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ePrivacy: i timori degli operatori in una lettera a Bruxelles. Tra i firmatari FIEG, Teads, Criteo e IAB

Mentre il mercato si prepara alla definitiva entrata in vigore della GDPR, prevista per il 25 maggio, c’è un’altra normativa europea che in questi ultimi tempi sta facendo impensierire la industry sulle sue possibili conseguenze: il cosiddetto Regolamento ePrivacy.

Il Regolamento, che va a modificare la “vecchia” direttiva ePrivacy riferita ai mezzi di comunicazione “tradizionali”, estende l’ambito di applicazione della disciplina sui dati personali nelle comunicazioni anche all’ambiente digitale. In particolare, differisce dalla più ampia GDPR (che regola la gestione generale dei dati personali) perché si concentra in particolare sull’utilizzo dei cookie. Il Regolamento ePrivacy richiede infatti che tutte le aziende debbano avere l’esplicito consenso degli utenti ad utilizzare i cookie e debbano fornire chiare istruzioni su come disattivare l’utilizzo di questo strumento per il tracciamento.

Se da un lato il progetto è stato ideato dalla Commissione Europea con tutte le migliori intenzioni (proteggere la privacy degli utenti), il mercato è tuttavia preoccupato delle possibili conseguenze che la normativa potrebbe avere sul business pubblicitario su cui si fonda gran parte dell’editoria digitale.

Per questo, 50 editori europei ed operatori del mondo pubblicitario hanno deciso di scrivere una lettera aperta alla Commissione Europea, chiedendo che la normativa venga rivisitata. Tra i partecipanti all’iniziativa, anche l’italiana FIEG e società internazionali del mondo della pubblicità digitale come Teads, Criteo e IAB Europe.

In particolare, le società temono che il regolamento possa avvantaggiare sia società come Google, Facebook e Amazon, che utilizzano modalità diverse dai cookie per tracciare i loro utenti, sia i proprietari di browser, visto che la Commissione Europea ha suggerito che le modalità di autorizzazione (opt-in) dei cookie vengano gestite dalle Preferenze dei programmi di navigazione.

Benefici che non avrebbero, invece, gli editori. “Questa misura – recita la lettera, accessibile a questo link – creerebbe un grande svantaggio per le aziende emergenti, riducendo la loro capacità di raccogliere pubblicità attraverso messaggi rilevanti e targettizzati. Ridurrebbe il potenziale investimento in giornalismo di qualità in Europa, impedendo agli editori e alle società media di costruire un rapporto di fiducia con i loro lettori e di commercializzare i loro contenuti”. Con uno svantaggio, in ultima istanza, anche per gli stessi utenti, che non potrebbero più accedere a contenuti autorevoli.

Non è la prima volta che l’industria si muove per portare a Bruxelles il proprio punto di vista sulla normativa. Lo scorso maggio una dozzina di editori, tra cui Guardian, Financial Times, Le Monde e Spiegel, avevano scritto una lettera al Parlamento Europeo sulla proposta del Regolamento ePrivacy di modificare la raccolta e l’utilizzo dei cookie e sulle possibili conseguenze per i loro modelli di business. E sul tema di è recentemente espressa anche IAB Italia, che insieme agli altri capitoli europei dell’associazione ha da tempo avviato un’opera di sensibilizzazione sulle istituzioni europee.

Dati sensibili e non sensibili secondo il GDPR: una distinzione che fa la differenza

In Criteo, da sempre consideriamo coerenza, certezza e conformità riguardo la privacy e la protezione dei dati come vantaggi, sia per le aziende sia per i consumatori. Siamo entusiasti del Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation, GDPR) che entra in vigore il 25 maggio 2018, in quanto la conformità ai dati sarà finalmente razionalizzata in tutta la UE. Criteo è pronta ad accogliere la sfida e i temi del GDPR e prevede, se mai ci sarà, un impatto ridotto della nuova normativa sulla capacità dei nostri clienti e partner di lavorare con noi.

Il GDPR punta a modernizzare il sistema giuridico dell’UE riguardo alla protezione dei dati, a rafforzare i diritti dell’individuo e a migliorare la chiarezza e la coerenza delle regole dell’UE.

Sappiamo che i nostri clienti, partner e investitori hanno molte domande sulle implicazioni del GDPR, specialmente quando si tratta dei diversi tipi di raccolta dati.

Il GDPR stabilisce una chiara distinzione tra i dati personali sensibili e quelli non sensibili. Dal momento che Criteo raccoglie solo dati personali non sensibili sotto forma di cookie, questa distinzione ci è molto familiare.

Ecco come tutti questi dati vengono categorizzati dal GDPR e tutto ciò che le aziende devono sapere quando si tratta di gestione dei dati.

Per prima cosa, che cosa sono i “Dati personali” così come definiti dal GDPR?

Innanzi tutto vediamo come le nuove leggi considerano i “Dati personali”. I dati personali sono qualsiasi cosa che contenga:

  • Informazioni che identifichino direttamente un individuo, quali il nome e il cognome, i numeri di telefono, ecc.
  • Dati pseudonimi o informazioni non direttamente identificanti, che non consentono di identificare gli utenti in modo diretto ma permettono di riconoscere comportamenti individuali (ad esempio per mostrare l’annuncio giusto all’utente giusto al momento giusto).

Il GDPR stabilisce una chiara distinzione tra informazioni direttamente identificanti e dati pseudonimi. Il GDPR incoraggia l’uso di informazioni pseudonime e prevede espressamente che “l’applicazione di pseudonimizzazione ai dati personali può ridurre i rischi per i soggetti interessati e può aiutare i  controllori e i responsabili del trattamento a rispettare gli obblighi di tutela dei dati” (General Data Protection Regulation – Whereas (28)). Criteo raccoglie solo gli identificatori tecnici pseudonimi collegati a eventi di navigazione.

Che cosa sono i “Dati sensibili” così come definiti dal GDPR?

I dati sensibili sono tutti quei dati che rivelano:

  • Origine razziale o etnica;
  • Opinioni politiche;
  • Credi religiosi o filosofici;
  • Associazione a sindacati;
  • Dati genetici;
  • Dati biometrici con lo scopo di identificare in modo esclusivo una persona fisica;
  • Dati che riguardano la salute o la vita sessuale e/o l’orientamento sessuale di una persona fisica.

I dati che i clienti e gli editori partner di Criteo raccolgono e trattano non possono essere qualificati come sensibili secondo la definizione del GDPR. Da parte sua, Criteo raccoglie unicamente identificatori tecnici pseudonimi collegati a eventi di navigazione.

Che tipo di dati personali, non sensibili raccoglie Criteo?

Lavorando con Criteo, i nostri clienti e partner necessitano di accedere unicamente a dati pseudonimi che non consentono la diretta identificazione degli utenti. Questi dati pseudonimi includono:

  • ID di cookie;
  • Indirizzi e-mail criptati;
  • ID di pubblicità mobile;
  • Qualsiasi altro identificatore tecnico che consenta a Criteo di individuare il comportamento personale senza identificare direttamente l’individuo.

Legittimo interesse e consenso non ambiguo

Riteniamo che, delle sei basi legali per la raccolta e l’elaborazione dei dati in Europa, quelle applicabili alle aziende di marketing, marketing digitale o a coloro che raccolgono dati a scopo di marketing siano due:  (1) Il consenso non ambiguo dell’individuo e (2) l’interesse legittimo del controllore dei dati.

Prima di tutto, l’interesse legittimo del controllore dei dati –  i nostri clienti ed editori – può includere scopi di marketing diretto. E in secondo luogo, il consenso non ambiguo dell’individuo, che comprende chi continua a navigare in un sito web, può essere una base legale per la raccolta e l’elaborazione di dati personali non sensibili.

Le nostre consolidate pratiche di privacy-by-design offrono un valido fondamento per affrontare immediatamente tutti i requisiti del GDPR. Mentre ai nostri clienti e partner spetta fornire informazioni complete ai loro utenti, i nostri servizi prevedono condivisione di responsabilità in tutto il nostro network. La competenza di lunga data di Criteo nella tutela dei dati e della privacy degli utenti prova che, con informazioni e strumenti di controllo appropriati, è possibile preparare efficacemente clienti e partner ad affrontare la sfida del GDPR.

Società di retargeting a caccia del consenso degli utenti per anticipare la GDPR

Con le nuove misure di Apple contro il tracking degli utenti su Safari e la definitiva entrata in vigore della GDPR a maggio, si prospettano tempi difficili per chi, proprio sul tracciamento delle audience, ha costruito il focus della propria offerta. Ad esempio, chi si occupa di retargeting.

Alcune di queste società hanno cercato di correre ai ripari, inventandosi dei modi per ottenere il consenso diretto degli utenti per il tracciamento. Tra queste ci sono Criteo e AdRoll, che, secondo quanto riporta Digiday, avrebbero iniziato ad erogare sui browser degli utenti dei messaggi che, una volta chiusi, autorizzano automaticamente il tracking.

Una modalità che, secondo la testata, non sarebbe tra le più ortodosse, facilitando l’autorizzazione del tracking molto più dell’opt-out, i cui link sono generalmente meno visibili. Il messaggio in-browser di AdRoll contiene un pulsante “accept and close” al posto del normale tasto di chiusura della finestra, lasciando l’opzione di opt-out in mezzo al messaggio.

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In quello di Criteo, il tracking viene autorizzato cliccando qualsiasi link della pagina, mentre l’esclusione del tracciamento, anche stavolta, è in una sola posizione in mezzo al testo del messaggio.

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In effetti, la GDPR prevede che l’uso dei dati richieda un esplicito permesso da parte degli utenti, ed anche la mossa di Apple per limitare il tracking sul browser Safari andrebbe proprio nella direzione di dare agli utenti un maggior controllo di quando, dove e a chi concedere i propri dati.

L’altro lato della medaglia è però il business di una certa categoria di società, che proprio sulla raccolta degli insight sui consumatori tramite i cookies hanno costruito la propria offerta. Solo un mese fa, la stessa Criteo aveva dichiarato ufficialmente che, qualora non fosse riuscita a sviluppare in tempo una soluzione alternativa per aggirare la questione, il blocco del browser di Apple avrebbe potuto avere sulle sue entrate del 2018 un impatto del 22%. Una percentuale non da poco.

Ed anche con la GDPR c’è poco da scherzare: se da un lato il regolamento prevede una maggiore consapevolezza degli utenti sul trattamento dei loro dati, il che potrebbe implicare una minore quantità di dati disponibili e dunque un targeting pubblicitario meno aggressivo, dall’altro, per le società che non si adeguano, impone cospicue sanzioni economiche.

Criteo, sui ricavi del 2018 peserà la funzione anti-tracciamento di Safari

Le ripercussioni della funzione anti-tracciamento di Safari sul business di Criteo potrebbero essere più gravi di quanto calcolato. Lo comunica la società ad tech francese in una nota.

Finora, Criteo era riuscita ad aggirare l’Intelligent Tracking Prevention, introdotto da Apple il 19 settembre, tuttavia, iOS 11.2, la più recente versione del sistema operativo rilasciata all’inizio di dicembre, è in grado di annullare l’azione di questa soluzione alternativa. L’ITP, che avrebbe lo scopo di proteggere la privacy degli utenti, è attivo di default e limita l’accesso delle terze parti ai cookie conservati nei dispositivi degli utenti.

Al momento, afferma Criteo, la società è impegnata nello sviluppo di una tecnologia atta superare nuovamente le limitazioni di Safari ma, in caso non dovesse avere successo, l’impatto sulle entrate del prossimo anno, esclusi i costi di acquisizione del traffico, dovrebbe corrispondere al 22%.

Una cifra così alta è plausibile se si considera che la società ad tech fa ampio uso della tecnica del retargeting, che si basa massicciamente sul tracciamento degli utenti da sito a sito tramite i cookie. A novembre, in occasione della pubblicazione della terza trimestrale, la società aveva stimato l’impatto dell’ITP sul business tra il 9 e il 13% dei degli introiti.

Eric Eichmann, Ceo di Criteo, ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal che l’intenzione di Apple, non traendo benefici dagli annunci visualizzata da browser, sarebbe spingere le attività pubblicitarie nell’ambiente delle applicazioni.

Ancora troppo Programmatic ha come target i dispositivi, non gli utenti

Il prossimo grande cambiamento nel programmatic non è poi così una novità. La principale tendenza nel Programmatic per il 2017 è il marketing cross-device che include il mobile. Questo trend è in atto già da un po’ di tempo, ma quest’anno sia i ricavi sia il comportamento di acquisto stanno passando dal desktop al mobile e ai tablet.

Uno studio recente, “The State of Cross-Device Commerce“, ha rilevato che oggi gli acquisti da mobile rappresentano il 40% del totale, con un aumento del 20% anno su anno – un aumento di tutto rispetto. Il dato può non essere particolarmente sorprendente, ma stiamo anche notando che l’effettivo percorso di acquisto da parte del cliente è più lungo e coinvolge più dispositivi rispetto alle previsioni di alcuni esperti di settore.

Tuttavia, con questa rapida crescita si pone un problema. Troppi marketer ancora pensano in termini di dispositivo anziché concentrarsi sull’utente. Per semplificare, prendere in considerazione il dispositivo significa guadare come le persone interagiscono con il brand su un singolo dispositivo. Invece, concentrarsi sull’utente significa seguirlo su tutti i dispositivi.

Il focus sull’utente deve essere considerato più significativo per via dell’aumento esponenziale che abbiamo riscontrato delle campagne su dispositivi multipli, soprattutto da quando il mobile è entrato nel mix. Le strategie focalizzate sugli utenti hanno dimostrato di essere efficaci (vedi oltre), il che le rende attraenti e inevitabili. Detto ciò, c’è ancora troppa attenzione sui dispositivi.

Lo studio ha scoperto che se il focus principale è sui dispositivi, circa il 43% delle transazioni avvengono nella prima visita di un sito web. Ma se si adotta un approccio focalizzato sull’utente, si vede che solo il 32% delle transazioni viene effettuato dalla prima visita. Ciò significa che, se l’utente viene seguito attraverso più dispositivi durante l’esperienza di acquisto, il percorso risulterà più lungo rispetto a quanto può essere percepito se si considerano, ad esempio, solo le interazioni da mobile.

Quindi è importante per noi esaminare il valore di quell’utente e attribuirlo correttamente attraverso i diversi dispositivi. Ciò consente di offrire di più per quegli utenti e di trovarli in aree più interessanti rispetto a quanto succederebbe se considerassimo un singolo dispositivo.

Utilizzando il Programmatic, il cambiamento verso il focus sull’utente è molto importante per definire la strategia di offerta. Possiamo offrire di più per questo acquirente perché possiamo attribuire un valore più alto a un inserzionista a lungo termine, dal momento che conosciamo meglio il comportamento dei loro utenti.

Se attribuiamo le vendite a un utente basandoci solo su un singolo dispositivo, stiamo assegnando un valore troppo basso. Invece di valutare un’offerta basata sulla probabilità che un utente completi l’acquisto su un particolare dispositivo, dobbiamo valutare un’offerta basandoci sulla probabilità che tale utente faccia l’acquisto.

Se esaminiamo le conversioni considerando solo il dispositivo, negli Stati Uniti avremo un tasso di conversione del 6% circa. Ma se viene considerato l’utente, il tasso sale fino al 9% circa. Ciò ci permette di fare offerte una volta e mezzo superiori e consente all’inserzionista di trarre maggior valore da quell’utente nel momento dell’offerta rispetto a considerare un singolo dispositivo.

Infine, dobbiamo ricordarci che il cross-device non è una strategia, è una tattica, un meccanismo. Richiede una creatività specifica per i diversi canali, obiettivi chiari e audience definita. E una misurazione costante, alla ricerca di modelli utente su cui agire.

Si prevede che il display digitale programmatic negli Stati Uniti aumenti a quasi 27 miliardi di dollari nel 2017. Il cross-device si accaparrerà una fetta maggiore della torta solo se marketer e agenzie si concentreranno meno sulla crescita del mobile stesso come dispositivo e più sull’utente finale.

Criteo apre alla pubblicità video e presenta una nuova ricerca sul retail

Dopo aver lanciato lo scorso venerdì le soluzioni Customer Acquisition e Audience Match (leggi l’articolo dedicato), Criteo arricchisce la sua suite con un nuovo prodotto.

Si tratta di Kinetic Design, che ottimizza in maniera automatizzata e in tempo reale ogni aspetto visivo di un annuncio. Lo strumento, che offriva già più di 17 trilioni di variazioni a partire da un design base nei formati display, è ora stato ampliato per includere anche il video.

Le creatività personalizzate, visualizzate su web e mobile, sono consegnate in modalità non intrusiva per fornire un’esperienza di navigazione continua – in app, nel feed o su un sito web. Il prodotto è disponibile su tutti i mercati, eccetto Giappone, Russia, Turchia e Brasile.

Sempre più importanti i dati nel retail, la ricerca di Criteo

A supportare l’innovazione su cui poggiano queste nuove soluzioni, è uno studio recente condotto da Criteo in collaborazione con Forbes Insights. La ricerca, intitolata “The Commerce Data Opportunity: How Collaboration Levels Retail Playing Field“, ha coinvolto globalmente più di 500 senior executive di aziende da oltre 50 milioni di dollari attive in diversi settori, rivelando che i cambiamenti dell’industria retail stanno rimodellando il commercio e che i marchi e i commercianti temono che i giganti fisico-digitali renderanno più difficile la competizione.

Inoltre, il documento evidenzia che questi attori vedono gli asset di dati aggregati come mezzo per ottenere un vantaggio competitivo, con il 71% degli intervistati disposti a contribuire a un pool di dati.

I punti chiave dello studio includono:

  •  La disruption dell’industria retail sta rimodellando il commercio: i brand sono preoccupati che i giganti fisico-digitali limitino l’accesso ai propri prodotti, mentre i retailer temono che questa tendenza allontanerà i consumatori dai piccoli retailer;
  • Brand e retailer comprendono il potenziale dei dati ma non hanno le competenze per attivarlo: quasi quattro aziende e retailer su cinque includono i dati dei clienti come parte fondamentale della loro strategia di business. Ma mentre i retailer hanno accesso a più dati rispetto alle aziende, specialmente online, sono meno sicuri delle aziende della loro capacità di trasformare i dati in insight spendibili. In breve: più dati da soli non necessariamente si traducono in una maggiore capacità di azione;
  • Gli asset di dati aggregati sono un modo efficace per progredire: le aziende e i retailer comprendono il valore della collaborazione e della condivisione di asset di dati per soddisfare le esigenze dei clienti e generare valore per il loro business. Infatti, il 71% dei retailer è disposto a fornire i dati relativi alla ricerca online in un pool. E tre quinti degli intervistati fanno già parte di una cooperativa di dati, con sette aziende su dieci già soddisfatte delle loro collaborazioni e dei dati ricevuti. Inoltre, il 72% dei retailer segnala “aumento delle vendite” come un vantaggio fondamentale che essi sperimentano dai dati aggregati;
  • Il valore è il motore di tutto: i brand e i retailer più innovativi sanno che i dati sono la chiave per fornire valore e il 68% crede che i loro clienti siano soddisfatti del loro utilizzo dei dati per offrire un marketing più mirato. Nove aziende su dieci assegnano un’importanza ancora maggiore al fornire reale valore come driver di business negli ultimi due anni.
  • Qualità e riservatezza le principali preoccupazioni: quando si tratta di dati, il 66% dei marketer riferisce che la sfida più grande che hanno con i dati dei clienti è “garantire dati di qualità” e il 65% segnala “la riservatezza dei dati” come sfida principale in contesti di asset di dati dei clienti aggregati.

“I marketing executive sono pienamente consapevoli della disruption che l’industria sta vivendo e i CMO leader stanno prendendo decisioni coraggiose per capitalizzare l’opportunità creata da questa disruption”, ha dichiarato Eric Eichmann, CEO di Criteo. “Comprendere il valore della collaborazione e dell’aggregazione dei dati è un passo avanti enorme. Facendo questo all’interno del Criteo Commerce Marketing Ecosystem, che contiene un’ampia gamma di dati granulari sui consumatori e offre accesso a uno dei miglior media inventory del settore, permetterà ai retailer e alle aziende di mettere in collegamento più acquirenti con le cose di cui hanno bisogno e amano, massimizzando quindi le loro vendite e profitti”.

Criteo amplia l’offerta: focus su dati e segmentazione dell’audience

Criteo amplia la sua offerta con una nuova suite di prodotti. Secondo quanto riporta il sito adExchanger, la società ha presentato venerdì alcune nuove soluzioni di audience matching e di prospecting dei consumatori, oltre a una nuova policy che, per ogni singolo formato adv, offrirà più trasparenza a livello di impression ad aziende e DSP.

La soluzione di prospecting, chiamata Customer Acquisition, consente di targettizzare quei consumatori che non hanno ancora visitato il negozio o lo shop online dell’azienda. Si tratta di un prodotto che funziona con la collaborazione dei venditori, che dovranno condividere con Criteo informazioni sugli interessi dei consumatori. I dati condivisi verranno utilizzati per alimentare algoritmi volti ad identificare ampie tendenze, e non singoli consumatori: ad esempio se un gruppo di persone tende a compare abbigliamento sportivo o prodotti da cucina. In ultima istanza, il tool contribuirà ad affinare l’identity graph di Criteo, un data set cross-device compilato dalla società sulla base di informazioni come gli indirizzi email rilasciate volontariamente dagli utenti in occasione, per esempio, di registrazioni a servizi o di programmy di loyalty. A questo identity graph contribuisce attualmente circa il 75% dei 16000 rivenditori parte del network Criteo.

Lo stesso identity graph andrà ad alimentare un altro nuovo prodotto della società, Audience Match, che raccoglierà i dati proprietari delle aziende, come gli indirizzi email, li confronterà con quelli già in possesso di Criteo e poi farà retargeting sui profili combacianti, attraverso un tracciamento online tramite cookie.

In cantiere per Criteo c’è poi anche un aggiornamento della policy pubblicitaria: presto la società fornirà dettagli a livello di pagina e prezzi per ogni singola inventory che le aziende compreranno. Una mossa che, secondo quanto ha rivelato il SVP of product di Criteo Patrick Wyatt in occasione della presentazione, sarebbe volta ad attirare più DSP, interessate ad avere piena trasparenza sulle inventory da acquistare.

Header Bidding: quali sono i fornitori più usati?

Sempre più editori utilizzano l’header bidding. Ma quali sono i fornitori più utilizzati? Risponde a questa domanda l’Header Bidding Index, una ricerca internazionale della società specializzata ServerBid, che ha indagato l’utilizzo di questa tipologia di trading pubblicitario nei top 5000 siti Alexa.

Tra tutti gli editori che hanno adottato soluzioni di header bidding, il 44,8% ha integrato AppNexus come fonte di domanda o bidder, e il 41,3% Index Exchange. Seguono OpenX (36%), Amazon (36%), AOL (33%) e Rubicon Project (30%), poi Criteo (28%), Sovrn (26%), Sonobi (19%) e PulsePoint (17%). Tutti a distanza molto ravvicinata tra loro. I numeri sommati superano 100 perché molti publisher hanno più di un fornitore.

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Quanto ai wrapper (tag che contengono codici per consentire l’accesso a più bidder), il 51% utilizza il codice open-source PreBid, disegnato da AppNexus ma “aperto” e dunque customizzabile da qualsiasi altro operatore ad tech o dagli stessi editori. Il wrapper proprietario di Index Exchange è il secondo più usato, con il 27,4% della quota di mercato. Seguono, a maggior distanza, altre tecnologie.

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La ricerca tiene conto esclusivamente di transazioni browser-side, non di quelle server-side, pure in costante aumento tra i publisher.

Criteo pronta al lancio di una data platform “cooperativa” per aiutare i retailer a competere con Amazon

Se le coalizioni sono una possibilità per gli editori di opporsi allo strapotere di Google e Facebook, perché non possono rappresentare un’alternativa anche in ambito e-commerce dove il gigante da abbattere è Amazon?

Partendo da questa domanda, Criteo si prepara a svelare un nuovo data e ad-targeting service studiato per aiutare i retailer e i brand a competere con Amazon.

Chiamata Commerce Marketing Ecosystem, la nuova piattaforma punta a permettere ai clienti di Criteo di condividere i dati – presentati come anonimi e aggregati – sugli acquisti effettuati dai propri clienti attraverso gli store fisici, i siti web o le app.

Secondo il Wall Street Journal, che ha riportato la notizia, l’idea è rivolta a rivenditori e brand, che armati di dati più precisi sulle abitudini di acquisto dei propri clienti, possano indirizzare in modo più efficace gli annunci pubblicitari verso quei consumatori che presentano profili affini (i prospect).

La testata americana ha rivelato che l’azienda francese di “retargeting” personalizzato ha un piano di lungo termine sulla base del quale intende sviluppare un servizio simile al Lookalike Audience di Facebook (lanciato a marzo 2013), che aiuta i brand a identificare potenziali clienti che hanno manifestato un interesse simile agli acquisti effettuati dai già clienti.

Più nell’immediato, la nuova piattaforma si propone di fornire ai brand un più accurato sistema di targeting cross-device per indirizzare meglio la pubblicità e contribuire così a incrementare la conversione sui siti dei retailer.

Ma non solo. È previsto anche che la piattaforma renda i brand meno fiduciosi rispetto ad Amazon, che la società BloomReach ha calcolato essere il sito dove il 55% degli online shopper negli Stati Uniti si dirige per ricercare i prodotti di cui hanno bisogno.

Criteo ha annunciato che maggiori particolari relativi alla nuova piattaforma saranno rivelati in occasione della comunicazione ufficiale relativa ai risultati del trimestre, fissata per domani 2 agosto.

Nel frattempo, non si può sottolineare l’onere che l’azienda si è assunto, visto che dovrà convincere i propri clienti a lavorare insieme e a condividere i propri dati, e soprattutto a raccogliere e a utilizzare i dati in modo diverso.

Dichiarato, infine, anche un altro obiettivo da parte di Criteo: quello di contrastare – ancora una volta – il “duopolio” di Google e Facebook, che già offrono una vasta gamma di strumenti per il targeting e la misurazione.

Performance e monetizzazione: da Criteo una nuova soluzione di header bidding

Criteo lancia una nuova soluzione: si chiama Criteo Direct Bidder, ed è uno strumento di header bidding che collega direttamente le inventory alla richiesta di oltre 15.000 clienti di Criteo a livello globale.

La soluzione assicura agli editori di ottenere il massimo valore dalle impression acquistate da Criteo, mentre Criteo continua a garantire vendite profittevoli agli inserzionisti. Criteo ha già migrato oltre 250 dei suoi maggiori editori su Criteo Direct Bidder come parte del programma di adozione iniziale.

“Le soluzioni di Header Bidding, inizialmente concepite per semplificare il bidding per l’inventory degli inserzionisti, non presentano ancora uno scenario vincente per gli inserzionisti e gli editori – spiega l’azienda in una nota stampa -. Criteo Direct Bidder collega direttamente l’inventory degli editori alla richiesta di Criteo in un ecosistema che funziona come un ciclo virtuoso di opportunità per tutte le parti. Gli editori non solo ottengono maggiori ricavi, ma beneficiano anche di una maggiore trasparenza, della risoluzione di problemi di latenza, dell’eliminazione dei compensi di terzi e di una integrazione flessibile. Il ciclo virtuoso si estende ai clienti di adv di Criteo come accesso esteso all’efficienza delle inventory e degli acquisti media consentendo loro di realizzare performance e ROI più elevate dalle campagne”.

«Criteo è stato pioniere nell’header bidding e sta rilasciando un prodotto che aumenta ulteriormente il valore sia per gli editori che per gli inserzionisti – ha dichiarato Alberto Torre, Managing Director di Criteo Italia -. Migrando verso questa nuova soluzione, ci aspettiamo che i nostri clienti realizzino campagne più performanti grazie alle efficienze della soluzione di media buying e siamo lieti che i publisher ottengano in media un fatturato superiore del 20-40% per gli annunci pubblicitari di Criteo, un grande valore anche per gli inserzionisti. Criteo Direct Bidder è una soluzione vincente per i nostri publisher, i nostri clienti e per noi».

Ecco alcuni dei vantaggi che la soluzione offre agli editori:

  • Aumento delle entrate per Display e Native. Consente agli editori di eliminare i compensi di terze parti e di mantenere il pieno valore degli annunci display standard e native che Criteo acquista direttamente.
  • Velocità e scalabilità. Si collega alla piattaforma programmatica di Criteo, fornendo risposte veloci a più di 150 miliardi di richieste giornaliere.
  • Monetizzazione degli utenti con Ad Blocking. Monetizza in maniera efficiente le impression ad-blocked degli editori.
  • Configurazione flessibile per il massimo rendimento. Semplifica la configurazione del server di annunci degli editori per aumentare i benefici del network di oltre 15.000 inserzionisti di Criteo a livello globale.
  • Corrispondenza utente in real time. Collega direttamente i cookie degli utenti, inclusi quelli dei browser Safari, garantendo una spesa media superiore del 20% da Criteo.
  • Integrazione continua e flessibile. Offre l’opzione di accedere alla domanda unica di Criteo attraverso un metodo di integrazione standalone, un Index esistente o un wrapper di header bidding Prebid.