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Informazioni in cambio di un compenso economico: Facebook lancia “Study from Facebook”

Facebook ha annunciato il lancio di “Study from Facebook“, un nuovo programma di ricerche di mercato volto a raccogliere dagli utenti che vorranno parteciparvi informazioni utili per il miglioramento dei propri prodotti e della propria roadmap strategica.

L’idea alla base del progetto è coinvolgere gli utenti nel fornire volontariamente alcune informazioni sui loro dispositivi: ad esempio, le applicazioni installate sul proprio telefono, quanto tempo gli utenti impiegano su ogni app, le attività o le funzioni delle app che vengono considerate più utili, il Paese di provenienza dell’utente e il tipo di dispositivo di network utilizzato. Per aver partecipato alla “survey”, gli utenti coinvolti riceveranno un compenso economico (su cui Facebook non ha fornito dettagli).

I risultati delle ricerche verranno utilizzati per migliorare i servizi e le strategie di Facebook: potrebbero essere utilizzati ad esempio per sapere se e quanto un proprio servizio viene utilizzato, valutare le performance dei concorrenti o anche capire il valore di un’app potenzialmente acquistabile. Nel blog post in cui annuncia il lancio del programma, il social promette che non si approprierà di identificativi, password, foto, video o messaggi degli utenti, e che le informazioni raccolta non verranno vendute a società esterne, né utilizzate per targettizzare pubblicità, né rese pubbliche sui profili. L’iniziativa, precisa Facebook, sarà all’insegna della sicurezza e della trasparenza.

Il riferimento a queste due parole chiave non è casuale: all’inizio di quest’anno Facebook aveva rimosso un servizio molto simile, l’app Research, dopo essere stata accusata di pagare teenager per avere un accesso praticamente illimitato ai loro dati e alle attività dei loro smartphone.

Questa volta, il servizio sarà destinato solo ai maggiorenni (18+) in USA e in India – anche non utenti di Facebook – a cui verrà chiesto di partecipare volontariamente al progetto in cambio di un corrispettivo economico. Il “recruiting” avverrà attraverso degli annunci pubblicitari: agli utenti che accetteranno di partecipare al programma verrà chiesto di scaricare un’app Android che poi “leggerà” le informazioni richieste.

Salesforce si arricchisce su dati e analytics: acquisita Tableau per 15,7 miliardi di dollari

Salesforce ha annunciato di avere raggiunto un accordo per l’acquisizione della piattaforma di dati e analytics Tableau.

L’operazione, del valore di 15,7 miliardi di dollari che saranno conferiti interamente in azioni, costituisce un nuovo passo avanti sul fronte dati per la società di CRM, a pochissimi giorno da un’altra – simile – acquisizione effettuata da Google per 2,6 miliardi.

Ma cos’è Tableau? Si tratta di una piattaforma di analytics self-service utilizzata da oltre 86 mila società nel mondo, tra cui Verizon e Netflix. Alla base della sua grande popolarità, un’offerta di strumenti particolarmente intuitivi, che consentono anche a professionisti con poca familiarità con il linguaggio degli analytics di leggere e comprendere efficacemente i dati.

Tableau contribuirà ad ampliare le capacità di analytics di Salesforce ed a rafforzare l’offerta della sua piattaforma Customer 360, con nuovi strumenti adatti alle esigenze di vari dipartimenti d’azienda. Altro vantaggio sarà la messa a fattor comune delle community di professionisti del dato che fanno capo alle due compagnie: gli 1,4 milioni di Trailblazers di Salesforce e gli oltre 1 milione di “data enthusiasts” di Tableau.

“Come parte di Salesforce – spiega la società in una nota -, Tableau sarà nella posizione di essere ancora più scalabile e poter sviluppare la sua missione di aiutare le persone a visualizzare e capire i dati. Dopo la chiusura dell’acquisizione, Tableau opererà indipendentemente [da Salesforce] sotto il brand Tableau, continuando a focalizzarsi sulla sua missione, sui suoi clienti e sulla sua community”. La società continuerà ad essere basata a Seattle – i suoi uffici diventeranno il secondo quartier generale di Salesforce, secondo quanto dichiarato dal CEO della società Marc Benioff – e ad essere guidata dal CEO Adam Selipsky e della sua attuale classe dirigente.

L’accordo dovrebbe chiudersi il 31 ottobre.

Quando un dato di prima parte è di valore? Ecco cosa ne pensa Martin Sorrell

Oggi nella nostra rassegna parliamo di dati di prima parte e di realtà aumentata a servizio del marketing.

Quando un dato di prima parte è di valore? L’opinione di Martin Sorrell

Merkle, di cui Dentsu ha acquisito la maggioranza nel 2016, è una società che ha ampliato i suoi servizi in ambito dati oltre il direct mail e l’email marketing, includendo iniziative di loyalty, data strategy e modellistica, così come integrazioni a livello tecnologico. Ed è proprio su questo modello di informazioni, provenienti da effettive relazioni tra utente e marchio e da esperienze post-acquisto, invece che da acquisti media come succede in molte agenzie tradizionali, che Sorrell vuole impostare l’offerta dati della sua S4 Capital. «Ci sono visioni contrastanti nel mercato su quello che costituisce un dato di prima parte di valore», ha dichiarato Sorrell. Leggi di più su Digiday.

IAB lancia una guida per imparare a usare la realtà aumentata a fini di marketing

Come si usa la realtà aumentata nelle strategie di marketing? E’ una delle domande a cui cerca di rispondere IAB nella nuova guida “Augmented Reality for Marketing”, un manuale dedicato alle aziende che si approcciano a questa tecnica per arricchire le proprie strategie di promozione e comunicazione. La guida fornisce una cornice di riferimento per il settore, esplorandone le diverse opzioni e descrivendo alcuni usi specifici dell’Augmented Reality con reali esempi provenienti da svariate grosse aziende. Leggi di più su MarTech Today.

Apple punta sulla privacy al suo evento WWDC. Novità in vista per il tracciamento

Più controllo agli utenti sulla loro privacy, grazie a un nuovo sistema di log-in ad app e servizi che riduce al minimo la condivisione di informazioni personali. Apple continua la sua personale battaglia contro il tracciamento degli utenti da parte di terzi, cominciata con l’Intelligent Tracking Prevention di Safari, con una novità presentata lunedì in occasione della sua conferenza WWDC a San Jose.

Si tratta della funzione – tecnicamente, un bottone – “Sign in with Apple”, che consente agli utenti di autenticarsi a programmi e servizi attraverso il Face ID di Apple, senza la necessità di condividere altre informazioni personali. Costituisce di fatto un’alternativa ai metodi di log-in attraverso gli account Facebook e Google disponibili su svariate app, utili ad avere accesso rapido a servizi senza la necessità di creare nuovi account e ricordare password in più, ma che, ha sottolineato Craig Federighi, SVP of software engineering di Apple in occasione della presentazione del pulsante Apple, “hanno un costo in termini di privacy”.

Ecco come funziona il nuovo pulsante. Una volta autenticatisi con il loro Face ID, gli utenti accedono all’app con un account nuovo, e possono a questo punto scegliere se dare nome e indirizzo email al programma che stanno usando, o no. In quest’ultimo caso, Apple provvederà a creare autonomamente un indirizzo email unico (un insieme a caso di lettere e numeri) che inoltrerà all’indirizzo di posta reale dell’utente. Per ciascuna app verrà creato un indirizzo diverso, e proprio questa caratteristica consentirà alla singola app di potere dialogare con l’utente, ma d’altro canto renderà praticamente impossibile associare l’email a uno specifico dispositivo.

Apple: controlli più granulari sui dati di posizione

La funzione, che diventerà operativa a partire da questo autunno con la versione 13 di iOS, non è la sola novità annunciata dalla società di Cupertino in occasione del suo evento. iOS 13 includerà infatti anche controlli più granulari sul tracciamento della posizione degli utenti.

Gli utenti potranno infatti condividere la propria posizione con un’app una prima volta, e poi impostare che l’app la richieda per tutti gli accessi successivi. La persona potrà anche decidere di dare autorizzazione affinché il software faccia un tracciamento continuo in background (cioè quando l’app non è in uso), ma in quel caso Apple fornirà all’utente un report sull’utilizzo che l’app sta facendo di quel dato.

Apple limiterà anche l’adozione da parte delle app terze di tecniche opache stile-fingerprinting, che utilizzano informazioni come i segnali Bluetooth o Wi-Fi per individuare la posizione di un utente.

Nuove linee guida per chi sviluppa app per i bambini sullo Store di Apple

La società ha infine aggiornato le linee guida per le app dedicate ai bambini presenti sul suo App Store. Tali software non dovranno più contenere “link che portano fuori dall’app, occasioni di acquisto o altre distrazioni per i bambini”, recitano le nuove direttive per gli sviluppatori, e “non dovranno includere pubblicità di terze parti o servizi di analytics”, pena l’esclusione dallo store.

FabricaLab si rafforza su dati e analytics con l’acquisizione di BI Network

FabricaLab, azienda specializzata nella progettazione ed implementazione di soluzioni di Business Intelligence, Big Data, Data Integration Tools, Product Lifecycle Management, Corporate Performance Management e Identity and Access Management, ha annunciato l’acquisizione della maggioranza delle quote di capitale di BI Network Srl, struttura attiva nell’ambito del Data Discovery, Data Management, Data Visualization, Analytics, Big Data e Reporting.

Un’acquisizione molto importante per FabricaLab, che si inserisce nel piano di crescita annunciato lo scorso dicembre. «Abbiamo trovato in BI Network un’azienda sinergica con la nostra offerta in ambito Business Intelligence – dichiara Giulio Meghini, CEO di FabricaLab – portando un bagaglio importante per quanto riguarda l’expertise sulle principali piattaforme di Analytics. BI Network ha inoltre sviluppato dei prodotti interessanti e di successo (BIreport, BImail e BIplay) che aumenteranno la nostra offerta commerciale e saranno integrati con la nostra piattaforma di CPM PCube arricchendo in maniera considerevole le funzionalità del prodotto già molto apprezzato dal mercato».

Grazie a questa acquisizione, FabricaLab diventa un gruppo di più di 100 persone con oltre 120 clienti in tutti i settori di cui l’80% di fascia enterprise, 7 milioni di euro di fatturato, 5 reseller in Italia e 30 all’estero. «Inoltre – aggiunge Meghini – aumenterà la presenza sul territorio di Milano con la nuova filiale operativa che ci consentirà di essere sempre più vicini ai nostri clienti».

«In FabricaLab – aggiunge Antonio Massari, CEO di BI Network – abbiamo trovato il partner ideale che ci permetterà di continuare la nostra crescita nell’ambiente competitivo del settore Analytics. La nostra strategia comune è quella di proseguire nello sviluppo dei prodotti BIreport, BImail e BIplay facendo leva sull’esperienza dei nuovi colleghi di FabricaLab».

«BI Network ha appena chiuso il 2018 con il suo migliore anno di fatturato con quasi 1 milione di euro – prosegue Massari -; questo non ci ha fermato ed abbiamo voluto sposare il progetto FabricaLab per cercare di rispondere in modo sempre più puntuale alle necessità dei nostri clienti. Siamo molto soddisfatti anche per il nostro team perché intravediamo un’opportunità di crescita interessante all’interno del gruppo».

Chrome, nuovi cambiamenti in vista sul fronte privacy

Google ha annunciato due novità rivolte agli sviluppatori di estensioni su Chrome e volte a proteggere la privacy degli utenti.

Innanzitutto, i developer potranno richiedere accesso esclusivamente ai dati di cui hanno bisogno per implementare i loro servizi. Fino ad ora solo un suggerimento, questa novità diventerà presto uno specifico obbligo per tutte le estensioni. Nel caso in cui più di un permesso possa essere utilizzato per implementare un servizio, gli sviluppatori dovranno usare quello che darà accesso alla minor quantità di dati.

La seconda novità sta invece nel fatto che a un maggior numero di estensioni verrà richiesto di pubblicare le loro politiche sulla privacy: tra queste, ci saranno anche i programmi che gestiscono comunicazioni personali e contenuti forniti dagli utenti. Prima, l’obbligo era limitato solo ai software che gestivano dati personali o sensibili. Le varie estensioni dovranno poi essere trasparenti in come gestiscono i dati degli utenti, fornendo informazioni sulla raccolta, l’utilizzo e la condivisioni di tali dati.

Le novità saranno attive da questa estate, come specifica Google in un blog post: “Annunciamo questi cambiamenti in anticipo rispetto al lancio ufficiale della nuova policy quest’estate, per fornire agli sviluppatori il tempo di assicurarsi che le loro estensioni siano conformi”.

Il tutto è parte del Project Strobe di Google, un impegno che Big G ha lanciato lo scorso anno per riconsiderare il modo in cui gli sviluppatori esterni accedono ai dati degli utenti contenuti negli account Google e nei dispositivi Android.

GDPR: ancora poca consapevolezza tra gli utenti italiani. I risultati di uno studio Ogury

A un anno dall’entrata in vigore del GDPR, gli utenti italiani comprendono appieno come i loro dati vengano raccolti, archiviati e utilizzati? Secondo uno studio di Ogury, non proprio.

L’azienda tech specializzata in Mobile Journey Marketing ha condotto una ricerca su oltre 280 mila utenti mobile (di cui quasi 23.488 in Italia), per analizzare i loro comportamenti quando si parla di dati, privacy, advertising e marketing, ed ha scoperto che la comprensione su come le aziende utilizzano i dati degli utenti non è migliorata dopo l’entrata in vigore della GDPR per il 59% degli italiani. Allo stesso modo, è ancora poca la conoscenza della GDPR stessa: un sorprendente 37% a livello globale dichiara di non sapere nemmeno cosa sia la GDPR e se in Europa la percentuale cresce al 39%, in Italia si attesta al 34%.

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Solo l’8% degli utenti a livello globale riconosce che l’introduzione della GDPR ha reso più chiaro il modo in cui le aziende usano i loro dati, e in Italia il 66% dei consumatori non ha consapevolezza di come vengono utilizzati i propri dati, anche dopo aver letto il modulo di consenso e l’informativa sulla privacy.

«Le aziende non hanno preso sufficientemente sul serio la GDPR – spiega Francesca Lerario, Managing Director di Ogury Italia -. Si tratta di numeri scoraggianti per chi si occupa di legislazione e regolamentazione, per chi sperava in un livello più alto di comprensione di una legge fatta per proteggere i consumatori. Anche i marketer dovrebbero rendersi conto che la conoscenza sul tema è ancora poca. Le aziende devono capire pienamente l’importanza della GDPR e a loro volta educare i consumatori sull’importanza della condivisione di dati, un tema che diventerà sempre più importante a livello globale. Anche negli Stati Uniti questo processo è in atto, con la prossima entrata in vigore del CCPA (California Consumer Protection Act) prevista per gennaio 2020».

La ricerca rivela inoltre che, di fronte a una scelta esplicita, il 71% degli intervistati a livello mondiale sarebbe disposto a condividere i dati sull’uso di app e siti web, oltre a informazioni di contatto, anziché pagare per accedere ai contenuti.

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Su questo tema, Elie Kanaan, Chief Marketing Officer di Ogury a livello globale, commenta: «Il fatto che il 71% degli utenti mobile a livello globale condividerebbe i propri dati se conoscesse esattamente come vengono raccolti e usati, dimostra in modo chiaro come il consumatore sia disposto a cederli a patto che si tratti di uno scambio equo e trasparente. Questo ci ha spinto a sviluppare Ogury Consent Manager con l’opzione Fair Choice, che permette all’utente di scegliere se accettare la raccolta e l’uso di dati anonimi per ricevere comunicazioni marketing personalizzate; non consentire la condivisione dei dati e ricevere annunci non pertinenti; oppure pagare per accedere a contenuti privi di qualunque tipo di advertising».

Ogury ha anche rilasciato il GDPR Grandmaster Challenge, un test per verificare la propria conoscenza del GDPR e saperne di più sul tema data privacy.

TripAdvisor punta agli inserzionisti extra-travel con un’offerta pubblicitaria basata sui dati

Dopo il restyling del sito alla fine dello scorso anno, all’insegna di un’esperienza per l’utente più simile a quella di un social media, TripAdvisor punta ora ad ampliare la propria offerta pubblicitaria, guardando agli inserzionisti extra-travel e sfruttando il prezioso bacino di dati a disposizione sui propri utenti.

La società, infatti, sta mettendo in piedi un “advertising revenue team”, capace di utilizzare le informazioni raccolte sui clienti del sito per attrarre brand che non appartengono al settore viaggi. Ha già assunto lo scorso anno un president of core experience – Lindsay Nelson -, responsabile del marketing e dell’esperienza sulla piattaforma, e più recentemente ha nominato il suo primo VP of advertising revenue, Christine Maguire. Dopo la riorganizzazione del suo sales team, la società sta ora cercando di capire come sfruttare al meglio i propri dati a supporto degli inserzionisti; i primi progetti potrebbero prendere vita nella seconda parte di quest’anno.

«Come piattaforma informativa, sappiamo molto di quello che vogliono i viaggiatori», ha spiegato Lindsay Nelson in un’intervista ad AdAge, aggiungendo che «il nostro obiettivo è di continuare a costruire un’esperienza dei consumatori profondamente personalizzata», il che può anche essere monetizzato come un’«offerta pubblicitaria premium». Per fare un esempio, TripAdvisor potrebbe vendere i propri spazi adv ad aziende dell’automotive targettizzando gli utenti che pianificano un viaggio in macchina, o a brand di creme solari coinvolgendo gli utenti che cercano informazioni per una vacanza al mare.

Nelson ha anche sottolineato la brand safety di una piattaforma come TripAdvisor, i cui contenuti sono «legati al mondo dei viaggi. Non abbiamo video pornografici o di terrorismo. Sulla nostra piattaforma sai cosa puoi trovare». Il riferimento è ai “big” come Facebook e YouTube, capaci di attrarre grandi quantità di investimenti pubblicitari ma che in passato si sono rivelati rischiosi per i brand a causa di alcuni contenuti discutibili ospitati sulle loro piattaforme.

TripAdvisor non è la sola internet company del settore a mettere in piedi una squadra ad hoc per creare un’offerta pubblicitaria data-driven rivolta a inserzionisti extra-travel. Già qualche anno fa lastminute.com group aveva lanciato una specifica divisione media all’interno della sua offerta, The Travel People, capace di offrire alle aziende soluzioni pubblicitarie sul pubblico profilato delle sue property.

Gli utenti dovrebbero essere pagati per l’utilizzo dei loro dati personali, secondo Maurice Lévy

Secondo il Presidente di Publicis Groupe, Maurice Lévy, gli utenti internet dovrebbero essere retribuiti dalle società tecnologiche per l’utilizzo dei loro dati personali.

In altre parole, i profitti generati da questa attività fondamentale per l’ecosistema della pubblicità digitale dovrebbero essere ridistribuiti, includendo coloro che hanno appunto generato i dati stessi. È una misura che, ha dichiarato Lévy nel corso di un evento organizzato dall’emittente Euronews sul futuro dell’Europa, sarebbe più efficace della General Data Protection Regulation (GDPR), entrata in vigore l’anno scorso.

“I dati personali dovrebbero appartenere a ogni consumatore e ogni volta che i dati sono usati penso che la società aggregatrice che ne otterrà dei ritorni dovrebbe in qualche modo pagarli. A me sembra normale che quelli che si trovino all’origine della ricchezza debbano essere messi nella posizione di percepirne i frutti. Così come sembra normale che le piattaforme che abilitano la ricchezza debbano essere in grado di beneficiarne”, ha affermato il Presidente di Maurice Lévy.

Ottimizzazione delle campagne data-driven: 5 punti chiave per garantire risultati

Una delle domande più frequenti per una agenzia o un brand quando inizia ad utilizzare per le proprie campagne digital segmenti di audience che si avvalgono di dati è: in che modo quel pubblico influenzerà l’erogazione e l’ottimizzazione della campagna? Ad esempio, quando includiamo un segmento di audience nella nostra campagna, spesso cominciamo ad avere problemi di “reach”. Dopo tutto, un segmento socio-demografico è tecnicamente un altro filtro che indica alla nostra campagna di non fare un’offerta per un’impression connessa ad un utente se questo non rientra in quello specifico target.

Ci sono 5 strumenti che possono aiutarci nell’ottimizzazione di una campagna data-driven. Ecco quali sono:

1) Inventory aperto: ampliare il più possibile il bacino d’offerta

Con l’utilizzo di un segmento di dati deterministici viene applicato un filtro di qualità, pertanto si va a limitare l’inventory sulla quale effettuare il bidding. Se, ad esempio, si vogliono raggiungere le donne interessate al “Fashion” attraverso un cluster specifico d’interesse, è molto più efficiente utilizzare una blacklist di inventory per escludere alcune categorie, piuttosto che applicare una whitelist che sarà mantenuta in modo naturale con l’uso di quel cluster di dati.

2) Brand Safety: ridurre le restrizioni dei filtri

Spesso, molti dei filtri che vengono applicati utilizzando le migliori tecnologie di brand safety sono poco efficaci e interferiscono anche con i risultati della campagna. Si deve tener conto del fatto che la tecnologia della brand safety funziona come un filtro dati aggiuntivo che applica una regola AND, cioè lo stesso utente dovrà essere in entrambi i cluster perché una campagna sia in grado di fare offerte d’acquisto dell’inventory, il che complica l’erogazione della campagna con ripercussioni negative sulla reach. È per questo motivo che è molto importante rivedere la logica dei filtri applicati, trovando l’equilibrio tra il segmento utilizzato e i filtri finali.

3) Frequency Cap: aumentare il numero di impression per i propri utenti

Erogare un messaggio ad un segmento di audience definito sulla base di un utilizzo di dati accurati significa comunicare ad utenti che hanno dimostrato un reale interesse verso l’oggetto della nostra campagna. Un frequency cap di 1, se inserita pensando di diminuire il rischio di sprecare impression erogate verso un pubblico non interessato è in realtà un’azione che presenta dei grandi limiti. Se si tratta di una campagna con dati, l’utente è decisamente interessato pertanto diventa importante impostare un frequency cap che generi la giusta pressione affinché il messaggio sia visto e ricordato dall’utente. Il frequency cap giusta dipende poi dal “rumore”, ossia dal numero di messaggi concorrenti o dalla complessità o immediatezza del messaggio e del prodotto presentato, pertanto si potrebbe avere bisogno di frequency cap diverse per generare i risultati proposti.

4) Segmento giusto: sceglierlo tenendo conto del “dove” e del “come”

Quando si sceglie un segmento dati per una campagna, è molto importante prendere in considerazione i setting di base della campagna come ad esempio il  tipo di inventory, i canali utilizzati, le limitazioni di orario, la DSP utilizzata per l’acquisto. L’incongruenza tra alcune configurazioni e i dati applicati potrebbe influire negativamente sui risultati finali.

Un ottimo segmento è quello che si adatta all’ambiente, al tipo di utente ed al canale utilizzato. Ad esempio, se si sceglie un segmento di interesse in base alle App utilizzate, è necessario considerare che l’ambiente deve essere Mobile App invece che Web. In caso di dubbi su questo aspetto, è sempre meglio verificare con il fornitore dati se esiste un segmento adatto alla pianificazione in questione, perché è sempre possibile crearne uno ad hoc che garantisca l’obiettivo desiderato.

5) CPM massimo: applicare un prezzo superiore al normale per aumentare il win rate

È molto comune per i grandi brand agganciare un target in base non solo al genere (uomo vs donna) ma anche all’età. Anche quando usiamo un segmento semplice, ad esempio “solo uomini”, lasciamo fuori dalla nostra campagna circa il 50% delle impression. Come ogni legge della domanda e dell’offerta: se l’offerta diminuisce, la domanda aumenta, abbiamo quindi bisogno di offrire un prezzo d’acquisto più alto per poter competere con gli altri acquirenti. Se non stiamo raggiungendo la “reach” prevista e non possiamo aumentare la durata della campagna attiva, l’aumento del nostro CPM incide direttamente sul raggiungimento di tale obiettivo.