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comScore allarga il panel mobile e potenzia i prodotti MMX Multi-Platform e Mobile Metrix in Italia

comScore aggiorna le sue soluzioni di misurazione delle audience digitali multi-piattaforma, mobile e video disponibili sul mercato italiano.

La società ha lanciato il Panel iOS (2.500 individui maggiorenni attivi), i quali si aggiungono al già presente Panel Android di 3.200 persone. Si tratta di uno dei più grandi “panel mobile” esistenti in Italia che consente la rilevazione delle versioni più aggiornate dei due sistemi operativi.

Si potenzia quindi l’offerta Mobile Metrix che già permette l’attribuzione agli editori taggati degli utenti mobile provenienti dal traffico in-browsing effettuato su app di terze parti e sulle piattaforme di distribuzione di contenuti come Facebook Instant Articles e Google AMP.

Grazie all’estensione del Panel Mobile, sarà possibile effettuare analisi di Reach&Frequency dedicata ai centri media, e di sovrapposizione delle audience su Mobile e Total Digital Population, in aggiunta a quella già disponibile sul Desktop. Editori, centri media e investitori potranno calcolare gli utenti de-duplicati ed effettuare analisi di affinità tra gli oltre 2,5 milioni di domini ed entità riportati globalmente da comScore.

La misurazione sui dispositivi mobili vede poi un altro sviluppo nel lancio di Video-Metrix Multi-Platform che introduce, per gli editori taggati, la rilevazione del consumo di video sui dispositivi mobili e la stima della reach cross-piattaforma mensile complessiva della propria audience video. La soluzione mantiene poi le sue caratteristiche distintive, ossia la suddivisione tra video editoriali e pubblicitari e la misurazione di YouTube nel suo complesso e dei canali dei suoi Partner.

«Grazie al continuo sviluppo e al lancio delle ultime innovazioni riteniamo che le nostre piattaforme di analisi delle audience forniscano la visione più completa e affidabile dei comportamenti di utilizzo di Internet in Italia», afferma Fabrizio Angelini, Ceo di Sensemakers che rappresenta in esclusiva comScore in Italia, “I dati di fruizione evidenziano un potenziale di crescita ancora significativo mentre si vanno accentuando i fenomeni di concentrazione del traffico – soprattutto mobile in ambiente App – e di utilizzo della rete per finalità di intrattenimento legate al consumo di video on-line”.

I prodotti MMX Multi-Platform, Mobile Metrix e Video-Metrix di comScore combinano dati provenienti dai panel desktop e mobile con i dati del network censuario di comScore, che intercetta globalmente oltre 1,8 trilioni di interazioni digitali al mese e il 94% dei dispositivi connessi a internet in Italia, al fine di fornire una vista unificata del comportamento delle audience digitali cross-device.

Le principali evidenze delle rilevazioni di comScore

La Total Digital Population ha raggiunto in Italia i 37,8 milioni di visitatori a marzo 2018; la penetrazione dell’utilizzo di internet della sola popolazione maggiorenne è pari al 67%, dato da cui emerge ancora un potenziale di crescita del 10-20% rispetto agli altri Paesi occidentali digitalmente più evoluti.

Gli accessi da mobile continuano a trainare la crescita nella fruizione di internet; nell’ultimo anno gli italiani che accedono ad internet esclusivamente tramite device mobili sono cresciuti del 12% e ormai superano quota 10 milioni.
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Analizzando la distribuzione delle Audience su base mensile si evidenzia come sei properties raggiungano una quota superiore al 70% della popolazione on-line e 15 una quota superiore al 40%. Dall’analisi a livello giornaliero emerge invece una forte polarizzazione con le due properties principali (Facebook e Google) che raggiungono un’audience decisamente superiore a quella di tutti gli altri player di mercato.

L’ampia diffusione delle mobile App dei due principali OTT svolge un ruolo determinante nel garantire ampiezza dei volumi e continuità degli accessi tanto che, a livello mensile, le 10 prime app per numero di utilizzatori appartengono tutte a Google e Facebook.

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Lo spostamento del traffico sui device mobili e i fenomeni di concentrazione sono ancora più evidenti quando si analizza il tempo passato in Internet.

Nel mese di marzo gli italiani maggiorenni hanno mediamente trascorso on-line 81 ore; rispetto al tempo totale il 71% è speso su device mobili (63% in app e 8% in browser). Complessivamente considerate le categorie di contenuto Messaggistica; Social Media; Intrattenimento e Gaming rappresentano il 75% del tempo totale, mentre le properties di Google e Facebook raggiungono insieme il 50% del tempo speso sui device mobili.

Rielaborando la classifica delle prime 10 properties per tempo speso, subito dopo i due OTT, si posizionano diversi brand che offrono soprattutto servizi di intrattenimento molti dei quali legati alla  diffusione di video-on-line.

comscoreDall’analisi di YouTube si evince che nel mese di gennaio 2018 sono stati visualizzati in Italia ben 9,3 miliardi di video sulla piattaforma di cui l’82% attraverso un dispositivo mobile.

La fascia d’età 18-24 anni trascorre su Youtube 25 ore al mese soprattutto da mobile visualizzando in media oltre 490 video al mese. Tali valori diminuiscono progressivamente all’aumentare dell’età con gli Over 55 che trascorrono 5,3 ore al mese visualizzando in media 111 video sulla piattaforma

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Rubicon Project ospita il primo “Transparency Breakfast”, per fare chiarezza sulla filiera dell’adv digitale

Transparency Breakfast” è stato il nome scelto da Rubicon Project per il suo primo evento di approfondimento sul tema della trasparenza nella pubblicità digitale.

La colazione di ieri, a cui hanno partecipato editori, concessionarie, aziende inserzioniste, operatori delle tecnologie per il marketing, è stata un’occasione di confronto tra professionisti provenienti da ogni livello della filiera.

Dopo aver accolto gli ospiti presso l’Open di Milano, Sara Buluggiu, Managing Director Managing Director Italia, Spagna e MENA della società ad-tech, è intervenuta per prima, spiegando come la trasparenza nel programmatico sia diventata cruciale per l’industria e analizzando la questione in ogni suo aspetto.

La pubblicità digitale dopo Mark Pritchard

Si è partiti dalle dichiarazioni famigerate di Mark Pritchard, Chief Brand Officer di Procter & Gamble, all’Annual Leadership Meeting IAB di gennaio, episodio che ha segnato una svolta nella storia della pubblicità digitale: «Quelle parole hanno avuto l’effetto di uno schiaffo ma ci sono servite per prendere coscienza delle criticità insite nel sistema. Il programmatic è nato come scatola nera, concepito come uno strumento oscuro e impenetrabile se non agli addetti ai lavori. Ma ora sta dimostrando i suoi limiti ed è arrivato il momento di cambiare le cose», ha dichiarato Buluggiu.

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Sara Buluggiu, Managing Director Italia, Spagna e Mena di Rubicon Project

E per farlo è necessario andare incontro alle esigenze di editori e aziende per quanto riguarda frodi, sicurezza online del marchio e misurabilità. Le richieste sono articolate, e riguardano il corretto funzionamento delle tecnologie, la viewability, le certificazioni di enti esterni, le modalità di raccolta dei dati, lo sviluppo di creatività differenziate e l’esplicitazione dei costi per i servizi erogati e le tecnologie fornite.

Sensemakers-comScore Italia: «Il traffico internet nel nostro Paese è pulito»

Questi argomenti sono stati poi approfonditi da Fabrizio Angelini, Ceo e Fondatore di Sensemakers-comScore Italia, che oltre a ricordare alcune tra le principali soluzioni di verifica offerte dalla società, come ad esempio lo strumento anti-riciclaggio del dominio internet, ha descritto lo stato di salute della pubblicità digitale in Italia.

In particolare, Angelini ha invitato gli operatori a placare le preoccupazioni concernenti la brand safety: laddove si decida di impiegare le dovute tecniche precauzionali, sarebbero esigui, infatti, gli episodi in cui il messaggio di un’azienda è accostato a contenuti dannosi, con un impatto, in ultima analisi, ridotto sugli obiettivi commerciali dell’inserzionista.

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Fabrizio Angelini, Ceo e Fondatore di Sensemakers-comScore Italia

Ma il dato più rassicurante è stato quello afferente al fenomeno delle frodi pubblicitarie nel nostro Paese: sui formati display e video, si attesta tra l’1,15% e l’1,35 il traffico non umano, ovvero generato da bot o altri software ingannevoli: «Questi valori sono di gran lunga inferiori a quelli che si registrano negli Stati Uniti. In Italia il traffico in rete è essenzialmente pulito», ha rassicurato Angelini.

Alla fine della sua presentazione, il Ceo di Sensemakers-Comscore Italia si è espresso parere negativo circa la nuova direttiva europea sulla tutela della privacy online: «La norma rende più difficile la condivisione dei dati e, di fatto, cristallizza l’assetto di mercato vigente, favorendo la posizione dominante delle grandi OTT. Inoltre, i costi necessari alla certificazione di conformità avranno una incidenza maggiore sulle casse dei piccoli operatori, che evidentemente sono dotati di disponibilità finanziarie ridotte».

Fastweb punta sul Programmatic

Ha fatto seguito l’intervento di un esponente di una grande azienda investitrice: Roberto Baldassarre, Manager of Brand Marketing & Media Management di Fastweb, che ha contribuito al dibattito raccontando il suo punto di vista sul Programmatic.

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Roberto Baldassarre, Manager of Brand Marketing & Media Management di Fastweb

Per Baldassarre, l’automatizzazione pubblicitaria è un grande strumento per i marchi poiché è in grado di ottimizzare la compravendita di spazi e, al contempo, personalizzare i messaggi diretti agli utenti, sia con obiettivi di branding sia di performance: «È un’opportunità da cogliere assolutamente, tuttavia sarebbe desiderabile una prospettiva più chiara sulle diverse componenti della catena del valore, specialmente sulla composizione dei prezzi».

La compagnia telefonica ha dimostrato di riconoscere l’importanza del data-driven dotandosi di una data management Platform, come già dichiarato dall’Head of Communication, Luca Pacitto, nella nostra intervista.

Gli operatori della filiera si confrontano al “Transparency Breakfast” di Rubicon Project

Il “Transparency Breakfast” di Rubicon Project si è concluso con una tavola rotonda, moderata da Simone Freddi, Direttore di Engage e Programmatic Italia, a cui hanno preso parte gli stessi relatori, ossia Sara Buluggiu, Fabrizio Angelini e Roberto Baldassarre, più Alfonso Mariniello, Country Manager di Adform, e Salvatore Aranzulla, fondatore di Aranzulla.it. I partecipanti hanno trattato il tema della trasparenza nelle sue varie declinazioni, tra cui l’uso dei dati, i modelli di acquisto, la struttura della filiera e la costruzione dei prezzi.

Angelini ha prospettato che il progressivo sviluppo e miglioramento di tecnologie, misurazioni e modelli avrà come risultato finale la risoluzione di qualsiasi problematica nella pubblicità digitale. Secondo Mariniello, presente all’evento in qualità di manager di una demand-side platform, sul lungo periodo il programmatic continuerà a crescere fino a inglobare anche gli altri media tradizionalmente offline, portando benefici per tutti gli operatori.

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Da sinistra: Buluggiu, Baldassarre, Simone Freddi, Direttore di Engage e Programmatic Italia, Alfonso Mariniello, Country Manager di Adform, Salvatore Aranzulla e Angelini

Baldassarre ha esortato il mercato a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà riscontrate nell’utilizzo di questi strumenti: «Consiglio agli operatori di impiegare comunque il Programmatic, per poi migliorarlo ed affinarlo in corso d’opera. Sarebbe dannoso non provare nemmeno a utilizzarlo per paura di incorrere in ipotetici danni e disfunzioni».

Aranzulla, presente in quanto editore, ha manifestato tutta la sua fiducia nella tecnologia, auspicando un maggior uso del Programmatic. Il suo sito, uno dei più letti in Italia, dimostra di aver adottato con successo l’automatizzazione, che ha consentito di migliorare notevolmente i risultati: la maggior parte dell’inventory del suo sito è infatti venduta in modalità open market e utilizzando una soluzione di header bidding: «Se si dotano degli strumenti necessari, gli editori possono trarre indubbiamente dei grandi benefici. Se per vendere i propri spazi pubblicitari si mettono in competizione contemporaneamente più fonti di domanda i margini aumenteranno in maniera significativa».

Guarda la galleria fotografica del “Transparency Breakfast”:

Frodi adv, hacker russi “rubano” 5 milioni di dollari al giorno. Angelini: «Serve approccio sistematico»

La società di cyber security White Ops ha scoperto forse la più grande frode pubblicitaria digitale mai esistita: un’azione, coordinata da un gruppo di hacker russi chiamato “Methbot”, volta a falsificare visualizzazioni pubblicitarie video, indirizzando su siti fake inserzionisti convinti di avere acquistato inventory premium su property come Huffington Post, The Economist, Fortune, ESPN, Vogue, Facebook e migliaia di altri domini.

L’azione, che ha coinvolto il mercato statunitense, ha generato fino a 5 milioni di dollari di revenue fraudolente al giorno. “Utilizzando una quantità di browser automatizzati con indirizzi IP acquisiti in maniera fraudolenta, l’operazione methbot ha ‘visualizzato’ fino a 300 milioni di spot al giorno su siti fake disegnati per apparire come inventory di editori premium – ha dichiarato White Ops, riportata da eMarketer -. Più di 6 mila editori sono stati colpiti, rendendo l’azione capace di attirare milioni di investimenti pubblicitari”.

L’operazione methbot, partita ad ottobre secondo White Ops, ha creato più di mezzo milione di utenti fake e 250 mila siti web falsi. E se fosse andata avanti un anno intero, al ritmo di 5 milioni di dollari al giorno, avrebbe accumulato in maniera fraudolenta 1,8 miliardi di dollari, oltre il 15% di quanto eMarketer stima sia la cifra spesa in pubblicità video digitale negli Stati Uniti nel 2016. «Questo fatto ha un impatto economico reale – ha spiegato Mike Tiffany, CEO e co-founder di White Ops -. Sono stati derubati sia gli editori, perché è stata la loro inventory a venire contraffatta, sia gli inserzionisti, che hanno speso milioni di dollari pensando di acquistare spazi su editori reali».

La faccenda porta ancora una volta alla luce il tema della trasparenza della compravendita automatizzata di pubblicità. Questione spinosa per la digital industry (“trasparenza” è stata votata dal mercato parola dell’anno) e su cui gli operatori si stanno ultimamente mobilitando in maniera particolare anche nel nostro mercato.

Abbiamo chiesto a Fabrizio Angelini, ceo di SenseMaker-comScore Italia, un parere sulla questione. Ecco cosa ci ha risposto.

«Il fenomeno dei fake cresce proporzionalmente alla crescita del mercato programmatic. Che si tratti di inventory o di contenuti (news o video), aspetto quest’ultimo nell’occhio del ciclone in questo momento, il problema resta enorme e presto potrebbe avere ripercussioni sostanziali su tutti i mercati, compreso il nostro. Un approccio sistematico al problema dell’inventory fraudolenta e della trasparenza si sta così rendendo necessario. E in questo senso, un’iniziativa apprezzabile – e la prima sostanziale promossa a livello internazionale, a quanto ci risulta -, è quella del Libro Bianco sul tema frodi promosso da UPA».

«Altrettanto importante», continua Angelini, «è l’attivazione di strumenti di tutela, come il nostro VCE, che offre la possibilità di schermare siti fraudolenti. Come? Attraverso l’utilizzo di sistemi semantici evoluti e a una contestuale analisi del traffico invalido, altro indice di grande valenza per accreditare un sito come premium oppure no. Dei campanelli di allarme, insomma, possono essere attivati e va fatto al più presto, perché più crescerà il mercato programmatico, più aumenteranno questo tipo di iniziative».

Pubblicità online: meglio puntare sui numeri esatti che sui grandi numeri

Pochi amano i grandi numeri più della industry della pubblicità digitale, specie quando si tratta di quantificare le impression erogate dalle campagne. Una tale ossessione per i grandi numeri, però, può dar luogo a investimenti sprecati e a interpretazioni fuorvianti delle reali prestazioni di una campagna.

Per illustrare questi punti, comScore si riferisce al concetto di impression validate e all’impatto che queste hanno sulla redditività dell’investimento. Le impression validate sono quelle che hanno l’opportunità di essere visualizzate da occhi umani e in contesti adatti all’immagine e reputazione del marchio: vengono quindi messe a confronto con il numero totale di impression erogate (il quale comprende le ad non visualizzabili e quelle erogate ai bot), al fine di valutare l’impatto della campagna in termini di brand awareness, preferenza e intenzione di acquisto.

In altre parole, le metriche di erogazione della pubblicità sono esaminate congiuntamente agli effetti sul marchio/sulle vendite, allo scopo di quantificare il ROI e rispondere al quesito che tormenta tutti gli esperti di marketing dell’era digitale: qual è il rapporto tra ROI e impression validate? Va precisata però, per acquisire un’idea più precisa delle proporzioni del problema, una regola generale da tenere a mente: circa un terzo del traffico a livello internazionale è in realtà fasullo e una quota pressoché pari alla metà delle ad non è visualizzabile.

Il rapporto tra impression validate e ROI

Prendiamo un semplice esempio, supponiamo che una campagna eroghi 10 milioni di impression e che ciò si traduca in 10.000 € in termini di vendite; il ROI percepito sarà dunque di 1 € per ogni migliaio di impression. Tuttavia, se è vero che soltanto la metà delle impression può considerarsi valida (ovvero visualizzabile da utenti reali), il ROI effettivo sarà pari a 2 € per 1.000 impression. In altre parole, una volta rimosse le impression non valide, l’efficacia della campagna appare raddoppiata rispetto alle percezioni iniziali.

Il reale effetto della campagna sul ROI dipende dunque dalla capacità degli inserzionisti di identificare efficacemente le impression valide per ottimizzarne l’erogazione, riducendo in ultima analisi lo spreco in termini di investimento. Se tale approccio fosse stato adottato nell’esempio appena descritto, sarebbe stato possibile raddoppiare le vendite a fronte della medesima spesa pubblicitaria.

Le ricerche di comScore hanno dimostrato che l’efficacia di una campagna presenta una correlazione diretta con le impression validate, poiché un incremento delle seconde è accompagnato da un aumento proporzionale della prima. Ad esempio, nell’ambito di un’analisi di una serie di campagne in cui un utente era stato esposto 5 volte a una pubblicità, è stato osservato che, a fronte di una quota di impression valide pari al 20%, le metriche sull’atteggiamento nei confronti del marchio hanno evidenziato un incremento di 2,6 punti. A conferma del trend, non appena le impression valide hanno raggiunto quota 60 e 100%, l’atteggiamento nei confronti del marchio ha registrato aumenti rispettivamente di 7,9 e 13,1 punti.

La partnership con Millward Brown

Come già sottolineato, il modo migliore di comprendere il ROI di una campagna consiste nel misurarne l’erogazione e monitorare gli effetti sulla percezione del marchio. In quanto leader nella misurazione dell’erogazione della ad, comScore ha pensato di unire le forze con Millward Brown, leader nella misurazione degli effetti delle ad sui marchi.

La soluzione validated Campaign Essentials (vCE), che si occupa di verificare che le ad siano viewable, prive di frodi, erogate nel target geografico di interesse e alla audience di riferimento, nonché in ambienti ritenuti idonei all’immagine del marchio, può essere integrata a Brand Lift Insights di Millward Brown per rilevare eventuali variazioni nell’attitudine nei confronti del marchio a seguito dell’esposizione alla pubblicità digitale.

Capire dove e a chi sono state erogate le ad è certamente importante, così come lo è riuscire a identificare le reazioni suscitate dal marchio nella relativa audience di riferimento. Insieme, queste due informazioni distinte si trasformano però in una visione dal valore inestimabile. La sfida consiste nel permettere ai brand di accrescere l’efficacia delle campagne quantificando il valore reale delle impression validate su tutte le piattaforme digitali. In sintesi l’unione di queste due soluzioni consente di acquisire una comprensione senza precedenti delle prestazioni delle campagne digitali.
Inoltre, questa partnership fondata sulla misurazione di “erogazione” e “impatto” non offre solo vantaggi sul fronte degli acquisti, ma permette anche agli editori di mettere in luce la forza e il valore delle proprie piattaforme agli inserzionisti.

Non solo uno spreco di budget

È stato già dimostrato che le impression non valide sono in grado di contaminare quasi tutte le metriche di prestazione ed efficacia utilizzate per la validazione delle campagne. I risultati appaiono falsati e i rilevamenti fuorvianti, e ciò può condurre a tutta una serie di decisioni errate in un ciclo che è destinato a ripetersi.

Le impression non valide hanno l’effetto di “gonfiare” artificialmente i valori utilizzati nei calcoli, riducendo il ROI delle campagne e compromettendo la veridicità dei dati sulle prestazioni di queste ultime. Ma c’è una buona notizia: una volta corretto il problema, le metriche relative all’impatto delle ad aumenteranno istantaneamente, e tale feedback contribuirà a instaurare un circolo virtuoso di misurazione delle ad che consentirà a sua volta di ottenere dati migliori per le campagne future. Le impression validate costituiscono la chiave per massimizzare l’efficacia, in linea con il budget stabilito e in grado di fare registrare performance decisamente superiori alle attese.

comScore: a inizio aprile il lancio dei Trust Profiles in Italia

Era il 22 gennaio quando comScore aveva ufficialmente annunciato l’integrazione delle sue più importanti metriche pubblicitarie all’interno di piattaforme di trading programmatico.

Il lancio ha segnato la prima offerta concreta di comScore nell’ambito del progetto “Industry Trust”, voluto della società per favorire la fiducia reciproca tra acquirenti e venditori nel contesto del programmatic advertising, un settore ancora sottovalutato e poco apprezzato perché macchiato da sospetti sull’effettiva qualità dell’inventory scambiata nelle piattaforme, ma che rappresenta una straordinaria opportunità per il mercato pubblicitario online: «Il dibattito in atto tra gli spender esaspera criticità e timori legati alla giusta metrica da utilizzare per valutare gli spazi messi a disposizione dai publisher, alle frodi, al traffico non umano che inficia i dati. Il programmatic sconta dunque un problema di fiducia, a cui comScore risponde con la trasparenza di un progetto come Industy Trust e con le metriche Trust Profiles che comprendono le certificazioni di traffico non umano (NHT), il ranking dei siti degli editori e delle categorie di questo, la viewability e le statistiche demografiche. Attraverso questo tipo di misurazioni e informazioni, contiamo di contribuire ad accrescere questo mercato, qualificandolo e rendendolo trasparente», spiega a Programmatic Italia Paul Goode, SVP Marketing & Strategic Partnerships EMEA, LATAM, APAC e Canada di comScore.

Tale iniziativa si propone dunque di aumentare la qualità dell’inventory e creare un mercato programmatic affidabile in grado di servire più efficacemente l’intero ecosistema: «Grazie a Industry Trust, gli inserzionisti saranno in grado di acquistare impression in programmatic, utilizzando le stesse metriche comScore di cui si servono per gli acquisti pubblicitari tradizionali, tra cui quelle messe a disposizione da soluzioni comScore quali MMX Multi-Platform e validated Campaign Essentials (vCE)», specifica ancora il manager.

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Inizialmente rese fruibili solo sul mercato americano, sono state solo ieri, 3 marzo, presentate in UK. E ora, con un incontro dedicato a centri media ed editori del nostro mercato, i comScore Trust Profiles si apprestano a conquistare anche l’Italia: «Dal 1 aprile renderemo disponibili tutte le metriche per i publisher partner, attraverso le quali gli editori saranno in grado di visualizzare privatamente i propri Trust Profile attraverso un’interfaccia apposita, acquisendo informazioni sulle modalità di rappresentazione dei rispettivi siti nelle piattaforme di programmatic, e renderle pubbliche qualora lo ritengano opportuno», dichiara ancora Goode.

«In pratica alle già disponibili metriche di ranking e di audience reach, saranno aggiunte da inizio aprile anche quelle relative alla viewability e al traffico non umano», aggiunge Fabrizio Angelini, fondatore della società Sensemakers, che rappresenta comScore in Italia.

Passo successivo, che assorbirà all’incirca un paio di mesi, sarà poi l’integrazione delle metriche nelle principali DSP del nostro mercato.

Questo potrebbe significare un reale salto di qualità per il programmatic buying in Italia, che si stima quest’anno assorbirà all’incirca il 20% della spesa in display advertising: «I margini di crescita ci sono. Lo dimostra il fatto che in UK entro il 2017 il programmatic potrebbe assorbire circa il 75% dell’investimento in display advertising. E il mercato italiano ha tutte le carte in regola per raggiungere questi livelli, se siamo capaci di andare oltre quelle criticità di cui si parlava prima con soluzioni adeguate e che scoprano le carte di tutte la parti in gioco», conclude Goode.

(Questo articolo è stato pubblicato in anteprima su Engage.it)