deciso di portare in-house la gestione del Programmatic: si tratta di Bayer.

In occasione del Programmatic IO New York la scorsa settimana, Josh Palau, VP of digital strategy and platforms presso il colosso farmaceutico famoso per l’Aspirina, ha dichiarato che l’azienda ha stretto un accordo con la società specializzata MightyHive per l’internalizzazione di digital e programmatic planning e buying, esecuzione delle campagne, strategy e analytics, oltre che delle attività search per i prossimi due anni. MightyHive si occuperà dell’esecuzione nel primo anno per poi ritirarsi progressivamente nel 2020.

Fino ad ora il business era nelle mani dell’agenzia di GroupM MediaCom, riconfermata nel 2014 anche in Italia e a cui rimarrà la gestione del media offline e il planning della comunicazione per strategie e obiettivi ad ampio spettro. Nel nostro Paese, l’azienda investe in comunicazione un budget stimabile nell’intorno dei 20 milioni di euro.

Secondo quanto riporta AdExchanger, Bayer avrebbe iniziato a pensare all’internalizzazione del programmatic all’inizio dello scorso anno, quando ha realizzato un proprio team autonomo per il digital ed iniziato ad assumere professionisti con background di agenzia e tecnologico. All’epoca, l’obiettivo era quello di promuovere una maggiore efficacia ed efficienza nelle attività di marketing, lavorare in maniera maggiormente diretta con le piattaforme e mantenere il controllo dei dati sugli utenti.

Adesso, l’intenzione è quella di utilizzare il contributo di MightyHive per l’esecuzione del media finché l’azienda non avrà costruito il proprio team interno di data analyst, esperti di tecnologia e media strategist.

L’alternativa di Renault all’in-house? L’unione dei partner creativo e media

Protagonisti della rassegna di oggi sono Renault, Oath e IBM.

L’alternativa di Renault all’in-house? L'”unione” dei suoi partner adv e media

Renault sta mettendo a punto un nuovo modello di agenzia che vedrà i suoi partner creativo e media, rispettivamente Publicis e OMD, “uniti” in un unico team. Entrambi lavoreranno agli stessi KPI e saranno guidati da un chief operating officer che sarà scelto dall’azienda. Per la casa automobilistica questa è l’unica alternativa all’internalizzazione della gestione del business pubblicitario. Bastien Schupp, vice president for global brand strategy and marketing di Renault, ha ammesso che l’azienda è stata «tentata» dall’idea di portare in-house la gestione dell’adv, ma si è sempre dovuta scontrare con lo stesso problema: la carenza di competenze. Da qui la scelta di modificare il proprio rapporto con i partner di comunicazione. Per il momento il modello verrà testato dalla casa madre francese. Leggi di più su The Drum.

Oath: dal 30 settembre tutta la domanda sulla piattaforma unica

Oath ha lanciato la sua offerta pubblicitaria unificata Oath Ad Platforms all’inizio di questo mese, integrando gli strumenti di BrightRoll, One by Aol e Yahoo Gemini in un’unica soluzione. A partire dal 30 settembre tutta la domanda di Oath sarà disponibile attraverso questa piattaforma. L’effettivo processo di integrazione è durato circa nove mesi, a cui sono seguiti altri cinque mesi di messa a punto. Ma adesso la piattaforma è definitivamente pronta, almeno sul fronte della domanda. Su quello dell’offerta, invece, la società sta ancora lavorando, ed ha a calendario nel 2019 il rilascio di un apposito SDK. «Ci vuole parecchio lavoro per mettere tutto insieme in un’unica piattaforma – spiega Jay Seideman, VP of advertiser platforms di Oath -. Abbiamo sempre detto di voler arrivare a una stack unificata, ed è quello che abbiamo realizzato. Ora siamo su larga scala». Leggi di più su AdExchanger.

IBM lancia due nuovi strumenti per il marketing e la pubblicità

IBM ha annunciato il lancio di due nuovi strumenti a sostegno del marketing e della pubblicità, volti all’ottimizzazione delle campagne di marketing e dei flussi di lavoro, ed al miglioramento dei tassi di conversione. Si chiamano  “Watson Assistant for Marketing” e “WEATHERfx Footfall with Watson“, e utilizzano entrambi insight come il meteo e la localizzazione geografica integrandoli con dati composti come segmenti customizzati di audience. La loro tecnologia basata sull’intelligenza artificiale consente di abbassare sensibilmente il tempo necessario alle aziende per analizzare tali tipologie di dati. Leggi di più su MediaPost.