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A sei settimane dall’entrata in vigore del GDPR, cresce la spesa in retargeting

Oggi nella nostra rassegna parliamo di retargeting, frodi in-app e del futuro di Groupon.

A sei settimane dall’entrata in vigore del GDPR, cresce la spesa in retargeting

Chi pensava che il GDPR avrebbe segnato la fine del retargeting, si sbagliava. Anzi. Secondo quanti dichiarano diversi operatori del mercato pubblicitario, sei settimane dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo, la spesa in campagne di retargeting è in aumento. In alcuni casi, addirittura, sembra che le aziende, invece di interrompere gli investimenti in remarketing, abbiano piuttosto tagliato la spesa in attività di prospecting. Le campagne di prospecting, infatti, basate su reach e scalabilità, comportano spesso l’utilizzo di dati di terze parti, e dunque sarebbero più “rischiose” da un punto di vista di conformità alla GDPR. Leggi di più su Digiday.

Frodi in-app, scoperta una nuova tipologia

Migliaia di app oggi si spacciano come editori premium, bypassando ads.txt, lo strumento anti-frode di IAB. Alcuni ricercatori della società di rilevamento frodi Forensiq hanno recentemente scoperto un nuovo tipo di frode in cui alcune app vendono le proprie inventory pubblicitarie come se fossero spazi siti internet premium, nel tentativo di ingannare il sistema ads.txt. La tecnica utilizzata è un misto tra il classico “domain spoofing” e il suo equivalente in-app, il “bundle ID spoofing”, con le applicazioni che mascherano i loro identificativi dietro quelli di un sito mobile, invece che di un’altra app. Leggi di più su AdWeek.

Groupon vicina alla vendita?

Potrebbe stare giungendo al termine il decennio di Groupon come società indipendente. Secondo indiscrezioni, il management della società, insieme ad alcune banche che rappresentano l’azienda, avrebbe contattato diverse socieà pubbliche negli scorsi mesi, con l’intenzione di sollevare interesse per una eventuale acquisizione. Nata nel 2008 a Chicago come pioniera del concetto di offerte e coupon digitali per l’acquisto di prodotti e servizi di aziende locali, Groupon nel 2011 si era quotata in Borsa, all’epoca con un valore di oltre 16 miliardi di dollari, oggi sceso a 2,4 miliardi a causa del declino del suo settore di riferimento. Leggi di più su Recode.

Header bidding in-app: PubNative lancia un approccio “ibrido”

Le tecnologie di header bidding stanno iniziando a prendere piede anche su mobile e in-app. In quest’ultimo caso, il fatto di doversi affidare a soluzioni generalmente basate su SDK genera, accanto ai benefici in termine di monetizzazione, anche problemi di latenza nel caricamento dell’app.

Una possibile soluzione arriva dalla piattaforma specializzata in monetizzazione per mobile PubNative (link), che ha annunciato il rilascio di una tecnologia di header bidding ibrida server-side/client side che promette di aiutare gli editori di app a massimizzare i ritorni pubblicitari senza ulteriori danni per la user experience.

La soluzione, chiamata HyBid, permette agli editori di massimizzare il valore del rendimento dell’impression avviando simultaneamente due aste.

Quando un utente apre un’app, questa invia una richiesta a PubNative, che avvia un’asta unificata tra tutti gli exchange di terza parte con cui è collegata. Questo avviene pre-bid e in remoto, quindi senza rallentare il caricamento dell’app.

L’offerta migliore è inviata indietro all’SDK di HyBid per competere sul prezzo con gli exchange e gli ad networks integrati nell’SDK del publisher, inclusi i “walled gardens” che generalmente sono nelle prime posizioni dei sistemi di monetizzazione “a cascata” (waterfall), come MoPub e AdMob.

La tecnologia di PubNative permette inserire nel processo i dati di prima parte del publisher per impostare floor price o creare segmenti di audience. “Il processo decisionale avviene client side e l’asta avviene prima server side e poi client side”, ha spiegato il Ceo di PubNative, Ionut Ciobotaru, che sottolinea come soluzioni di questo tipo vadano nella direzione di “un mercato RTB aperto su mobile”.

S4M entra a far parte dei membri di IAB Tech Lab

S4M entra a far parte dei membri di IAB Tech Lab, il “laboratorio tecnologico” di IAB impegnato nello sviluppo di standard e soluzioni per migliorare il mercato della pubblicità digitale.

All’interno del gruppo, S4M sarà attivamente impegnato a guidare le iniziative mobile-first dell’associazione. Tra gli obiettivi della società, che tra l’altro è uno dei pochi membri di IAB Tech Lab a possedere una DSP Mobile, quello di aiutare l’associazione ad implementare nuovi standard tecnici, dedicati agli ambienti in-app, per l’industry pubblicitaria digitale.

«Da tempo assistiamo ad un’evoluzione dell’industria pubblicitaria digitale. Questa evoluzione dovrebbe andare di pari passo con un’evoluzione degli standard tecnici e invece siamo ancora in alto mare – spiega Pierre Wurmser, Chief Product Officer di S4M -. Delineare delle linee guida tecniche specifiche per gli ambienti in-app significa garantire un ecosistema pubblicitario digitale più sostenibile e scalabile».

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Pierre Wurmser

Un’iniziativa alla quale S4M tiene in modo particolare è la creazione di una norma standard che regoli il formato delle immagini in-feed nel native advertising. I publisher infatti hanno varie dimensioni editoriali e ci sono delle differenze tra i vari device e i sistemi operativi. Native e placement possono essere diversi a seconda degli ambienti in-app, e uniformare le specifiche tecniche, secondo la società, aiuterà a risolvere il problema legato alla visibilità e alle frodi che interessano questo mercato e creerà degli strumenti di misurazione universali.

In generale, secondo S4M, le varie iniziative legate alla creazione di specifiche tecniche per il settore mobile incoraggeranno una maggiore monetizzazione e ulteriori opportunità per lo sviluppo di questo ecosistema. Un esempio di come il settore delle mobile app necessiti di regole specifiche è il “Mobile App Support for Ads.txt”, recentemente immesso sul mercato da IAB Tech Lab.

«Siamo felici di accogliere S4M in IAB Tech Lab. I nostri membri sono gli elementi chiave per la realizzazione del nostro obiettivo che è quello di permettere una crescita sostenibile dell’ecosistema dei mezzi digitali globali, soprattutto perché stiamo entrando in un’era post-GDPR», dice Dennis Buchheim, Vice President e Direttore Generale di IAB Tech Lab.

Recentemente, l’azienda è entrata anche a far parte del GDPR Transparency and Consent Framework, il framework realizzato da IAB Europe e IAB Tech Lab in occasione della definitiva entrata in vigore del GDPR per semplificare l’acquisizione e la condivisione delle autorizzazioni degli utenti al trattamento dei dati.

zeotap e Cadreon energizzano per Red Bull gli ordini di food delivery: +115% di engagement rate

Successo, grazie ai dati di zeotap, per la campagna di Cadreon per Red Bull.

Circa una anno fa, zeotap aveva annunciato una collaborazione con il brand di bevande energetiche per la sua campagna @Work testandone la qualità dei profili verificati telco, e all’epoca aveva consentito all’iconico brand di raggiungere il 70% di maggior engagement rispetto ad altri data provider. La collaborazione era poi proseguita anche al di fuori dei confini italiani, con zeotap che ha recentemente aggiunto la possibilità di creare segmenti custom per la delivery in-app attraverso l’accesso a 10.000 app, derivanti da accordi esclusivi raggiunti con i maggiori data partner globali.

Nelle scorse settimane, attraverso l’utilizzo delle app di food delivery, con la nuova campagna Occasion @Work Red Bull ha voluto incoraggiare gli italiani ad accompagnare il proprio pranzo con gli energy drink, per combattere lo stress della vita urbana. Grazie alle nuove data partnership, zeotap è stata quindi in grado di creare segmenti che includevano solo utenti app attivi dei servizi Foodpanda, HelloFresh, McDonald’s, Domino’s, Flyfood, Doordash, Grubhub e UberEats (quest’ultima, insieme a Red Bull, faceva inoltre parte di una promozione parallela della campagna).

Ancora una volta, Red Bull e il trading desk Cadreon (gruppo IPG) hanno coinvolto vari data provider, utilizzati con le stesse specifiche di planning programmatico, al fine di poter valutare quali tra questi avrebbero raggiunto i risultati migliori. In questo contesto, zeotap ha ottenuto +115% di engagement rispetto a tutti gli altri data provider coinvolti sul progetto.

«Questi risultati sono ottimi e non avremmo potuto essere più soddisfatti – commenta Francesco Cilea, Head of Brand Advertising & Media di Red Bull Italia -. Ancora una volta, zeotap ha dimostrato di essere un data provider di fiducia, non solo attraverso l’utilizzo di dati deterministici socio-demografici, ma anche attraverso l’utilizzo di accurati dati d’interesse, particolarmente difficili da reperire oggi nel mercato. Essere in grado di conoscere con precisione ciò che è realmente interessante per un utente è un potente strumento di targeting, che apre molte nuove strade per raggiungere i nostri clienti».

«Il nostro obiettivo è sempre stato quello di raggiungere la massima qualità dei dati, al fine di produrre i migliori risultati in termini di performance – dichiara Riccardo Polizzy Carbonelli, Country Manager zeotap Italia -. In aggiunta ai nostri dati socio-demografici, siamo particolarmente soddisfatti di poter offrire capacità di targeting su larga scala legate a molteplici fonti di dati. Quando abbiamo iniziato a lavorare sui segmenti d’interesse disponibili, ci era stata allora sottolineata dal mercato la mancanza di trasparenza e flessibilità dei segmenti disponibili, ricavati dall’utilizzo di dati connessi ad eventi non recenti.  Abbiamo oggi tra le mani una proposta veramente unica, perché siamo in grado di aggregare utenti di singole app per costruire segmenti customizzati in base a brief individuali per ogni settore. Il processo con il quale sono creati i segmenti è completamente trasparente, e gli aggiornamenti giornalieri che riceviamo dai nostri data partner assicurano che i dati siano sempre freschi».

«Siamo felici della collaborazione che abbiamo fin qui sviluppato con zeotap, confermata dalla qualità dei dati d’interesse, chiaramente evidenziata dai risultati delle campagne da noi gestite – aggiunge Luca Nicolai, Head of Cadreon Italy -. zeotap è diventata per noi un preferred partner e gli eccellenti risultati generati continuano a supportarci nel soddisfare uno dei nostri clienti più importanti ed esigenti».

Dimmi che app usi e ti diro chi sei: targeting mirato, non modelli

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima lo smartphone è lo specchio di chi sei, ci rivela ciò a cui tieni di più, ciò che a te è più vicino, una finestra sul tuo mondo.

In Italia, secondo comScore, quando si utilizza un device mobile, l’88% del tempo è impegato su app. Accediamo ad almeno 9 app al giorno e circa 30 su base mensile, un rapporto, un gesto quotidiano in grado di rispondere ad ogni nostra esigenza, in grado di darci sicurezza, capace di farci fare acquisti senza usare il portafoglio, indispensabile ma al tempo stesso assillante e invadente, insomma un imprescindibile compagno di viaggio.

Se pensiamo a quanto siamo legati ai nostri dispositivi mobili è facile immaginare come il cellulare sia anche il migliore storyteller di chi e cosa siamo. Ciò che installiamo, la frequenza di utilizzo e le azioni che attiviamo sono preziosi insights in grado di fornire una dettagliata immagine dei nostri interessi, comportamenti e caratteristiche sociodemografiche. I nostri smartphone ci conoscono meglio dei nostri amici più cari, “dammi il tuo cellulare e ti dirò chi sei” sembra la frase detta da un veggente, eppure, non sorprende nessuno, anzi, suona quasi banale.

La possibilità di dedurre interessi e preferenze dall’uso di una app non è più una novità, infatti è logico presumere che le persone che utilizzano “Ricette di Cucina” si divertano a cucinare e chi ha “Tutto Campo Calcio” ami lo sport, pertanto l’uso delle app può fornire una mole immensa di informazioni in modo deterministico.

Una grande ricchezza di insight

Nel 2016, i ricercatori dell’Università di Aalto in Finlandia insieme a quelli del Qatar Computing Research Institute hanno analizzato dati demografici combinati con l’utilizzo di alcune applicazioni per identificare genere, età, stato civile e reddito con una precisione fino all’82%. Ad esempio, lo studio ha dimostrato che è probabile che una donna abbia Pinterest o Etsy tra le sue app o che avere LinkedIn e Fitbit possa invece indicare l’appartenenza ad una fascia di reddito pari o superiore a 50.000 euro.

Se pensiamo a quanti insight si potrebbero ottenere se soltanto riuscissimo ad accedere in modo granulare all’intero ecosistema delle app, ci renderemmo conto che i dati oggi disponibili rappresentano solo la punta dell’iceberg.

L’industria ha già oggi l’opportunità di andare oltre i data point tradizionali, allargare e comprendere effettivamente la composizione degli utenti accedendo ad un universo più ampio di fonti. Osservando in modo dettagliato l’utilizzo delle app e la frequenza di ogni azione, gli inserzionisti potrebbero prendere decisioni molto più strategiche nella pianificazione aggiungendo ai parametri di targettizzazione elementi deducibili da un’analisi psicologica dei profili.

Cosa frena ancora oggi il targeting in-app?

Targettizzare un utente profilato in base alle applicazioni utilizzate può avvenire in ambiente mobile app o mobile web. La preferenza è ancora oggi la pianificazione su inventory mobile web, cosa sta frenando l’investimento in ambiente mobile app? Sono forse tematiche come la measurability, i formati utilizzabili, oppure c’è dell’altro? Per quanto riguarda il primo punto ormai sono sempre di più le piattaforme di distribuzione che consentono l’adozione di sistemi in grado di misurare Viewability e Reach on Target e non ci sono più molti dubbi circa l’efficienza di alcuni formati utilizzati con successo in ambiente mobile app, quindi?

La vera sfida semmai è quella di riuscire a sfruttare al meglio i dati delle app per consentire agli inserzionisti un targeting preciso e puntuale. Si tratta di ecosistemi chiusi non comunicanti e che non parlano tra loro, quindi gli advertiser non sempre hanno accesso a un profilo completo di un determinato utente. Ad esempio, tramite SDK ed altri mezzi, è relativamente facile stabilire se Pinterest, LinkedIn e Uber siano stati installati sul telefono di un utente ma ciò che risulta essere molto più impegnativo è semmai sapere se le suddette app sono state poi effettivamente utilizzate e come.

E se l’utente non ha aperto le app precedentemente installate? Quali app e come avviene il consumo di quelle più frequentemente usate? In generale, le SDK hanno una visione limitata dell’utilizzo effettivo dovendo ottenere precise autorizzazioni da parte dei developer e degli utenti che le utilizzano. Frequenza e granularità delle informazioni accessibili sono i due maggiori vincoli ad oggi presenti.

Le app premium e popolari poi, sono molto protettive nei confronti dei loro dati, ma potrebbe essere un punto di svolta per gli inserzionisti poter sfruttare il grandissimo valore di questi insight. Ad esempio, se un brand desiderasse interagire con un pubblico più giovane che frequenta club o bar, potrebbe targettizzare utenti tra i 21-34 anni che hanno una maggiore propensione a utilizzare l’app Mytaxi la sera tardi o al mattino presto durante il weekend nelle aree urbane. Una comunicazione in tempo reale, diretta, accurata senza elementi statistici o probabilistici.

Per sfruttare al meglio le immense opportunità che il targeting basato sul consumo di app potrebbe offrire al mercato, l’industria deve risolvere le sfide tecnologiche derivanti dalla necessità di lavorare attraverso silos cross-app e convincere editori e service provider premium che i loro preziosi dati possono fortemente contribuire al proprio stream di ricavi, ovviamente, rimanendo comunque sempre all’interno dei confini di un utilizzo del dato conforme a quanto legiferato dalle nuove norme per la privacy.

Sempre di più, i grandi inserzionisti puntano ad avere con il proprio pubblico una comunicazione one-to-one, parallelamente i consumatori affermano di volere annunci sempre più pertinenti e vicini ai loro interessi. Data privacy e GDPR sono argomenti giustamente top-of-mind oggi, tuttavia è doveroso e possibile trovare un giusto equilibrio per migliorare drasticamente il digital advertising spostandosi sempre di più da modelli predittivi statistici a strategie basate sull’effettiva comprensione di come gli utenti pensano e agiscono.

Dimmi che app usi e ti dirò chi sei!

Ads.txt a breve anche per le app. Ecco come funzionerà (forse)

Un anno fa IAB Tech Lab lanciava ads.txt, uno strumento candidato a diventare la soluzione per risolvere il problema delle inventory fraudolente: un file di testo con la lista dei rivenditori autorizzati delle inventory di un sito.

Oggi questo strumento, dopo una prima fase iniziale “in sordina” e l’endorsement di tante piattaforme tecnologiche, è utilizzato da oltre 2 milioni di editori, tra cui quasi tutti i principali gruppi, e costituisce effettivamente – nonostante alcune imperfezioni – un prezioso strumento per capire se uno spazio adv che si sta acquistando è effettivamente “reale” e non un falso. Per IAB Tech Lab, a questo punto, erano maturi i tempi per ampliare la portata di ads.txt a un altro ambiente, dopo quello web: ossia quello delle app.

Il 6 giugno, dunque, IAB ha pubblicato “Mobile App Support for Ads.txt”, una guida, costruita sull’esistente ads.txt, volta a “facilitare la protezione dall’ad fraud – spiega l’associazione – all’interno del marketing sulle app mobile”. Il documento è aperto ai commenti pubblici per i prossimi 30 giorni.

In effetti, però, utilizzare ads.txt sulle app non è esattamente come usarlo sulle pagine web. Innanzitutto perché lo strumento “vive” nelle URL dei siti (per accedervi, basta aggiungere la dicitura /ads.txt all’indirizzo di un sito), e le app come si sa non hanno un dominio. Come fare allora? IAB avrebbe pensato a questa soluzione: utilizzare un campo normalmente usato dagli app store per identificare un software all’interno del loro marketplace. Quando infatti uno sviluppatore registra un’app su uno store come quello di Apple, Google o Amazon, crea una sorta di identificativo di gruppo, che ha la forma di una URL rovesciata e che, secondo IAB potrebbe essere utilizzato dalle aziende per ottenere il file ads.txt associato a una specifica applicazione.

Ma potrebbe non essere così facile come sembra. Il successo dell’iniziativa, infatti, dipenderebbe dagli store, il cui operato varia a seconda del marketplace, e che di per sé non sono stati creati per supportare strumenti come ads.txt. Ad esempio, Apple normalmente fissa un tetto massimo di accessi agli identificativi di gruppo, oltre il quale ogni richiesta viene rifiutata. E ovviamente questo non consentirebbe un utilizzo efficace di ads.txt. “In un mondo ideale – scrive AdExchanger – tutti e tre i grossi marketplace di applicazioni – Google, Apple e Amazon – implementerebbero o sceglierebbero un campo standard per l’ads.txt in-app e abbatterebbero ogni possibile piccola barriera”. Ma la storia insegna che trovare una visione comune non è sempre semplice.

Qualora non si riuscisse a trovare un accordo in tempi brevi, sembrerebbe comunque che IAB abbia in tasca dei piani alternativi, come ad esempio la realizzazione di API standardizzate create da operatori terzi o entità indipendenti per recuperare i dati identificativi delle app.

In ogni caso, per una maggiore efficacia nel combattere le frodi pubblicitarie, IAB suggerisce che lo strumento ads.txt venga utilizzato sempre insieme ad un altro tool dell’associazione, ads.cert, di più recente realizzazione e che autentifica le inventory attraverso l’uso di informazioni crittografate.

«Considerata la predominanza del mobile in generale e delle app più nello specifico, è essenziale portare all’interno del panorama delle app delle soluzioni contro le frodi pubblicitarie – spiega Dennis Buchheim, Senior Vice President e General Manager di IAB Tech Lab -. Combinate, ads.txt e ads.cert offrono una doppia arma per combattere le frodi, e i loro benefici andranno lontano nel proteggere brand ed editori negli ambienti in-app».

Facebook, su Audience Network arriva l’header bidding in-app

Un anno dopo aver introdotto l’header bidding sugli spazi mobile web del suo Audience Network (era marzo del 2017), Facebook estende la tecnologia anche all’inventory in-app della sua rete “esterna”.

La novità consentirà agli editori di includere anche gli spazi in-app di Audience Network all’interno delle aste unificate da loro utilizzate per la monetizzazione dei contenuti. La tecnologia sarà utilizzabile per tutti i formati, dal display al native e al video.

Seguendo una strategia già messa a punto nel caso del mobile web, anche per l’in-app Facebook ha deciso di non creare delle tecnologie proprietarie per la conduzione delle aste, quanto piuttosto di affidarsi a partner esterni. Questo significa che gli spazi pubblicitari delle app saranno messi all’asta o tramite partner esterni (inizialmente MoPub, Fyber e MAX) o attraverso strumenti lato server di proprietà degli stessi editori.

Una strategia che è stata così giustificata da Alvin Bowles, VP of global publisher sales and operations di Facebook: «Gli editori hanno già i loro rapporti preesistenti e cambiare i propri strumenti non è necessariamente una cosa che piace affrontare – ha dichiarato il manager, ripreso dalla testata AdExchanger. Lavorare con dei partner ci consente di offrire una soluzione che non forza gli editori a prendere decisioni difficili da un punto di vista ingegneristico, di prodotto o di API».

E tra l’altro, lavorare con strumenti di società esterne permette a Facebook di non dover creare proprie tecnologie pubblicitarie e mantenere così un’offerta ad tech snella ma allo stesso tempo efficiente, focalizzandosi maggiormente su dati e domanda pubblicitaria. Una strategia – ricorda AdExchanger – confermata da diverse mosse del social, come la chiusura della video SSP e dell’ad exchange e l’abbandono dell’idea di costruire una DSP in Atlas.

Anche Facebook, dunque, si aggiunge alla sempre più corposa lista di piattaforme che si sono recentemente aperte all’header bidding in-app: da Google a Oath, da MoPub a varie piattaforme di vendita come PubMatic.

Apple al lavoro su un nuovo network per la vendita di pubblicità in-app

Mentre Apple studia un modo per vendere pubblicità in-app, Facebook dismette un suo strumento dedicato agli editori, e una società americana lancia una piattaforma per far dialogare brand e utenti attraverso gli assistenti vocali.

Apple al lavoro su un nuovo network per la vendita di pubblicità in-app

Apple avrebbe in piano il lancio di un network di vendita di annunci search all’interno di app esterne. La società avrebbe infatti avviato da qualche tempo dei colloqui con vari sviluppatori di app iOS (come Snapchat e Pinterest) per mostrare annunci display tra i risultati di ricerca all’interno di queste applicazioni. Ad esempio, se un utente cerca “NFL” su Snapchat potrebbe visualizzare tra i risultati anche un annuncio Apple di un’app per la rivendita dei biglietti delle partite di football. Apple condividerebbe i ricavi con le applicazioni che mostrano le campagne, secondo delle percentuali variabili da app ad app. Leggi di più sul Wall Street Journal.

Facebook dismette la sezione delle notizie “Trending”

A partire dalla prossima settimana, Facebook dismetterà la sezione “Trending” che raccoglie notizie sui temi di tendenza, insieme ai vari prodotti e intergrazioni di terze parti legati alla API “Trends”. Secondo una ricerca del social network, gli utenti col tempo avrebbero perso interesse in questo strumento, trovandolo sempre meno utile: i contenuti ospitati nella sezione avrebbero contribuito mediamente solo all’1,5% dei click alle notizie pubblicate dagli editori. Leggi di più su Marketing Land.

Assistenti vocali, LivePerson lancia una piattaforma per far dialogare brand e utenti

Gli assistenti vocali stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana delle persone, e la loro offerta di servizi – anche quelli “brandizzati” – si amplia costantemente. LivePerson, società americana specializzata in soluzioni per il commercio “vocale” ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma volta a facilitare la possibilità delle aziende di connettersi agli utenti che utilizzano Amazon Alexa o Google Assistant, e renderla più scalabile. «Puntiamo a creare un futuro “conversazionale” che sia migliore per i consumatori rispetto al frammentato mix di oggi di telefonate, siti web e touchpoint social non collegati tra loro», spiega la società. Leggi di più su MarTech Series.

Snapchat testa un nuovo formato video non saltabile di sei secondi

Mentre Snapchat si prepara a testare un nuovo formato video, un ex di MoPub lancia una piattaforma per l’header bidding in-app e uno studio di Forrester rivela chi domina la crescita dell’adv digitale nel mondo.

Snapchat testa un nuovo formato video unskippable di sei secondi

Snapchat darà presto il via ai test per un nuovo formato video non saltabile di sei secondi. Si chiamerà “Commercial” e verrà posizionato all’interno di un selezionato numero di Show, i video premium prodotti per il social da broadcaster e società di intrattenimento. I test di questo nuovo formato, secondo indiscrezioni confermate dalla stessa Snap, inizieranno a metà maggio. Leggi di più su Digiday.

L’ex CEO di MoPub lancia una nuova piattaforma per l’header bidding in-app

Il co-fondatore ed ex CEO di MoPub ha lanciato MAX, una nuova piattaforma che aiuta gli editori mobile a vendere i propri spazi pubblicitari in programmatic. La società è stata lanciata dopo sei mesi di beta-testing e con un capitale di 3,5 milioni di dollari. MAX, il cui nome sta per “mobile ad exchange”, si propone di connettere le applicazioni con sorgenti di domanda in modalità automatizzata. Inizialmente localizzata a San Francisco, la società ha già in piano di espandersi in Europa e Asia. Leggi di più su AdExchanger

Google, Facebook, Alibaba e Tencent dominano la crescita della pubblicità digitale

Google, Facebook, Alibaba e Tencent continuano a dominare la crescita dell’advertising digitale nel mondo. Lo rivela lo studio Digital Marketing Tracker di Forrester, relativo all’ultimo trimestre 2017. In particolare, secondo il report, Facebook ha visto crescere la propria quota sulla spesa pubblicitaria globale dal 10,4% del primo trimestre 2015 al 19,5% del quarto trimestre 2017, più di tutte le altre società, e nonostante i problemi relativi a dati e privacy degli utenti. Leggi di più su MediaPost.

Header bidding in-app, Oath mette a punto una nuova soluzione

Solo qualche anno fa la rivoluzione dell’header bidding aveva invaso la pubblicità su desktop, con il progressivo passaggio dai tradizionali modelli “a cascata” alla possibilità per gli editori di attivare, sull’header dei propri siti, diverse aste simultanee con varie sorgenti di domanda. Adesso, per quella rivoluzione è arrivato il momento di invadere anche l’ambiente in-app.

Dopo MoPub a gennaio e Google AdMob solo qualche giorno fa, ora un’altra piattaforma si appresta ad abbandonare il sistema “waterfall” nella monetizzazione della pubblicità all’interno delle app mobile: è Oath, che ha appena annunciato il lancio di una nuova versione di Super Auction, la sua tecnologia di header bidding mobile.

La soluzione offrirà adesso la possibilità agli sviluppatori di app di ogni dimensione di condurre aste pubblicitarie unificate con tutti i loro partner: le sorgenti di domanda di ONE by AOL Mobile potranno competere per un’impression insieme alle SSP o agli ad server del publisher.

Precedentemente, ONE by AOL avrebbe condotto un’asta autonoma con le sue proprie fonti di domanda attraverso il proprio SDK e avrebbe poi mandato l’offerta più alta alla SSP dell’app, da cui poi essa avrebbe gareggiato con le offerte più alte provenienti da altre aste (la presenza di vari SDK è necessaria in quanto le app non hanno, a differenza dei siti, gli header su cui normalmente in ambiente desktop si svolge l’asta). Adesso, invece, il processo viene semplificato e velocizzato: non verranno più condotte diverse aste tra tutti i vari partner di monetizzazione, ma tramite Super Auction di AOL infatti l’asta verrà unificata, e condotta simultaneamente tra tutti partecipanti, inclusi altri ad network mobile come AdMob o MoPub.

Una novità, quella di Super Auction, che porta con sé vari benefici, sia lato domanda che lato offerta. Per i buyer, consente alle varie sorgenti di domanda partecipanti all’asta per l’impression di avere tutte uguale accesso allo spazio pubblicitario, e proporre quello che secondo loro è il prezzo giusto per esso. La presenza simultanea di più partecipanti, inoltre, permette una maggiore valorizzazione dell’impression, visto che a vincere è il prezzo più alto e la competitività è maggiore. Il tutto assicurando allo sviluppatore dell’app trasparenza e controllo su prezzi e processi e una facile installazione del prodotto.

La nuova release della soluzione è globale e sarà pertanto disponibile anche per il mercato italiano.

«Continua l’impegno da parte di Oath nell’offrire ai publisher soluzioni per una migliore e più efficiente monetizzazione della loro inventory – ha spiegato a Programmatic Italia Christina Lundari, General Manager di Oath per l’Italia -. In questo caso con un particolare focus sul mobile che è al centro delle nostre strategie per il 2018. Con Super Auction permettiamo agli sviluppatori di utilizzare un evoluto meccanismo ad asta che si può facilmente affiancare ad altri sistemi già in uso per aiutarli a massimizzare le proprie revenue».

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