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GDPR, solo il 5% degli utenti in Europa rifiuta il consenso alla raccolta dei dati. Lo studio Teads

Solo il 5% degli utenti di Internet di tutta Europa rifiuta l’utilizzo dei cookie per ricevere pubblicità personalizzate. E’ quanto rivela un nuovo report settimanale di Teads, creato per raccontare lo stato di allineamento dei publisher europei alle nuove direttive del General Data Protection Regulation (GDPR). Un barometro che fa riferimento agli editori che lavorano sulla piattaforma e che riflette i due terzi dei 300 editori mondiali della classifica di comScore.

Secondo il report, il 50% degli utenti di Internet di tutta Europa ha accettato o rifiutato il consenso all’utilizzo dei cookie con l’obiettivo di generare advertising targettizzato, e ben il 95% di questi utenti ha espresso il proprio consenso alla raccolta dei dati, contro un significativamente basso 5% che, invece, lo ha rifiutato.

Un dato, quest’ultimo, di particolare interesse se si considerano i tanti timori suscitati nella industry sul tema privacy dall’entrata in vigore del GDPR. La percentuale di rifiuto del consenso varia, ovviamente, da Paese a Paese, con un tasso di poco più alto in Inghilterra (7%) ed è, invece, più bassa in Francia (4%), Paesi Bassi (3%), Spagna e Italia (2%). I dati riguardanti la situazione in Germania non sono disponibili poiché la maggior parte dei publisher tedeschi non risponde alla normativa sul consenso dell’utente ma fa ricorso al cosiddetto “legittimo interesse” per erogare pubblicità personalizzate.

L’adozione delle CMP

Secondo i dati del report, inoltre, attualmente il 63% del traffico degli editori europei passa attraverso una piattaforma di gestione del consenso (CMP) che permette agli utenti di esprimere la propria preferenza e agli editori di adeguarsi alla normativa in vigore. La Spagna guida il processo di adozione della CMP con un tasso di implementazione dell’82,83%, i Paesi Bassi si posizionano subito dopo con un 82,82%, mentre Francia e UK registrano rispettivamente il 71,08% e il 67,93% di presenza.

“I dati – spiega Teads in una nota – rappresentano la percentuale di adozione delle CMP all’interno della piattaforma Teads che vanta una reach superiore all’85% raggiungendo oltre 1,2 miliardi di utenti unici  nei principali mercati Europei. Proprio per questo motivo, i dati riflettono in maniera altamente significativa lo stato attuale dell’ecosistema media in Europa”. La società, intanto, è al lavoro per guidare i publisher europei che ancora non hanno provveduto all’implementazione della Consent Management Platform nel processo di allineamento alla nuova legge.

«L’adozione diffusa del Consent Management Framework di IAB da parte dell’industry ha permesso di soddisfare tutti i requisiti richiesti dal GDPR in tempi record. Il nostro lavoro è da tempo focalizzato ad indirizzare gli editori verso l’implementazione delle piattaforme di gestione del consenso per procedere ancora più velocemente verso questa direzione», commenta Pierre Chappaz, Founder & Executive Chairman di Teads.

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ID5 amplia il team e nomina Adam Rowley nuovo Sales & Business Development Director

ID5, piattaforma specializzata nella sincronizzazione dei cookie, espande il suo team e assume Adam Rowley come Sales & Business Development Director. L’ex Oracle aiuterà le piattaforme di advertising technology – Data Management Platform (DMP), Demand-Side Platform (DSP) e Supply-Side Platform (SSP) – a beneficiare dell’infrastruttura di “shared ID” di ID5 al fine di ottimizzare i match rate e incrementare le entrate pubblicitarie.

Rowley porta con se 14 anni di esperienza nel settore. Negli ultimi tre è stato Head of Platform Partnerships per Oracle Data Cloud EMEA, in seguito all’acquisizione di Datalogix, dove ha lavorato per 4 anni. Precedentemente è stato in forze in Mobsta, dove ha lavorato con varie media agency e publisher, e in agenzie come Mediacom, Manning Gottlieb e Diffiniti.

Oltre a Rowley, ID5 ha recentemente assunto anche Valbona Gjini come Marketing Director. Valbona ha 8 anni di esperienza nel settore avendo lavorato precedentemente per società come Rocket Fuel, Bazaarvoice e Linkdex. Il suo obiettivo sarà quello di aumentare la visibilità del brand e la crescita del business in Europa.

Valbona-Gjini-ID5
Valbona Gjini

Gjini and Rowley entrano a far parte di un team di “veterani” dell’ad tech tra i quali Morwenna Beales, ex Rubicon Project, e Scott Menzer, ex AppNexus. Alla guida del team troviamo Mathieu Roche, ex Weborama e Pierre-Antoine Durgeat di Adventori.

Le recenti assunzioni sono la conseguenza di una rapida crescita dell’azienda, che dopo solo un anno di attività, collabora già con 30 piattaforme ad tech che usufruiscono della sua infrastruttura di shared ID. ID5 è in grado di identificare 2 miliardi di user al mese e di riconoscere i loro ID su diverse piattaforme in maniera trasparente e conforme alla normativa GDPR.

«I publisher faticano a competere con i “walled garden” come Google, Facebook e Amazon, i quali hanno costruito capacità di identificazione esclusive nel corso del tempo, che utilizzano per supportare le loro entrate pubblicitarie – spiega Mathieu Roche, co-fondatore e CEO di ID5 -. L’obiettivo di ID5 è quello di costruire un’infrastruttura di shared ID per migliorare l’efficienza e l’indirizzabilità all’interno della industry. Adam e Valbona collaboreranno con publisher e piattaforme ad tech affinché riescano ad utilizzare al meglio i propri dati. La loro esperienza verrà utilizzata per migliorare l’infrastruttura di ID5 e per supportare lo sviluppo di una ecosistema programmatico aperto».

ID5 -logo

«Nel corso degli anni – aggiunge Adam Rowley, Sales and Business Development Director di ID5 – ho visto publisher, piattaforme e media agency investire in tecnologie di targeting per riuscire a raggiungere i consumatori al momento giusto con il messaggio più opportuno. In realtà molti di loro non sono in grado di identificare i propri clienti quando visitano il loro sito internet o di capire se si tratta di un cliente che ha già visitato il sito in passato. Di conseguenza perdono entrate pubblicitarie a favore dei “walled garden”. Il mio obiettivo è quello di collaborare con publisher e piattaforme ad tech europee per aiutarle a rendere l’identificazione degli utenti più efficace per fare in modo che riescano a guadagnarsi una fetta maggiore di entrate pubblicitarie, affinché possano focalizzarsi sulle loro attività principali: pubblicare contenuti di qualità e fornire dati unici e algoritmi di real time bidding superiori».

Marketing people-based: l’Advertising ID Consortium integra l’ID DigiTrust

Il tentativo dell’industria del programmatic advertising di fornire al mercato pubblicitario una soluzione “aperta” e condivisa per il marketing “people-based” (cioè in grado di “unificare” il targeting delle campagne verso un singolo individuo sui vari dispositivi che utilizza per connettersi a internet) compie un passo in avanti con l’annuncio dell’integrazione tra i due principali esperimenti in questo campo: l’Advertising ID Consortium e l’ID DigiTrust.

Nato circa un anno fa su iniziativa di AppNexus, LiveRamp e Index Exchange, l’Advertising ID Consortium da subito si è rivelato come una delle iniziative più credibili per contrastare il dominio di Google e Facebook nel marketing people-based, reso possibile dalle loro soluzioni di tracciamento basate su login (login che l’utente fa su diversi dispositivi, consentendo di fatto di associarli tutti a un’unica persona). La soluzione sviluppata dal consorzio prevede l’associazione di una versione criptata di un identificativo omnicanale people-based a un cookie pool aperto, residente su un dominio condiviso.

L’iniziativa ha presto infatti raccolto l’adesione di The Trade Desk, entrata anche nel board of directors del Consorzio, e di una ventina di altre piattaforme tra cui Adform, Tradelab, Sizmek e molte altre.

Ora, l’integrazione con DigiTrust – organismo no-profit che fa capo allo IAB Tech Lab – porta il passaggio dell’iniziativa a un livello più “istituzionale” e dovrebbe sgombrare il campo da ipotesi di conflitto di interesse.

La possibilità di usare per il tracciamento una soluzione sviluppata da un associazione “neutrale” come l’ID Digitrust, anziché necessariamente l’Open AD di AppNexus o l’Unified Open ID di The Trade Desk, dovrebbe facilitare l’adesione al consorzio a quelle piattaforme di programmatic restie a adottare una soluzione di tracciamento sviluppata da un competitor.

Tracking su Safari, stretta anche sul fingerprinting

Dunque, la possibilità per Facebook & Co di tracciare gli utenti sul web attraverso i pulsanti social ha i giorni contati. Almeno su Safari.

Nel corso della sua Conferenza mondiale per gli Sviluppatori, Apple ha infatti annunciato che su Safari (il browser dell’azienda della mela morsicata) i widget di terza parte che la maggior parte dei siti web incorporano nei propri siti non saranno più in grado di inserire cookie sul browser degli utenti (ne parliamo qui).

“Conosciamo tutti i like button e i campi per i commenti. Beh, si scopre che questi possono essere utilizzati per tracciarci, che ci si clicchi sopra o meno. Quest’anno, elimineremo questa possibilità”, sono le parole di Craig Federighi, SVP software engineering di Apple, riportate da Adexchanger.com.

Ma non c’è solo Facebook (e forse anche Google) nel mirino di Cupertino. Oltre alla possibilità di usare i Cookie, Apple ha annunciato anche una stretta sul fingerprinting, una metodologia di tracciamento alternativa usata da brand e agenzie. A grandi linee, si basa sulla capacità dei tracker di identificare specifici dispositivi attraverso delle loro caratteristiche univoche come ad esempio, le font installate, le caratteristiche dello schermo, particolari plugin.

Per limitare questa possibilità, nel suo nuovo sistema operativo Apple renderà molto più difficile per i “tracker” creare una singola “impronta digitale” del dispositivo, “confondendoli” grazie a pagine web con configurazione semplificata e caratteri incorporati. Poiché i plugin del dispositivo non saranno più supportati, non potranno nemmeno essere utilizzati per contribuire al fingerprinting.

“come risultato, il vostro Mac sarà più simile a tutti gli altri Mac e sarà drasticamente più difficile per le aziende di dati di identificare univocamente il dispositivo e rintracciare voi,” ha detto Federighi al nutrito pubblico di sviluppatori presenti all’evento.

Apple chiederà agli utenti su Safari se vogliono essere tracciati da Facebook e Google

A circa un anno dall’annuncio che l’ultima versione di Safari avrebbe limitato l’utilizzo dei cookie per il tracking degli utenti (soprattutto per il retargeting), Apple torna sul tema “tracciamento” con una nuova dichiarazione, fatta in occasione della conferenza per gli sviluppatori WWDC e rivolta nello specifico a Facebook.

Nella cornice del principale evento annuale di Apple, in cui sono state presentate numerose novità dell’azienda in ambito software e ufficializzati alcuni numeri di business, la società ha fatto sapere che chiederà agli utenti su Safari il loro consenso al tracciamento effettuato da Facebook al di fuori del social network. Per intenderci, quello condotto attraverso i “like button”, ossia i tasti di like, interazione e condivisione ospitati su una moltitudine di siti “esterni” alla piattaforma di Zuckerberg.

La richiesta avverrà sotto forma di finestra pop-up. Craig Federighi, SVP software engineering di Apple, ha mostrato durante la conferenza come funzionerà: in pratica, atterrando su un sito, l’utente riceverà una notifica di questo tipo: “Consenti a facebook.com di usare cookie e dati del sito mentre navighi su nomesito.com? Questo permetterà a Facebook di tracciare la tua attività”, chiamando l’utente a cliccare “non consento” o “consento”.

L’aggiornamento sarà rilasciato in iOS 12 e su Mojave, il nuovo sistema operativo per Mac che arriverà più avanti quest’anno (non è stata ancora ufficializzata la data precisa). Inoltre, secondo quanto riporta AdAge potrebbe le novità potrebbero coinvolgere anche il tracciamento effettuato da un’altra big di internet: Google. “Siti soggetti al tracciamento da parte di Google mostreranno simili messaggi pop-up”, scrive la testata americana. Non solo: sempre al WWDC, Apple ha annunciato anche un’altra stretta in materia di tracking, che riguarda la tecnica del fingerprinting (ne parliamo qui).

Tale atteggiamento di Apple nei confronti dello sfruttamento dei dati personali non stupisce troppo, del resto. Cupertino è sempre stata piuttosto attenta al tema della privacy dei suoi utenti, limitando al minimo l’utilizzo di informazioni personali. Una scelta che ha comportato, tra l’altro, un approccio alla pubblicità molto meno data-driven rispetto a quello di altri colossi di internet, come appunto Facebook e Google.

Dichiarazioni come quella fatta al WWDC, tuttavia, rappresenta ancora una volta un attacco nei confronti di società, come Facebook, che sono ormai da tempo nel mirino di media e opinione pubblica per il modo in cui gestiscono la privacy dei loro utenti. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, e alcune denunce su come il social (insieme a Google) ha gestito la questione del consenso per rendersi conforme al GDPR, proprio in questi giorni Facebook si è ritrovata nuovamente al centro delle polemiche per un’inchiesta del New York Times. Il quotidiano ha svelato che il social avrebbe permesso a svariate società produttrici di telefoni (inclusa, tra l’altro, la stessa Apple) di accedere ad informazioni sui suoi utenti, senza averne chiesto il consenso. Un’accusa a cui Facebook avrebbe risposto dichiarando di non essere a conoscenza di abusi.

Il 64% dei cookie di tracciamento è bloccato o cancellato dai browser

Sono tempi difficili per il cookie di tracciamento. Lo strumento che ha costituito il caposaldo della pubblicità digitale sin dal suo principio, metodo su cui molti marketer fanno affidamento per tracciare e targettizzare gli utenti online, sta attraversando una fase di declino a causa del sempre maggiore tempo speso dai consumatori sui dispositivi mobili.

I cookie sono stati originariamente sviluppati per tracciare gli utenti su browser web, per questa ragione è più difficile utilizzarli per raccogliere informazioni su quanti navigano su internet aprendo e chiudendo applicazioni – che operano indipendentemente l’una dall’altra – su cellulari o tavolette.

Conferma questa tendenza Flashtalking, che nel quarto trimestre 2017 ha analizzato venti inserzionisti nel mondo scoprendo che il 64% dei loro cookie di tracciamento è stato bloccato o cancellato dai browser web. Secondo la ricerca della società di ad serving, i tassi di rifiuto sui dispositivi mobili sono stati particolarmente alti, pari al 75% dei cookie, in confronto al 41% del desktop.

Nel complesso, si potrebbero individuare tre fattori principali che stanno determinando il declino dei cookie: l’utilizzo sempre più massiccio delle app e l’incremento costante dei dispositivi mobili, le nuove impostazioni dei principali browser internet che permettono di bloccare a vari livelli il tracciamento degli utenti e, in ultimo, l’implementazione di nuove norme in ambito di privacy da parte di organi regolatori nazionali e sovranazionali.

Dati sensibili e non sensibili secondo il GDPR: una distinzione che fa la differenza

In Criteo, da sempre consideriamo coerenza, certezza e conformità riguardo la privacy e la protezione dei dati come vantaggi, sia per le aziende sia per i consumatori. Siamo entusiasti del Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation, GDPR) che entra in vigore il 25 maggio 2018, in quanto la conformità ai dati sarà finalmente razionalizzata in tutta la UE. Criteo è pronta ad accogliere la sfida e i temi del GDPR e prevede, se mai ci sarà, un impatto ridotto della nuova normativa sulla capacità dei nostri clienti e partner di lavorare con noi.

Il GDPR punta a modernizzare il sistema giuridico dell’UE riguardo alla protezione dei dati, a rafforzare i diritti dell’individuo e a migliorare la chiarezza e la coerenza delle regole dell’UE.

Sappiamo che i nostri clienti, partner e investitori hanno molte domande sulle implicazioni del GDPR, specialmente quando si tratta dei diversi tipi di raccolta dati.

Il GDPR stabilisce una chiara distinzione tra i dati personali sensibili e quelli non sensibili. Dal momento che Criteo raccoglie solo dati personali non sensibili sotto forma di cookie, questa distinzione ci è molto familiare.

Ecco come tutti questi dati vengono categorizzati dal GDPR e tutto ciò che le aziende devono sapere quando si tratta di gestione dei dati.

Per prima cosa, che cosa sono i “Dati personali” così come definiti dal GDPR?

Innanzi tutto vediamo come le nuove leggi considerano i “Dati personali”. I dati personali sono qualsiasi cosa che contenga:

  • Informazioni che identifichino direttamente un individuo, quali il nome e il cognome, i numeri di telefono, ecc.
  • Dati pseudonimi o informazioni non direttamente identificanti, che non consentono di identificare gli utenti in modo diretto ma permettono di riconoscere comportamenti individuali (ad esempio per mostrare l’annuncio giusto all’utente giusto al momento giusto).

Il GDPR stabilisce una chiara distinzione tra informazioni direttamente identificanti e dati pseudonimi. Il GDPR incoraggia l’uso di informazioni pseudonime e prevede espressamente che “l’applicazione di pseudonimizzazione ai dati personali può ridurre i rischi per i soggetti interessati e può aiutare i  controllori e i responsabili del trattamento a rispettare gli obblighi di tutela dei dati” (General Data Protection Regulation – Whereas (28)). Criteo raccoglie solo gli identificatori tecnici pseudonimi collegati a eventi di navigazione.

Che cosa sono i “Dati sensibili” così come definiti dal GDPR?

I dati sensibili sono tutti quei dati che rivelano:

  • Origine razziale o etnica;
  • Opinioni politiche;
  • Credi religiosi o filosofici;
  • Associazione a sindacati;
  • Dati genetici;
  • Dati biometrici con lo scopo di identificare in modo esclusivo una persona fisica;
  • Dati che riguardano la salute o la vita sessuale e/o l’orientamento sessuale di una persona fisica.

I dati che i clienti e gli editori partner di Criteo raccolgono e trattano non possono essere qualificati come sensibili secondo la definizione del GDPR. Da parte sua, Criteo raccoglie unicamente identificatori tecnici pseudonimi collegati a eventi di navigazione.

Che tipo di dati personali, non sensibili raccoglie Criteo?

Lavorando con Criteo, i nostri clienti e partner necessitano di accedere unicamente a dati pseudonimi che non consentono la diretta identificazione degli utenti. Questi dati pseudonimi includono:

  • ID di cookie;
  • Indirizzi e-mail criptati;
  • ID di pubblicità mobile;
  • Qualsiasi altro identificatore tecnico che consenta a Criteo di individuare il comportamento personale senza identificare direttamente l’individuo.

Legittimo interesse e consenso non ambiguo

Riteniamo che, delle sei basi legali per la raccolta e l’elaborazione dei dati in Europa, quelle applicabili alle aziende di marketing, marketing digitale o a coloro che raccolgono dati a scopo di marketing siano due:  (1) Il consenso non ambiguo dell’individuo e (2) l’interesse legittimo del controllore dei dati.

Prima di tutto, l’interesse legittimo del controllore dei dati –  i nostri clienti ed editori – può includere scopi di marketing diretto. E in secondo luogo, il consenso non ambiguo dell’individuo, che comprende chi continua a navigare in un sito web, può essere una base legale per la raccolta e l’elaborazione di dati personali non sensibili.

Le nostre consolidate pratiche di privacy-by-design offrono un valido fondamento per affrontare immediatamente tutti i requisiti del GDPR. Mentre ai nostri clienti e partner spetta fornire informazioni complete ai loro utenti, i nostri servizi prevedono condivisione di responsabilità in tutto il nostro network. La competenza di lunga data di Criteo nella tutela dei dati e della privacy degli utenti prova che, con informazioni e strumenti di controllo appropriati, è possibile preparare efficacemente clienti e partner ad affrontare la sfida del GDPR.

Marketing people-based fuori dai walled garden? Ci prova un consorzio ad tech

Erano i primi giorni di maggio quando nasceva l’Advertising ID Consortium, una iniziativa voluta da AppNexus, LiveRamp e Index Exchange per contrastare i walled gardens attraverso la creazione di un’alternativa aperta e scalabile al loro sistema di tracciamento degli utenti, il cosiddetto marketing people-based.

Il marketing basato sulle persone è uno dei punti forti dell’offerta pubblicitaria di colossi come Google e Facebook, in quanto consente di tracciare un singolo utente e seguirlo nei suoi spostamenti da un canale all’altro, o da un device all’altro, purché rimanga loggato. Un vantaggio non da poco, in un contesto in cui il customer journey è sempre più multicanale e il sistema dei cookie correntemente diffuso non è più efficace come una volta.

Quello che AppNexus, LiveRamp e Index Exchange hanno voluto creare, attraverso il Consorzio, è un framework standardizzato di identità, che accoppia una versione criptata di un identificativo omnicanale people-based a un comune cookie aperto, residente su un dominio condiviso. Ogni membro del Consorzio potrà avere accesso a questo framework, nel pieno rispetto della privacy e della sicurezza dell’utente.

In questi giorni, l’Advertising ID Consortium ha ufficializzato l’ampliamento dei partecipanti al progetto, con l’aggiunta di svariate piattaforme sia lato domanda che lato offerta, e la messa a punto del framework e delle specifiche di prodotto.

De progetto sono entrati a far parte Adform, Aerserv, Amobee, DataXu, DistrictM, IgnitionOne, LiveIntent, Numberly, PulsePoint, Roq.Ad, Sizmek, Thunder, TradeLab, Unruly Group e Videology. A questi si aggiunge anche The Trade Desk, che entrerà a far parte del Board of Directors del gruppo e che, inoltre, supporterà il framework rendendo la propria soluzione ID compatibile con l’Open Ad ID del Consorzio.

Naturalmente, l’aggiunta di tutte queste società da all’iniziativa stessa del consorzio una maggiore massa critica, utile per una ulteriore espansione lato aziende, editori e agenzie. Le società facenti parte del progetto supporteranno il framework condiviso, consentendo così ai loro clienti lato domanda di targettizzare gli utenti con messaggi customizzati, ed a quelli lato offerta di monetizzare meglio i propri spazi, in ultima istanza migliorando la rilevanza della pubblicità per i consumatori.

Ecco come il Consorzio descrive la soluzione messa a disposizione a tutti i partecipanti al progetto: “Il framework di identità fornito è duplice, composto da un identificatore di device e da uno people-based, che insieme contribuiscono a servire all’utente un’esperienza rilevante e continua. Al lancio, la soluzione include un Open Ad ID, lo standard cookie per l’identificazione di un singolo dispositivo, e un Open IdentityLink, un comune identificatore people-based che risolve la questione identità su vari canali, dispositivi e piattaforme. Il framework sarà offerto ai membri gratuitamente”. Il cookie aperto sarà ospitato sul dominio adnxs.com.

Per la industry, avere una soluzione del genere rappresenterebbe la possibilità di offrire a tutte quelle aziende che intendono targettizzare specifiche audience attraverso il programmatic buying un’alternativa ai walled garden di Facebook e Google, che attualmente dominano la scena pubblicitaria. Di fatto aprendo la strada a una maggiore competizione nel mercato del media digitale.

Tracciamento degli utenti su Safari, come ridurre l’impatto della nuova policy? Ecco alcuni consigli

Con la nuova versione di Safari, Apple ha introdotto una serie di novità sul tracciamento degli utenti, destinate ad avere riscontro sul valore delle impression erogate sul browser. Safari infatti bloccherà l’invio di cookies a società terze individuate come “tracker”, e la cosa avrà innegabilmente effetto su inserzionisti, media company e piattaforme tecnologiche, considerando il ruolo fondamentale che ancora oggi i cookie rivestono nella segmentazione e misurazione delle audience a livello pubblicitario.

Per questo, IAB Tech Lab, insieme ai partecipanti del suo gruppo di lavoro Identify Standards Working Group, ha stilato una serie di suggerimenti per ridurre l’impatto dei cambiamenti della policy Apple sulla filiera pubblicitaria.

Secondo Dennis Buchheim, senior vice president e general manager di IAB Tech Lab, sono diversi gli approcci che le società possono adottare nel breve termine.

Innanzitutto, gli inserzionisti dovrebbero cercare di affrancarsi dai cookie di terze parti. Ad esempio, prendendo in considerazione l’utilizzo di cookie di prima parte, combinati con un ID matching per proteggere e attivare i loro asset di dati. Oppure applicando tecnologie non basate sui cookie per l’identificazione degli utenti e la valutazione delle impression, come approcci probabilistici, basati su network o gestore, o statistici. O ancora, focalizzare i propri sforzi di reach e targeting su quelle società che hanno forti rapporti con i consumatori, sfruttando tali rapporti per customizzare le proprie soluzioni di segmentazione e misurazione all’interno dei confini delle loro property owned-and-operated.

Anche gli editori, secondo Buchheim, dovrebbero puntare il più possibile sui dati proprietari, dando di nuovo priorità ai segnali contestuali per stabilire il valore e il prezzo delle proprie inventory, e sviluppando una data strategy su insight di prima parte per arricchire il valore dei propri spazi sia sul mercato aperto che nei Private Marketplace.

Il senior vice president di IAB Tech Lab ha anche stilato una serie di suggerimenti per le piattaforme di acquisto e vendita e per le DMP, tutti sintetizzabili nella necessità di cercare delle alternative ai cookie di terze parti, puntando in primis sugli insight proprietari, una risorsa ancora non ben sfruttata e che forse, a questo punto, potrebbe diventare una valida opzione da adottare.

La digital industry contro Apple: “Gli aggiornamenti di Safari sui cookie sono controproducenti”

Sei tra le più importanti associazioni del mercato digitale uniscono le forze contro la decisione di Apple di limitare i cookie nella nuova versione del suo browser Safari. IAB, 4A’s, ANA, American Advertising Federation (AAF), Data & Marketing Association (DMA) e Network Advertising Initiative (NAI) hanno scritto una lettera congiunta al colosso di Cupertino, facendo presente che la mossa potrebbe avere un impatto negativo sul mercato pubblicitario e, in ultima istanza, anche sull’esperienza degli utenti.

Ma andiamo con ordine. Nella prossima versione di Safari, disponibile su desktop e mobile da questo autunno, i cookie funzioneranno come sempre, ma il sistema li cancellerà dopo 24 ore, invece che tenerli in memoria per 30 giorni come succedeva prima. L’aggiornamento, chiamato Intelligent Tracking Prevention (ITP), se da un lato fa sì che gli utenti vedano meno annunci di prodotti già acquistati, dall’altro pone dei limiti stringenti alle aziende che tramite quelle informazioni ricostruiscono le performance delle loro campagne.

La lettera, in particolare, critica l’arbitrarietà della decisione presa da Apple, che non darebbe scelta agli utenti di selezionare una determinata opzione o l’altra, ma piuttosto deciderebbe per loro, andando anche a rompere degli standard condivisi dal mercato internet che hanno permesso la sopravvivenza del mercato stesso, e impedendo che agli utenti vengano erogate pubblicità effettivamente utili e rilevanti per essi.

“L’infrastruttura dell’Internet di oggi – recita la lettera – dipende da standard per i cookie coerenti e genericamente applicabili, in modo che le imprese del mondo digitale possano innovare producendo contenuti, servizi e pubblicità personalizzati per gli utenti e ricordare le loro visite. La mossa di Apple su Safari rompe questi standard e li sostituisce con un set amorfo di regole instabili che fanno male all’esperienza dell’utente e sabotano il modello economico su cui si basa Internet“.

L’ITP, tra l’altro, andrebbe a beneficio dei “walled garden” di piattaforme come Google, Facebook e Amazon, che vengono visitate dai loro utenti con cadenza quotidiana e con modalità di identificazione volontaria (tramite il log-in), a differenza di siti e realtà editoriali più piccole.

“Ci auguriamo che Apple ripensi questo suo piano di imporre i propri standard sui cookie, che rischia di distruggere l’ecosistema della pubblicità digitale che dà sostentamento ai contenuti e ai servizi della rete”: così si conclude la lettera. Vedremo se Apple darà ascolto a questa richiesta.