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Facebook, più controllo agli utenti sulla raccolta dei dati di localizzazione

Facebook ha annunciato che darà agli utenti della sua app Android maggiore controllo sulla raccolta di dati di localizzazione.

Se prima infatti Android offriva soltanto la capacità di autorizzare o negare in toto posizione e cronologia delle posizioni, adesso chi usa l’app potrà avere maggiori opzioni di scelta. In particolare, potrà scegliere se acconsentire o meno alla raccolta di dati quando non sta usando l’app. Una funzione che era già disponibile su iOS ma non su Android.

“Oggi annunciamo un nuovo controllo della localizzazione in background su Facebook per Android – spiega il social in un blog post -, che consentirà alle persone di scegliere se vogliono che Facebook raccolga informazioni di localizzazione quando non utilizzano l’app. Ad esempio, quando le persone scelgono di usare Nearby Friends, una funzione che consente agli amici di condividere tra loro la propria posizione, danno a Facebook il permesso di accedere alla loro localizzazione anche quando non usano l’app”.

Facebook, in ogni caso, non cambierà nessuna impostazione di default. “Per le persone che avevano impostato la raccolta dello storico delle posizioni su “on”, la nuova impostazione di localizzazione in background sarà su ‘on’. Per quelle che la avevano impostata su ‘off’ – o che non la avevano mai attivata -, la nuova impostazione sarà su ‘off'”.

Per Facebook, si tratta di una nuova mossa per venire incontro alle esigenze di maggior controllo e trasparenza nei confronti degli utenti, dopo i recenti scandali in tema di data privacy che hanno coinvolto la piattaforma e in risposta alle sempre più stringenti normative in materia di raccolta e utilizzo dei dati nei mercati dove il social è presente, come il GDPR.

Qual è la differenza tra una DMP e una CDP?

Le customer data platform (CDP) non sono un concetto nuovo, ma la loro popolarità è in aumento, soprattutto in Europa. L’anno scorso l’adozione di CDP a livello regionale è cresciuta del 42%, ovvero il 10% in più rispetto alla media globale, mentre le entrate annuali hanno raggiunto quota 130 milioni di euro. Non è difficile capire il motivo di questo aumento. Grazie alla capacità di unificare dati provenienti da fonti diverse, le CDP forniscono una visione a 360 gradi continua e completa della clientela, necessaria per realizzare un targeting preciso delle comunicazioni e amplificare i rendimenti provenienti dagli investimenti nel programmatic, la cui crescita non accenna a diminuire.

C’è però un problema: nel settore non esiste un’idea univoca di cosa costituisca una CDP.

Spesso, il termine è infatti utilizzato in modo intercambiabile con “data management platform”, DMP (un concetto simile e molto usato negli ultimi tempi), senza contare che vi è parecchia confusione sull’effettivo valore delle CDP per le attività commerciali, sulle loro caratteristiche principali e sulle modalità e casistiche di utilizzo. In realtà, CDP e DMP sono due concetti a sé e che non si sostituiscono a vicenda.

Per fare un po’ di chiarezza, approfondiamo le differenze tra le due piattaforme.

CDP: una breve definizione

Una CDP è una soluzione che permette di collegare, arricchire e attivare dati sugli utenti relativi dei diversi canali, dispositivi e tecnologie. Fornisce una visione unica del cliente e rende possibile un utilizzo efficace dei dati a beneficio di una moltitudine di team, strumenti, competenze e caratteristiche. Le CDP creano dati centralizzati utilizzabili da tutte le funzioni di un’organizzazione e in tempo reale.

DMP: le differenze principali

La maggior parte delle attività commerciali conosce le basi delle DMP. Progettate per combinare e organizzare i dati relativi al comportamento degli utenti sui siti web, provvedono a catalogare le informazioni in categorie diverse prima di creare segmenti che saranno sfruttati a fini di analisi o condivisi con tecnologie pubblicitarie per alimentare la compravendita automatizzata di spazi pubblicitari, generalmente tramite piattaforme lato domanda (DSP). Tuttavia, spesso il significato di questo concetto non è analizzato nel dettaglio.

A causa dello stretto legame con le DSP, la maggior parte delle DMP si affida a tipi di dati compatibili, quali cookie di terze parti. Considerate esclusivamente come strumenti di marketing, le DMP sono utilizzate soprattutto per soddisfare gli obiettivi che caratterizzano la fase alta del marketing funnel, ad esempio per generare brand awareness e stimolare i click e le vendite. L’applicazione interfunzionale è quindi limitata, così come le possibilità offerte dai dati: gli insight di terza parte forniscono soltanto una visione circoscritta delle attività, e ciò rende difficoltosa un’esecuzione precisa dei processi di risoluzione delle identità e targeting a livello multicanale. Per non parlare del fatto che l’associazione delle identità è di tipo probabilistico e deve verificarsi prima che i dati vengano immessi nella piattaforma.

Al contrario, le CDP hanno la capacità di accedere e accorpare in modo istantaneo dati diversi di prima, seconda e terza parte. Di conseguenza, le CDP non sono solo in grado di produrre una visione omnicomprensiva di utenti specifici (tra cui abitudini online e offline), ma anche di creare automaticamente identità persistenti utilizzando insight deterministici. Le CDP offrono quindi una comprensione coesa e granulare che può essere utilizzata da ogni funzione aziendale per offrire esperienze personalizzate, efficaci e uniformi, dalle vendite allo sviluppo dei prodotti.

Far emergere il potere della collaborazione

Ciò non significa che le DMP siano destinate a essere accantonate, ma possono al contrario rappresentare un elemento prezioso per qualsiasi stack tecnologico, soprattutto se utilizzate congiuntamente alle CDP. Le attività commerciali devono solo individuare e sfruttare i punti di forza di ciascuna piattaforma.

Ad esempio, le capacità analitiche in tempo reale e la risoluzione delle identità delle CDP le rende una soluzione migliore in quanto singola fonte di informazioni veritiere sul cliente. Le CDP possono creare una libreria integrata, armonizzando dati provenienti da ogni fonte e punto di contatto (DMP incluse) per offrire profili completi sui visitatori da utilizzare per costruire messaggi e servizi personalizzati.

Allo stesso tempo, le DMP possono sfruttare gli insight delle CDP per incrementare l’impatto delle campagne e creare segmenti più definiti e migliori audience lookalike, al fine di ottimizzare il targeting e l’engagement a livello individuale. Per estensione, tutto questo contribuirà ad accrescere il ritorno sugli investimenti pubblicitari.

Le scelte in materia di gestione dei dati sono fondamentali poiché questi ultimi dovrebbero essere alla base di tutte le decisioni commerciali. Capire le differenze tra DMP e CDP è un punto di partenza obbligato, anche se le società dovranno pur sempre eccellere nell’utilizzo di tali strumenti se intendono massimizzarne la resa. Nel 2019, le attività commerciali di successo saranno quelle in grado di sfruttare tali piattaforme come soluzioni complementari, ovvero avvalendosi delle CDP per raccogliere, connettere e concretizzare gli insight e mantenendo al contempo le DMP per garantire la personalizzazione dei messaggi automatizzati.

Zeotap porta sulla piattaforma mobile Sonata i suoi dati deterministici relativi al mercato italiano

Zeotap ha annunciato di aver stretto un accordo con Sonata, DSP/DMP mobile di TapTap, grazie alla quale metterà a disposizione della piattaforma tecnologica i propri dati deterministici di qualità, inclusi dati socio-demo e dati relativi a profilazioni per Interessi e per Intenzione d’Acquisto per il mercato italiano.

Grazie al processo di analisi, intelligence e processamento dei dati di audience e di localizzazione, Sonata progetta e sviluppa segmenti di audience ad hoc che, unitamente agli algoritmi di ottimizzazione di pre-bid, consentono una profonda selezione dell’inventory digitale e, conseguentemente, un alto livello di affinità col target ricercato.

«L’estensione del nostro accordo con Zeotap in Italia è una grande opportunità per continuare ad offrire ai nostri clienti nuovi e innovativi modi per trasferire il valore e garantire strategie focalizzate su profilazione, attivazione e misurazione dell’audience, in grado di replicare grandi storie di successo sviluppate worldwide –  commenta Alvaro Mayol, Partner & Group CTO di Sonata -. Per Sonata poter contare sui dati di Zeotap è importante perché permette di combinare dati proprietari con dati certificati, deterministici e di alta qualità, fondamentali per fornire migliori garanzie e migliori risultati nello sviluppo e nell’attivazione di cluster audience in tutto il funnel del consumatore».

Zeotap fornirà segmentazioni socio-demografiche sulla base di dati deterministici con elevati On-Target High Reach (OTR) per fasce di età, genere, brand, nazionalità e lingua impostata sul dispositivo. Inoltre, la società dispone di un catalogo di oltre 10.000 App a cui si potrà accedere direttamente da Sonata, sia individualmente sia scegliendo tra oltre 100 Categorie di interesse, con dati aggiornati quotidianamente. Infine, Zeotap offrirà più di 200 categorie di Intention to Buy che vanno dalla categoria di prodotto alla marca stessa.

Con la piattaforma proprietaria DSP/DMP mobile, Sonata dal canto suo traccia e memorizza tutti gli Unique ID raccolti con campagne mobile display, video, audio o native. Utilizza a questo scopo ogni fonte di dati con localizzazione esatta, quali gps, wi-fi o beacons, specie a livello di indoor, misurando l’attribuzione della campagna globale grazie a strumenti esclusivi (Location Quality Index). Grazie a Sonata LQI, è possibile anche geolocalizzare con precisione in Real Time anche l’audience mobile attorno alle postazioni di OOH. E con il tool esclusivo da poco lanciato in Spagna ed Italia, il Sonata Moohbile Real & Forecast Sync, la società rende anche possibile sincronizzare la pubblicità mobile con quella erogata sui Totem digitali OOH.

«È un grande passo per estendere geograficamente la nostra collaborazione con Sonata – commenta Riccardo Polizzy Carbonelli, Country Manager di Zeotap in Italia -. Stiamo lavorando fianco a fianco per replicare il successo che abbiamo avuto nel territorio spagnolo e latinoamericano e la risposta del mercato è molto positiva. Insieme, stiamo offrendo capacità di targeting con dati di alta qualità che non erano disponibili prima, e gli inserzionisti stanno sperimentando un notevole miglioramento nei loro KPIs che molto presto potremo condividere».

Privacy, il 30% degli italiani non ha mai negato o limitato l’accesso ai propri dati

Le aziende oggi sono sempre più attente a come raccogliere e utilizzare i dati degli utenti, complici anche nuove normative che fissano dei paletti in materia, come il GDPR europeo. Ma le persone sono altrettanto attente alla protezione delle loro informazioni personali?

In Europa sembrerebbe non così tanto. Secondo gli ultimi dati Eurostat per il 2018, lo scorso anno all’interno dell’Unione Europea il 75% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha usato uno smartphone per scopi privati, ma il 28% quando ha utilizzato o installato un’app non ha mai limitato o rifiutato l’accesso ai suoi dati personali. L’Italia è poco sopra la media Ue, al 30%.

Il Paese dove i cittadini si proteggono di più risulta essere la Francia, in cui la percentuale scende al 10%, seguito da Germania (16%), Paesi Bassi e Lussemburgo (entrambi il 17%). La Repubblica Ceca è invece la Nazione dove la popolazione online si protegge di meno (67%), seguita da Bulgaria (49%), Cipro e Regno Unito (entrambi al 43%).

In realtà il problema, secondo quanto emerge dai dati Eurostat, non è la mancanza di informazione. Secondo l’istituto, solo il 7% dei possessori di smartphone nell’Ue non è a conoscenza della possibilità di limitare o rifiutare l’accesso ai propri dati personali quando si utilizza o installa un’app. Meno della metà (43%) ha dichiarato di avere un sistema di sicurezza installato automaticamente o fornito dal sistema operativo, e un ulteriore 15% ha ammesso di aver sottoscritto un sistema di sicurezza o di averne usato uno installato da qualcun altro.

E proprio a proposito di sicurezza, oggi 28 gennaio è il Data Privacy Day, giornata istituita dall’Unione Europea nel 2006 per sensibilizzare la popolazione sulla protezione delle proprie informazioni personali online. Un problema che a quanto pare è ancora molto diffuso, non solo per l’aumento del cybercrime, in un momento in cui i dati sono preziosissima merce di scambio, ma anche per l’ancora scarsa attenzione degli utenti alla propria sicurezza digitale. A tal proposito, la società di sicurezza Sophos ha stilato una classifica degli errori più comuni commessi dalle persone, e che mettono a rischio la loro vita digitale. Tra questi ci sono ad esempio il riutilizzo delle password, lasciare la webcam sempre accesa, non aggiornare i software e consentire alle app di avere accesso completo al proprio dispositivo.

Adform rende il targeting più efficace grazie al nuovo Audience Marketplace

Adform ha annunciato il lancio del nuovo Audience Marketplace, una soluzione self-service che riorganizza l’offerta di dati di terza parte accessibili attraverso la DSP e che consente alle aziende di aumentare la portata delle loro campagne e aggiungere ad esse una maggiore precisione attraverso l’attivazione di dati provenienti da un ampio bacino di fornitori.

Una nuova “esperienza di scoperta delle audience“, come la descrive la società in un blog post, che è “adesso disponibile sulla DSP di Adform”. La soluzione attinge alle capacità della DMP di Adform, mettendo a disposizione dei clienti della piattaforma 300 data provider e circa 400.000 segmenti di audience a livello globale, per un targeting ancora più mirato ed efficace.

La navigazione di Audience Marketplace, assicura la società, è discover-friendly, e consente di esplorare l’offerta a disposizione per “proprietari dei dati” o per “tipologia di audience”; grazie a una tassonomia unificata tra i vari fornitori, che offre insight sociodemografici, di interesse e di intenzione d’acquisto, i clienti della DSP di Adform potranno facilmente trovare e confrontare audience simili, oltre che avere accesso a dati catalogati in base alla loro origine (di prima, seconda o terza parte).

“Ora che ci sono più dati a disposizione che mai, sappiamo che individuare e comunicare con il giusto pubblico è la cosa principale per le aziende – spiega Adform nel blog post -. Con oltre 300 dei migliori data partner disponibili su Adform Audience Marketplace, questa soluzione aiuta a scoprire e raggiungere le audience più rilevanti per i messaggi pubblicitari“.

Il nuovo Audience Marketplace di Adform è disponibile anche per tutti i clienti italiani, a cui offre una vasta gamma di data providers con copertura in Italia tramite sia partner globali che locali.

Di seguito un video che spiega il funzionamento della nuova soluzione.

Salesforce arricchisce la Marketing Cloud con nuovi strumenti di Datorama

Sei mesi dopo l’acquisizione di Datorama per 800 milioni di dollari, Salesforce mette in pratica l’integrazione della piattaforma all’interno della propria suite Marketing Cloud, con una serie di novità. La società ha infatti annunciato all’AdExchanger Industry Preview un’espansione delle funzioni di analytics di Marketing Cloud, con nuovi strumenti di Datorama per l’integrazione e l’attivazione dei dati.

La prima novità è un arricchimento dei connettori di Datorama Marketing Cloud, che presto consentiranno alle aziende di visualizzare come le loro campagne social, mobile ed email marketing performano accanto ad altri canali di comunicazione. I nuovi connettori, che saranno disponibili tra la primavera e l’estate di quest’anno, offriranno anche tool avanzati di reportistica e analytics.

Poi, un nuovo portale per gli sviluppatori di Datorama, grazie a cui i professionisti dell’IT e gli sviluppatori avranno a disposizione una suite di strumenti per costruire integrazioni di dati personalizzate e soluzioni per i loro team di marketing.

Infine, un nuovo Activation Center, che permetterà ai marketer di attivare istantaneamente i ricchi insight fatti emergere da Datorama, direttamente all’interno della console Datorama.

Scambio di dati per l’addressable TV: Comcast lancia Blockgraph. Publitalia tra i partner

Creare un metodo sicuro di utilizzo dei dati e condivisione delle informazioni. Con questo obiettivo, Comcast Cable Advertising, divisione di Comcast Corporation, ha lanciato il progetto Blockgraph, un’iniziativa di settore volta a favorire uno scambio sicuro di informazioni relative all’audience, che siano conformi con le normative sulla privacy, ai fini della pubblicità addressable.

Attualmente, Comcast sta collaborando all’iniziativa con vari partner di settore, e con ulteriori imprese di comunicazione e distributori di programmazione video multicanale (MVPD) i cui nomi saranno divulgati prossimamente.

Blockgraph è stato ideato per fungere da “identity layer” all’interno del settore televisivo e fornisce una piattaforma tramite la quale le imprese di comunicazione e gli editori possono offrire agli addetti al marketing efficienti funzionalità di gestione dei dati, senza divulgare a terzi informazioni identificabili degli utenti; il che permette di aggiungere ulteriori tutele sul fronte della privacy.

Ma come funziona il progetto? “Al centro dell’iniziativa c’è la piattaforma Blockgraph – spiega Comcast in una nota -. Si tratta di un software con tecnologia blockchain, sviluppato fino ad ora in seno al gruppo FreeWheel di Comcast, che permette alle imprese di comunicazione e alle emittenti televisive di controllare, connettere e attivare in modo sicuro grandi quantità di dati. Comcast ha sviluppato il software con il fine ultimo di migliorare l’efficienza e l’efficacia della pubblicità e del marketing televisivi basati sui dati, riuscendo a migliorare i processi di pianificazione, targeting, esecuzione e misurazione sui diversi dispositivi”.

Blockgraph facilita la risoluzione delle problematiche in materia di attivazione dei dati per tutti gli attori dell’ecosistema della pubblicità televisiva, ovvero i compratori, i venditori e, soprattutto, i consumatori stessi. Caratteristica intrinseca della piattaforma è la tutela della privacy dei consumatori, poiché ogni dato dei partecipanti al progetto Blockgraph rimane nel sistema di partenza e il partecipante continua a tutelare i dati e a gestire la privacy dei suoi utenti, rispettando inoltre qualsiasi scelta da parte di questi ultimi relativamente al trattamento dei dati.

«I dati vanno protetti, in quanto risorsa preziosa e delicata per le imprese di comunicazione e i consumatori – afferma Jason Manningham, General Manager di Blockgraph -. Allo stesso tempo, tuttavia, al giorno d’oggi i dati alimentano i media e la pubblicità. La comunità televisiva deve assicurarsi di poter competere con le capacità di elaborazione dei dati adoperate dalle aziende “digital first”. Riteniamo che la soluzione ideale sia rappresentata da un metodo sicuro che permetta di tutelare i dati usufruendo al tempo stesso delle informazioni collettive, e siamo convinti che Blockgraph offra questa possibilità».

Attualmente, per unire gli attributi dei dati di due diverse parti, quale un inserzionista e un’impresa di comunicazione, generalmente è necessario inviare i dati a un provider centralizzato esterno. Il provider in questione provvede dunque a individuare automaticamente associazioni bilaterali tra le due parti, per poi restituire i segmenti di dati non identificabili che possono essere utilizzati a fini di targeting o misurazione. Al contrario, Blockgraph è una piattaforma peer-to-peer che permette a tutti i partecipanti di combinare i dati automaticamente, garantendo la tutela delle informazioni personali tramite tecnologie di crittografia, dati non identificabili e protocolli blockchain. Oltre a una sicurezza e un controllo maggiori, Blockgraph permette ai partecipanti di beneficiare delle conoscenze condivise della rete, poiché attributi aggiuntivi sono confrontati con Identificatori Blockgraph crittografati.

Attualmente, Comcast sta collaborando con NBCUniversal per testare il potenziale di Blockgraph, con l’intenzione di aggiungerlo all’offerta addressable agli inizi del 2019, ed è inoltre in contatto con diversi potenziali partecipanti al progetto Blockgraph per futuri roll-out, al fine di amplificare la portata e il sostegno dell’iniziativa. Tra questi, ci sono Viacom e Publitalia.

«Blockgraph è un altro esempio di collaborazione che investe l’intero settore, nell’ottica di adottare nuovi standard e tecnologie che ci permetteranno di competere in modo più efficace in quanto mezzo di comunicazione e incrementare al tempo stesso il valore offerto ai nostri clienti pubblicitari – commenta Paola Colombo, General Manager Adtech & Business Development presso Publitalia, divisione pubblicitaria di Mediaset -. Poiché Blockgraph è una rete peer-to-peer, un suo utilizzo più diffuso da parte del settore televisivo corrisponderà a conoscenze in materia di dati più definite e di maggiore portata. Siamo lieti di collaborare con i nostri partner a questa iniziativa comune».

E il progetto è aperto a nuove collaborazioni, come sottolinea Marcien Jenckes, Presidente di Comcast Cable Advertising: «Comcast ha investito nello sviluppo della tecnologia Blockgraph, ma non vogliamo che rimanga un’iniziativa esclusivamente di nostra competenza. Invitiamo l’intero settore televisivo a partecipare al progetto affinché diventi davvero un’impresa collettiva. Quando dati su larga scala non identificabili personalmente diventano disponibili per tutti, l’attenzione è rivolta a cosa è in grado di farne il singolo fornitore di servizi e come possono essere utilizzati questi dati per contribuire al raggiungimento dei risultati desiderati. Riteniamo che quando capacità avanzate di gestione dei dati incontrano i vantaggi derivanti dall’engagement e dalla consapevolezza tipici della TV e del premium video, si ottiene un livello di performance difficilmente superabile».

Intelligenza artificiale a supporto dell’analisi dei dati: nasce la tech company Datrix

Dall’esperienza di 3rdPlace (PMI attiva dal 2010 in ambito user & customer AI) e FinScience (startup specializzata nell’investment AI), nasce Datrix, una nuova tech company integrata, orientata al data-driven.

Forti dei qualificati investitori privati provenienti dai mondi del private equity, investment banking e big data, di una lunga esperienza nel campo degli analytics, della customer centricity e del fintech, confermata dallo sviluppo di importanti progetti per conto di diverse aziende multinazionali, e dalla partecipazione come partner tecnologico dei consorzi europei Horizon 2020, le due società, infatti, hanno deciso di unire le forze in una nuova capogruppo operativa che integra ed esalta le loro abilità, competenze, esperienze e soluzioni di Artificial Intelligence.

«Non si tratta di una fusione ma di una operazione societaria che vede raggruppate sotto lo stesso brand Datrix sia 3rdPlace che Finscience – spiega a Programmatic Italia il Chief Marketing Officer & Partner Datrix Marco Belmondo -. Gli azionisti di 3rdPlace e FinScience sono saliti nella capogruppo Datrix che ha assunto un ruolo non solo finanziario, ma anche operativo. 3rdPlace e FinScience sono quindi società totalmente controllate da Datrix, che però continuano a operare nei loro mercati di riferimento».

“La profonda conoscenza di modelli e tecniche di trattamento del dato configura per Datrix un ruolo di partner realmente abilitante per la crescita aziendale data driven – spiega la società in una nota -, grazie all’attitudine a portare innovazione, soprattutto attraverso la combinazione azionata da algoritmi di machine learning di dati tradizionali e Alternative Data (dati veramente “big” e spesso non strutturati che provengono dagli ambienti digitali come social, blog, forum, piattaforme di e-commerce, mappe, …) e la puntuale individuazione e la selezione dei segnali forti (main signals) e deboli (weak signals) ma con potenzialità notevoli in virtù della autorevolezza delle fonti e della velocità di diffusione”.

Le aziende italiane e internazionali potranno utilizzare 3rdEye e DataLysm, le soluzioni di Data Governance & Digital Empowerment, di Data Intelligence e di Data Modeling messe a punto da 3rdPlace nel corso degli ultimi anni o sfruttare le informazioni provenienti dalla Alternative Data Analysis (per analisi di mercato finalizzate al lancio di nuovi prodotti e/o Paesi oppure in ottica ESG).

«Datrix non è la semplice somma delle parti 3rdPlace e FinScience. È il passo opportuno e necessario per fornire in modo integrato alle aziende le soluzioni, i servizi e le competenze nelle tre aree di Data Governance & Digital Empowerment, Data Intelligence & MarTech Solutions, Data Modeling & Monetization di cui oggi hanno bisogno – afferma Fabrizio Milano d’Aragona, co-fondatore di Datrix -. La holding operativa Datrix consolida e struttura l’humus esperienziale maturato sul campo da un gruppo di pionieri dell’analisi del dato aziendale che, nel corso degli anni, ha ricevuto importanti riconoscimenti dal mercato e dai media. La sinergia tra dati alternativi e di trend e dati user & customer unita alla capacità di raccoglierli, trattarli e analizzarli, rappresenta oggi un fattore distintivo nel mercato e una opportunità di rapida crescita per soluzioni fortemente scalabili e su target ad alto potenziale».

Un’offerta (anche) a sostegno del marketing

Ma in cosa consiste l’offerta MarTech della società? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Milano d’Aragona. «Si tratta del supporto alle strategie di marketing aziendale attraverso la tecnologia. In particolare, l’analisi dei dati che in qualche modo riguardano i consumatori, in generale i clienti, attuali e prospect, dell’azienda. Dunque, non forniamo dati ma li analizziamo e li sintetizziamo, con particolare attenzione agli Alternative Data, attraverso DMP e tool proprietari, con l’obiettivo di generare informazioni utili al miglioramento e all’incremento del business aziendale».

«La nostra metodologia – prosegue il manager – può interessare diverse aree aziendali (commerciale, logistica, marketing, finanza), il marketing, per esempio, ne gode in caso di lancio di nuovi prodotti, di apertura di nuovi mercati sia in fase preliminare che, soprattutto, on going per verificare la bontà della strategia ed, eventualmente, migliorarla».

Con un management di alto livello, proveniente da Google e dal mondo della finanza, e una selezione di più di 50 risorse (Data Scientist, Data Analyst, Project Manager e Sviluppatori distribuiti nelle sedi di Milano, Roma e Cagliari), Datrix si pone come data driven partner anche per le medie e piccole aziende che vedono nel digitale un fattore di crescita.

Oltre al reclutamento di nuove risorse specializzate grazie alle partnership sviluppate con Università e Centri di Ricerca, la strategia di Datrix prevede anche un piano di acquisizione strategica di realtà già presenti sul mercato nazionale e internazionale. “In questo caso – spiega la società nella nota -, il management di Datrix opererà secondo una logica di inclusione intelligente che faccia leva sulle complementarietà delle competenze con il fine esclusivo di ampliare le prospettive e contribuire alla distinzione sul mercato”.

Come se la passano i dati di terza parte? La risposta in 5 chart

Il 2018 è stato un anno particolarmente intenso per il tema “dati“. Il rapporto tra le informazioni raccolte dalle società digitali a fini di marketing e la privacy degli utenti è stato al centro di una serie di dibattiti, con lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica, e con l’entrata in vigore del GDPR che in Europa si propone proprio di regolamentare la raccolta e l’utilizzo dei dati.

Proprio in virtù della “criticità” di questo argomento, molti studiosi si sono interrogati su quello che sarà il futuro del dato, in un momento in cui le aziende sono più attente e gli utenti più consapevoli rispetto all’utilizzo delle informazioni digitali. E in molti hanno notato la tendenza di svariati marketer a preferire adesso i cosiddetti “dati di prima parte”, di proprietà delle stesse aziende cui sono stati consapevolmente ceduti dagli utenti, a quelli di “terza parte”, raccolti da società esterne specializzate e poi venduti ai brand.

E’ davvero così? E quali sono, oggi, i principali trend e criticità nell’uso dei dati da parte delle aziende? eMarketer ha raccolto cinque chart esemplificative di come oggi vengono usati i dati terzi. Vediamole insieme.

1. Utilizzare dati di terza parte è un rischio per le aziende?

Ad agosto del 2018, Deloitte e Duke University hanno intervistato 324 marketer americani, chiedendo loro il livello di preoccupazione sulla possibilità che l’uso di dati terzi potesse sollevare problemi di privacy. In realtà, il grado di timore riscontrato è molto variegato, e solo il 10,7% ha dichiarato di essere molto preoccupato, mentre il 18,9% ha detto di non esserlo affatto.

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2. I marketer hanno abbandonato i dati di terza parte?

Nonostante la questione privacy, i dati di terza parte sono ancora una necessità per molte aziende: sono pochi, infatti, i marketer in grado di fare affidamento esclusivamente ai dati proprietari, soprattutto nel caso di grosse campagne pubblicitarie. Uno studio globale di settembre di Forbes Insights e The Trade Desk ha rivelato che per un CMO su 5 tra le principali sfide in ambito dati c’è proprio quella di non avere abbastanza insight terzi.

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3. Le aziende hanno modificato il modo in cui utilizzano i dati di terza parte?

Sembrerebbe che la definitiva entrata in vigore del GDPR abbia avuto effetto sull’uso dei dati esterni, e in particolare su come questi “guidano” il targeting dei consumatori: ne è convinto il 77% dei manager americani ed europei coinvolti da Sizmek in un suo studio la scorsa primavera.

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4. Perché per i marketer i dati di terza parte sono ancora utili?

Al di là di essere uno strumento per rendere più scalabili le campagne, i dati terzi sono anche considerati efficaci per il successo delle attività di marketing: secondo uno studio americano di DemandLab, il 42% dei marketer è convinto che i fornitori di dati esterni siano una fonte di informazioni efficace per le attività di comunicazione.

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5. Quali sono le sfide dei marketer nell’uso dei dati di terza parte?

Uno dei principali problemi nell’attivazione dei dati raccolti, in generale, è l’identity, ossia l’associazione dell’informazione a uno specifico utente. E ciò vale ancor di più nel caso di dati provenienti da diverse fonti, tra cui sorgenti esterne: come mettere a fattor comune informazioni di varia provenienza e costruire, da tutte, l’identità di un singolo consumatore? Secondo uno studio di Wipro, che ha coinvolto ad aprile 500 professionisti del marketing in UK e USA, integrare i dati terzi nell’identità di un singolo utente è tra le maggiori barriere per migliorare il ROI del mar-tech.

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Le aziende usano sempre più fonti di dati, ma l’identity resta una sfida

Oggi, tra i fattori di potenziale successo di una campagna, c’è anche il numero di sorgenti di dati utilizzate: più sono, più la campagna ha possibilità di raggiungere il consumatore ideale e dunque di avere più efficacia. Lo sanno bene le aziende, che di anno in anno impiegano sempre più fonti di informazioni sui consumatori, dai tassi di apertura delle email allo storico degli acquisti ai click sulle pubblicità.

Secondo uno studio di Salesforce, il numero medio di fonti di dati usato da un’azienda si stima potrà aumentare da 10 nel 2017 a 12 quest’anno, a 15 nel 2019, con un balzo del 50% in soli due anni.

Ma nonostante la grande disponibilità di dati nelle mani dei brand, molte imprese faticano ancora a raggiungere una visione completa ed esaustiva dei loro consumatori: solo il 47% ammette di esserci riuscito. Tra gli strumenti utilizzati per la customer identity, si fanno strada svariate soluzioni, tra cui le DMP, storicamente usate per ottimizzare le performance pubblicitarie e gli acquisti media, ed ora adottate anche a tale scopo dal 76% degli intervistati.

Sempre a proposito di DMP, le aziende si aspettano che il loro utilizzo possa aumentare del 64% entro il 2020 e che il modo in cui viene utilizzata la tecnologia possa evolvere e ampliarsi, non solo comprendendo la gestione e risoluzione dell’identity, ma anche la personalizzazione dei contenuti e tanto altro.