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Google Chrome, rimandato il blocco degli spot in autoplay con audio acceso

Mentre il mercato dei podcast cresce, Google Chrome e Facebook annunciano delle novità. Ne parliamo nella nostra rassegna di oggi.

Google Chrome, rimandato a ottobre il blocco degli spot in autoplay con audio acceso

Google Chrome fa una parziale marcia indietro sul blocco degli spot in autoplay. Qualche tempo fa, Big G aveva annunciato che la nuova versione del suo browser avrebbe previsto il blocco automatico degli annunci video in auto-play e con audio attivato. La mossa, però, aveva creato non pochi problemi agli sviluppatori di app e giochi, un gran numero dei quali aveva riscontrato problemi nel funzionamento dei propri software. Il blocco, pensato per gli spot che partivano automaticamente all’apertura di una pagina web, fermava infatti anche notifiche audio e altro genere di avvisi delle app. Da qui la decisione di Google di prendere tempo, e rimandare l’attivazione del filtro a ottobre con l’uscita del nuovo Chrome 70. Leggi di più su MediaPost.

Facebook espande le sue opzioni di analytics

Facebook ha annunciato un’espansione delle sue opzioni di reportistica. Gli inserzionisti avranno ora accesso a una versione aggiornata della piattaforma Ads Reporting che include una nuova funzione drag-and-drop per la personalizzazione delle misurazioni intorno alle metriche che essi reputano centrali. Sarà possibile valutare quali caratteristiche creative di un annuncio, come testo, slogan, immagine, call to action o altro, hanno performato meglio. Il lancio della piattaforma avverrà nel corso del prossimo mese. Leggi di più su Marketing Land

Podcast, un mercato che cresce

Il mercato dei podcast gode di ottima salute, e sta attirando sempre più a sè l’attenzione delle grandi piattaforme audio. Secondo uno studio di Edison Research, negli USA il 26% delle persone ascolta podcast ogni mese, e IAB US prevede che gli investimenti pubblicitari su questo canale cresceranno dell’85% quest’anno, arrivando a 220 milioni di dollari. Tuttavia, gli sviluppi tecnologici – sia da un punto di vista “editoriale” che pubblicitario – sono ancora lenti: per molti utenti è difficile trovare nuovi contenuti da ascoltare, e da un punto di vista adv mancano ancora strumenti per misurazioni approfondite, oltre alla possibilità di acquistare spazi in programmatic tramite aste. Leggi di più su AdExchanger.

Sizmek illustra i piani di sviluppo in Italia per il 2018

Con il 2017 si è conclusa la fase di integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel, che ha portato alla nascita di un unico team di trenta specialisti altamente qualificati guidato da Enrico Quaroni, Managing Director per l’Italia di Sizmek, e con sede a Milano.

Il 2018 apre le porte a grandi opportunità per l’azienda, riporta la nota, che prevede di crescere in Italia puntando sui tre argomenti chiave che domineranno le conversazioni di quest’anno: l’integrazione delle soluzioni, il GDPR e le novità di Chrome e Safari relativamente al blocco della pubblicità.

La crescente integrazione tra Sizmek e Rocket Fuel

Marketer e agenzie chiedono sempre più di poter accedere a tutti i dati sulle proprie campagne da un’unica piattaforma. La fusione tra Sizmek e Rocket Fuel ha dato vita alla più grande piattaforma buy-side indipendente al mondo, caratterizzata dalla capacità di raccogliere e analizzare tutti i dati relativi all’intero piano media per aiutare marchi e marketer a creare pubblicità altamente personalizzate e raggiungere il giusto utente nel momento migliore.

L’obiettivo è che da un unico pannello di controllo sia possibile ottenere tutte le informazioni necessarie su:

  • Performance delle campagne su tutti i canali, per capire quali attività siano più performanti;
  • Consumatori, per ottenere una profonda conoscenza della propria audience e consegnare il giusto messaggio a ogni utente;
  • Contesto, per raggiungere le persone nel momento in cui visitano siti che trattano temi rilevanti per il brand e sono più ricettive verso il suo messaggio;
  • Creatività, grazie all’ad server è possibile conoscere nel dettaglio quali creatività ottengano migliori risultati, per creare esperienze personalizzate più coinvolgenti;
  • Costi delle campagne, frequenza, conversion, visibilità e frodi per gestire nel modo migliore la pubblicazione di pubblicità attraverso DSP e publisher diversi.

Sizmek è già conforma alla GDPR

Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation), il regolamento della Commissione Europea per la protezione dei dati personali degli utenti. Tutte le aziende che gestiscono i dati di cittadini dell’Unione Europea dovranno rispettare le norme relative alla raccolta e al trattamento delle informazioni personali degli utenti. Il mancato adempimento agli obblighi comporterà multe salate per le aziende.

Sizmek garantisce ai propri clienti di essere già conforme al regolamento e che i dati trattati sulla propria piattaforma verranno gestiti a norma di legge. Agenzie e marketer non dovranno quindi preoccuparsi di dover rilasciare garanzie relativamente al trattamento e alla protezione dei dati gestiti tramite le soluzioni di Sizmek.

In particolare, per quanto riguarda il settore pubblicitario, il GDPR introduce una chiara distinzione tra informazioni a carattere personale, che identificano chiaramente gli utenti, e categorie di dati meno personali comunemente usati come pseudonimi e utilizzati dalle aziende per proteggere la vera identità delle persone, come ID, cookie o indirizzi IP. Le soluzioni di Sizmek non dovranno subire aggiornamenti, in quanto già si limitano a raccogliere informazioni anonimizzate relativamente al customer journey degli utenti.

Aggiornamento ad blocking di Chrome e Safari

L’aggiornamento del browser Chrome previsto per il 15 febbraio introdurrà funzionalità per il blocco delle pubblicità ritenute fastidiose dagli utenti (leggi qui l’intervista a Scott Spencer di Google sull’argomento). Questa misura è stata presa in seguito alla pubblicazione da parte della Coalition of Better Ads dell’Initial Better Ads Standard che identifica le pubblicità invadenti e indesiderate. L’aggiornamento non richiederà alcuna modifica delle impostazioni dell’ad server di Sizmek, poiché l’azienda si è sempre impegnata nell’innovazione creativa per consegnare pubblicità rilevanti e interessanti agli utenti.

Inoltre, gli aggiornamenti iOS 11 e macOS 10.13 hanno introdotto per gli utenti Safari l’Intelligent Tracking Prevention (ITP) per limitare le attività di tracciamento, proteggere la privacy degli utenti e migliorare la loro esperienza sul web. Gli aggiornamenti limitano la possibilità per le aziende di verificare e aggiornare i cookie di prima parte quando non si trovano direttamente sul sito aziendale. In altre parole, impediscono di accedere ai cookie di prima parte in un contesto di terza parte. Tuttavia, entrambi gli aggiornamenti non avranno conseguenze sull’utilizzo dell’ad server e della DSP di Sizmek, dato che entrambe le piattaforme non fanno uso di cookies di prima parte.

«Sizmek aggiorna costantemente le proprie soluzione per rimanere sempre al passo con i tempi. Dalla protezione delle informazioni personali alla creazione di pubblicità piacevoli e non intrusive, ci impegniamo per garantire agli utenti le migliori esperienze possibili, assicurando ai nostri clienti i migliori risultati per le loro campagne, possibili solo inviando il messaggio corretto alla persona giusta nel momento più adatto», ha commentato Quaroni.

Il 15 febbraio al via il filtro anti-adv di Chrome. Il mercato è pronto?

Si avvicina una data che il mercato dell’advertising digitale attende con trepidazione. E’ il 15 febbraio, giorno in cui entrerà in vigore sul browser Chrome un filtro anti-pubblicità che andrà a bloccare le inserzioni considerate troppo invasive.

Ad essere bloccati dal filtro non saranno tutti gli annunci, ma solamente quelli che non rispettano gli standard della Coalition for Better Ads, consorzio di cui Google fa parte insieme ad altre grandi società e che ha fissato delle linee guida su come le aziende possano migliorare gli annunci per renderli non invasivi per gli utenti. Tra i formati segnalati ci sarabbero gli interstitial a pagina intera, i pop-up, gli annunci che riproducono automaticamente video con audio attivo o quelli che coprono parzialmente i contenuti.

Quale sarà la portata dell’entrata in vigore di questo ad blocker è difficile stabilirlo. Adblock Plus – uno tra i più diffusi software in grado di “bloccare” gli annunci pubblicitari su internet -, ha recentemente effettuato un test su 55 differenti tipi di annunci desktop, mettendo a paragone quelli che filtrerebbe Chrome, in quanto non aderenti ai criteri della Coalition for Better Ads, a quelli che filtrerebbe la sua app. I primi sarebbero solamente nove, a fronte di ben 51 bloccati da Adblock Plus.

Ma indipendentemente da quello che prospetta Adblock Plus, la industry rimane in fermento. E già alcuni editori si stanno muovendo per “ripulire” la propria inventory dai formati più invasivi. Come System24, che a partire da febbraio si doterà di una nuova politica commerciale digitale all’insegna della qualità, che tenga conto anche dell’eventuale sovraffollamento pubblicitario delle pagine e di possibili formati disturbanti per i lettori.

Intanto, per cercare di fare un po’ di chiarezza, IAB Italia ha organizzato l’1 febbraio a Milano un incontro gratuito in collaborazione con IAB Europe sui temi della Coalition for Better Ads. L’incontro, che si propone di aggiornare le parti interessate dell’ecosistema digitale sulle novità, gli sviluppi e le implicazioni pratiche che le decisioni prese all’interno della Coalition avranno a livello globale e sul nostro mercato, vedrà tra i suoi partecipanti anche i principali owner di browser.

Netflix accelera sul Programmatic; Oath punta sui dati per competere con Google e Facebook

Chi ha i dati, li usa. Così Netflix anche quest’anno punterà sul programmatic, con investimenti in crescita, e Oath cercherà di ampliare ancor di più il proprio bacino di insight sui consumatori per cercare un posto nell’Olimpo pubblicitario dominato da Facebook e Google. Google che intanto lavora a nuove tecnologie per gli utenti di Chrome.

Un 2018 all’insegna del programmatic per Netflix

I risultati finanziari di Netflix hanno superato le aspettative del mercato, ma il servizio di straming intende crescere ancora. La società conta di aumentare la propria spesa di marketing da circa 1,3 miliardi di dollari a 2 miliardi quest’anno, per promuovere i suoi nuovi contenuti, tra cui 80 film originali. Secondo gli analisti la maggior parte di questi investimenti andranno sul digital, soprattutto sul programmatic, che la società presidia da tempo e che godrà di un ulteriore spinta nell’anno da poco cominciato. Netflix gestisce la maggior parte delle proprie attività media in-house, ma MEC è il suo principale centro media. Leggi di più su Digiday.

I piani di Oath per competere con Facebook&Co.

Fiducia nel brand, nuove partnership e dati sicuri. Su questi tre punti si fonda la strategia di Oath per competere con i grandi Google e Facebook. E’ quanto ha rivelato Tim Mahlman, ‎President Ad Platforms della società controllata da Verizon, in un’intervista a Business Insider. Oath ha dalla sua non solo strumenti tecnologici, ma anche un importante bacino di dati, peraltro in costante crescita: la società sarebbe attualmente in contatto con The Weather Company e Pandora per acquisire i dati sui loro consumatori. Leggi di più su Business Insider.

Realtà Aumentata a breve su Google Chrome?

Google ha annunciato di stare lavorando a un progetto volto a portare la Realtà Aumentata in rete, con l’intenzione di dare accesso a questa tecnologia a chiunque abbia un browser Chrome. Il progetto del colosso di Mountain View passa da un prototipo, chiamato Articles, capace di esplorare come contenuti di AR possono funzionare in rete, su browser mobile e desktop. L’intenzione è quella di permettere a web designer, media owner e creativit di ogni tipo di creare oggetto 3D virtuali, embeddarli sui siti per la visualizzazione su desktop e renderli poi scaricabili su mobile, in modo che gli utenti possano posizionarli (virtualmente) nel loro ambiente reale. Leggi di più su The Verge.

Da Evolution ADV uno strumento per verificare l’invasività dei formati pubblicitari

Adempiendo ai principi stabiliti dalla Coalition fo Better Ads, al fine di garantire agli utenti la migliore esperienza possibile dal punto di vista dell’impatto pubblicitario, il 15 febbraio Chrome, il browser internet di Google, comincerà a bloccare i formati dei siti che non si renderanno conformi agli standard anche dopo l’invio di apposite notifiche di avviso.  In questo contesto, Evolution ADV ha reso disponibile uno strumento per verificare lo stato di conformità dei singoli siti.

Luca Brognara, Chief Information Officer, evidenzia che il successo di Evolution ADV si basa sulla visione complessiva delle esigenze dei diversi attori del mercato che si trasforma in un rapporto win to win, rispettando tutti: «In quest’ottica, l’aiuto della tecnologia è fondamentale. La nostra soluzione per la verifica dello status relativo alla Coalition For Better Ads è stato utilizzato internamente per verificare la conformità dei siti gestiti da Evolution rispetto ai nuovi standard richiesti. Terminato il processo di revisione interna abbiamo deciso di rilasciare lo strumento sul mercato per consentire a tutti, editori e agenzie, di eseguire lo stesso processo su di loro».

Pubblicità fastidiosa, la digital industry si compatta: “non lasciamo la questione all’iniziativa dei browser”

Nella battaglia contro gli annunci pubblicitari fastidiosi e invadenti sono recentemente scesi in campo nuovi operatori del mercato internet: i browser. Negli scorsi mesi, quasi in concomitanza, due dei principali software di navigazione, Chrome di Google e Safari di Apple, hanno annunciato di voler porre dei limiti alla pubblicità visibile attraverso i loro programmi, andando a toccare in alcuni casi la gestione dei cookie per il tracking degli utenti, e in altri i formati pubblicitari con l’installazione di ad blocker proprietari.

Ma le associazioni di categoria non sono d’accordo su questa “intromissione”, vedendo nella discesa in campo di queste realtà una “ostentazione di potere” di Google e Apple.

Già un mese fa alcune tra le principali associazioni avevano scritto una lettera aperta ad Apple, chiedendole di rinunciare alle modifiche sul tracking introdotte con gli ultimi aggiornamenti del software. Ma a quanto pare l’iniziativa non ha avuto risposta. Ora, IAB, ANA e 4A si sono nuovamente alleate per chiedere alla Coalition for Better Ads, un organismo fondato lo scorso anno per creare degli standard globali per la pubblicità online, di promuovere l’adozione di quello che loro chiamano il “Better Ads Experience Program”.

Si tratterebbe di un impegno volontario, per tutte le società coinvolte nella pubblicità digitale, a rispettare gli standard pubblicitari stabiliti dalla Coalition for Better Ads, messi a punto qualche tempo fa. Qui la lettera completa.

La lettera non chiama direttamente in causa Google e Apple, ma sottolinea come “ogni programma volto a ridurre agli utenti esperienze sgradevoli deve essere basato su una regolamentazione autonoma a livello di mercato, e non lasciato all’iniziativa individuale di browser o altre società di tecnologie di erogazione, che agiscono sulla base delle loro personali interpretazioni e dei loro giudizi”.

Questo tipo di società è comunque chiamato a fare la propria parte di controllo dell’aderenza dei siti agli standard della CBA e rafforzamento dell’impegno comune a promuovere un ambiente digitale rispettoso dell’utente.

Le iniziative di Apple e Google sono state oggetto di critiche e preoccupazione da parte del mercato, in quanto considerate potenzialmente dannose per l’industria pubblicitaria, ponendo dei pesanti freni al modello economico su cui si è finora basata la sopravvivenza del mercato digitale.

Ad blocker nei browser. Ecco cosa ne pensano gli operatori del mercato

Nelle ultime settimane i filtri anti-pubblicità sono tornati ad essere uno dei temi caldi dell’industria pubblicitaria. E’ successo dopo che Google ha annunciato che il prossimo anno aggiungerà un ad blocker al suo browser Chrome. Annuncio seguito, a breve distanza, da quello di Apple, relativo a due nuove, prossime funzionalità di Safari, entrambe volte a mettere dei paletti all’invasività pubblicitaria.

Le novità di Google ed Apple hanno subito riscosso ampia risonanza. La prima perché Chrome è il browser più utilizzato in assoluto (secondo statistiche della società specializzata NetMarketShare, lo usano quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile), e dunque l’integrazione di un ad blocker in esso potrebbe avere un impatto molto rilevante sul mercato. La seconda perché, nonostante non si sappia se la soluzione sarà attivata di default su Safari, quanto a livello di configurazione sarà richiesto agli utenti e se essa verrà estesa anche alla versione mobile del browser, la novità rimane comunque un decisivo passo di Cupertino verso la salvaguardia della privacy dei propri utilizzatori e potrebbe andare a discapito della industry pubblicitaria, soprattutto quella data-driven.

Naturalmente, il mercato adesso si interroga su quali potrebbero essere le reali conseguenze dell’integrazione di filtri all’interno di due tra i principali browser utilizzati.

Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei principali operatori del mercato italiano, lato acquisto e lato vendita. Ecco cosa ci hanno risposto (clicca sui titoli per leggere le interviste).

Andrea Di Fonzo, Blue 449: «Il mercato dell’advertising saprà trovare soluzioni opportune»

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Andrea Di Fonzo

Roberto Zanaboni, RCS Pubblicità: «Potenzialmente l’effetto potrebbe essere devastante»

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Roberto Zanaboni

Andrea De Togni e Antonello D’Elia, GroupM Italia: «L’impatto dipenderà dai criteri di filtro degli annunci»

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Andrea De Togni e Antonello D’Elia

Giangiacomo Corno, Triboo Media: «Una possibile opportunità per la nostra industry»

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Giangiacomo Corno

Irene Carta, Phd: «Necessario trovare un punto di sostenibilità»

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Irene Carta

Fabrizio Tomei, SpeeD – Gruppo Monrif: «Possibili conseguenze pesanti sui ricavi degli editori»

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Fabrizio Tomei

Alessandro Ceratti, Quantum Native Solutions: «E’ ora che la pubblicità rimetta al centro l’utente»

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Alessandro Ceratti

Pattano, 4W MarketPlace: «Una questione allarmante»

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Massimo Pattano

Su Chrome arriva l’ad blocker. Quali conseguenze per il mercato?

Con un blog post ufficiale, Google ha reso noti i piani per il suo ad blocker, dopo le indiscrezioni circolate un paio di mesi fa. La società ha comunicato che il prossimo anno aggiungerà un filtro anti-pubblicità al suo browser Chrome, per bloccare gli annunci più fastidiosi per gli utenti.

Alla base della selezione delle campagne da bloccare, la rispondenza o meno degli annunci ai criteri stabiliti dalla Coalition for Better Ads, associazione creata da varie aziende del mercato pubblicitario volta a migliorare l’esperienza degli utenti con l’advertising digitale. Alcuni dei formati “incriminati” sono i pop-up, i video in auto-play con suono attivato ed i “prestitial” che fanno visualizzare il contenuto editoriale dopo un conto alla rovescia.

L’iniziativa ha subito riscosso ampia risonanza. Oggi il browser Chrome, secondo le ultime statistiche della società specializzata NetMarketShare, è utilizzato da quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile, e alla luce di questi numeri l’integrazione di un ad blocker potrebbe avere un grosso impatto sul mercato.

Ma quali possono essere le reali conseguenze di questa mossa di Google?

Non è mancato chi ha sottolineato l’apparente paradosso nella decisione di limitare in qualche modo la visualizzazione di annunci da parte di una società che basa la stragrande maggioranza delle sue entrate dalla pubblicità (per la precisione, viene dall’adv l’88% dei ricavi di Alphabet). In realtà, Google ha tenuto a precisare che la nuova soluzione non sarà un “blocker”, quando piuttosto un “filtro” come quello già esistente su Chrome per le finestre pop-up.

Ma di fatto, filtro o blocco che sia, si parla di un sistema che limita la visualizzazione di parte della pubblicità. Il che, da un lato, va certamente nella direzione di una migliore esperienza dell’utente, ma dall’altro va a colpire una fonte di revenue per gli editori, soprattutto quelli medio-piccoli. Da questo punto di vista, le opinioni degli editori sono contrastanti. Alcuni fanno notare che quei formati, fastidiosi o no, sono usati da molti siti per pagare i costi dei loro contenuti, e tra l’altro rispondono alle esigenze di viewability degli inserzionisti, alla ricerca di soluzioni pubblicitarie che non vengano ignorate dal pubblico. Altri invece pensano che sia una buona soluzione filtrare gli annunci fastidiosi, quelli tra l’altro che hanno spinto gli utenti ad adottare ad blocker più “drastici” che bloccano l’intero carico pubblicitario.

E a proposito di ad blocker drastici, secondo alcune testate la decisione di Google di realizzare un proprio filtro anti pubblicità andrebbe proprio nella direzione di bloccare lo sviluppo di altre soluzioni di questo genere. A tal proposito, Google introdurrà presto anche Funding Choices, ora in beta, uno strumento per gli editori che consentirà di mostrare un messaggio personalizzato agli utenti che utilizzano filtri anti pubblicità, ‎invitandoli a attivare gli annunci sul proprio sito, o pagare tramite il nuovo Google Contributor, per ottenere un pass che consente di rimuovere tutte le inserzioni. Di questo passo, Big G potrebbe acquisire sempre più controllo su quali annunci bloccare, e ciò potrebbe conferirle una posizione ancora più dominante nell’ambito della pubblicità online.

Resta di fatto che questa novità riaccende l’attenzione sul tema degli ad blocker, la cui adozione dopo una fase di rapida crescita si era ultimamente stabilizzata. Secondo la ricerca interassociativa realizzata da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, IAB Italia, Netcomm e UPA, coordinata da GroupM e commissionata a comScore e Human Highway, lo scorso novembre in Italia il numero degli utenti unici con un ad blocker installato nel pc era fermo al 13%, dato stabile rispetto allo scorso maggio.

Frodi pubblicitarie, Internet Explorer e Chrome i browser più colpiti

Una ricerca di FraudLogix, società di rilevazioni, ha scoperto che le attività pubblicitarie fraudolente online sono più frequenti su alcuni browser appartenenti a Microsoft e Google.

I truffatori possono manipolare i browser degli utenti infettandoli con codici maligni e forzandoli a caricare determinate pagine web. Sono brutte notizie per gli inserzionisti perché, in determinate circostanze, possono trovarsi nella situazione di pagare per annunci che non potranno mai essere visualizzati da persone reali.

FraudLogix ha esaminato un campione di 135 milioni di impressioni pubblicitarie individuali online su un periodo di sette giorni nel mese luglio, analizzando i browser ai quali gli annunci erano serviti. L’azienda ha anche tracciato la porzione di quegli annunci che la sua tecnologia riteneva erogata verso traffico “non-umano” o bot. È emerso che i browser in cui è stato caricato il maggior numero di impressioni fraudolente erano versioni di Internet Explorer e Chrome: circa il 50% delle impressioni servite ad Internet Explorer nel corso dello studio è avvenuto verso traffico “non-umano”, comparato al 20,5% delle impressioni servite a Chrome.

Sia Microsoft che Google hanno messo in discussione la metodologia utilizzata sostenendo che è impossibile misurare accuratamente le frodi a livello di browser. “Bot e malware spesso falsificano le stringhe utente per produrre falso traffico che non può essere attribuito ad un particolare browser”, ha dichiarato Redmond. “Quando un malware infetta un dispositivo o un browser in generale, la macchina infettata potrebbe agire come bot fraudolento impersonando qualsiasi browser, anche se non è installato. Questo tipo di ricerca non è utile per comprendere il problema”, ha commentato Google.

Hagai Shechter, Chief executive di FraudLogix, ha riconosciuto che i computer infetti possono impersonare browser ma, per canto suo, non crede ciò sia accaduto frequentemente durante il tracciamento. Tuttavia, Shechter ha ricordato che questi episodi sono potenzialmente più ricorrenti su Chrome ed Internet Explorer perché sono i browser più utilizzati.

Anche Firefox, Safari ed Edge sono stati oggetto dello studio, che ha registrato che meno del 5% delle impressioni erogate verso tutte le versioni di questi browser è stato ritenuto fraudolento.