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Privacy, le aziende sono pronte per affrontare la nuova norma europea?

Manca meno di quanto si pensi all’entrata in vigore della General Data Protection Regulation (GDPR). Il provvedimento con il quale la Commissione Europea intende rafforzare e uniformare la protezione dei dati personali all’interno dei confini dell’Unione sarà infatti applicato a partire dal 25 maggio 2018, ma l’industria digitale si scopre ancora impreparata all’adeguamento alle nuove norme.

Lo rivela World Federation of Advertisers che, intervistando 18 marketer globali responsabili di un investimento marketing annuale di oltre 20 miliardi di dollari, ha registrato che ben sette aziende su dieci credono che i marketer delle loro aziende non siano pienamente a conoscenza delle implicazioni della GDPR. Inoltre, secondo il sondaggio, i marketer che si trovano al di fuori dell’Unione Europea sono ancora meno informati sulla questione.

È bene ricordare, infatti, che la regolamentazione si applicherà a qualsiasi compagnia che offre beni o servizi a consumatori in Europa o monitora il comportamento di persone situate in Europa, indipendentemente da dove essa sia basata e posizionata.

Esaminando i numeri, il 56% dei rispondenti ha dichiarato che i team europei sono maggiormente informati sulla GDPR, rispetto al 44% della media globale. Il 40% ha riferito che è “estremamente sfidante” o “sfidante” aumentare a livello interno la consapevolezza sulle questioni di privacy dati.

Le due difficoltà maggiori che gli operatori affrontano sono “coordinare i dati immagazzinati nelle differenti divisioni delle aziende” e “rivedere e comprendere i livelli di conformità tra terze parti”, citate, rispettivamente, come estremamente sfidanti o sfidanti dal 66% e dal 73% dei rispondenti.

Le priorità per i marketer includono, invece, la revisione dei meccanismi di consenso per la raccolta e l’elaborazione dei dati (priorità elevata per il 94% dei rispondenti), rivedere e aggiornare le politiche di privacy (63%) e controllare l’inventario dei dati per valutarne la conformità (56%).

Solo il 41% dei rispondenti dichiara di avere una strategia/sistema in atto mentre uno su quattro intervistati si trova ancora nelle fasi iniziali di pianificazione. Infine, due terzi dei marketer interpellati si aspetta di essere pienamente conforme alla GDPR prima che le regole entrino in vigore il prossimo anno. Il dato suggerisce che alcune grandi aziende sono ancora a rischio sanzioni in quanto potrebbero infrangere le nuove norme.

USA e UE: nuovo accordo sulla condivisione dei dati

L’intenzione è quella di proteggere maggiormente la privacy degli utenti (da qui il nome “Privacy Shield”), ma di fatto il nuovo accordo sulla condivisione dei dati tra Stati Uniti ed Europa costituisce un’importante risultato anche per la digital industry, come non mancano di sottolineare esperti in materia.

Ma andiamo con ordine. Martedì 2 febbraio la Commissione Europea e il Dipartimento Americano del Commercio hanno siglato una intesa, dal nome “Privacy Shield“, che si pone come obiettivo quello di proteggere i dati dei cittadini europei senza tuttavia danneggiare il rapporto economico tra le aziende americane e il Vecchio Continente.

Nei fatti, lo “Scudo” è un programma a cui aderiscono le aziende, che dovranno sottostare, pur di avere i dati dei consumatori italiani, a una serie di obblighi di supervisione e verifica delle loro pratiche. L’accordo prevede tra l’altro per la prima volta un impegno in forma scritta da parte del governo americano per non condurre mai alcun tipo di sorveglianza di massa sui cittadini europei.

Il deal sostituisce il precedente Safe Harbor, che ha regolato lo scambio dei dati a fini commerciali per oltre un decennio, e che è stato nei mesi scorsi invalidato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ne ha sancito la violazione della privacy.

Positive le reazioni della industry sul Privacy Shield. «[L’accordo è] un essenziale e tanto atteso passo avanti verso un’economia transatlantica – ha dichiarato Dave Grimaldi, evp of public policy di IAB US, ripreso dal sito adexchanger -. Con circa 100 miliardi di revenue pubblicitarie tra i due continenti, questa decisione ci auguriamo che porti molta più trasparenza, peraltro necessaria, all’industry dell’advertising digitale».

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Carlo Noseda

Un’idea condivisa anche dall’associazione a livello nazionale. Contattato da Programmatic Italia, il presidente di IAB Italia Carlo Noseda ha commentato: «Come associazione, a livello sia italiano che internazionale, stiamo seguendo con molta attenzione il dibattito relativo al Privacy Shield. Riteniamo che sia un tema di importanza strategica per il mercato digitale e in particolare per la nostra industry. L’interazione costante con le istituzioni, a livello locale e internazionale, è fondamentale per una associazione come la nostra, che da sempre si adopera per agire seguendo standard di regolamentazione condivisi e nel pieno rispetto delle normative».

«Sappiamo quanto sia importante – ha aggiunto Noseda – collaborare con altri mercati, considerato il valore degli operatori digital internazionali nel nostro Paese. Abbiamo quindi accolto favorevolmente l’annuncio del nuovo accordo che fornirà un nuovo framework per il trasferimento sicuro dei dati dei cittadini europei».

Il Privacy Shield è un accordo dinamico, e nel tempo sarà sottoposto a una serie di valutazioni della sua efficacia. Le prime verifiche sono attese nel 2017. Intanto gli attivisti della privacy restano critici e, scrive Corriere.it, non escludono il rischio di un nuovo intervento della Corte di Giustizia Ue.