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Brand Safety e Brand Suitability, ecco la guida europea targata IAB

IAB Europe ha pubblicato un nuova guida, dal titolo “Guide to Brand Safety & Brand Suitability Definitions & Best Practices across Europe” (disponibile qui). Si tratta di un documento con cui la sede europea dell’associazione impegnata nello sviluppo della comunicazione pubblicitaria digitale offre il proprio contributo al dibattito su brand safety e brand suitability, stabilendo definizioni, condividendo best practice e offendo casi di studio per educare tutti gli stakeholder alla costruzione di contesti digitali sempre più “brand safe”.

Con l’affermazione del concetto di brand suitability negli ultimi due anni, la guida fornisce anche una panoramica di come integrare e migliorare gli strumenti di brand safety precedentemente esistenti per favorire scelte di comunicazione più rilevanti per i marchi.

La guida è frutto del lavoro congiunto di compagnie leader nella ad verification come IAS, DoubleVerify e Oracle, agenzie come GroupM, compagnie di ad tech e sedi nazionali dello IAB, tra cui quella italiana che vede Giordano Buttazzo, Ad Tech Manager di IAB Italia, tra i contributori.

“L’attenzione prestata dai marchi ai contenuti in cui appaiono è un punto di notevole attenzione da diversi anni, con una forte caratteristica di soggettività – dichiara Buttazzo -. Nel tempo, la dicotomia tra contesto sicuro/non sicuro ha lasciato più spazio a sfumature intermedie, che ogni marchio ha l’opportunità di calibrare. È essenziale che questi concetti siano chiari a tutti in Europa, per evitare che la brand safety sia un filtro controproducente per l’acquisto di media. Questa guida aiuta i marchi e gli inserzionisti a considerare tutti gli elementi disponibili per migliorare i processi con cui gestiscono la brand safety”.

Brand Safety: l’analisi di GroupM Global sullo stato attuale e le evoluzioni future

Tradizionalmente, la maggior parte dei rischi per la sicurezza del marchio è da sempre limitata al perimetro digital, programmatic e social. Ora, da un contesto media che vede la digitalizzazione di altri mezzi che via via reinventano se stessi, emergono opportunità per migliorare le pratiche relative alla brand safety. La combinazione di questi fattori genera nuove sfide per i media affermati e vecchie sfide per i nuovi media. Ne parla GroupM Global nel report “Brand Safety: A Playbook for Marketers”, che fa seguito al precedente aggiornamento dell’anno scorso e racchiude i key items sul tema della sicurezza oggi e le sue evoluzioni future.

Il documento mostra come la brand safety può evolversi nel futuro nel contesto di cambiamenti politici, sociali e tecnologici. Quindi esamina sfide specifiche in cinque categorie attualmente in fase di rapida trasformazione:  Connected TV, Digital Out-of-Home digitale, Location Data, Audio e Gaming.

Ecco alcuni degli elementi chiave da considerare nell’evoluzione della brand safety dei marchi:

  • Cambiamenti di policy, come GDPR e CCPA, hanno portato a mutamenti in tutto il settore, i cui effetti completi non sono ancora stati avvertiti. Poiché le vecchie metodologie di misurazione come i cookie di terze parti stanno scomparendo, la industry, collettivamente, ha l’opportunità di creare standard migliori.
  • La pandemia di Covid-19 ha cambiato le abitudini di consumo delle persone, che hanno virato per uno stile di vita “digital first”. Per la pubblicità, in questo contesto, c’è la possibilità di rafforzare la brand safety dei i marchi.
  • Le fake news e le tecnologie che creano video deepfake stanno diventando sempre più sofisticate e minacciano di far perdere sempre di più la fiducia agli utenti. I marchi devono essere più proattivi che mai nel preservare i loro asset e nel richiedere la trasparenza in tutte le operazioni.
  • La TV connessa promette di assorbire una quota sempre maggiore del budget nei prossimi anni. Però, la misurazione è frammentata tra dispositivi ed editori. I brand dovrebbero chiedere di più trasparenza e interoperabilità tra i principali attori.
  • Il Digital Out-of-Home è destinato a diventare più avanzato e complesso mentre il programmatic buying diventa più diffuso. I marchi avranno la necessità di avere sistemi di misurazione e targeting più granulari.
  • Una grande opportunità per raggiungere un pubblico ampio è rappresentata dal gaming. Il settore però è caratterizzato dalla presenza di numerose piattaforme, titoli, giocatori ed editori. Gli e-sport continuano a crescere in popolarità, ma i brand devono essere consapevoli di possibili rischi collaterali, come la violenza e il linguaggio.

“I consumatori e i marchi utilizzano la tecnologia per accedere ai media in modi nuovi e interessanti”, ha affermato Christian Juhl, Ceo di GroupM Global. “Quando i comportamenti, le abitudini e le preferenze cambiano in seguito ai mutamenti della società, i responsabili della brand safety del marchio devono valutare costantemente questi cambiamenti e il loro impatto sul modo in cui le aziende guadagnano continuamente la fiducia dei consumatori. GroupM si occupa da tempo di brand safety. Non è mai stato così importante come ora e vogliamo mantenere il nostro impegno con queste ultime indicazioni”.

Adform, al via il nuovo programma di formazione Adform Academy

Per supportare i processi e il lavoro dei clienti, Adform mette a disposizione Adform Academy, il nuovo programma di formazione e certificazione individuale, gratuito, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ripensata totalmente, l’Academy sostituisce il programma GetCertified finora disponibile.

Le sessioni e il materiale presenti online permettono ai dipendenti delle aziende clienti di raggiungere una maggiore efficienza ed efficacia attraverso l’utilizzo delle soluzioni che compongono la full stack IAP – l’Integrated Advertising Platform di Adform.

Due i nuovi percorsi formativi disponibili: DSP Fundamentals Path e Ad Serving Fundamentals Path. Per ottenere la certificazione è necessario superare i diversi livelli di corsi. Ciascun corso può essere seguito individualmente, in base alle singole esigenze.

Ciascuna video-lezione è stand-alone e mette a disposizione un programma articolato che può essere seguito comodamente e suddiviso in base alle esigenze del singolo partecipante. Una volta completato il Path e superate tutte le verifiche, si riceve un attestato in formato PDF che può essere condiviso sui propri social come, per esempio, attraverso il profilo LinkedIn.

I temi affrontati nelle video-lezioni su DSP Fundamentals forniscono conoscenze sui tool Adform per realizzare campagne programmatic efficaci, scoprire le soluzioni per garantire la brand safety e, al contempo, mitigare gli effetti dell’ad fraud. Tra gli altri argomenti affrontati ci sono il targeting e il frequency capping cross device, consigli su come utilizzare al meglio le funzionalità per segmentare il target nella DSP, gestire efficacemente la selezione dell’inventory e i private deal. Infine, approfondire la comprensione degli algoritmi che automatizzano l’ottimizzazione delle campagne programmatic.

La certificazione Ad Serving Fundamentals permette di sviluppare le conoscenze fondamentali per dar vita a una gestione delle campagne più efficiente. Il corso mette a disposizione lezioni per comprendere meglio e in maniera più approfondita la gerarchia dell’Ad Server di Adform, attraverso le personalizzazioni e i cambiamenti in linea con i propri progetti pubblicitari.

Il workflow e i controlli da mettere in atto durante la gestione di una campagna sono un altro dei temi affrontati, così come imparare a gestire, caricare e applicare la creatività nelle campagne, oltre ai temi legati al miglioramento dell’esecuzione di strategie di ottimizzazione creative, grazie a un’immersione completa negli Standard Report di Adform.

“Mettere a disposizione dei nostri clienti un programma di formazione e certificazione come l’Academy è un traguardo molto importante per Adform, perché sono strumenti pensati per amplificare le conoscenze dei nostri tool e aiutare i brand a sviluppare campagne programmatic di reale successo, migliorando i processi interni e la gestione complessiva”, afferma Davide Corcione, Country Manager Adform. “Trasferire competenze che aiutino ad aggiungere valore e a contribuire a migliorare il ritorno sull’investimento dei nostri clienti è un elemento fondamentale in questa fase storica e critica che stiamo vivendo”.

Comscore annuncia una partnership con JW Player

Comscore e JW Player, la società americana che sviluppa il popolare player usato da migliaia di siti per la riproduzione di video sul web, hanno annunciato che gli strumenti di brand safety e di categorizzazione contestuale di Comscore sono disponibili per l’attivazione su oltre 12.000 siti che utilizzano JW Player per la riproduzione di video digitali.

La partnership, si legge in una nota, è basata sulle capacità di targeting degli annunci di JW Player, che sfruttano la scansione dei contenuti del video stesso anziché l’analisi del contenuto della pagina in cui sono ospitati i video.

Brand safety in base alla lingua dei contenuti: da DoubleVerify un tool per le aziende globali

DoubleVerify ha annunciato il rilascio di un nuovo strumento per la brand safety che consente ai brand a livello globale di targettizzare o bloccare specifiche keyword in oltre 100 lingue.

Grazie al nuovo tool, l’azienda potrà specificare la lingua del contenuto accanto al quale vuol fare apparire la propria pubblicità; monitorare e bloccare gli annunci che vengono erogati accanto a contenuti in specifiche lingue; creare liste di keyword in molteplici lingue; ed estendere protezione e liste di keyword ad ambienti di acquisto in pre- e post-bid.

Ad esempio, un brand di CPG (Consumer Packaged Goods) potrà utilizzare lo stumento di targeting in lingua per erogare una campagna in spagnolo all’interno degli Stati Uniti, esclusivamente su siti in lingua spagnola. Anche il diverso significato che una parola può assumere in differenti lingue può, a volte, essere un problema a livello di brand safety: pensiamo ad esempio a “die” che in tedesco è l’articolo singolare, mentre in inglese vuol dire “morire”. Attraverso il nuovo tool di DoubleVerify, sarà possibile per le aziende avere sia liste di “default” utilizzabili per tutte le campagne, sia liste da applicare in relazione a specifiche lingue.

La novità è disponibile a livello globale per i clienti di DoubleVerify, sia su ambienti desktop che mobile, e sia su misurazioni e blocco post-bid che come strumento di targeting pre-bid attraverso integrazioni con le principali DSP.

Brand safety, quali aziende sono più preoccupate? In testa il Largo Consumo

Quella della brand safety è ancora una preoccupazione per il mercato della pubblicità digitale. Secondo una recente ricerca di IAB Europe, ben il 77% dei professionisti della digital adv è convinto che la sicurezza dei brand sia ancora una grande priorità.

Ma ci sono delle categorie merceologiche più preoccupate di altre sulla questione. IAB ha notato come il tema sia più “caldo” tra le aziende del Largo Consumo (lo ha sottolineato il 55,29% degli intervistati) e tra quelle Finanziarie (48,24%), seguite da Healthcare (42,35%) e Automotive (28,24%). Solo più indietro troviamo Viaggi, Retail, Lifestyle, Intrattenimento, Telecomunicazioni e altre, per finire con percentuali molto basse in alcuni settori come l’Elettronica (5,88%).

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La ricerca è andata oltre, ed ha indagato il sentiment delle aziende nei confronti di quello che si sta facendo all’interno del mercato per porre soluzione al problema. Le imprese si sono dimostrate ampiamente d’accordo (64,8%) sul fatto che le innovazioni tecnologiche stiano contribuendo a risolvere i timori sulla brand safety. Un po’ meno della metà (36,4%), invece, concorda sul fatto che la industry abbia fatto un buon lavoro per affrontare la situazione nel 2019 (il 20,5% non è d’accordo).

Resta di fatto che gran parte del mercato (80,7%) affermi che assicurare ambienti sicuri per i brand sia una parte chiave di tutte le campagne media digitali, e che (77,91%) per affrontare il problema siano necessari approcci su misura in base alle specifiche esigenze delle singole aziende.

A proposito di possibili soluzioni, tra le più citate dalle aziende ci sono la diffusione di standard comuni, la necessità di una migliore educazione e discussione sul tema, una verifica continua, una maggiore collaborazione e trasparenza tra inserzionisti e piattaforme tecnologiche e migliori soluzioni in programmatic e una netta linea tra la brand safety (pubblicità in un contesto sicuro) e la brand suitability (pubblicità in un contenuto appropriato).

Brand safety, per il 77% dei professionisti digital è ancora una grande priorità

Quello della brand safety, insieme alla privacy, è ancora un tema caldo del mondo della pubblicità online. Lo rivela un sondaggio di IAB Europe, secondo cui il 77% dei professionisti della digital adv è convinto che la sicurezza dei brand sia ancora una grande priorità.

Il Brand Safety Poll dell’associazione rivela anche che per il 57% la brand safety è ancora più in cima ai pensieri rispetto agli anni passati (quando pure erano scoppiati casi eclatanti come quello di YouTube), a causa di una maggiore comprensione e conoscenza della problematica. Le aziende infatti oggi più che mai si informano su dove i loro annunci vengono visualizzati, e stanno anche diventando più consapevoli e severi nelle loro pianificazioni media, sottolineando l’importanza per il mercato di promuovere ambienti sicuri.

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Tra le metodologie più utilizzate nel mercato per combattere i timori sulla brand safety, i principali risultano essere ancora blacklist e targeting per parole chiave, rispettivamente utilizzati dal 93,8% e dal 91% dei rispondenti. Seguono le whitelist all’87,8% e l’adozione di partner di verifica all’83,9%.

In occasione del rilascio dei risultati del sondaggio, IAB Europe ha anche presentato il white paper “IAB Europe Navigator: Quality in Digital Advertising“, un documento dedicato ad aziende e agenzie in cui si descrivono le varie iniziative nazionali per promuovere la qualità degli spazi adv: dallo IAB UK Gold Standard allo IAB Quality Index italiano, dal Digital Ad Trust in Francia al BVDW Digital Trust Initiative tedesco, fino alle guideline messe a punto in altri Paesi come Finlandia, Spagna e Svezia.

«I brand hanno paura del danno a livello di reputazione che può venire da ambienti pubblicitari non sicuri, e si aspettano più informazioni su dove i loro annunci vengono erogati e accanto a che tipo di contenuti – commenta Townsend Feehan, CEO di IAB Europe -. Questa crescente sofisticazione e partecipazione nel settore sta creando un’attiva pressione al cambiamento, da cui trarrà beneficio l’intero sistema».

L’Italia è il primo Paese a superare l’80% di viewability. I dati di IAS

Integral Ad Science (IAS) ha reso noti i dati del suo Report sulla Media Quality relativo al primo semestre del 2019, fornendo una panoramica delle prestazioni e della qualità dei media digitali in Italia, includendo per la prima volta benchmarks globali.

Il Report, in particolare, evidenzia le tendenze di brand safety, ad fraud e viewability per pubblicità display, video, mobile web e in-app, analizzando i dati provenienti da migliaia di miliardi di impression di campagne pubblicitarie globali che si sono svolte tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2019.

In Italia i tassi di viewability più alti di sempre

Il nuovo report della società di misurazioni rivela che per la prima volta i livelli di viewability globali, in tutti i formati e ambienti, hanno superato il 60% durante il primo semestre 2019, riflettendo un impegno mondiale per una maggiore qualità dei media. La viewability delle impression mobile in-app display, probabilmente seguendo l’evoluzione dei modelli di consumo dei media, è migliorata maggiormente in termini assoluti, aumentando di quasi 9 punti percentuali dal 53,5% al 62,3%, tra il primo semestre 2018 e il primo semestre 2019.

Tra tutti i benchmark e tutti i paesi analizzati, l’Italia ha registrato il tasso più alto di viewability con l’80,4% degli annunci video su mobile web rimasti visibili per almeno 2 secondi, mentre anche la metà o più dello schermo era in-view.

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E l’Italia è anche il mercato più sicuro per i brand

La media di brand risk è stata in gran parte ridotta tra il 2018 e il 2019. A livello mondiale il report ha registrato un tasso del 4,7% per l’inventory desktop display, del 6,9% per quella desktop video e del 5,9% per quella mobile web display. La percentuale nel formato video su mobile web è rimasta sostanzialmente invariata al 7,8%.

Su quasi tutti i dispositivi e formati, l’Italia ha prevalso come il mercato più sicuro per i brand, con l’eccezione del mobile web video in cui il tasso di brand risk del 4,8% in Australia è appena inferiore al 4,9% dell’Italia. Il tasso di brand risk più basso in Italia si trova nel formato desktop display all’1,9%, in calo rispetto al 2,8% dell’anno precedente.

«Questo report indica un consistente miglioramento della brand safety in Italia – commenta Elisa Lupo, Amministratore Delegato di IAS in Italia -, con livelli di viewability che continuano ad aumentare. Se confrontato a livello globale, il mercato italiano appare costantemente tra i primi in classifica, mostrando l’alta qualità della pubblicità digitale in Italia. È grazie a questo livello di informazioni granulare e globale che i brand possono proteggere i loro investimenti pubblicitari e garantire il massimo rendimento».

Brand safety, nuove regole da Google. Ecco cosa cambierà da settembre

Quali contenuti sono ammessi a contenere pubblicità sulle piattaforme Google? A settembre le politiche di contenuto per gli editori che usano i prodotti di Google verranno aggiornate e rese più chiare. Lo ha annunciato Big G in un blog post firmato da Scott Spencer, il suo Director of Sustainable Ads.

Google è stata più volte nell’occhio del ciclone per casi di mancata brand safety, quando sulle sue piattaforme gli inserzionisti hanno visto apparire le proprie pubblicità a fianco di contenuti sensibili, espliciti o inneggianti l’odio. Ed è stata criticata per non avere controllato abbastanza che la sicurezza dei brand venisse rispettata. Ma negli ultimi tempi ha rafforzato i controlli, e ristretto le proprie politiche pubblicitarie. “Solo lo scorso anno – recita il blog post – abbiamo rimosso 734 mila editori e sviluppatori di app dal nostro ad network, e tolto gli annunci su 28 milioni di pagine che violavano le nostre politiche per i publisher”.

Tuttavia, prevenire è meglio che curare. E proprio per questo Google ha intenzione di rendere più chiare le regole che stanno alla base del se e del quando siti e app possono ospitare annunci sulle sue piattaforme, e renderle dei veri e propri standard per tutti i propri prodotti dedicati agli editori.

“A settembre aggiorneremo il modo in cui le politiche di contenuti per i publisher sono presentate, con una chiara esplicitazione del tipo di contenuti in cui la pubblicità non sarà ammessa o lo sarà con riserve – recita il blog post -. Le nostre Google Publisher Policies mostreranno su quali tipi di contenuti non sarà possibile mostrare pubblicità tramite nessuna delle nostre soluzioni per i publisher. Ciò include politiche contro contenuti illegali, pericolosi, inneggianti l’odio o sessualmente espliciti, tra gli altri”.

Tra le nuove regole troveranno spazio anche quei tipi di contenuti, come gli alcolici o il tabacco, che non violano le politiche, ma in presenza dei quali non tutti i brand vogliono apparire. In questo caso, gli editori che li ospitano non riceveranno segnalazioni di violazione della policy, ma solo alcuni inserzionisti e soluzioni pubblicitarie (quelli che scelgono di farlo) potranno acquistare pubblicità su di essi. “Come conseguenza di ciò – prosegue il manager sul blog -, i Google Ads non appariranno su questi contenuti ed essi riceveranno meno pubblicità rispetto ai contenuti senza restrizioni”.

Le Google Publisher Policies e le Google Publisher Restrictions verranno applicate a tutti gli editori, indipendentemente dalla soluzione pubblicitaria usata (AdSense, AdMob o Ad Manager).

Nick Morley (IAS): «Le tecnologie di verifica sono indispensabili per il ROI»

Nel corso degli anni, il mercato della pubblicità digitale è cresciuto esponenzialmente; ciò ha comportato un’intensa proliferazione di realtà e intermediari: il risultato è un ecosistema intricato, inefficiente e poco trasparente, in cui è difficile orientarsi. Ne è convinto Nick Morley, Managing Director, EMEA di Integral Ad Science (IAS), intervistato a margine dello IAS Rooftop Roundtable di mercoledì 26 giugno, evento organizzato per permettere a centri media, marchi ed editori di formarsi e confrontarsi su viewability, sicurezza del marchio online, misurazioni e verifiche.

Sono proprio questi, infatti, gli ambiti in cui la società tecnologica è specializzata, con un’offerta di servizi mirata a ridurre la complessità dell’industria e ad assicurare agli operatori che la compravendita di spazi stia avvenendo sempre secondo i più alti standard.

Perché le tecnologie di verifica sono così importanti per il mercato della pubblicità digitale?

«Che tu sia un marketer d’azienda o d’agenzia, hai bisogno di capire se il tuo investimento media è stato fatto in maniera oculata e sicura, e se quindi sta generando un ritorno. Se, approssimativamente, metà dei tuoi annunci non è viewable per un minimo periodo di tempo, se gli annunci viewable sono visualizzati da robot e i rimanenti sono erogati in ambienti non sicuri, con associazioni inserzione-contenuto inappropriate, l’immagine e la reputazione del marchio ne risentiranno gravemente. Il tema della verifica ha un’importanza cruciale perché gli operatori vogliono essere certi dei ritorni, e perché, evidentemente, le frodi non fanno che erodere potenziali entrate.

Volendo riportare queste considerazioni su un piano più generale, ci troviamo in una fase economica in cui ogni settore sta passando al vaglio i propri investimenti e le persone sono molto più attente alle spese. Per questo tutti vogliono assicurarsi che le proprie finanze siano solide».

In che modo le tecnologie di verifica possono aiutare a ripristinare un rapporto marchio-agenzia sostenibile?

«Alcune aziende si domandano se l’operato delle agenzie sia guidato dalle motivazioni giuste. La realtà è che l’industria della pubblicità digitale è incredibilmente complessa. Da una parte ci sono gli inserzionisti e dall’altra gli editori, con i contenuti e il pubblico che quegli stessi inserzionisti vogliono raggiungere, ma tra di loro c’è tutto un ecosistema molto complicato.

Ad ogni modo, le agenzie stanno cercando di ottenere i migliori ritorni per i propri clienti in un contesto in cui è difficile muoversi. Tuttavia, l’esistenza di uno strato di dati e verifica che consenta a investitori e marchi di connettersi efficientemente con editori e altri fornitori di audience genererà un ambiente affidabile e trasparente, dove i buoni attori potranno essere distinti da quelli cattivi».

A fronte di una crescente internalizzazione delle attività pubblicitarie, state osservando un maggior numero di marchi assumersi direttamente la responsabilità delle verifiche?

«Le aziende cercano di spendere i loro denari nella maniera più efficiente. Il digitale è cresciuto tantissimo negli ultimi 10-15 anni e ora rappresenta il canale media dominante, in molti mercati è addirittura diventato più importante della tv. Ma all’interno di questo processo di espansione, probabilmente una buona parte della spesa pubblicitaria non era efficiente. Per queste ragioni, solo attraverso un maggiore impiego delle tecnologie di verifica e misurazione quei marchi possono avere più controllo sulla spesa.

Non penso che gli inserzionisti intendano necessariamente spendere meno, vogliono solo spendere in maniera efficiente. Se attraverso questi processi di verifica e misurazione scoprono che una porzione degli investimenti è sprecata taglieranno i costi, ma il loro obiettivo ultimo è l’efficienza. Nel frattempo, la complessità del mercato si sta via via riducendo grazie al miglior utilizzo di queste tecnologie.

Negli ultimi anni, le aziende hanno siglato accordi diretti con le società di verifica ma non sempre perché volevano portare in-house quelle attività, cosa che è capitata più volte per il programmatic, ad esempio. Alcuni marchi stipulano dei contratti diretti affidando comunque alle loro agenzie di riferimento l’uso di quelle tecnologie. A mio avviso, è una cosa buona perché significa che i marchi assumono una posizione proattiva in questo senso. Ritengo comunque che la maggior parte delle agenzie non giudichi negativamente questo fenomeno, perché esse continuano a essere responsabili per la maggior parte della pianificazione e dell’acquisto di spazi. È solo cambiata la proprietà dei dati e di parte della tecnologia».

Cosa ne pensi del processo di consolidamento in atto nell’industria pubblicitaria?

«Come ho già detto prima, l’ecosistema digitale è divenuto in pochissimo tempo il canale media dominante. E qualsiasi mercato interessato da uno sviluppo così rapido può diventare confusionario. Col tempo, infatti, il proliferare di realtà ha attratto ingenti capitali che, probabilmente, hanno finanziato troppe società, con il risultato che l’ecosistema è diventato complesso, sovraffollato e poco trasparente in termini di spesa pubblicitaria. Per questo le aziende stanno cercando di lavorare con meno partner.

D’altra parte, credo che il processo di consolidamento in atto sia solo una fase di un ciclo economico. Se gli investitori non ottengono un ritorno in una prospettiva temporale ragionevole allora si ritirano, e le aggregazioni ne sono una conseguenza. Credo che, in ultima analisi, questo sia positivo perché ne guadagneremo in fiducia e trasparenza. Otterremo un ecosistema più sano

Per quanto ci riguarda, serve un linguaggio comune basato sui dati che colleghi marchi, piattaforme e agenzie. Noi forniamo proprio quel livello di dati e verifiche che permette all’ecosistema di essere più efficiente».

Credi che i Chief Financial Officer e i Chief Marketing Officer abbiano bisogno di collaborare di più?

«“Metà del denaro che spendo in pubblicità è sprecato, e il guaio è che non so quale metà sia”. Lo ha detto John Wanamaker verso la fine del IXX secolo ed è ancora una frase fondamentale per analizzare i rapporti tra marketing e finanza. Come si fa a stabilire cosa è efficace è cosa no? È un quesito a cui i CMO hanno sempre voluto rispondere, e che nel corso degli anni ha creato diverse frizioni tra loro e i CFO. Ma ora possiamo contare su un uso più diffuso ed efficace delle tecnologie di misurazione, grazie al quale i marketer possono rispondere alla storica domanda.

Possono finalmente sapere se è un annuncio è viewable, se ci sono frodi, se le visualizzazioni sono umane o no. Tutti elementi che permettono di rispondere al dilemma fondamentale: “Se faccio questo investimento pubblicitario, quale ritorno ho in termini di vendite e brand uplift?”. Noi aiutiamo gli operatori ad affrontare tutti queste problematiche, così da far tornare CMO e CFO a lavorare insieme armonicamente».

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