Main partner:

Jobs

Marc Pritchard, P&G: «Gestiamo in-house il 30% del nostro budget media»

Da diverso tempo, Procter & Gamble ha avviato un sistematico taglio della spesa adv, o meglio una sua razionalizzazione, attuata attraverso da un lato una comunicazione più personalizzata e orientata alla performance (il che porta a minori sprechi di investimenti), dall’altro a una riduzione dei costi di agenzie e produzione delle campagne.

In questo percorso strategico, anche l’internalizzazione di alcune competenze di marketing sta avendo un suo ruolo. Secondo quanto riporta la testata The Drum, la multinazionale attualmente gestisce in-house circa il 30% della sua spesa media mondiale di 7 miliardi di dollari.

«Reinventare la pubblicità significa reinventare le collaborazioni con le agenzie passando dall’essere brand-persone che appaltano troppo del loro lavoro all’essere brand-imprenditori con le mani sulla tastiera – ha spiegato il chief brand officer di P&G Marc Pritchard in occasione della recente conferenza Morgan Stanley Global Consumer and Retail -. In P&G stiamo facendo più pianificazioni media in-house, con circa il 30% della nostra spesa media già pianificato internamente».

L’internalizzazione delle attività non coinvolge solo il media, comunque: l’azienda a livello internazionale ha già cominciato a sperimentare la gestione “in casa” di alcune attività di creatività e di produzione per il suo brand di deodoranti Secret. Pritchard ha dichiarato che l’azienda è ora in grado di produrre una campagna «a un decimo del costo e in un mese invece che in cinque».

E al di là del fattore economico, secondo il manager la scelta ha portato anche a un miglioramento interno a livello organizzativo e culturale. «La nostra reinvenzione come agenzia non solo ci ha permesso di risparmiare 1 miliardo nei passati 5 anni ma ha prodotto in noi più creatività, agilità e spirito imprenditoriale, e ci ha aiutato a trasformare la nostra organizzazione e la nostra cultura».

Più in generale, nel rapporto con le agenzie partner, la multinazionale sta applicando un suo personale modello che vede in alcuni casi l’esclusione delle agenzie a favore di una gestione interna delle attività, in altri un approccio “fix and flow” che vede incaricate le agenzie di riferimento o altre strutture in base alla campagna, e in altri ancora la messa sotto lo stesso tetto di personale dell’azienda e di varie sigle all’interno di unit che coprono più brand. Per la sua divisione Oral Care negli Stati Uniti, ad esempio, P&G ha messo tutte le sue agenzie all’interno di un unico team chiamato “Woven”. E l’approccio sembra star dando i suoi frutti: «Onestamente, ho visto alzarsi l’asticella in termini di creatività, ricettività e collaborazione», ha detto Pritchard.

Il manager ha comunque aggiunto che la strategia di taglio dei costi pubblicitari non si fermerà, e che ci sono anzi altri ambienti in cui l’azienda andrà ad operare. «Molti dei nostri brand raggiungono attualmente solo il 60% del loro pubblico target, e si tratta di brand che vengono usati ogni giorno – ha dichiarato -. Tutti lavano i denti o i capelli o fanno il bucato, quindi potremmo raggiungere il 90%, e questo è quello a cui stiamo puntando: tagliare sul media sprecato e reinvestire per aumentare la reach».

Nestlé punta su una gestione in-house “ibrida” dell’ad tech. Ecco come funzionerà

Il tema della gestione in-house del programmatic è sempre più al centro dell’attenzione nel mercato pubblicitario. Si tratta di una tendenza che si sta progressivamente espandendo, soprattutto a livello internazionale dove vari big spender hanno già o stanno mettendo in piedi squadre interne preposte alla gestione più o meno autonoma degli acquisti media.

Tra questi c’è anche Nestlé. La multinazionale di food&beverage ha tuttavia optato per una soluzione “ibrida” a più mani, che prevede il coinvolgimento dei suoi attuali partner di comunicazione.

Mossa dalla volontà di valutare in prima persona le opzioni del mercato ad tech e di negoziare in prima persona con Google, Facebook e le altre piattaforme, Nestlé ha avviato una nuova divisione che ospiterà esperti digitali interni e appartenenti alle quattro holding con cui l’azienda lavora nel mondo (WPP, Publicis, Dentsu e IPG). La unit si chiama Global Digital Media Center of Competencies (DCoC) ed è guidata dal global head of sales and e-business di Nestlé, Sebastien Szczepaniak, insieme al global head of marketing and consumer comms, Tom Buday.

I manager dell’azienda siederanno allo stesso tavolo con specialisti in campo digital delle quattro holding, all’interno, per il momento, di due hub in USA e UK, a cui si aggiungeranno nuove sedi più avanti. Il gruppo di lavoro si occuperà di stabilire standard e processi volti ad aumentare l’affidabilità e l’efficacia degli acquisti media digitali di Nestlé che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Szczepaniak, coprono il 40% degli investimenti pubblicitari globali dell’azienda, e di cui ben il 65% è speso in programmatic.

Un modello ibrido, dunque, che alla scelta di continuare ad affidarsi completamente a fornitori esterni o gestire tutto in-house contrappone una sorta di via di mezzo. «Crediamo in questa terza via, che è quella di continuare a lavorare con le agenzie ma a un livello diverso – ha spiegato Szczepaniak -. Il che significa selezionare gli esperti più adatti in base alle competenze che vogliamo creare internamente, farli lavorare sotto lo stesso tetto e stabilire KPI chiari. Noi saremo in possesso di quei KPI e li controlleremo, e [DCoC] trasferirà poi questa conoscenza per migliorare operativamente il media nei mercati locali».

In una fase iniziale, il gruppo lavorerà su sei ambiti: audience operations, retail media, dynamic creative optimization, ad operations, supply and trading, e trasparenza.

La unit si occuperà anche di aiutare i mercati locali a stabilire nuovi contratti con demand-side platform (DSP), supply-side platform (SSP) ed editori. Nestlé, che ultimamente ha di molto diminuito il numero di SSP utilizzate (da oltre 65 a 10), è intenzionata ad avviare infatti rapporti più diretti con fornitori di media digitali (SSP incluse), attraverso quelli che chiama “Nestlé negotiated terms“, una sorta di codice di condotta che include garanzie ad esempio su qualità dell’inventory, scalabilità e analytics. DCoC avrà la responsabilità di stabilire i termini di questi contratti per i mercati locali.

«Abbiamo fissato determinati standard per i partner che vogliono lavorare con noi, per essere sicuri di raggiungere un certo livello di qualità in termini di offerta dalle SSP», ha dichiarato Szczepaniak. E se i partner non sono disposti a rispettare tali termini (anche se si tratta di grandi piattaforme come Google e Amazon), l’azienda è pronta a rinegoziare gli attuali contratti o abbassare gli investimenti «anche se questo può produrre degli attriti».

DCoC si occuperà anche della gestione dei dati di prima e seconda parte dell’azienda (questi ultimi provenienti ad esempio dai retailer): un asset su cui la multinazionale sta investendo parecchio, cercando di fare sempre meno uso degli insight di terza parte, in un mercato alla ricerca di alternative ai cookies.

Programmatic, un mercato che cresce aprendosi a nuovi mezzi. La fotografia di Tradelab

Lo scenario del marketing digitale in Italia sta cambiando, e Tradelab ha deciso di fotografarne i principali trend in una ricerca, “Digital Marketing & Advertising: i trend del 2020 in Italia”.

Lo studio, che ha coinvolto 200 professionisti del digitale, conferma alcune tendenze ma porta anche alla luce alcuni risultati inaspettati e nuovi orientamenti per il 2020, come sottolinea il Country Manager Tradelab Gaetano Polignano: «I dati che emergono dalla ricerca mettono in luce uno scenario che sta cambiando e acquisendo una nuova maturità ed un inserzionista sempre più competente e consapevole del futuro. Questo fa bene al mercato e agli stessi operatori che dovranno puntare sempre di più su innovazione e crescita delle competenze per approcciare il settore in modo più strutturato ed evoluto».

Un mercato che cresce guidato da mobile, social media e search

Il mercato del digital in Italia continua a crescere con una previsione di aumento per il 2020 che arriverà a toccare fino a +30%, complice anche l’incremento degli investimenti su search, video e social. Il mobile rivestirà un ruolo importante per le aziende, in linea con l’aumento del tempo speso per persona su smartphone per navigare, acquistare prodotti online o per vedere i video. Il 79% degli advertiser veicola già le proprie campagne su mobile con un impatto positivo sulle visite al proprio sito o e-commerce.

Gli inserzionisti investono quote sempre maggiori anche sui social media, su cui il 65% di essi punterà come mezzo per rafforzare l’awareness e la relazione con il proprio target. Negli ultimi anni anche il paid search ha visto una crescita costante grazie all’integrazione con i processi di acquisto e di vendita online, diventando così una leva di marketing strategica per il 40% degli inserzionisti. In aumento per il 39% dei marketer anche gli investimenti su video advertising.

tradelab1

Programmatic: oltre i confini del web

L’acquisto automatizzato di spazi pubblicitari online è una delle componenti più dinamiche e in evoluzione del mercato ed è sempre più presente nelle scelte delle aziende soprattutto in termini di ottimizzazione dei costi e ritorno efficace degli investimenti. Dalla ricerca emerge come il 67% degli advertiser già acquisti o gestisca spazi in programmatic e sia pronto ad aumentare gli investimenti del 20% nei prossimi dodici mesi grazie anche a maggiori formati mobile disponibili e all’apertura del programmatic ai nuovi media, in particolare Digital Out of Home, TV e radio sui quali rispettivamente il 39%, il 34% e il 20% è pronto a puntare.

tradelab2

In-housing: trend o realtà?

L’esigenza di maggior efficienza, più trasparenza e un maggior controllo sui costi sta portando le aziende ad internalizzare le proprie attività di digital marketing. Il 42% degli advertiser in Italia ha già scelto di gestire le proprie campagne in-house mentre il 34% ha optato per una internalizzazione parziale accompagnata dalla consulenza di partner esterni, ma il trend è in crescita.

tradelab3

Il problema del marketer di oggi è un mercato sovraccaricato dall’offerta, e individuare partner che portino valore aggiunto alle proprie attività non è semplice. I fattori che incidono principalmente nella scelta di un partner sono la strategia proposta, seguita dall’offerta economica, le stime delle performance e la tecnologia utilizzata. In questo scenario agenzie e service provider si vedono necessariamente costretti a puntare sempre di più su innovazione, crescita delle competenze e trasparenza per rispondere ai bisogni dei clienti. Secondo la ricerca, per il 72% degli advertiser è fondamentale nella scelta del partner l’approccio consulenziale e strategico seguito dalla proposta di nuove soluzioni innovative (54%) e la semplificazione e l’ottimizzazione dei processi di lavoro (53%).

tradelab4

Misurazione delle pubblicità: priorità ed utilizzo delle metriche

Il tema della misurazione e dell’efficacia delle campagne pubblicitarie è da sempre considerato importante per gli inserzionisti. La sfida del mercato è quella di riuscire ad evolvere ed individuare standard più precisi che permettano una misurazione più puntuale del ROI delle campagne. Secondo la ricerca, il 55% degli advertiser ritiene siano necessarie nuove metriche di misurazione in grado di tracciare una customer journey dell’utente sempre più frammentata, multi-device e multi-canale.

tradelab5

Nonostante la richiesta di modelli di attribuzione più sofisticati, i modelli basati su approcci tradizionali restano però ancora quelli largamente più utilizzati: il 30% degli inserzionisti si affida ancora al modello last click e il 18% al post-view.

Tra le tecnologie che segneranno il futuro del digital non c’è dubbio tra gli inserzionisti che a farla da padrone saranno i big data e l’intelligenza artificiale, che combinati insieme saranno utili a definire con maggior precisione le strategie migliori da applicare.

In-housing: un nuovo trend in aumento, ma anche molto di più

“In-housing”: un tema caldo al marketing in terre anglosassoni e statunitensi negli ultimi anni. Da Pepsi a Nestle, da Unilever a KLM, abbiamo visto diversi brand globali migliorare il controllo delle loro attività di marketing, concentrando talento, esperienza e tecnologia all’interno dei propri business.

Ma perché i brand stanno investendo nell’in-housing e perché questo trend sta crescendo? Di seguito cercheremo di esplorare questi punti e di capire come mai i talenti debbano essere considerati un punto chiave per tutti i brand che vogliano considerare seriamente di fare in-housing.

Il fascino dell’in-housing

Il 2019, così come i venturi, si sta rivelando un anno tosto per i professionisti del marketing, che stanno affrontando una tripla minaccia dovuta alla riduzione della spesa e della fiducia da parte dei consumatori, obiettivi commerciali sempre più ambiziosi e budget all’osso. Su questo, Dentsu Aegis Network ha riportato nel giugno scorso una revisione al ribasso dei prospetti di spesa pubblicitaria in Italia da gennaio 2019.

Inoltre, tattiche pubblicitarie sempre più sofisticate e onnipresenti devono incontrare consumatori sempre più oculati – c’è una grande competizione in atto per guadagnarsi la soglia di attenzione dei consumatori, ed il loro portafoglio.

Ecco perché non è mai stato così importante per i brand come ora stare vicini ai propri clienti e costruire un vantaggio competitivo davvero sostenibile per il proprio business. L’in-housing permette ai brand di aiutarli proprio in questo – se il marketing è una funzione chiave del tuo business, allora dovrebbe stare dentro il tuo business.

Che sia la produzione di contenuti o l’esecuzione di campagne in programmatic la porzione funzionale ad essere portata in-house, questo rafforzamento del controllo e responsabilità sulle funzioni chiave di marketing è sostanziale per sbloccare fonti di guadagno potenziali per molti business – nonché seguire una logica evoluzione dei brand in risposta al rapido cambiamento nei paradigmi del marketing moderno.

La ricerca di più controllo

Sicurezza, trasparenza, privacy: questi sono temi chiave – non soltanto per i responsabili marketing ma per la tutta la linea dirigenziale di un brand – sui quali è necessario avere un controllo sempre più serrato e critico.

Infatti, concentrare capacità chiave di marketing in-house fornisce ai professionisti d’azienda una padronanza ed un controllo dei dati di prima parte, insight di campagna, sicurezza di brand, ed in buona sostanza la sostenibilità del proprio vantaggio competitivo a lungo termine.

Il programmatic è un esempio perfetto di questo tipo di attività chiave, ed è diventato un incipit naturale di molte aziende verso l’in-housing, specialmente quando l’aspetto puramente tecnologico diventa sempre più democratico. Secondo uno studio condotto ad inizio anno da IAB US, l’86% delle aziende italiane ha iniziato a internalizzare il programmatic, parzialmente o completamente, mentre un altro report di Dentsu Aegis su scala mondiale afferma che l’in-housing è destinato a crescere – il report denota come la stragrande maggioranza dei responsabili marketing intervistati sostenga di voler mantenere o addirittura accrescere il livello delle competenze digital e programmatic in-house.

Il dilemma sul talento: una considerazione chiave per l’in-housing

Con le persone e competenze giuste inserite in un team in-house, i brand possono contare di più sulla propria capacità di generare ROMI ed essere un passo più avanti dei loro competitor. Tuttavia, trovare il giusto talento e scoprirlo velocemente può essere una sfida davvero critica per i brand che vogliono abbracciare l’in-housing, come sottolineato nello State of In-housing Report di Bannerflow: le lacune in termini di competenze e risorse sono tra le più grosse preoccupazioni per le aziende in fase di revisione del proprio spending verso agenzie esterne.

In un panorama di marketing che cambia così in fretta, i brand devono essere certi di creare un team con la competenza e gli insight giusti in grado di portare innovazione, affrontare decisioni critiche e tracciarne il successo. Hanno bisogno di contare su professionisti che siano tecnici, creativi, analitici e strategici allo stesso tempo, e questa miscela di capacità semplicemente non esiste. Almeno, non per ora.

In quanto pionieri stessi del futuro del marketing, i CMO (Chief Marketing Officer) moderni devono costruire il talento per rendere questo futuro davvero reale. Che questo si traduca nell’assumere talenti in base agli aspetti attitudinali per poi svilupparne lo skillset giusto in seguito, oppure nel coltivare le menti più brillanti in azienda e farle crescere armonicamente, la conoscenza del business e la passione per il brand sono elementi vitali in questo processo. L’abbiamo provato sulla nostra pelle qui a lastminute.com – quando abbiamo iniziato a creare il nostro team di travel marketers in-house, quello che oggi è cresciuto fino a diventare Travelpeople, abbiamo deciso di puntare su determinate risorse all’interno del reparto di Ad Operation per farle crescere e diventare Audience Manager e guidare, oggi, le strategie sulla nostra DMP.

In-housing: ottimo per molti, ma non per tutti

Il vero valore dell’in-housing è l’essere un mezzo funzionale per arrivare a un risultato tangibile: porta i brand molto più vicino ai consumatori e aiuta a realizzare gli obiettivi commerciali. Per farlo può avvalersi dei metodi più diversi, dalle strategie per sbloccare potenziale tecnologico inespresso alla costituzione di team di risorse nuove e specifiche, che rendono l’applicazione dell’in-housing differente da azienda a azienda.

Ma questo non è per tutti. Sì, perché un’organizzazione potrebbe non contare sull’accordo con gli stakeholder interni per guidare il processo, costruire un team nuovo o trasformarlo in un reale successo, e senza il corretto supporto interno sarebbe impossibile, come scalare l’Everest bendati. Ma se ci sono sfide chiave da superare e processi da migliorare, l’in-housing può essere una soluzione eccezionale.

Per tutto questo, l’in-housing è molto più che una semplice moda: è un prossimo passo naturale per tutti i brand che hanno voglia di lavorare a lungo termine e prendere in mano il controllo del proprio destino per aumentare le chances di successo nel futuro.

PepsiCo, in cantiere un team interno per la pubblicità data-driven

PepsiCo sta mettendo in piedi un team interno preposto alla gestione del media data-driven. Secondo quanto riporta The Drum, l’azienda sarebbe alla ricerca a livello internazionale di professionisti su una serie di ruoli in ambito CRM, digital, data management, shopper marketing e adtech, per la costruzione di una squadra capace di mettere insieme “la scienza dei dati con insight in campo media e activation” e di dar forma alle proprie strategie core in campo ad tech e digital media, secondo quanto riporta l’annuncio di lavoro sul sito della società.

La squadra, localizzata in Nord America, sarà conosciuta internamente come “media and consumer data team“.

Secondo la testata americana, dietro la mossa ci sarebbe la volontà, da parte di PepsiCo, di creare e implementare una nuova strategia di acquisto media digitale votata all’ad tech, che metta insieme i dati di prima e di terze parti, quelli provenienti dai social e quelli di partner connessi. All’interno di questa visione, il team interno starebbe al centro e collaborerebbe con società esterne.

PepsiCo si sta rivelando ultimamente molto attenta al mondo delle tecnologie pubblicitarie, e all’individuazione di modi per rendere più efficaci i propri investimenti adv. In questo si inseriscono anche i recenti test condotti con Mindshare sull’utilizzo della blockchain per rendere più efficienti le campagne in programmatic.

Quali sono, oggi, le principali sfide per le agenzie?

Quali sono le principali sfide che le agenzie digitali oggi si trovano a dover affrontare? E’ quello che a chiesto Marketing Land a un pool di agenzie globali nell’ambito di uno studio condotto alla fine dello scorso anno.

Secondo quanto hanno risposto gli intervistati, al primo posto ci sarebbe la tendenza di sempre più clienti a portare in-house i servizi normalmente richiesti alle agenzie, citato da quasi la metà dei professionisti (49,8%), seguito dalla competizione per aggiudicarsi talenti (44,3%).

in-house

Anche le questioni legate all’automazione sono considerate importanti sfide: il 41% cita la difficoltà nella gestione di dati e analytics, il 39,9% l’esigenza di stare sempre al passo con la rapida evoluzione del mondo dell’automazione, e il 35,9% l’adozione della marketing technology da parte dei clienti.

Disney acquisisce una società di ad tech tramite 21st Century Fox

Oggi nella nostra rassegna parliamo di internalizzazione del marketing, di podcast e di editori che entrano nel mondo ad tech.

Disney acquisisce una società di ad tech (tramite 21st Century Fox)

Dopo Comcast con FreeWheel e AT&T con AppNexus, un nuovo grande proprietario di media fa sua una società di ad tech. Si tratta di Disney, che con l’acquisto di 21st Century Fox ha acquisito anche TrueX, player specializzato in formati adv digitali la cui visualizzazione viene esplicitamente richiesta all’utente in cambio dell’accesso a contenuti. Sotto Fox, la società ha operato in maniera indipendente, offrendo servizi anche a vari broadcaster esterni. Ma nella nuova proprietà Disney non è ancora chiaro se continuerà a farlo, o se invece la sua tecnologia verrà internalizzata e usata esclusivamente sulle property del gruppo. Leggi di più su AdAge.

Il Ceo di Dentsu Aegis Network: «L’internalizzazione dei servizi di marketing può costituire un’opportunità di revenue»

La tendenza dei brand all’internalizzazione dei servizi di marketing può costituire un’opportunità di revenue, secondo il Ceo di Dentsu Aegis Network Tim Andree. In occasione di una call con gli investitori, il manager ha dichiarato: «Si sente parlare molto di internalizzazione delle piattaforme, ma quello di cui non si parla è di quando poi si decide di non farlo più e si ritorna all’outsourcing. Noi supportiamo i nostri clienti quando pensano di poter avere un vantaggio competitivo dall’internalizzazione e li consigliamo in questi casi». Il risultato è un modello “ibrido” che possa offrire consulenza e supporto a chi decide di gestire in-house parte delle proprie attività. Leggi di più su Campaign.

Secondo uno studio, la pubblicità sui podcast è efficace quanto quella tv

La pubblicità sui podcast sarebbe tanto efficace quanto gli spot televisivi, secondo uno studio del colosso radiofonico americano Westwood One. La ricerca ha svelato che, quanto a obiettivi di branding, gli annunci sui podcast sono comparabili a quelli della tv. Addirittura, sulle metriche di call-to-action, risulterebbero più efficaci degli spot e delle campagne video online. Leggi di più su MediaPost.

Ad essere internalizzato dalle aziende è solo il Programmatic?

Che l’internalizzazione della gestione delle attività di marketing sia una tendenza sempre più in aumento lo confermano diverse ricerche. Ultima, ma solo in ordine cronologico, è quella dell’Association of National Advertisers (ANA) statunitense, secondo cui il 78% delle aziende oggi dice di avere un’agenzia in-house (ossia un dipartimento, gruppo o persona con responsabilità normalmente affidate a strutture esterne), rispetto al 58% del 2013.

Normalmente, quando si parla di gestione interna del marketing, si tende a pensare in particolare ad uno specifico tipo di attività di comunicazione, ossia il programmatic. Ed in effetti sono svariate le aziende – e come loro anche alcuni editori – che hanno iniziato a dotarsi di team interni per l’ad tech. In questo caso, i numeri variano molto: secondo uno studio globale di Infectious Media, solo l’1,4% delle aziende ad agosto 2017 gestiva in-house le campagne in programmatic. Ma una ricerca più recente di IAB (maggio 2018) riporta che ben due terzi delle aziende americane sta spostando internamente la gestione parziale o totale dell’ad tech.

In realtà, come sottolinea l’ANA, ultimamente le aziende si stanno aprendo a un utilizzo dei propri talenti interni non più solo per gli acquisti automatizzati, ma anche per altre attività di marketing. Secondo il suo studio, infatti, sembrerebbe che il programmatic non sia la principale attività gestita internamente, ma che il primato lo abbia piuttosto la creatività.

emarketer-inhouse

L’ANA ha anche indagato i motivi che portano le aziende a puntare sui propri talenti invece che su società esterne. Circa 4 imprese su 10 dicono che il principale beneficio dell’in-house è la maggiore efficienza dei costi, mentre meno del 20% citano velocità, capacità creative, maggiore controllo e migliore conoscenza del brand.

Le aziende in USA e UK spendono più in martech che in stipendi

Oggi nella nostra rassegna parliamo degli investimenti delle aziende in marketing tecnologico, di gestione in-house della comunicazione e di un’acquisizione di DoubleVerify.

Le aziende spendono più in martech che in stipendi

Oggi le aziende spendono più in tecnologie di marketing che in stipendi per il proprio staff. E’ quanto rivela una ricerca condotta da Gartner in UK e USA. Secondo i dati dello studio, i marketer lo scorso anno hanno speso il 29% dei loro budget (nella cifra non sono incluse spese media o fee di agenzia) in martech, a fronte di un 24% di risorse destinate al pagamento dei dipendenti. Nel 2017, le percentuali erano, rispettivamente, il 22% e il 27%. Leggi di più su MarTech Today.

DoubleVerify si rafforza nella brand safety con un’acquisizione

DoubleVerify, società di ad tech specializzata nelle misurazioni, ha annunciato l’acquisto di Leiki, agenzia finlandese attiva nella classificazione dei contenuti. Leiki sfrutta l’intelligenza artificiale per analizzare testi, come notizie complesse o video contestuali, attraverso una tecnologia che DoubleVerify potrà ora utilizzare per classificare i contenuti e filtrare le offerte pubblicitarie su determinati posizionamenti. Grazie all’acquisizione, DoubleVerify potrà analizzare contenuti in 40 lingue, e rafforzare la propria presenza nell’Europa Orientale e nei mercati scandinavi e russi. Leggi di più su AdWeek.

Babbel: «A volte gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie»

In certi settori merceologici “di nicchia”, gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie. A pensarlo è Julie Hansen, CEO di Babbel U.S., che, intervistata da Digiday, ha detto la sua sul tema dell’internalizzazione delle attività data-driven. «Facciamo da noi ricerche e strategia. Utilizziamo le agenzie per gli acquisti media in tv e radio. Abbiamo uno strumento per gli acquisti SEM ma li gestiamo internamente. Il resto lo facciamo tutto in-house. L’apprendimento di una lingua è un’attività di nicchia. Selezionare un’agenzia e spiegarle il mondo dell’apprendimento delle lingue richiede tempo, si fa prima a sviluppare le capacità internamente». Leggi di più su Digiday.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

Oggi nella nostra rassegna spazio al tema dell’in-house, all’adattamento dei team commerciali degli editori al programmatic, e ad una news di Facebook attesa dagli sviluppatori.

La top manager di Electronic Arts: «I brand avranno sempre bisogno delle agenzie»

“Il fatto che i brand portino le attività di marketing, media o creatività in-house non rappresenta la fine delle agenzie. Anzi, il contrario”. Ne è convinta Belinda J. Smith, global head of media di Electronic Arts, secondo cui nei passati 18 mesi, cioè più o meno da quando ha preso piede la tendenza delle aziende a internalizzare la gestione del marketing, c’è stata una crescita dei numeri e dei servizi delle agenzie. I brand, secondo la manager, non possono fare a meno delle agenzie per un semplice motivo: perché non possono essere bravi a far tutto. E quindi, avranno sempre bisogno delle agenzie, sia per avere bravi professionisti a disposizione, sia per avere un’altrettanto importante  visione esterna su strategie e operatività. Leggi di più su AdExchanger.

Gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali al programmatic. Con qualche domanda

Man mano che aumentano i ricavi da programmatic, gli editori cominciano ad adattare le loro strutture commerciali. Ma non sempre è cosa facile: la commistione tra due modalità di vendita sostanzialmente diverse, quella tradizionale tramite agenti e quella automatizzata che prevede anche la presenza di nuove figure, pone anche una serie di domande. Ad esempio, sulle modalità di compenso. Se un agente di un editore convince un brand ad effettuare un acquisto in programmatic come parte di un pacchetto più ampio, e quest’ultimo poi – a campagna ultimata – decide di avviare un accordo in private marketplace gestito da uno dei programmatic specialist dell’editore, chi prenderà la commissione? L’agente o il programmatic specialist, o entrambi? Leggi di più di su Digiday.

Facebook annuncia le date della sua conferenza F8 2019

Facebook ritornerà a San Jose l’anno prossimo per F8, la sua conferenza per gli sviluppatori, un appuntamento fisso per conoscere le ultime novità del social network. L’appuntamento nel 2019 si svolgerà il 30 aprile e 1 maggio. Nel breve blog post in cui ha annunciato le date, la società ha sottolineato che l’evento “mostrerà come la tecnologia può attivare il meglio che le persone possono fare insieme”. Le registrazioni verranno aperte nei prossimi mesi. Leggi di più su TechCrunch.

Le più lette

Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial