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Firefox adesso blocca di default i cookie di terze parti

Importanti novità sul fronte tracciamento per Firefox. Mozilla ha annunciato che, nella nuova versione appena rilasciata del suo browser, verranno automaticamente bloccati i cookie di terze parti, utilizzati spesso dalle società di ad tech per il tracciamento degli utenti a fini pubblicitari.

Sul nuovo programma, infatti, sarà infatti operativa di default l’opzione “enhanced tracking protection”, prima attivabile manualmente dall’utente. Per il momento, la funzione sarà automatica per chi scarica e installa per la prima volta Firefox, ma nel giro dei prossimi mesi la società conta di estenderla anche agli attuali utenti.

Fino ad ora, il blocco dei cookie di terze parti era automatico su Firefox solo quando gli utenti utilizzavano il programma in modalità di navigazione in incognito.

“Enhanced Tracking Protection sarà praticamente invisibile all’utente, che si accorgerà del suo funzionamento solo quando visiterà un sito e vedrà l’icona di uno scudo nella barra degli indirizzi accanto all’URL, insieme a una piccola icona ‘i’ – spiega la società in un blog post -. In presenza di questa icona, l’utente potrà essere sicuro che Firefox sta bloccando l’accesso di migliaia di società alle sue attività online”.

Il browser di Mozilla non è il primo a bloccare di default i cookies esterni. Già due anni fa Safari ha fatto la stessa cosa, con l’opzione Intelligent Tracking Prevention che a suo tempo ha sollevato svariate critiche da parte degli operatori della pubblicità online. Proprio pochi giorni fa, Apple ha comunicato anche un’altra novità volta a limitare la circolazione dei dati personali dei suoi utenti: una nuova modalità di autenticazione alle app tramite Face ID che limita al minimo la condivisione con l’esterno di informazioni personali.

Anche Google ha detto la sua sull’argomento: in occasione del suo evento I/O la società ha dichiarato che renderà presto più facile per gli utenti bloccare o cancellare i cookie di terze parti su Chrome, senza perdere le informazioni di login. In quel caso, però, a differenza che su Safari e Firefox, il blocco dei cookie non sarà impostato di default, ma dovrà essere attivato manualmente dall’utente.

Poche settimane fa, Mozilla aveva annunciato un’altra novità relativa al tracciamento su Chrome: la possibilità per gli utenti di controllare e bloccare la pratica del “fingerprinting” sui loro dispositivi, una tecnica che alcune società utilizzano per riconoscere e identificare a scopi pubblicitari gli utenti di un sito attraverso le caratteristiche dei loro device, come la versione del browser utilizzata, i font o i plug-in installati.

Google e le novità di Chrome sull’uso dei cookie. Cosa ne pensano gli operatori

Dopo le mosse intraprese da Apple e Mozilla sui rispettivi browser, il mercato attendeva con ansia di sapere se e come anche Google avrebbe imposto dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Gli operatori hanno ricevuto risposta in occasione del recente evento I/O, in cui Big G ha annunciato una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi. In particolare, sul browser diventerà più facile per gli utenti gestire i cookie, ed eventualmente bloccarli o cancellarli. Per le aziende, d’altro canto, diventerà più complicato attuare alcune pratiche come il fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli come lingua, sistema operativo e indirizzo IP per identificare in maniera più approfondita un utente.

Novità che naturalmente, considerando che Chrome è attualmente il browser più utilizzato da chi naviga su internet, potrebbero avere importanti ripercussioni sul mercato pubblicitario, in particolare sul targeting degli utenti. Abbiamo chiesto a tre operatori del mercato cosa ne pensano. Ecco cosa ci hanno risposto, nelle tre interviste di seguito.

Chrome e i cookie, Zaccarini (Publicis Media): «Necessari nuovi strumenti, anche per le misurazioni»

Dopo le mosse intraprese da Apple e Mozilla sui rispettivi browser, il mercato attendeva con ansia di sapere se e come anche Google avrebbe imposto dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Gli operatori hanno ricevuto risposta in occasione del recente evento I/O, in cui Big G ha annunciato una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi. In particolare, sul browser diventerà più facile per gli utenti gestire i cookie, ed eventualmente bloccarli o cancellarli. Per le aziende, d’altro canto, diventerà più complicato attuare alcune pratiche come il fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli come lingua, sistema operativo e indirizzo IP per identificare in maniera più approfondita un utente.

Novità che naturalmente, considerando che Chrome è attualmente il browser più utilizzato da chi naviga su internet, potrebbero avere importanti ripercussioni sul mercato pubblicitario, in particolare sul targeting degli utenti. Abbiamo chiesto ad Alessandro Zaccarini, Data Strategy Director di Publicis Media Italy, cosa ne pensa.

Alessandro, quali pensi che potranno essere le conseguenze di questa mossa di Google sul mercato pubblicitario?

Negli ultimi anni sia il mercato che l’utenza hanno dimostrato di gradire il trade-off tra l’esperienza personalizzata (tra cui la pubblicità) e lo sharing di informazioni con l’editore e l’investitore. Questo significa che, anche per il 60% degli utenti che oggi usa Chrome, il tracciamento non presenta un ostacolo etico. Questo irrigidimento delle condizioni di mercato rappresenta quindi un tema puramente strategico, tecnico e commerciale. Risposte sicure sull’evoluzione del mercato adv non ce ne sono; possiamo però individuare tre possibili conseguenze:

Innanzitutto, al momento c’è una fetta di mercato occupata e sostenuta da fornitori che, particolarmente attivi con servizi di Data, Measurement e Retargeting, per erogare il proprio servizio fanno affidamento su elementi di tecnologia che potrebbero non essere più disponibili in futuro. Questo significa restringere il campo di opzioni che agenzia media e clienti hanno a propria disposizione. Nel peggiore dei casi, si dovrà fare riferimento al solo dato di chi è anche proprietario del media. Se questo dovesse succedere, la personalizzazione dinamica dell’esperienza e la consistenza del customer journey sarebbero messe a rischio. Come settore, sarà importante fare uno sforzo collettivo per mantenere la ricchezza di strumenti che abbiamo costruito negli anni.

Inoltre, per i brand che investono in pubblicità, l’esigenza di individuare e comunicare a un particolare segmento di pubblico, rimane. Se in determinati ambienti si esclude la possibilità di riconoscere un utente, il rischio è che si torni solamente a lavorare nella direzione di un acquisto contestuale, come succedeva prima che lo sviluppo tecnologico e strategico degli ultimi anni permettessero il targeting puntuale. A soffrire particolarmente sarà la parte medio-bassa del funnel, dove il remarketing e un’attenta segmentazione sono essenziali.

Infine, considerando che anche il fingerprinting è influenzato in maniera importante dalle novità di Chrome, trovare un sistema di tracciamento e targetizzazione alternativo, che vada oltre al cookie e lo sostituisca, diventa ancora più fondamentale. Specialmente se vogliamo continuare a lavorare con il riconoscimento cross-device, che di molte strategie è diventato una colonna portante.

Al di là dell’iniziativa di Google, quella di apporre restrizioni all’uso dei cookie è una mossa comune tra i browser. Come si adatterà il mercato a questo orientamento?

Indipendentemente dal browser, cambiamenti simili impatteranno in maniera analoga. È chiaro che più dominante è la posizione di mercato del browser, più l’impatto sarà profondo. C’è la possibilità che, nel caso non si riuscisse ad aprire un varco nel muro del walled garden in tempi ragionevoli, si possa verificare una metamorfosi del modo in cui pensiamo e viviamo il Programmatic e il Digitale come un sistema di diverse soluzioni integrate che parlano e interagiscono l’una con l’altra.

Tutta la strategia pubblicitaria, basata sulla pianificazione puntuale, potrebbe uscirne modificata. Il cookie di prima parte, che in questa ottica diventa ancora più importante e fondamentale nella personalizzazione dell’esperienza dell’utente, potrebbe diventare l’unico fulcro degli investimenti. Nel momento in cui il riconoscimento dell’utente può essere fatto solo da cookie di prima parte, questo andrà ad attrarre in maniera gravitazionale budget in parti precise del funnel: quella alta in caso di dato first-party di un editore, quella bassa e in fase di retargeting nel caso di un marchio. Conseguenza diretta di un cambiamento di strategia ed esecuzione è l’impatto sul buying, che dovrà adattarsi a nuove dinamiche. Non solo, dovremo cercare anche nuove modalità di misurazione, visto che gli strumenti utilizzati oggi si basano su elementi di tecnologia terzi che non saranno più conformi una volta entrate in vigore le nuove restrizioni.

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Limitazioni al tracking su Chrome, Calzolari (Turbo): «Trasparenza e chiarezza verranno premiate»

Dopo le mosse intraprese da Apple e Mozilla sui rispettivi browser, il mercato attendeva con ansia di sapere se e come anche Google avrebbe imposto dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Gli operatori hanno ricevuto risposta in occasione del recente evento I/O, in cui Big G ha annunciato una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi. In particolare, sul browser diventerà più facile per gli utenti gestire i cookie, ed eventualmente bloccarli o cancellarli. Per le aziende, d’altro canto, diventerà più complicato attuare alcune pratiche come il fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli come lingua, sistema operativo e indirizzo IP per identificare in maniera più approfondita un utente.

Novità che naturalmente, considerando che Chrome è attualmente il browser più utilizzato da chi naviga su internet, potrebbero avere importanti ripercussioni sul mercato pubblicitario, in particolare sul targeting degli utenti. Abbiamo chiesto a Claudio Calzolari, CEO di Turbo, cosa ne pensa.

Claudio, a tuo parere quali potranno essere le conseguenze di questa mossa di Google sul mercato adv?

«Il mercato data-driven sta procedendo da tempo verso una direzione che vada sempre più verso il rispetto della privacy. Ha aumentato la consapevolezza e l’attenzione degli utenti verso le informazioni condivise con le aziende che effettuano attività di tracciamento e profilazione. Già con l’entrata in vigore del GDPR e l’adozione delle Consent Management Platform, è stato fatto un primo grosso passo in avanti. L’integrazione direttamente nel browser di questo tipo di opzione, migliora la capacità degli utenti di effettuare le proprie scelte, semplificandone le modalità. Google, con questa decisione, segue il processo di maturazione della gestione dei cookie già attivato da altre realtà. Vedremo come gli utenti si muoveranno; io credo che la trasparenza e la chiarezza verranno premiate. Un messaggio adv mirato è comunque preferibile ed interessante da ricevere, rispetto ad uno più generico e non in linea con i propri interessi».

Al di là dell’iniziativa di Google, quella di apporre restrizioni all’uso dei cookie è una mossa comune tra i browser. Come si adatterà il mercato a questo orientamento?

«L’adozione di nuove tipologie di dati, con una più forte integrazione tra agenzie e cliente, porterà sicuramente il mercato ad utilizzare dati ed identificativi di prima parte che consentano di avere non solo più informazioni efficaci, ma anche di maggiore tutela nel rapporto tra le Brand e l’utente finale. Il dato di proprietà delle aziende assumerà sempre più valore».

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Targeting su Chrome, Varriale (Havas Media Group): «Ci sarà un periodo di assestamento»

Dopo le mosse intraprese da Apple e Mozilla sui rispettivi browser, il mercato attendeva con ansia di sapere se e come anche Google avrebbe imposto dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Gli operatori hanno ricevuto risposta in occasione del recente evento I/O, in cui Big G ha annunciato una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi. In particolare, sul browser diventerà più facile per gli utenti gestire i cookie, ed eventualmente bloccarli o cancellarli. Per le aziende, d’altro canto, diventerà più complicato attuare alcune pratiche come il fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli come lingua, sistema operativo e indirizzo IP per identificare in maniera più approfondita un utente.

Novità che naturalmente, considerando che Chrome è attualmente il browser più utilizzato da chi naviga su internet, potrebbero avere importanti ripercussioni sul mercato pubblicitario, in particolare sul targeting degli utenti. Abbiamo chiesto a Mario Varriale, Head of Product di Havas Media Group, cosa ne pensa.

Mario, quali pensi che potranno essere le conseguenze di questa mossa di Google sul mercato adv?

«Google ha ormai da tempo intrapreso una strategia per la concentrazione degli investimenti sul proprio ecosistema (la cosiddetta “Media consolidation”), partendo come ha sempre fatto, dall’offrire un vantaggio agli utenti finali. Una mossa che ne aumenta la forza e la posizione dominante e che potrebbe avere due conseguenze: la prima a livello regolatorio (antitrust Europeo) e la seconda a livello di mercato (indipendent publisher alliances che possano garantire un ambiente safe e cookie-less gestendo un ID condiviso). Havas Media, in quanto agenzia certificata Google Marketing Platform, è pronta ai diversi scenari sul campo».

Al di là dell’iniziativa di Google, quella di apporre restrizioni all’uso dei cookie è una mossa comune tra i browser. Come si adatterà il mercato a questo orientamento?

«Come è stato per l’introduzione della Coalition for Better Ads ci sarà un momento di assestamento tra gli attori della filiera a cui seguirà un periodo di consolidamento delle attività e un maggiore focus sugli investimenti attraverso l’utilizzo di nuove soluzioni. I nostri investimenti nel mondo data & tech ed in particolare DBi (la unit di Business Data Intelligence de Gruppo Havas) ci consentono di essere allineati ai movimenti di convergenza che stiamo vivendo oggi tra i mondi MarTech e AdTech e ciò ci permette di cogliere le opportunità offerte anche da quello che appare oggi come una restrizione delle possibilità di planning».

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Limitazioni sui cookie, Hagedorn (OMG): «Le DMP cominceranno a diventare inutili»

Dalle visioni sul mercato programmatico di Omnicom Media Group e Deliveroo all’avanzata dei private marketplace, che l’anno prossimo raggiungeranno un importante traguardo: la nostra rassegna di oggi.

Limitazioni sui cookie, Hagedorn (OMG): «Le DMP cominceranno a diventare inutili»

Le nuove limitazioni sui cookie imposte dai principali browser potrebbero avere conseguenze importanti per i marketer, segnando l’improvvisa fine di uno strumento – il cookie di terza parte – ancora ampiamente utilizzato a fini di targeting. Secondo il CEO di Omnicom Media Group Scott Hagedorn, «le DMP cominceranno a diventare inutili», in quanto i cambiamenti annunciati da Apple e Google potrebbero arrivare a «spazzare via qualcosa come l’80% di tutti i cookie». Conseguenze pericolose soprattutto nell’era dell’in-housing: «I clienti sono stati convinti di poter fare le loro transazioni utilizzando DMP di terze parti […], ed ora improvvisamente questi investimenti diventano una completa perdita». La soluzione? Affidarsi ai dati proprietari e a strutture competenti. Leggi di più su Digiday.

Il top manager Deliveroo: «Il Programmatic è il canale a performance più sfidante per i brand»

Il Programmatic è il canale media a performance «più sfidante» per i brand. E’ quanto ha dichiarato, in occasione di un evento in UK, il Global Director of Performance Marketing di Deliveroo Adam Wilson. Secondo il manager, la difficoltà di misurare il programmatic continua ad essere un ostacolo per le aziende, e il tutto è peggiorato dai walled garden che Google e Facebook hanno costruito intorno ai dati sulle impression. «Vorremmo avere quei dati per prendere le nostre decisioni [media] – ha spiegato Wilson, aggiungendo che «il fatto che essi siano intrappolati in Google e Facebook rende il tutto molto complicato. E la stessa cosa vale sia per l’ambiente desktop che per quello mobile». Leggi di più su Campaign.

Programmatic: in USA nel 2020 la spesa su private marketplace supererà quella su open exchange

Nel 2020, per la prima volta, in USA la spesa pubblicitaria sui private marketplace supererà quella sulle piattaforme aperte. Secondo stime di eMarketer, gli investimenti su PMP hanno visto negli ultimi anni una rapida crescita, grazie a problematiche quali la qualità degli spazi e la brand safety, normalmente associati agli acquisti sul mercato aperto. Il prossimo anno gli americani arriveranno a spendere 13,09 miliardi di dollari sugli open exchange (quest’anno erano 12,22) e 13,74 sui private marketplace (nel 2019 11,56). Leggi di più su eMarketer.

Google: tra cookie e fingerprinting, Chrome sarà più attento alla privacy. Le novità annunciate all’I/O

Quello che qualche mese fa era stato riportato come indiscrezione, diventerà presto realtà: Google porrà dei limiti al tracciamento pubblicitario su Chrome.

Nel corso della prima giornata del suo evento annuale I/O martedì 7 maggio (qui alcune novità pubblicitarie annunciate nella seconda giornata, dedicate agli sviluppatori di app), Big G ha fatto il punto su una serie di novità relative al suo browser, volte a rafforzare la privacy e la trasparenza nei confronti degli utenti, e che diventeranno operative nei prossimi mesi.

In particolare, Chrome renderà più facile per gli utenti bloccare o cancellare i cookie di terze parti, senza perdere le informazioni di login. Questa possibilità era già contemplata in passato sul programma di navigazione, ma non funzionava perfettamente, e spesso gli utenti che cancellavano i cookie si trovavano a perdere anche alcune informazioni di login. La funzione verrà nei prossimi mesi migliorata in quanto Chrome chiederà a tutti i proprietari di siti di classificare i loro cookie come di prima o di terza parte, rendendo così più semplice per gli utenti selezionarli ed eventualmente bloccarli o cancellarli.

Una volta che queste nuove policy saranno implementate, ha spiegato Ben Galbraith, senior director di Chrome, tutti i cookie di un sito saranno classificati di default come di prima parte, il che vorrà dire che saranno leggibili solo dal proprietario del sito (e tra questi ci saranno anche le informazioni di login). Per attivare il tracciamento cross-site e trasferire i dati ad altri partner, i siti dovranno riclassificare alcuni di questi cookie come di terza parte, e segnalare in questo modo a Chrome che vengono utilizzati per il tracciamento.

L’altra novità sul tema privacy coinvolge il cosiddetto fingerprinting dei browser, ossia la raccolta di dettagli normalmente utilizzati per ottimizzare la visualizzazione delle pagine nel browser – come lingua, sistema operativo e indirizzo IP – per identificare invece in maniera più approfondita un utente. Questo processo verrà presto reso più difficile da attuare: le aziende dovranno infatti dimostrare di avere dei motivi legittimi per raccogliere questo tipo di informazioni. La funzione sarà impostata di default, a differenza dei nuovi controlli sui cookie, che saranno invece attivabili dall’utente a sua discrezione.

Con queste novità, anche Google adatta le politiche del proprio browser a una maggiore attenzione alla data privacy: un tema, questo, che solo la scorsa settimana era stato anche una delle parole chiave dell’F8 di Facebook e su cui già da tempo gli altri due principali browser, Safari e Firefox, si erano mossi con una serie di limitazioni al tracciamento pubblicitario volte ad aumentare la protezione dei dati personali degli utenti.

Non solo privacy, ma anche trasparenza. Google infatti ha anche annunciato il lancio nei prossimi mesi di un’estensione di Chrome, che consentirà agli utenti di avere informazioni su come la pubblicità viene personalizzata per loro: attraverso lo strumento si potrà sapere, ad esempio, quali società sono coinvolte nell’erogazione degli annunci targettizzati (inclusi operatori di ad tech, inserzionisti, player di tracciamento ed editori) e le informazioni che vengono utilizzate per il targeting. L’estensione sarà operativa su tutte le property di Google e sui siti degli editori partner, ma ad essa potranno partecipare anche altre società esterne attraverso una API di prossima realizzazione.

Al di là del tema Chrome, nel corso della prima giornata di I/O Google ha fatto il punto su un’ampia gamma di novità relative alle sue property digitali e fisiche, tra cui il lancio di Pixel 3a, il primo telefono di fascia media di Google; il concetto di “helpful home” e il rebranding Google Nest; e le ultime novità in materia di sicurezza, dalla gestione dei propri dati personali in un clic, alla navigazione in incognito nelle app, dalle novità in Android Q al federated learning e alle soluzioni di privacy differenziale.

Anche l’Italia ha avuto la sua menzione d’onore a Mountain View: in linea la volontà di Google di puntare sempre di più sul suo Assistente Vocale, è stata mostrata la demo dell’esperienza innovativa di integrazione tra il sito web di GialloZafferano e il Google Assistant, come una delle best practice per la strategia voice. In pratica da aprile GialloZafferano, tra i primi al mondo, è diventato “parlante” sugli smartphone Android tramite l’apposito bottone che avvia la preparazione guidata della ricetta permettendo di cucinare “hands-free”.

GDPR, solo il 5% degli utenti in Europa rifiuta il consenso alla raccolta dei dati. Lo studio Teads

Solo il 5% degli utenti di Internet di tutta Europa rifiuta l’utilizzo dei cookie per ricevere pubblicità personalizzate. E’ quanto rivela un nuovo report settimanale di Teads, creato per raccontare lo stato di allineamento dei publisher europei alle nuove direttive del General Data Protection Regulation (GDPR). Un barometro che fa riferimento agli editori che lavorano sulla piattaforma e che riflette i due terzi dei 300 editori mondiali della classifica di comScore.

Secondo il report, il 50% degli utenti di Internet di tutta Europa ha accettato o rifiutato il consenso all’utilizzo dei cookie con l’obiettivo di generare advertising targettizzato, e ben il 95% di questi utenti ha espresso il proprio consenso alla raccolta dei dati, contro un significativamente basso 5% che, invece, lo ha rifiutato.

Un dato, quest’ultimo, di particolare interesse se si considerano i tanti timori suscitati nella industry sul tema privacy dall’entrata in vigore del GDPR. La percentuale di rifiuto del consenso varia, ovviamente, da Paese a Paese, con un tasso di poco più alto in Inghilterra (7%) ed è, invece, più bassa in Francia (4%), Paesi Bassi (3%), Spagna e Italia (2%). I dati riguardanti la situazione in Germania non sono disponibili poiché la maggior parte dei publisher tedeschi non risponde alla normativa sul consenso dell’utente ma fa ricorso al cosiddetto “legittimo interesse” per erogare pubblicità personalizzate.

L’adozione delle CMP

Secondo i dati del report, inoltre, attualmente il 63% del traffico degli editori europei passa attraverso una piattaforma di gestione del consenso (CMP) che permette agli utenti di esprimere la propria preferenza e agli editori di adeguarsi alla normativa in vigore. La Spagna guida il processo di adozione della CMP con un tasso di implementazione dell’82,83%, i Paesi Bassi si posizionano subito dopo con un 82,82%, mentre Francia e UK registrano rispettivamente il 71,08% e il 67,93% di presenza.

“I dati – spiega Teads in una nota – rappresentano la percentuale di adozione delle CMP all’interno della piattaforma Teads che vanta una reach superiore all’85% raggiungendo oltre 1,2 miliardi di utenti unici  nei principali mercati Europei. Proprio per questo motivo, i dati riflettono in maniera altamente significativa lo stato attuale dell’ecosistema media in Europa”. La società, intanto, è al lavoro per guidare i publisher europei che ancora non hanno provveduto all’implementazione della Consent Management Platform nel processo di allineamento alla nuova legge.

«L’adozione diffusa del Consent Management Framework di IAB da parte dell’industry ha permesso di soddisfare tutti i requisiti richiesti dal GDPR in tempi record. Il nostro lavoro è da tempo focalizzato ad indirizzare gli editori verso l’implementazione delle piattaforme di gestione del consenso per procedere ancora più velocemente verso questa direzione», commenta Pierre Chappaz, Founder & Executive Chairman di Teads.

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ID5 amplia il team e nomina Adam Rowley nuovo Sales & Business Development Director

ID5, piattaforma specializzata nella sincronizzazione dei cookie, espande il suo team e assume Adam Rowley come Sales & Business Development Director. L’ex Oracle aiuterà le piattaforme di advertising technology – Data Management Platform (DMP), Demand-Side Platform (DSP) e Supply-Side Platform (SSP) – a beneficiare dell’infrastruttura di “shared ID” di ID5 al fine di ottimizzare i match rate e incrementare le entrate pubblicitarie.

Rowley porta con se 14 anni di esperienza nel settore. Negli ultimi tre è stato Head of Platform Partnerships per Oracle Data Cloud EMEA, in seguito all’acquisizione di Datalogix, dove ha lavorato per 4 anni. Precedentemente è stato in forze in Mobsta, dove ha lavorato con varie media agency e publisher, e in agenzie come Mediacom, Manning Gottlieb e Diffiniti.

Oltre a Rowley, ID5 ha recentemente assunto anche Valbona Gjini come Marketing Director. Valbona ha 8 anni di esperienza nel settore avendo lavorato precedentemente per società come Rocket Fuel, Bazaarvoice e Linkdex. Il suo obiettivo sarà quello di aumentare la visibilità del brand e la crescita del business in Europa.

Valbona-Gjini-ID5
Valbona Gjini

Gjini and Rowley entrano a far parte di un team di “veterani” dell’ad tech tra i quali Morwenna Beales, ex Rubicon Project, e Scott Menzer, ex AppNexus. Alla guida del team troviamo Mathieu Roche, ex Weborama e Pierre-Antoine Durgeat di Adventori.

Le recenti assunzioni sono la conseguenza di una rapida crescita dell’azienda, che dopo solo un anno di attività, collabora già con 30 piattaforme ad tech che usufruiscono della sua infrastruttura di shared ID. ID5 è in grado di identificare 2 miliardi di user al mese e di riconoscere i loro ID su diverse piattaforme in maniera trasparente e conforme alla normativa GDPR.

«I publisher faticano a competere con i “walled garden” come Google, Facebook e Amazon, i quali hanno costruito capacità di identificazione esclusive nel corso del tempo, che utilizzano per supportare le loro entrate pubblicitarie – spiega Mathieu Roche, co-fondatore e CEO di ID5 -. L’obiettivo di ID5 è quello di costruire un’infrastruttura di shared ID per migliorare l’efficienza e l’indirizzabilità all’interno della industry. Adam e Valbona collaboreranno con publisher e piattaforme ad tech affinché riescano ad utilizzare al meglio i propri dati. La loro esperienza verrà utilizzata per migliorare l’infrastruttura di ID5 e per supportare lo sviluppo di una ecosistema programmatico aperto».

ID5 -logo

«Nel corso degli anni – aggiunge Adam Rowley, Sales and Business Development Director di ID5 – ho visto publisher, piattaforme e media agency investire in tecnologie di targeting per riuscire a raggiungere i consumatori al momento giusto con il messaggio più opportuno. In realtà molti di loro non sono in grado di identificare i propri clienti quando visitano il loro sito internet o di capire se si tratta di un cliente che ha già visitato il sito in passato. Di conseguenza perdono entrate pubblicitarie a favore dei “walled garden”. Il mio obiettivo è quello di collaborare con publisher e piattaforme ad tech europee per aiutarle a rendere l’identificazione degli utenti più efficace per fare in modo che riescano a guadagnarsi una fetta maggiore di entrate pubblicitarie, affinché possano focalizzarsi sulle loro attività principali: pubblicare contenuti di qualità e fornire dati unici e algoritmi di real time bidding superiori».

Marketing people-based: l’Advertising ID Consortium integra l’ID DigiTrust

Il tentativo dell’industria del programmatic advertising di fornire al mercato pubblicitario una soluzione “aperta” e condivisa per il marketing “people-based” (cioè in grado di “unificare” il targeting delle campagne verso un singolo individuo sui vari dispositivi che utilizza per connettersi a internet) compie un passo in avanti con l’annuncio dell’integrazione tra i due principali esperimenti in questo campo: l’Advertising ID Consortium e l’ID DigiTrust.

Nato circa un anno fa su iniziativa di AppNexus, LiveRamp e Index Exchange, l’Advertising ID Consortium da subito si è rivelato come una delle iniziative più credibili per contrastare il dominio di Google e Facebook nel marketing people-based, reso possibile dalle loro soluzioni di tracciamento basate su login (login che l’utente fa su diversi dispositivi, consentendo di fatto di associarli tutti a un’unica persona). La soluzione sviluppata dal consorzio prevede l’associazione di una versione criptata di un identificativo omnicanale people-based a un cookie pool aperto, residente su un dominio condiviso.

L’iniziativa ha presto infatti raccolto l’adesione di The Trade Desk, entrata anche nel board of directors del Consorzio, e di una ventina di altre piattaforme tra cui Adform, Tradelab, Sizmek e molte altre.

Ora, l’integrazione con DigiTrust – organismo no-profit che fa capo allo IAB Tech Lab – porta il passaggio dell’iniziativa a un livello più “istituzionale” e dovrebbe sgombrare il campo da ipotesi di conflitto di interesse.

La possibilità di usare per il tracciamento una soluzione sviluppata da un associazione “neutrale” come l’ID Digitrust, anziché necessariamente l’Open AD di AppNexus o l’Unified Open ID di The Trade Desk, dovrebbe facilitare l’adesione al consorzio a quelle piattaforme di programmatic restie a adottare una soluzione di tracciamento sviluppata da un competitor.