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Ads.txt a breve anche per le app. Ecco come funzionerà (forse)

Un anno fa IAB Tech Lab lanciava ads.txt, uno strumento candidato a diventare la soluzione per risolvere il problema delle inventory fraudolente: un file di testo con la lista dei rivenditori autorizzati delle inventory di un sito.

Oggi questo strumento, dopo una prima fase iniziale “in sordina” e l’endorsement di tante piattaforme tecnologiche, è utilizzato da oltre 2 milioni di editori, tra cui quasi tutti i principali gruppi, e costituisce effettivamente – nonostante alcune imperfezioni – un prezioso strumento per capire se uno spazio adv che si sta acquistando è effettivamente “reale” e non un falso. Per IAB Tech Lab, a questo punto, erano maturi i tempi per ampliare la portata di ads.txt a un altro ambiente, dopo quello web: ossia quello delle app.

Il 6 giugno, dunque, IAB ha pubblicato “Mobile App Support for Ads.txt”, una guida, costruita sull’esistente ads.txt, volta a “facilitare la protezione dall’ad fraud – spiega l’associazione – all’interno del marketing sulle app mobile”. Il documento è aperto ai commenti pubblici per i prossimi 30 giorni.

In effetti, però, utilizzare ads.txt sulle app non è esattamente come usarlo sulle pagine web. Innanzitutto perché lo strumento “vive” nelle URL dei siti (per accedervi, basta aggiungere la dicitura /ads.txt all’indirizzo di un sito), e le app come si sa non hanno un dominio. Come fare allora? IAB avrebbe pensato a questa soluzione: utilizzare un campo normalmente usato dagli app store per identificare un software all’interno del loro marketplace. Quando infatti uno sviluppatore registra un’app su uno store come quello di Apple, Google o Amazon, crea una sorta di identificativo di gruppo, che ha la forma di una URL rovesciata e che, secondo IAB potrebbe essere utilizzato dalle aziende per ottenere il file ads.txt associato a una specifica applicazione.

Ma potrebbe non essere così facile come sembra. Il successo dell’iniziativa, infatti, dipenderebbe dagli store, il cui operato varia a seconda del marketplace, e che di per sé non sono stati creati per supportare strumenti come ads.txt. Ad esempio, Apple normalmente fissa un tetto massimo di accessi agli identificativi di gruppo, oltre il quale ogni richiesta viene rifiutata. E ovviamente questo non consentirebbe un utilizzo efficace di ads.txt. “In un mondo ideale – scrive AdExchanger – tutti e tre i grossi marketplace di applicazioni – Google, Apple e Amazon – implementerebbero o sceglierebbero un campo standard per l’ads.txt in-app e abbatterebbero ogni possibile piccola barriera”. Ma la storia insegna che trovare una visione comune non è sempre semplice.

Qualora non si riuscisse a trovare un accordo in tempi brevi, sembrerebbe comunque che IAB abbia in tasca dei piani alternativi, come ad esempio la realizzazione di API standardizzate create da operatori terzi o entità indipendenti per recuperare i dati identificativi delle app.

In ogni caso, per una maggiore efficacia nel combattere le frodi pubblicitarie, IAB suggerisce che lo strumento ads.txt venga utilizzato sempre insieme ad un altro tool dell’associazione, ads.cert, di più recente realizzazione e che autentifica le inventory attraverso l’uso di informazioni crittografate.

«Considerata la predominanza del mobile in generale e delle app più nello specifico, è essenziale portare all’interno del panorama delle app delle soluzioni contro le frodi pubblicitarie – spiega Dennis Buchheim, Senior Vice President e General Manager di IAB Tech Lab -. Combinate, ads.txt e ads.cert offrono una doppia arma per combattere le frodi, e i loro benefici andranno lontano nel proteggere brand ed editori negli ambienti in-app».

Bucksense, spazio alla brand safety al Programmatic Pioneers Summit 2018 di Londra

Come è possibile garantire agli advertiser una migliore esperienza nella pianificazione in programmatic della pubblicità online? E’ la domanda a cui ha risposto Cristian Carnevale, CEO di Bucksense, in occasione del Programmatic Pioneers Summit 2018, evento europeo sul marketing e le strategie di programmatic, tenutosi il 16 e 17 maggio a Londra.

Carnevale è intervenuto in particolare in veste di moderatore a una tavola rotonda che ha trattato il tema chiave della brand safety, a cui hanno partecipato esponenti di varie realtà internazionali dell’interactive advertising: Fyber, Condé Nast, Ben Hancock, CNN, LinkedIn e Sony.

Un tema, quello della sicurezza dei brand, soprattutto in ambito frodi, su cui Bucksense ha approntato un sistema di prevenzione all’avanguardia. Ogni giorno infatti i tool della DSP realizzano test su diversi tipi di frodi pubblicitarie: ogni volta che un bid, ovvero un’offerta, viene prodotto, viene fornita l’impression, seguito il clic e infine l’utente nel percorso di conversione, per essere in grado di raccogliere tutti i dati a valle della navigazione. La raccolta dei dati in ogni fase e la connessione di tutti i punti delle diverse fasi in un unico funnel sono alla base di questo processo di verifica. I dati vengono spesso utilizzati per tracciare le conversioni ma raramente sono utilizzati per verificare se il traffico è lecito. Il riferimento incrociato di tutti questi punti mostra molto spesso la presenza di attività fraudolente.

«Bucksense automatizza completamente l’analisi e il controllo delle impression per fornire un servizio sicuro. La qualità e l’uniformità dei posizionamenti sull’intero funnel del cliente vengono costantemente verificati dal sistema che decide autonomamente di bloccare un posizionamento se qualcosa non quadra e sembra sbagliato – dichiara Carnevale -. Con le sue soluzioni Self-Serve, Open API e Whitelabel, la nostra DSP offre un concreto ed efficace controllo sull’acquisto media in programmatic».

Tre iniziative per portare trasparenza e qualità nella pubblicità digitale

In linea generale, la pubblicità digitale dovrebbe essere trasparente, garantire la brand safety e avere costi ragionevoli. Tuttavia, due dei più grandi problemi a cui devono far fronte gli inserzionisti di oggi sono l’opacità della catena del valore programmatica e la qualità nel mercato della pubblicità digitale.

Al fine di risolvere tali problemi, AppNexus sta realizzando una serie di investimenti a lungo termine per mettere la brand safety e la trasparenza al centro dell’ecosistema della pubblicità digitale.

Gli aspetti cruciali del nostro impegno nell’offrire maggior trasparenza e sicurezza agli acquirenti sono: rimborsi per traffico non valido, adozione rigorosa di ads.txt e trasparenza sui costi della catena del valore.

Supporto di Ads.txt

AppNexus ambisce a diventare un marketplace globale, efficace e affidabile nel mondo della pubblicità digitale. Per questo motivo sosteniamo iniziative che ottimizzano l’ecosistema dell’advertising online e rendono più trasparente la catena del valore.

Ads.txt è un metodo che permette agli editori di elencare in maniera trasparente i partner autorizzati al programmatic advertising dei loro siti, al fine di evitare la vendita non autorizzata della loro inventory. Pioniera nel sostegno all’iniziativa, AppNexus utilizza i file ads.txt degli editori. Per questo l’AppNexus Programmable Platform (APP) impedisce, automaticamente e senza eccezioni, l’acquisto di inventory non autorizzate.

Ad oggi sono molti gli editori che hanno adottato ads.txt  (oltre l’80% dei top 1000 domini disponibili sul marketplace AppNexus dispongono di un file ads.txt). AppNexus impedisce l’acquisto attraverso l’APP da parte di soggetti non direttamente identificati come rivenditori autorizzati dai file ads.txt dell’editore.

Trasparenza delle commissioni

La diffusione del programmatic advertising ha generato un ecosistema in cui la trasparenza non sempre è totale. In tale contesto, gli inserzionisti si sforzano di comprendere appieno dove sono diretti i propri investimenti pubblicitari e in quale percentuale questi giungono agli editori.

Una delle principali preoccupazioni dei nostri clienti è l’esistenza di un’ingente “tassa ad tech” che assorbe  tra il 40-60 per cento degli investimenti in programmatic advertising.

Per fare chiarezza in questa situazione, riteniamo che le aziende di ad tech debbano rendere visibili le proprie commissioni ai clienti, in modo che questi ultimi possano facilmente tracciare quanto del loro budget arriva agli editori. AppNexus aspira a diventare il marketplace più trasparente del settore e a garantire che gli inserzionisti siano sempre a conoscenza di come viene utilizzato il loro budget.

A gennaio AppNexus e Adobe hanno annunciato una collaborazione in tema di trasparenza delle commissioni (leggi l’articolo qui). Le due società hanno comunicato che i clienti di Adobe Advertising Cloud avranno totale trasparenza sulle commissioni delle inventory acquistate nell’AppNexus Marketplace. Questi inserzionisti disporranno di una completa visibilità delle commissioni applicate nelle auctions e riceveranno report periodici sul budget destinato all’editore finale.

Rimborsi di traffico non valido

Il traffico non valido, benché sulla nostra piattaforma sia esiguo grazie a un monitoraggio dinamico, rappresenta una legittima preoccupazione per inserzionisti e editiori. È per tale motivo che, a partire dal 31 marzo, AppNexus ha messo in atto nuove politiche per accelerare il processo di rimborso per gli acquirenti che hanno acquistato traffico non valido sulla sua piattaforma. Gli inserzionisti che hanno comprato traffico artefatto hanno la possibilità di presentare una richiesta di risarcimento all’AppNexus Business Support, attraverso il Centro Assistenza Clienti. Tali politiche end-to-end accrescono la responsabilità della nostra piattaforma, in modo che inserzionisti ed editori possano essere sicuri di accedere ad inventory e traffico legittimi.

Nel settore sono in molti a credere che la piena trasparenza e la brand safety siano una chimera che si realizzerà solo tra molti anni. In realtà oggi non siamo cosi distanti. Nel momento in cui tali meccanismi diventeranno standard di settore nei prossimi anni, prevediamo un miglioramento nella fiducia nell’intero sistema e un aumento degli investimenti in pubblicità digitale da parte dei brand.

AppNexus Italia affronterà questi ed altri temi il 12 aprile a Bologna in occasione dell’evento ADworld Experience.

YouTube, in arrivo un nuovo servizio di musica a pagamento

Le novità di YouTube sul fronte musicale e due studi sul tema GDPR e frodi oggi nella nostra rassegna.

YouTube, in arrivo un nuovo servizio di musica a pagamento

In occasione del suo intervento all’evento americano SXSW, il Global Head of Music di YouTube Lyor Cohen ha annunciato che la piattaforma video di Google sta lavorando a un nuovo servizio musicale per abbonamento che unirà il meglio dell’offerta di Google Play Music con il vasto catalogo della stessa YouTube. Il manager non ha però fornito dettagli su quando verrà lanciato il progetto e su quali saranno i suoi costi. Leggi di più su TechCrunch.

GDPR, a che punto sono le aziende B2B?

Secondo quanto rivela uno studio realizzato questa settimana da Forrester, solo il 15% dei marketer B2B è già pienamente conforme con la General Data Protection Regulation (GDPR), mentre il 18% sta ancora valutando come muoversi. Tra le principali difficoltà, quella di verificare la conformità degli attuali e dei passati dati in possesso, valutare chi raccoglie e processa dati terzi, comunicare gli specifici scopi dei dati e bilanciare la user experience con la richiesta del consenso per la raccolta delle informazioni. Leggi di più su AdWeek.

Scende il tasso di frodi nella pubblicità video

Buone notizie sul fronte frodi. Il tasso di traffico video “fake” è sceso del 31% nel 2017 rispetto al 2016, secondo uno studio della piattaforma Extreme Reach. E tra gli aggregatori di video la percentuale è ancora più siginificativa: -40% anno su anno. Il motivo di questo trend? Le maggiori pressioni sul tema esercitate dagli inserzionisti, così come l’aumento dei controlli tra i fornitori di tecnologie pubblicitarie. Leggi di più su MediaPost.

Ads.txt, l’adozione dello strumento contro le frodi continua a crescere

Nato lo scorso maggio da un’iniziativa di IAB Tech Lab, Ads.txt col tempo si sta diffondendo sempre più tra gli editori come strumento di riferimento per combattere le frodi in ambito pubblicitario.

Dopo un inizio un po’ in sordina, infatti, l’utilizzo di questo strumento sta aumentando a vista d’occhio, trainato dall’endorsement di vari operatori del mercato, alcuni dei quali hanno concretamente limitato la compravendita di spazi pubblicitari ai soli siti dotati di tale soluzione. Tra di loro Adform, 4Strokemedia, Smart, AppNexus, Mediamath, SpotX, GroupM e Google solo per citarne alcuni.

A rivelarlo è una ricerca di Pixalate, che ha fotografato il tasso di utilizzo di Ads.txt tra i 5 mila siti internet più popolari a livello mondiale che vendono pubblicità in programmatic, individuati sulla base delle classifiche Alexa.

Come si diceva, i primi mesi hanno visto una diffusione abbastanza bassa dello strumento, complice una difficoltà di comprensione dei suoi benefici ed altre priorità dei publisher rispetto alla sua implementazione. A settembre, solo l’8,5% dei top 5 mila siti a livello globale aveva adottato Ads.txt. A partire da quel mese, tuttavia, l’adozione del tool è cresciuta rapidamente, fino ad arrivare al 51% dei siti alla fine di febbraio. Di seguito un grafico che mostra il trend.

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Ads.txt è un file di testo che gli editori “attaccano” ai loro domini e che elenca i nomi di tutte le piattaforme autorizzate a vendere le inventory di quel sito. Il file è aperto e accessibile a chiunque, e nella sua semplicità si sta rivelando efficace nel garantire maggiore sicurezza a chi vuole comprare uno spazio pubblicitario su una inventory premium e può verificare se la piattaforma dalla quale sta acquistando è effettivamente autorizzata a vendere quello spazio. Se il rivenditore non è tra quelli in lista, è molto probabile che l’inventory non sia reale e dunque è il caso, per l’inserzionista, di non procedere con l’acquisto.

Pubblicità video: frodi e valutazione degli investimenti preoccupano i marketer

Frodi e misurazioni degli investimenti nella pubblicità video costituiscono le maggiori preoccupazioni per i marketer digitali di tutto il mondo.

Secondo uno studio della piattaforma di marketing YouAppi, condotto da Dimensional Research, il 48% degli operatori è allarmato dalle frodi sugli ad network che erogano i loro annunci, una percentuale in aumento dal 33% registrato nel 2017. D’altra parte, quasi metà dei rispondenti (45%) ha dichiarato che è difficile misurare efficacemente l’impatto del proprio investimento, a fronde del 40% dello scorso anno.

Targetizzare il giusto consumatore desta invece meno preoccupazioni. Nel 2018, il 26% delle persone coinvolta l’ha citato come una sfida della pubblicità video, giù del 5% dallo scorso anno.

Nonostante le difficoltà, sempre più marketer stanno investendo nel video mobile quest’anno. Infatti, l’84% dei rispondenti al sondaggio ha dichiarato che incrementare la spesa, +10% rispetto al 2017.

pubblicità video

Sono molti a credere che la pubblicità video sia un canale estremamente importante per il customer journey. Lo ha confermato la ricerca, secondo cui il 96% dei marketer ha detto che il video è importante “in qualche modo”.

Secondo OpenX, il 300 x 250 è tra i formati video più fraudolenti. Ecco perchè

Il formato 300×250 è forse uno dei più diffusi sul mercato in ambiente display, nonché tra le più comuni soluzioni pubblicitarie video sugli exchange programmatici.

Secondo una ricerca di OpenX e Pixalate, questo formato copre circa un terzo di tutte le inventory video vendute oggi in programmatic. Un record che però, purtroppo, è legato a un altro trend: la presenza in questo formato di una percentuale di traffico non valido un terzo più alta della media di tutte le altre soluzioni pubblicitarie video vendute attualmente.

Il problema, tuttavia, non sarebbe solo quello del traffico “fake”, ma anche la vendita di spazi diversi da quelli comunicati agli inserzionisti. Alla base di questo alto tasso di frodi, infatti, secondo OpenX ci sarebbe la presenza sul mercato di diversi operatori che acquistano questi formati come banner statici dagli editori e poi li rivendono agli inserzionisti come formati video (a CPM molto più elevati), inserendo all’interno di queste unità dei player. “L’inserzionista che non sospetta nulla paga il suo alto CPM video e uno spot, disegnato per un formato differente, viene “infilato” all’interno dello spazio di un banner statico – spiega la società in una nota -. Questi annunci creano una cattiva user experience per il pubblico e, in ultima istanza, un impatto negativo sul ROI delle aziende“.

In seguito a queste evidenze, OpenX ha deciso che non venderà più il formato 300×250 sulla sua piattaforma. «Il Video è un settore in rapida crescita all’interno dell’ecosistema programmatico, e con una sempre maggiore maturità del mezzo, il mercato ha bisogno di essere costantemente attento alle variazioni dei formati, per assicurare che aziende, editori e utenti abbiano le migliori esperienze con i video – ha spiegato John Murphy, head of marketplace quality di OpenX -. La qualità è sempre stata una priorità per OpenX, e questo passo conferma la nostra conclusione che il formato non può trovare posto in nessun ad exchange che valorizzi la qualità».

Google punta a far diventare la tecnologia delle AMP uno standard “open”

Nella rassegna di oggi parliamo di Google e di due editori internazionali: il New York Times e Newsweek Media Group.

Google punta a far diventare la tecnologia delle AMP uno standard “open”

Google ha annunciato oggi di voler portare il progetto delle sue Accelerated Mobile Pages (AMP) al di fuori dei suoi confini, rendendolo uno standard utilizzabile da tutti. Se da un lato le AMP sono uno strumento apprezzato dagli utenti, che vedono caricare le pagine internet in maniera più veloce, dall’altro lato sono spesso viste dagli editori come l’ennesimo “walled garden”, in quanto per potere usifruire di prestazioni veloci su mobile i contenuti devono essere caricati su domini Google. Adesso la società ha dichiarato di star provando a convincere le associazioni deputate alla creazione degli standard digitali ad adottare la tecnologia alla base del funzionamento delle sue AMP, rendendola un framework di riferimento utilizzabile per tutte le pagine internet. Leggi di più su The Verge.

Vendita in Programmatic o diretta? Stesso team per il New York Times

E’ finita l’era della distinzione tra programmatic e non-programmatic. Almeno nei team vendita degli editori. Il New York Times ha recentemente assorbito la propria squadra dedicata al programmatic all’interno del suo team vendite generale. L’idea è quella di formare tutti i membri della squadra commerciale sulla vendita automatizzata, in modo che siano capaci di vendere qualsiasi tipo di formato pubblicitario della testata a qualsiasi tipo di inserzionista. Leggi di più su Digiday.

Inventory fraudolente, Newsweek Media Group sotto i riflettori

Tempi difficili per Newsweek Media Group. DoubleVerify avrebbe identificato, all’interno di alcune property dell’editore, un codice fraudolento capace di impedire a società di misurazione terze di determinare in maniera accurata la viewability di un annuncio durante la navigazione. L’editore ha dichiarato di aver prontamente rimosso il codice dai propri siti, e di avere anche licenziato due dipendenti legati alla faccenda. Intanto però alcune piattaforme di vendita, come AppNexus e SpotX, hanno deciso di interrompere i loro rapporti con il gruppo. Leggi di più sul Wall Street Journal.

Frodi, le inventory bloccate su desktop superano quelle su mobile

Le frodi pubblicitarie bloccate su desktop superano quelle bloccate sui dispositivi mobile. È quanto emerge dal “Programmatic Insights Report: Spotlight on Quality” pubblicato da RhythmOne. Il documento ha esaminato le tendenze riguardanti il blocco e le prevenzione delle attività fraudolente elaborando una media mensile di 2,8 trilioni di offerte d’asta tra ottobre e dicembre 2017.

La ricerca ha registrato le tendenze riscontrate sulla piattaforma sia su inventario sospetto che in attività. Eccone i principali risultati:

  • Il 56% dell’inventario pubblicitario su desktop è stato bloccato mentre una quota molto più bassa (38%) è stata bloccata su mobile nel trimestre in esame;
  • In media, l’inventario video programmatico è stato bloccato a tassi leggermente più alti dell’inventario banner, 49% e 45% rispettivamente;
  • In ambiente mobile, l’inventario è stato bloccato molto più spesso su web (56%) che su inventario in-app (27%). In tal proposito, la società ha dichiarato che le frodi su applicazioni mobili è per sua natura complessa, ciò rende la rilevazione più variabile e difficoltosa.

Di seguito i tassi di blocco analizzati nel dettaglio a livello globale sui dispositivi sul marketplace di RhythmOne:

rhythmone-frodiIl rapporto ha anche scoperto che i formati pubblicitari non comuni e meno popolari tendono ad essere meno soggetti alle frodi poiché i truffatori preferiscono tipologie dotate di scala maggiore. Ad esempio, il formato video extra large, poco comune, è stato bloccato solo il 5% delle volte a livello globale, mentre il più popolare formato video medio ha un tasso di blocco del 57%.

Considerando i tassi di blocco per dimensione dei banner, i formati 300×250 e 300×600 sono in cima alla classifica con il 60%:

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Le nuove sfide della pubblicità digitale? Trasparenza, brand safety e misurazioni

Trasparenza, brand safety, misurazioni accurate. Secondo una ricerca di Integral Ad Science (IAS), sono queste oggi le sfide principali per l’industry della pubblicità digitale.

Stando ai risultati dello studio, che ha coinvolto 816 professionisti del digital, tra i principali ostacoli per la spesa pubblicitaria digitale ci sono le inventory fraudolente, citate dal 73,4% degli intervistati, e il posizionamento degli annunci in presenza di contenuti “sensibili”, menzionato dal 64,9%.

Un altro tema sul tavolo della industry è poi quello della standardizzazione delle misurazioni. La maggior parte dei professionisti coinvolti nello studio (il 74,5%) reputa che questa sia una questione necessaria da risolvere, anche se non si riesce ad ottenere un consenso generale su quale dovrebbe essere lo standard. Per il 48,9%, infatti, i parametri fissati dal Media Rating Council (MRC) sulla viewability non sono abbastanza stringenti.

Integral Ad Science ha anche chiesto a brand, agenzie ed editori che valore economico attribuirebbero agli spazi pubblicitari, alla luce delle loro preoccupazioni sulla trasparenza. Gli editori hanno risposto che utilizzerebbero per lo più un modello a cost-per-thousand (CPM) semplice o a CPM viewable, cioè per impression realmente visibili. Tra i professionisti lato acquisto, invece, al di là della preferenza assoluta per il CPM, c’è una maggiore apertura a costi a performance come cost-per-click (CPC) o cost-per-action (CPA).

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Nonostante le nuove sfide, però, marketer ed editori sono convinti che le tecnologie programmatiche sono e saranno in futuro sempre più fondamentali, anche grazie a innovazioni come AI e Machine Learning.

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