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Drive-to-store: S4M integra le soluzioni di Tapad per l’attribuzione cross-device

S4M, società tecnologica specializzata nelle soluzioni per il drive-to-store, ha annunciato oggi una partnership strategica con Tapad, leader nel riconoscimento di identità cross-device. L’obiettivo dell’accordo è fornire una visione più chiara delle strade che portano l’utente a un acquisto, in forma anonima e su più dispositivi digitali.

Questa collaborazione risponde a un crescente bisogno del settore, che si confronta con percorsi di acquisto degli utenti sempre più complessi: le ricerche mostrano che più dell’80% delle persone cercano i prodotti online, offline e su più dispositivi prima di completare un acquisto.

Grazie all’accordo con Tapad, la piattaforma di S4M è ora in grado di incrementare il traffico per i rivenditori attraverso punti di contatto multicanale che includono non solo siti web in versione desktop e mobile, ma anche negozi fisici. “I dati relativi al percorso dell’utente non devono più essere conservati in compartimenti stagni. È essenziale che i retailer stiano al passo con le abitudini di acquisto multicanale: gli utenti continuano a compiere ricerche online prima dell’acquisto, per completarlo in seguito offline”, si legge in una nota.

Il Tapad Graph consente di individuare le identità digitali garantendo la tutela della privacy. Integrato alla soluzione drive-to-store di S4M, permette ai clienti S4M di usufruire di una panoramica olistica del percorso del cliente, e consente a chi si occupa di marketing di ottimizzare l’esperienza del pubblico su diversi dispositivi e canali, favorendo un maggiore ritorno sull’investimento pubblicitario grazie ai “micro-momenti” nell’esperienza mobile dei clienti.

“Le metriche pubblicitarie per il mondo digitale e quello fisico non devono più essere separate” spiega Christophe Collet, amministratore delegato di S4M. “I nostri clienti possono ora pienamente usufruire di informazioni sui comportamenti sia online che offline, per gestire meglio gli investimenti nei media e ottimizzarli sui canali più performanti.”

Limitazioni sui cookie, Hagedorn (OMG): «Le DMP cominceranno a diventare inutili»

Dalle visioni sul mercato programmatico di Omnicom Media Group e Deliveroo all’avanzata dei private marketplace, che l’anno prossimo raggiungeranno un importante traguardo: la nostra rassegna di oggi.

Limitazioni sui cookie, Hagedorn (OMG): «Le DMP cominceranno a diventare inutili»

Le nuove limitazioni sui cookie imposte dai principali browser potrebbero avere conseguenze importanti per i marketer, segnando l’improvvisa fine di uno strumento – il cookie di terza parte – ancora ampiamente utilizzato a fini di targeting. Secondo il CEO di Omnicom Media Group Scott Hagedorn, «le DMP cominceranno a diventare inutili», in quanto i cambiamenti annunciati da Apple e Google potrebbero arrivare a «spazzare via qualcosa come l’80% di tutti i cookie». Conseguenze pericolose soprattutto nell’era dell’in-housing: «I clienti sono stati convinti di poter fare le loro transazioni utilizzando DMP di terze parti […], ed ora improvvisamente questi investimenti diventano una completa perdita». La soluzione? Affidarsi ai dati proprietari e a strutture competenti. Leggi di più su Digiday.

Il top manager Deliveroo: «Il Programmatic è il canale a performance più sfidante per i brand»

Il Programmatic è il canale media a performance «più sfidante» per i brand. E’ quanto ha dichiarato, in occasione di un evento in UK, il Global Director of Performance Marketing di Deliveroo Adam Wilson. Secondo il manager, la difficoltà di misurare il programmatic continua ad essere un ostacolo per le aziende, e il tutto è peggiorato dai walled garden che Google e Facebook hanno costruito intorno ai dati sulle impression. «Vorremmo avere quei dati per prendere le nostre decisioni [media] – ha spiegato Wilson, aggiungendo che «il fatto che essi siano intrappolati in Google e Facebook rende il tutto molto complicato. E la stessa cosa vale sia per l’ambiente desktop che per quello mobile». Leggi di più su Campaign.

Programmatic: in USA nel 2020 la spesa su private marketplace supererà quella su open exchange

Nel 2020, per la prima volta, in USA la spesa pubblicitaria sui private marketplace supererà quella sulle piattaforme aperte. Secondo stime di eMarketer, gli investimenti su PMP hanno visto negli ultimi anni una rapida crescita, grazie a problematiche quali la qualità degli spazi e la brand safety, normalmente associati agli acquisti sul mercato aperto. Il prossimo anno gli americani arriveranno a spendere 13,09 miliardi di dollari sugli open exchange (quest’anno erano 12,22) e 13,74 sui private marketplace (nel 2019 11,56). Leggi di più su eMarketer.

FreeWheel lancia una nuova divisione dedicata ai player lato domanda

In occasione dei suoi primi upfront, FreeWheel ha ufficializzato il lancio di “FreeWheel Media”, una nuova divisione dedicata alle aziende e ai player lato domanda, che raggrupperà la parte di account buy-side e il business di ad-serving.

Brian Wallach, senior vice president-CRO di FreeWheel Media, ha descritto la novità come «il partner più scalabile, trasparente ed efficace dell’intero ecosistema video», sottolineando come alla base della creazione della unit ci sia l’intenzione di mettere insieme dati, contenuti premium e pubblico, «tutti sostenuti dalla tecnologia alla base dell’ecosistema televisivo. L’obiettivo ultimo è quello di associare ai clienti i risultati desiderati».

Alla base della unit, tre asset: attribuzione, conoscenza dell’audience e trading programmatico. Per rafforzarsi su questi fronti, FreeWheel ha stretto una serie di partnership. La prima è con il fornitore di soluzioni di attribuzione Data Plus Math, grazie al quale potrà offrire informazioni più rapide sulle performance delle campagne. Sul fronte “conoscenza del pubblico”, soprattutto in campo video in streaming, la società ha invece stretto un accordo con Inscape, la data unit del produttore americano di smart tv Vizio: questa collaborazione consentirà alla società di andare ben oltre i data set della sua capogruppo Comcast, aggiungendo al proprio bacino gli insight provenienti da oltre 10 milioni di televisori intelligenti, utili per il targeting e la vendita di pubblicità televisiva.

Infine, FreeWheel collaborerà con Adobe per facilitare le transazioni in programmatic in ambito premium video, in particolare avvicinando le modalità di acquisto televisive a quelle tipiche della display, maggiormente familiari alle DSP: «Stiamo sviluppando la nostra piattaforma Drive (la nuova suite per la pubblicità tv annunciata lo scorso ottobre, ndr) per essere capaci di promuovere le audience [presso le DSP] attraverso dei Deal ID, in modo che possano essere acquistabili in programmatic», ha spiegato Wallach.

L’offerta di FreeWheel Media è attualmente in fase pilota, e il suo lancio è atteso negli Stati Uniti per l’ultimo trimestre di quest’anno. In Europa e nel nostro Paese, almeno per il momento, non sarà disponibile.

Cresce l’uso di tool di attribuzione multi-touch: un mercato globale da 816 milioni di dollari

Cresce nel mondo l’utilizzo di servizi e strumenti per l’attribuzione multi-touch. Secondo uno studio della società di ricerche MarketsandMarkets, la spesa in questo genere di soluzioni, quest’anno a quota 816 milioni di dollari, raggiungerà nel 2023 gli 1,6 miliardi, con un tasso annuo di crescita composto del 14,9%.

A far da traino principale alla crescita saranno soprattutto le piccole e medie imprese, in cui l’adozione di soluzioni di attribuzione multi-touch si stima aumenterà nei prossimi anni a un tasso più rapido (anche considerando che attualmente tra di loro l’utilizzo è abbastanza basso), sebbene nel mercato la parte del leone in termini di share la faranno le grandi aziende. Del resto, proprio le big company hanno i bacini più ampi di dati da analizzare.

Lo studio ha evidenziato anche come la maggior parte degli investimenti in questo tipo di soluzioni sarà convogliato sullo sviluppo di tecnologie in-house, rispetto a tool terzi o in cloud, prevalentemente a causa della volontà di un maggiore controllo dei dati.

A livello geografico, attualmente è la regione del Nord America a coprire la fetta maggiore di investimenti, seguita dall’Europa, e tale sarà la situazione anche tra 5 anni nonostante la progressiva crescita dell’area Asia Pacifico.

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Accenture punta sul trend dell’in-house con una nuova acquisizione

Oggi nella nostra rassegna parliamo di una nuova acquisizione di Accenture, di uno studio sui metodi di attribuzione avanzati e del punto di vista del CFO di Twitter sul tema della trasparenza.

Accenture punta sul trend dell’in-house con una nuova acquisizione

Accenture ha acquisito What If, società specializzata in innovazioni di business e prodotto. Per il colosso della consulenza si tratta dell’ultima di una lunga serie di acquisizioni di aziende operative nel marketing. In questo caso l’acquisizione, portata a termine per una somma non resa pubblica, contribuirà ad offrire ai clienti di Accenture un servizio di incubazione di idee innovative di business e prodotto, in un momento in cui il trend del “fai-da-te” (leggasi “in-house”) è sempre più diffuso. What If, società britannica con sedi anche a New York e Shanghai e l’intenzione di espandersi in nuovi mercati, possiede un modello di testing che facilita le aziende nell’incubazione di nuovi prodotti, servizi, modelli di business e strutture organizzative. Leggi di più su The Drum.

Il CFO di Twitter: «Essere trasparenti con gli inserzionisti dà i suoi risultati»

In occasione della Morgan Stanley Technology Conference, il CFO di Twitter Ned Segal ha fatto il punto sulla strategia pubblicitaria del social network dei cinguettii, sottolineando che l’azienda è diventata via via sempre più “trasparente con gli inserzionisti sul perché devono utilizzare Twitter”. E quando si è “coerenti e chiari” e si riesce a dimostrare il ROI ai brand ed a mostrare annunci rilevanti agli utenti, le aziende si rivelano più propense ad abbracciare la tecnologia. Ciononostante, c’è ancora lavoro da fare per rendere più performante la macchina, specialmente riguardo alla scelta di formati capaci di destare interesse invece di altri più votati a spingere all’acquisto. Leggi di più su MediaPost.

Che preparazione hanno i brand sui metodi di attribuzione avanzati?

Sebbene le aziende sappiano che pratiche di attribuzione avanzate sono necessarie per testare la bontà delle proprie strategie di marketing in un mondo sempre più multicanale, questo non significa che esse abbiano una conoscenza profonda di queste pratiche, o che effettivamente le utilizzino. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti dalla testata b2b ClickZ e dalla società di attribuzione Fospha, solo il 9,1% dei brand intervistati ha dichiarato di avere una comprensione “eccellente” dei metodi di attribuzione data-driven, circa il 12% ha detto di averla “molto carente” e il 22,7% ha affermato di averla “al di sotto della media”. Leggi di più su eMarketer.

Facebook, debutto ufficiale per il nuovo strumento Attribution

Dopo oltre un anno di beta test, Facebook è finalmente pronta a lanciare sul mercato la sua nuova soluzione di attribuzione, capace di analizzare l’impatto delle sue campagne sia dentro che fuori la piattaforma.

Il prodotto è ora disponibile per tutte le aziende.

La soluzione è gratuita e funziona grazie ai Pixel di Facebook, consentendo di effettuare reportistica sulle campagne erogate su Facebook, Messenger, Instagram e sull’Audience Network, con l’obiettivo di mostrare come gli annunci hanno impattato all’interno del customer journey e quali canali sono stati decisivi nel produrre traffico, conversioni e acquisti.

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Un’immagine dello strumento Attribution di Facebook

Facebook Attribution utilizza anche un nuovo modello di attribuzione data-driven, che sfrutta il machine learning per misurare il valore incrementale apportato dagli sforzi di marketing sulle varie property di Facebook. “Alcuni dei più avanzati inserzionisti stanno usando un modello di attribuzione basato sull”incrementalità’. Essa aiuta a comprendere quante conversioni aggiuntive sono state prodotte dagli annunci, rispetto a quelle che sarebbero state prodotte senza gli annunci. Misurare l’incrementalità è fondamentale per capire il reale valore delle azioni di marketing. Facebook Attribution offre un modello di attribuzione data-driven che usa modelli statistici per capire quali touchpoint di marketing portano crescente valore“, scrive la società sul suo sito Business.

Con il nuovo Facebook Attribution, il colosso di Menlo Park batte sul tempo i suoi principali concorrenti: l’analogo strumento gratuito di Google è ancora in beta test, così come è in fase di sperimentazione anche quello di Amazon. Facebook Attribution, tuttavia, consente solo di misurare le campagne, a differenza del tool di Google i cui dati possono essere riportati all’Ad Manager ed essere utilizzati per ottimizzare le offerte d’asta.

Privacy su Facebook, sospese 200 applicazioni sul social

Oggi nella nostra rassegna Facebook, Apple e un nuovo accordo tra CBS e Nielsen.

Privacy su Facebook, sospese 200 applicazioni sul social

Facebook ha rivelato di avere sospeso dalla sua piattaforma circa 200 applicazioni terze che potrebbero avere utilizzato in maniera non corretta i dati degli utenti del social. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, a marzo la società ha avviato un controllo delle app presenti sulle sue property, in particolare di quelle che hanno avuto accesso ai dati degli utenti prima dell’entrata in vigore della nuova policy del social nel 2015 e quelle considerate “sospette”: delle migliaia coinvolte nel processo di verifica, circa 200 sarebbero state sospese, i cui nomi non sono però stati rivelati. Leggi di più su Venture Beat.

Apple lancia un suo strumento per l’attribuzione delle campagne

Apple ha silenziosamente avviato sul mercato SKAdNetwork, una API per iOS 11.3 che consente agli ad network o agli inserzionisti di misurare l’efficacia di una campagna volta all’installazione di un’app direttamente tramite App Store. Di fatto, quando un utente tocca un annuncio di un’app e da lì installa e apre il software, Apple manda automaticamente all’ad network (o all’inserzionista) una notifica per la riuscita di quella campagna, senza divulgare informazioni sull’utente o sul dispositivo. Una novità che potrebbe avere conseguenze sul ruolo dei fornitori di attribuzione esterni. Leggi di più su AdExchanger.

CBS e Nielsen al lavoro sull’inserimento dinamico di pubblicità sulla tv lineare

Nuovi passi avanti verso la Programmatic TV. Negli Stati Uniti, CBS e Nielsen stanno lavorando a un accordo che li porterà ad effettuare l’inserimento dinamico di pubblicità (“dynamic ad insertion”) all’interno di trasmissioni in diretta su tv lineare. Questo significa che per gli inserzionisti sarà possibile targettizzare singoli utenti con pubblicità rilevanti, invece di erogare per tutti gli spessi spot. La partnership con Nielsen consentirà a CBS di offrire impression segmentate sulla base di caratteristiche comportamentali degli utenti, al di là di età e genere. Leggi di più su The Drum.

Google restringe l’utilizzo dei DoubleClick ID. Cosa significa per le aziende?

Quella che prima era solo un’indiscrezione è stata ora ufficializzata da Google: l’azienda non consentirà più l’utilizzo dei DoubleClick ID a chi usa il suo servizio di trasferimento dati. Lo strumento funzionerà ancora, ma i suoi dati non saranno esportabili all’esterno. La novità, voluta da Big G per allinearsi alle politiche previste dalla GDPR, sarà attiva proprio dal 25 maggio, lo stesso giorno in cui entra definitivamente in vigore il regolamento europeo.

La notizia potrebbe creare qualche difficoltà alle aziende che usano DoubleClick per acquistare pubblicità: gli identificativi di DoubleClick, infatti, sono attualmente uno strumento prezioso per misurare le performance delle campagne multicanale, dentro e fuori le piattaforme di Google, proprio in quanto trasferibili all’esterno. Senza un identificativo utilizzabile su più piattaforme, infatti, diventa molto più difficile per un brand verificare, ad esempio, se la stessa persona che ha visto l’annuncio di un prodotto su smartphone ha poi effettuato l’acquisto dello stesso prodotto da pc.

E nel mercato – come fa notare il sito MediaPost – alcuni vedono già in questa mossa la volontà di Google di sfruttare la GDPR per chiudere ancora di più i propri “walled garden”, evitando la possibilità di condividere i dati e portando così le aziende ad utilizzare sempre più i propri strumenti e piattaforme.

Intanto, un portavoce di Google ha fatto sapere che la società si sta muovendo per «prendere accordi con aziende e partner su altri modi di misurare le campagne, compresa un’accelerazione dell’espansione dell’Ads Data Hub», ossia il sistema di misurazione di Youtube progettato per dare agli inserzionisti informazioni a livello di impression sulle campagne erogate su diversi dispositivi, successivamente ampliato anche agli spazi acquistati attraverso DoubleClick e il Google Display Network.

Pochi giorni fa Google aveva reso nota un’altra mossa in vista della GDPR: la messa a punto di una piattaforma per la gestione dei consensi (CMP) destinata agli editori. Una novità che – anche in quel caso – sta facendo molto discutere, in quanto limita i publisher che la utilizzano ad avere al massimo 12 partner ad tech, un numero ben al di sotto dell’attuale norma.

Webtrekk estende l’offerta di dati con cross-device bridge

La piattaforma di customer intelligence Webtrekk ha annunciato il lancio ufficiale del suo Cross-Device Bridge (CDB), un pool “cooperativo” di dati cross-device che consente alle aziende di seguire i propri utenti su molteplici dispositivi, con un aumento delle conversioni “fino al 15%”, sottolinea la nota della società.

Al momento Cross Device Bridge è disponibile in Germania e può essere attivato su richiesta anche in altri mercati.

“In un’era di clienti iper-connessi, Webtrekk ha rilevato che ben il 30% dei clienti effettua la conversione attraverso un percorso che coinvolge più device. Per ottimizzare la customer journey, le aziende devono essere consapevoli del comportamento dei loro utenti su tutti i device ma le differenze tra i dispositivi mobile e desktop rendono arduo recuperare queste informazioni: attraverso la condivisione dei dati nel CDB di Webtrekk, le conversioni dei clienti possono essere aumentate fino al 15%”, scrive WebTrekk.

Cosa significa “pool di dati cooperativo“? E’ presto detto: per avere a disposizione informazioni di utenti non loggati, le aziende possono condividere i propri dati scambiandoli con quelli delle altre aziende che aderiscono al progetto. Webtrekk mette a disposizione le informazioni in forma sicura e nel rispetto della legge sulla protezione dei dati, le imprese aderenti possono accedere alle informazioni senza che vi sia un’identificazione personale dell’utente. I dati sono di conseguenza protetti e possono essere utilizzati solo per un’analisi Cross-Device, ma non per altri scopi di marketing.

Il Cross-Device Bridge di Webtrekk è certificato “ePrivacy” e potrà dare alle imprese una visione Cross-Device completa dei propri utenti in conformità con la nuova normativa sulla protezione dei dati (GDPR) che sarà in vigore dal maggio dell’anno prossimo.

“Da molto tempo si parla di Cross-Device Tracking. Siamo lieti di avere dato vita a Cross-Device Bridge, il primo pool di informazioni cooperativo, certificato in base alla protezione dei dati, per le imprese europee” ha affermato Wolf Lichtenstein, CEO di Webtrekk. “Le aziende che aderiscono a Cross-Device Bridge traggono vantaggio dai dati di altre imprese in quanto tutti mettono a disposizione i propri insights nel pool. Diamo vita così alla prima coalizione europea”.

Si arricchisce dunque di una nuova soluzione il portafoglio di Webtrekk, la piattaforma europea di analisi e customer intelligence che consente ai clienti di comprendere meglio il comportamento dei propri utenti in relazione ai dispositivi utilizzati, di fare delle analisi e optare per soluzioni di mirate. Fondata nel 2004, Webtrekk ha sede a Berlino e uffici a, Madrid, Amsterdam, Beijing e Milano, quest’ultima guidata dal country manager Nicola Liverani.

Attribuzione, quali sono i principali ostacoli per i marketer d’azienda?

Con l’aumento dei potenziali punti di contatto disponibili e le difficoltà legate al tracciamento degli utenti tra canali offline e online, la definizione della customer journey rappresenta il principale ostacolo ad un efficace applicazione di strategie di attribuzione.

Lo si evince da un sondaggio di AdRoll, realizzato a livello globale in collaborazione con Econsultancy, che ha interpellato marketer aziendali e professionisti operanti lato vendita in Europa, Asia Pacifica, Nord America e Australia.

Secondo l’indagine, oltre un terzo (35%) dei rispondenti ha infatti segnalato che è proprio l’identificazione del percorso online del consumatore ad impedire l’attribuzione; lo scorso anno questa quota corrispondeva al 27%.

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Un’elaborazione grafica di eMarketer

Dai risultati emerge comunque che se da una parte alcune barriere all’attribuzione stanno scomparendo, altre invece stanno acquisendo maggiore criticità. È il caso dell’azionamento degli insight: il 29% dei marketer lo ha infatti indicato come ostacolo maggiore, mentre nel 2016 questa voce era stata segnalata dal 18% delle persone coinvolte nel sondaggio.

Infine, meno di un terzo dei rispondenti (32%) ha dichiarato che la complessità dei dati è una barriera significativa all’attribuzione; erano quattro su dieci i professionisti ad aver dato questa risposta l’anno scorso.