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Salesforce “unifica” i dati tra piattaforme con la nuova soluzione Customer 360

All’indomani dell’annuncio dell’accordo stretto tra Microsoft, SAP e Adobe per la condivisione dei dati, Salesforce comunica la messa a punto di una nuova soluzione volta a rendere più facile l’utilizzo e l’attivazione degli insight sugli utenti.

In occasione della sua conferenza Dreamforce a San Francisco, la società ha presentato infatti Salesforce Customer 360, un ID utente unico che mette a fattor comune i dati provenienti dalle sue varie suite di prodotto cloud Sales, Services, Commerce e Marketing.

La soluzione è disponibile gratuitamente per i clienti che utilizzano i prodotti Salesforce, e sarà utilizzabile sia sui dati provenienti dalle piattaforme dell’azienda – come informazioni su CRM o transazioni contenuti nella suite Commerce Cloud o insight sulle campagne ospitati nella Marketing Cloud – che su dati di origine esterna, provenienti da qualsiasi partner attraverso l’API di integrazione di MuleSoft (società acquisita a marzo da Salesforce).

Una volta che Customer 360 ha eliminato eventuali duplicati tra le varie fonti, creerà degli ID che potranno essere spediti alle piattaforme di acquisto o ai partner di misurazione.

«Ci sono tanti modi diversi in cui una persona oggi può entrare a contatto con un brand, e tra tutti questi passaggi di tecnologia e media si è perso un certo livello di controllo», spiega Patrick Stokes, senior VP of product management di Salesforce. Per l’azienda, Customer 360 rappresenta un modo per consentire ai brand di superare l’approccio “a silos” ai dati, consentendo di collegare le varie fonti di informazioni sui consumatori in un unico identificativo, per una visione più reale e completa del comportamento d’acquisto utile per la messa a punto di strategie di marketing più efficaci ed efficienti.

Google restringe l’utilizzo dei DoubleClick ID. Cosa significa per le aziende?

Quella che prima era solo un’indiscrezione è stata ora ufficializzata da Google: l’azienda non consentirà più l’utilizzo dei DoubleClick ID a chi usa il suo servizio di trasferimento dati. Lo strumento funzionerà ancora, ma i suoi dati non saranno esportabili all’esterno. La novità, voluta da Big G per allinearsi alle politiche previste dalla GDPR, sarà attiva proprio dal 25 maggio, lo stesso giorno in cui entra definitivamente in vigore il regolamento europeo.

La notizia potrebbe creare qualche difficoltà alle aziende che usano DoubleClick per acquistare pubblicità: gli identificativi di DoubleClick, infatti, sono attualmente uno strumento prezioso per misurare le performance delle campagne multicanale, dentro e fuori le piattaforme di Google, proprio in quanto trasferibili all’esterno. Senza un identificativo utilizzabile su più piattaforme, infatti, diventa molto più difficile per un brand verificare, ad esempio, se la stessa persona che ha visto l’annuncio di un prodotto su smartphone ha poi effettuato l’acquisto dello stesso prodotto da pc.

E nel mercato – come fa notare il sito MediaPost – alcuni vedono già in questa mossa la volontà di Google di sfruttare la GDPR per chiudere ancora di più i propri “walled garden”, evitando la possibilità di condividere i dati e portando così le aziende ad utilizzare sempre più i propri strumenti e piattaforme.

Intanto, un portavoce di Google ha fatto sapere che la società si sta muovendo per «prendere accordi con aziende e partner su altri modi di misurare le campagne, compresa un’accelerazione dell’espansione dell’Ads Data Hub», ossia il sistema di misurazione di Youtube progettato per dare agli inserzionisti informazioni a livello di impression sulle campagne erogate su diversi dispositivi, successivamente ampliato anche agli spazi acquistati attraverso DoubleClick e il Google Display Network.

Pochi giorni fa Google aveva reso nota un’altra mossa in vista della GDPR: la messa a punto di una piattaforma per la gestione dei consensi (CMP) destinata agli editori. Una novità che – anche in quel caso – sta facendo molto discutere, in quanto limita i publisher che la utilizzano ad avere al massimo 12 partner ad tech, un numero ben al di sotto dell’attuale norma.