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Viewability in-app, in Italia il programmatic supera gli acquisti diretti. I dati IAS

Nella seconda metà del 2018, i livelli di viewability della pubblicità acquistata in programmatic nel formato mobile in-app sono più alti rispetto a quelli di acquisto diretto in Italia. È quanto riporta l’ultimo Report sulla Media Quality della società tecnologica Integral Ad Science (IAS).

In termini globali, ogni giorno IAS misura, in tempo reale, miliardi di impression su tutti i dispositivi, canali e formati. Secondo i benchmark del settore presentati in questo report, che analizza i milioni di annunci delle campagne realizzate nel mercato italiano tra l’1 luglio ed il 31 dicembre 2018, la viewability della pubblicità programmatic in formato display in mobile in-app ha raggiunto il 54,4%, con un miglioramento del 10% nell’ultimo semestre rispetto al precedente, mentre negli acquisti diretti ha raggiunto il 49,4%. Anche la viewability nel formato display web per dispositivi mobili e desktop è aumentata, passando dal 36,4% al 41,9% (mobile) e dal 47,4% al 53,1% (desktop) tra il primo e il secondo semestre del 2018.

Ma ancora una volta, il report rivela che è il formato video quello con i livelli di viewability più alti in Italia: il 73,6% degli annunci video su desktop è considerato “in-view”, e la cifra sale al 76,6% per quanto riguarda la pubblicità video in formato mobile web.

Secondo Elisa Lupo, Director di IAS in Italia, «i dati confermano una crescita continua della pubblicità programmatic con livelli di viewability pari, o anche più elevati, rispetto alle impression in direct buying. Inoltre, possiamo dire che il formato video e i dispositivi mobili sono il tandem che raggiungono numeri di viewability più alti e quindi prestazioni migliori».

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Elisa Lupo

Il report fa anche riferimento ai livelli di brand safety, che nella seconda metà del 2018 risultano essere leggermente migliorati. Il numero di annunci su pagine che potrebbero danneggiare l’immagine e la reputazione dei brand su desktop display è stato ridotto, passando dal 2,8% al 2,1%. Un calo ancora più evidente si è visto nel formato desktop video, dove il rischio è passato dal 4,5% al 3% durante lo stesso periodo.

Per quanto riguarda l’ad fraud, le campagne che hanno utilizzato tecnologie o strategie di prevenzione del fenomeno hanno visto i numeri di frodi abbassarsi. Questi miglioramenti sono ancora più evidenti se si guarda al formato video su desktop, dove l’ad fraud è passata dall’1% allo 0,5%. Invece, tra coloro che non usano questa tecnologia, il report indica che uno su dieci annunci globali (10,1% per la desktop display e 9,6% per la desktop video) viene sprecato per colpa delle frodi.

«I numeri mostrano come la tecnologia consente agli inserzionisti di ridurre drasticamente i rischi a cui i brand sono esposti su Internet», aggiunge Elisa Lupo.

Google, la DSP Display & Video 360 supporterà ads.txt di default

Google ha annunciato una serie di novità per la brand safety dedicate ai brand e agenzie che utilizzano la sua DSP Display & Video 360. Tra queste, il supporto di default alle inventory dotate di ads.txt.

A partire da agosto, le campagne acquistate tramite la piattaforma verranno posizionate solo su spazi con ads.txt. Il che vuol dire che solo gli editori che si sono dotati di questo strumento anti-frode per le loro property saranno idonei a ricevere offerte d’asta tramite Display & Video 360.

Google, inoltre, ha comunicato che supporterà anche app-ads.txt, il nuovo standard per la pubblicità in-app creato da IAB per promuovere una maggiore trasparenza delle inventory su mobile e tv connesse, ufficialmente disponibile da marzo. Google ha annunciato che nei prossimi mesi la sua DSP non acquisterà più spazi in-app non autorizzati e, man mano che l’adozione di app-ads.txt aumenterà, anche questo strumento verrà adottato di default dalla piattaforma.

Big G è stato da sempre promotore delle soluzioni anti-frode di IAB. Lanciata nel 2017, ads.txt è una lista pubblicamente accessibile dei venditori e rivenditori autorizzati delle inventory di un sito, che le DSP possono “leggere” per individuare eventuali impression non autentiche.

App-ads.txt è il suo equivalente per la pubblicità sulle applicazioni e, disponibile da pochissimo sul mercato, ha un’adozione ancora bassa, ma Google si sta muovendo attivamente per farla crescere: «Sono ancora i primi giorni per app-ads.txt, ma stiamo attivamente lavorando per incoraggiare gli sviluppatori di app a pubblicare i loro file app-ads.txt – ha spiegato Roshan Khan, Senior Product Manager di Display & Video 360 -. Nei prossimi mesi, Display & Video 360 smetterà di acquistare inventory in-app non autorizzate sulla base della lettura dei file app-ads.txt. E quando l’adozione di app-ads.txt raggiungerà livelli sufficienti, consentiremo ad aziende e agenzie di scegliere di acquistare solo inventory in-app che sono autorizzate». E, considerato il peso di Google nel mercato della pubblicità digitale, c’è da aspettarsi che questa roadmap possa effettivamente dare una spinta all’adozione dello strumento anti-frode.

Infine, Google ha reso disponibile sulla sua DSP una nuova bacheca Brand Controls, che centralizza in un solo strumento tutti i controlli di brand safety delle piattaforma, fornendo una visione delle impostazioni fissate per ogni campagna, dalle esclusioni all’utilizzo dei soli venditori autorizzati in ads.txt, ai servizi di verifica per le campagne display, video, in-app e TrueView.

Tra dati e creatività, il Mobile sotto i riflettori al Programmatic Day

Il mobile è un canale che ha ormai definitivamente abbracciato il programmatic advertising. Le aziende hanno presto imparato che smartphone e tablet sono diventati sempre più il mezzo su cui il pubblico impiega buona parte delle proprie giornate, e, spesso, anche quello tramite cui effettua i propri acquisti. Con dirette conseguenze sui preziosi dati che consente di raccogliere sui gusti e i comportamenti (anche di acquisto) degli utenti.

Ma non è tutto rose e fiori. Il mobile è un mezzo importante, ma bisogna saperlo utilizzare bene per trarne il massimo potenziale. Un assunto che vale su due fronti, quello dei dati e quello della creatività, come hanno mostrato Widespace e Sublime in occasione dei loro interventi al Programmatic Day.

«È necessario vedere i dati con spirito critico», ha spiegato Nicolò Palestino, Country Manager Italia della DSP mobile Widespace, sottolineando come sia indispensabile per chi opera nel settore «ricordare che l’obiettivo dei marketer è la vendita, ed è tenendo a mente questo obiettivo che bisogna individuare le giuste correlazioni tra la miriade di informazioni offerte dai dispositivi mobili».

«Lavoriamo nel mondo dei dati e abbiamo una quantità di informazioni vastissima da offrire e chi analizza i dati solo con un approccio statistico rischia di creare connessioni fra i dati non rilevanti», prosegue il manager.

Proprio questo “spirito critico” è alla base dell’operato di Widespace, dalla scorsa estate parte del gruppo olandese Azerion che, racchiudendo una serie di importanti player del mercato, fornisce servizi capaci di coprire l’intera filiera programmatica, e la cui offerta è in continua evoluzione.

«Azerion è attivo in tre aree: le soluzioni dedicate a publisher, le soluzioni dedicate agli advertiser e il contenuto. In questo modo, abbiamo il controllo di tutta la filiera e siamo riusciti a realizzare uno studio che analizza cosa succede dopo i click sulle inserzioni e cosa fanno gli utenti. Secondo questo report, il 20% della popolazione europea clicca sui banner e il click è indipendente dal contenuto e dalla industry. Queste informazioni finiscono nel nostro sistema, la Dmp centrale, alimentata dai dati, e rifornisce le Dsp del gruppo».

Palestino parla anche di un novità che arriverà presto sul mercato: «Presentiamo un nuovo prodotto, Pre-Pack Audience e Performance audience, che dovrebbe essere pronto entro giugno e che consente di avere audience già confezionate per gli editori».

Niccolò Palestino
Niccolò Palestino

Al di là del tema dati, c’è però anche un altro fattore che gli operatori del settore devono tenere bene a mente quando si parla di pubblicità mobile, ed è quello della creatività. Secondo l’Account Director Italy di Sublime Stefania Giovinazzo e il Business Development Manager della società Stefano Guidi, per realizzare campagne mobile di successo, capaci di portare risultati sia a livello performance che a livello branding, gli asset creativi sono indispensabili. Ad esempio, è importante utilizzare sul mobile video verticali e di breve durata, che ben si adattano alle caratteristiche del dispositivo e alla sua fruizione. Spesso utilizzare spot creati per altri media, come la tv, può infatti risultare controproducente: al contrario, bisogna iniziare a pensare mobile-first, modulando la creatività del messaggio sullo specifico dispositivo utilizzato per comunicare.

«La fruizione dell’utente mobile è istantanea, immediata – sottolinea Giovinazzo. – Per questo consigliamo di utilizzare video corti, tra gli 8 e i 15 secondi di durata, e di posizionare il logo e il nome del prodotto nei primi secondi del filmato. Inoltre, è importante puntare sull‘interattività. In questo senso, i formati di Sublime di maggior successo sono il Drag&Drop, il 360 views e la Configuration».

«La creatività va supportata dalla tecnologia – aggiunge Guidi – in modo da ingaggiare l’utente».

Tutto questo però senza essere invasivi, e nel pieno rispetto dell’esperienza dell’utente. E, ovviamente, senza dimenticare il tema della brand safety, su cui è necessario, secondo la società, vigilare costantemente per garantire che l’immagine dei marchi non venga intaccata. «Tutti i siti dei nostri network sono convalidati manualmente al momento dell’iscrizione e c’è un controllo durante tutta la collaborazione; ci sono persone adibite a questo e non viene fatto meccanicamente», racconta Giovinazzo.

Un altro fattore importante è il tempo. Spiega Guidi: «L’utente nel corso della giornata si sposta tra i vari device. La campagna deve sfruttare le potenzialità dei vari apparecchi, evitando la ripetitività».

ADmantX, arriva un riconoscimento per la soluzione di brand safety

ADmantX, società specializzata nella fornitura di soluzioni basate su tecnologia semantica (NLP), ha annunciato di aver ricevuto da ABC la certificazione di Content Verification (CV) per il raggiungimento degli standard JICWEBS.

Il certificato verifica le capacità della soluzione di Intelligent Brand Safety di ADmantX, ed evidenzia come il prodotto soddisfi i dieci principi chiave che sono stati concordati dall’industria britannica dei media attraverso JICWEBS. La trasparenza della certificazione aiuta a minimizzare il rischio che gli annunci appaiano accanto a contenuti inappropriati e supporta il processo di negoziazione dando maggiore fiducia agli inserzionisti e alle agenzie.

La rete semantica di ADmantX utilizza il Natural Language Processing (NLP) per leggere e comprendere il contenuto online nello stesso modo in cui farebbe un essere umano, proteggendo i brand dall’apparire accanto a contenuti online rischiosi o inappropriati in base al loro vero significato. A differenza delle tradizionali soluzioni di sicurezza del marchio basate su tecniche di keywords, l’approccio semantico di ADmantX evita che gli URL sicuri vengano bloccati inutilmente, mantenendo una fonte di inventory di alta qualità per gli inserzionisti.

La soluzione completa di brand safety di ADmantX include pre-bid e post-bid blocking, categorie standard di brand safety, un’ampia gamma di categorie verticali di brand safety per settore, categorie personalizzare di brand safety (Brand Care) e reporting e misurazione completa dell’erogato.

«Siamo orgogliosi di aver ricevuto la certificazione JICWEBS – commenta Giovanni Strocchi, CEO di ADmantX -. Questo risultato rafforza il nostro impegno a migliorare gli standard di brand safety in tutto il settore verso il vero Brand Care. Garantire una protezione personalizzata perfetta (Brand Care), senza influire sui volumi di delivery dell’inventory di alta qualità, è ciò che riteniamo essere la naturale evoluzione della brand safety».

La brand safety è ancora un problema per le aziende?

Oggi nella nostra rassegna parliamo di brand safety e di due notizie in ambito video di due colossi del digital: Apple e Google.

La brand safety è ancora un problema per le aziende?

Secondo uno studio di GumGum e Digiday condotto lo scorso novembre, la brand safety è un problema serio per il 60% dei professionisti della pubblicità. Una percentuale sicuramente elevate, ma tuttavia molto più bassa rispetto al 2017, quando era del 90%. Le preoccupazioni delle aziende riguardo alla sicurezza dei brand stanno diminuendo? Apparentemente sembrerebbe di sì, ma in realtà non è così. «Meno aziende vedono la brand safety come un problema serio perché tutti quelli che operano nell’ecosistema pubblicitario hanno preso nel tempo provvedimenti per fronteggiare la questione», spiega il presidente di GumGum. E in effetti, altri studi rivelano una preoccupazione ancora ben diffusa. Leggi di più su eMarketer.

Apple, il 25 marzo la presentazione del nuovo servizio streaming?

Il 25 marzo sarà una data importante per Apple. La società di Cupertino ha fissato proprio per quel giorno un grosso evento presso la propria sede, e secondo indiscrezioni proprio in questa occasione dovrebbe essere presentato il nuovo servizio di news e video in abbonamento con cui l’azienda entrerà in competizione con Netflix. Leggi di più su Venture Beat.

Google rafforza YouTube TV con un nuovo global head of partnerships

Viene da NBCUniversal il nuovo global head of partnerships di YouTube TV e Google Fiber, Lori Conkling. Nel nuovo ruolo all’interno della piattaforma video di Google, la manager si occuperà delle strategie di programmazione, inclusa la negoziazione di tutti gli accordi inerenti i contenuti con l’ecosistema delle pay-TV, inclusi broadcaster, cable network, canali regionali sportivi e così via. Sarà anche il principale rappresentante di YouTube TV con associazioni di mercato, influencer, inserzionisti, partner distributivi e creatori di contenuti. Leggi di più su Variety.

YouTube, ecco come stanno rispondendo gli inserzionisti al nuovo caso brand safety

Negli scorsi giorni, YouTube è stata nuovamente sotto i riflettori del mercato pubblicitario per un nuovo caso brand safety.

Tutto è cominciato quando un creator di YouTube, Matt Watson, ha postato un video sull’app in cui descriveva come i pedofili riuscivano a manipolare l’algoritmo di raccomandazione della piattaforma per reindirizzare una ricerca per video di “bikini haul” (una tipologia di filmati in cui ragazze indossano bikini appena acquistati) con donne maggiorenni a filmati con bambini. E’ inoltre venuto fuori che video normalmente innocui presentavano commenti inappropriati, incluso il timestamp che catturava momenti in cui i minorenni erano in posizioni compromettenti.

YouTube è corsa subito ai ripari, eliminando milioni di video e promettendo una serie di azioni future che coinvolgeranno ricerche, commenti e pubblicità, con una revisione delle linee guida e delle funzioni di controllo. Ma ovviamente il caso ha avuto ripercussioni nel mondo pubblicitario, soprattutto tra aziende e agenzie, già particolarmente sensibili al tema della trasparenza degli acquisti e della sicurezza dei brand.

Alcuni grossi spender hanno deciso di sospendere i propri annunci sulla piattaforma, in attesa di provvedimenti concreti da parte di YouTube: tra questi ci sono Nestlé, Disney, McDonald’s, AT&T, Hasbro e Purina. Altri, invece, non volendo rinunciare ad essere presenti sulla piattaforma (che comunque rimane avere un larghissimo seguito di pubblico), hanno optato per un diverso “metodo di acquisto”.

Secondo quanto riporta Digiday, le agenzie media stanno infatti sempre più cercando di acquistare in maniera diretta dagli editori di contenuti premium su YouTube, anche a costo di pagare CPM più alti ma con la sicurezza di comprare un posizionamento a zero rischi. L’editore del contenuto dovrà comunque versare a YouTube il 45% del “prezzo di cartellino” dell’inventory, ma – spiega la testata americana – esso ha comunque la flessibilità di poter fare un buon margine nel caso riesca a vendere lo spazio a un prezzo maggiore. Se il prezzo di cartellino di un’inventory è ad esempio di 26 dollari di CPM e l’editore riesce a venderlo a 39 dollari, dovrà dare a YouTube il 45% della prima cifra.

«CPM più alti significa minori rischi – ha spiegato alla testata un professionista di una centrale media -. Acquistare [direttamente] dai proprietari dei contenuti su YouTube/Networks è certamente più costoso, ma si può fare in programmatic e rappresenta un acquisto molto più sicuro». Spesso, le agenzie pre-selezionano una serie di fornitori di contenuti di qualità con ampie audience su YouTube, da cui poi acquistano per conto dei clienti in programmatic guaranteed.

L’acquisto di inventory premium, tra l’altro, comporta per i brand anche altri vantaggi, al di là della questione sicurezza. Come la viewability e, più in particolare, il cosiddetto “completion rate“, ossia il tasso di completamento della visione dello spot. Generalmente, infatti, l’utente che seleziona la visione di un video “premium” vuole davvero guardare il contenuto, e sarà più propenso ad aspettare che si concluda lo spot per accedere al filmato, invece di chiudere la finestra. Da qui, la tendenza dei brand ad optare per annunci non-saltabili, invece dei formati TrueView “skippable”, quando acquistano direttamente dagli editori premium.

Le aziende in USA e UK spendono più in martech che in stipendi

Oggi nella nostra rassegna parliamo degli investimenti delle aziende in marketing tecnologico, di gestione in-house della comunicazione e di un’acquisizione di DoubleVerify.

Le aziende spendono più in martech che in stipendi

Oggi le aziende spendono più in tecnologie di marketing che in stipendi per il proprio staff. E’ quanto rivela una ricerca condotta da Gartner in UK e USA. Secondo i dati dello studio, i marketer lo scorso anno hanno speso il 29% dei loro budget (nella cifra non sono incluse spese media o fee di agenzia) in martech, a fronte di un 24% di risorse destinate al pagamento dei dipendenti. Nel 2017, le percentuali erano, rispettivamente, il 22% e il 27%. Leggi di più su MarTech Today.

DoubleVerify si rafforza nella brand safety con un’acquisizione

DoubleVerify, società di ad tech specializzata nelle misurazioni, ha annunciato l’acquisto di Leiki, agenzia finlandese attiva nella classificazione dei contenuti. Leiki sfrutta l’intelligenza artificiale per analizzare testi, come notizie complesse o video contestuali, attraverso una tecnologia che DoubleVerify potrà ora utilizzare per classificare i contenuti e filtrare le offerte pubblicitarie su determinati posizionamenti. Grazie all’acquisizione, DoubleVerify potrà analizzare contenuti in 40 lingue, e rafforzare la propria presenza nell’Europa Orientale e nei mercati scandinavi e russi. Leggi di più su AdWeek.

Babbel: «A volte gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie»

In certi settori merceologici “di nicchia”, gestire la comunicazione in-house è più semplice che affidarla alle agenzie. A pensarlo è Julie Hansen, CEO di Babbel U.S., che, intervistata da Digiday, ha detto la sua sul tema dell’internalizzazione delle attività data-driven. «Facciamo da noi ricerche e strategia. Utilizziamo le agenzie per gli acquisti media in tv e radio. Abbiamo uno strumento per gli acquisti SEM ma li gestiamo internamente. Il resto lo facciamo tutto in-house. L’apprendimento di una lingua è un’attività di nicchia. Selezionare un’agenzia e spiegarle il mondo dell’apprendimento delle lingue richiede tempo, si fa prima a sviluppare le capacità internamente». Leggi di più su Digiday.

La soluzione di IAS per la brand safety su YouTube è ora disponibile per tutti gli inserzionisti

Lo scorso anno, Integral Ad Science (IAS) e YouTube hanno stretto una partnership finalizzata a rispondere alla necessità di misurazioni esterne della brand safety sulla piattaforma video di Google. Dopo oltre un anno di test condotti in sette Paesi, con oltre 50 inserzionisti, la soluzione sviluppata da IAS esce dalla fase “beta” e diventa disponibile per tutti gli inserzionisti.

C’è dunque un’importante novità di prodotto per IAS, che solo pochi giorni fa ha ufficializzato la nomina del nuovo Ceo, la ex Yahoo Lisa Utzschneider.

La soluzione per la brand safety di IAS coniuga il machine learning e la revisione umana al fine di ricalibrare continuamente i modelli, piuttosto che basarsi esclusivamente su un algoritmo statico. L’utilizzo di questa tecnica consente a IAS di informare gli inserzionisti e YouTube di contenuti poco appropriati, offrendo la possibilità di smettere di monetizzare i contenuti e di ricalibrare al meglio le campagne per ridurre i rischi.

“Universal McCann e i nostri clienti hanno partecipato alla beta del programma di IAS per la brand safety su YouTube. Siamo entusiasti che la verifica della brand safety da parte di compagnie esterne sia ora disponibile per offrire a tutti gli inserzionisti un ulteriore livello di protezione su YouTube”, ha dichiarato Joshua Lowcock, Global Brand Safety Officer e EVP/US Chief Digital and Innovation Officer di UM.

Il programma di beta condoto da IAS e YouTube ha monitorato centinaia di campagne condotte in sette Paesi. Brand globali come Diageo, Bayer Health e Verizon hanno usufruito dei report di IAS allo scopo di adeguare la loro strategia di brand safety e ottenere risultati migliori nel posizionamento dei loro annunci su YouTube.

“Tutte le parti interessate del nostro settore devono lavorare sinergicamente per trovare una soluzione alle criticità della brand safety”, ha dichiarato Nick Morley, Managing Director EMEA di IAS. “La beta ha avuto grande successo, perché YouTube, IAS e i brand di rilievo coinvolti hanno instaurato un dialogo costruttivo al fine di creare una soluzione congiunta. Lavorando sinergicamente abbiamo creato un’offerta di brand safety di cui gli inserzionisti possano fidarsi per proteggere i loro investimenti YouTube“.

Ora che l’integrazione è disponibile per tutti i clienti di IAS, i modelli di machine learning sviluppati, assicura IAS, continueranno a essere perfezionati. Con l’assimilazione di una quantità sempre maggiore di dati, “arricchiti” dal feedback umano, i modelli IAS analizzeranno nuovi contenuti e impareranno a identificare video, ritenuti non sicuri, permettendo ai brand di poter prendere decisioni quasi in tempo reale per le loro campagne.

Oracle lancia un nuovo strumento per inventory sicure, visibili e autentiche in pre-bid

Oracle unisce le tecnologie ottenute da due recenti acquisizioni, quella del player specializzato in brand safety Grapeshot ad aprile e quella della società di misurazioni Moat lo scorso anno, in un nuovo prodotto. Si chiama Pre-Bid by Moat ed analizza le inventory prima che siano messe all’asta sulle piattaforme programmatiche, per verificare che siano brand safe, viewable e libere da frodi.

La soluzione sarà disponibile all’interno del già esistente filtro di brand safety pre-bid di Grapeshot, e integrato con varie DSP come Adobe Advertising Cloud, Amobee, dataxu, MediaMath e The Trade Desk.

Già a partire dall’acquisizione delle due società, le soluzioni di verifica e controllo di Grapeshot e Moat sono state messe a disposizione degli utilizzatori di Oracle Data Cloud. Ma, stando a quanto dichiara l’Head of Product Mark Kopera, si tratta della prima volta che l’analisi delle inventory da parte di Moat per traffico invalido e viewability è reso disponibile prima che gli spazi vengano messi all’asta. Precedentemente, il servizio era disponibile nel momento del caricamento della pagina per acquisti non in programmatic (nel caso bloccando l’erogazione dell’annuncio), o – nel caso di ambienti programmatici – dopo l’acquisto.

Adesso, nel caso Moat o Grapeshot individuino dei problemi in pre-bid, l’asta non verrà condotta.

Pubblicità digitale, in aumento la viewability in Italia. I dati di IAS

Integral Ad Science (IAS) ha ufficializzato i dati del suo ultimo report sulla Media Quality per il mercato italiano.

Lo studio ha preso in considerazione oltre 500 miliardi di annunci pubblicitari di campagne nazionali ed internazionali, pubblicati tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2018, rivelando che attualmente meno della metà degli annunci in formato Desktop Display soddisfa gli standard minimi di viewability (un annuncio viene considerato “in-view” se almeno il 50% dei pixel è visualizzato sullo schermo per almeno un secondo, nel caso di display su desktop o mobile, o se viene riprodotto mentre almeno il 50% dell’immagine è sullo schermo per un minimo di due secondi consecutivi nel caso di spot video). Il dato è comunque in aumento (+9,7%), essendo passato dal 43,2% nella seconda metà del 2017 al 47,4% nella prima parte del 2018.

Per la prima volta, il report ha evidenziato anche i livelli di viewability nei formati video e mobile. La viewability per gli annunci video su desktop raggiunge il 68,8% e il 77,9% per dispositivi mobile web. D’altra parte, solo il 46,9% degli annunci display sulle applicazioni mobili viene considerato “in-view”.

«Capire le differenze tra i dispositivi è essenziale per aiutare gli inserzionisti ad attrarre il loro pubblico – commenta Elisa Lupo, Director di IAS in Italia -. Questo report evidenzia un progresso significativo e positivo per il settore della pubblicità digitale, con una percentuale più elevata di annunci che superano gli standard di viewability».

Lo stato della Brand Safety

Anche i livelli di Brand Safety sono migliorati nella prima metà del 2018. Il numero di annunci pubblicati su pagine che potrebbero danneggiare l’immagine e la reputazione dei brand è infatti diminuito del 35% (dal 4,3% nel 2017 al 2,8% quest’anno).

Il report mostra anche una riduzione del fenomeno dell’Ad Fraud in Italia del 12,3% – dal 0,9% alla fine del 2017 fino al 0,8% all’inizio del 2018. Questi dati sono rappresentativi per le campagne ottimizzate contro le frodi (campagne che impiegano tecnologie o strategie di prevenzione delle frodi pubblicitarie).

«Guardando al futuro – aggiunge Elisa Lupo -, dobbiamo essere più consapevoli di non concentrarci su un solo fattore della Media Quality. Dobbiamo avere una visione più olistica dei media e dell’impatto che hanno».

La ricerca è scaricabile qui.