Main partner:

Jobs

Facebook, debutto ufficiale per il nuovo strumento Attribution

Dopo oltre un anno di beta test, Facebook è finalmente pronta a lanciare sul mercato la sua nuova soluzione di attribuzione, capace di analizzare l’impatto delle sue campagne sia dentro che fuori la piattaforma.

Il prodotto è ora disponibile per tutte le aziende.

La soluzione è gratuita e funziona grazie ai Pixel di Facebook, consentendo di effettuare reportistica sulle campagne erogate su Facebook, Messenger, Instagram e sull’Audience Network, con l’obiettivo di mostrare come gli annunci hanno impattato all’interno del customer journey e quali canali sono stati decisivi nel produrre traffico, conversioni e acquisti.

Facebook-attribution
Un’immagine dello strumento Attribution di Facebook

Facebook Attribution utilizza anche un nuovo modello di attribuzione data-driven, che sfrutta il machine learning per misurare il valore incrementale apportato dagli sforzi di marketing sulle varie property di Facebook. “Alcuni dei più avanzati inserzionisti stanno usando un modello di attribuzione basato sull”incrementalità’. Essa aiuta a comprendere quante conversioni aggiuntive sono state prodotte dagli annunci, rispetto a quelle che sarebbero state prodotte senza gli annunci. Misurare l’incrementalità è fondamentale per capire il reale valore delle azioni di marketing. Facebook Attribution offre un modello di attribuzione data-driven che usa modelli statistici per capire quali touchpoint di marketing portano crescente valore“, scrive la società sul suo sito Business.

Con il nuovo Facebook Attribution, il colosso di Menlo Park batte sul tempo i suoi principali concorrenti: l’analogo strumento gratuito di Google è ancora in beta test, così come è in fase di sperimentazione anche quello di Amazon. Facebook Attribution, tuttavia, consente solo di misurare le campagne, a differenza del tool di Google i cui dati possono essere riportati all’Ad Manager ed essere utilizzati per ottimizzare le offerte d’asta.

Privacy su Facebook, sospese 200 applicazioni sul social

Oggi nella nostra rassegna Facebook, Apple e un nuovo accordo tra CBS e Nielsen.

Privacy su Facebook, sospese 200 applicazioni sul social

Facebook ha rivelato di avere sospeso dalla sua piattaforma circa 200 applicazioni terze che potrebbero avere utilizzato in maniera non corretta i dati degli utenti del social. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, a marzo la società ha avviato un controllo delle app presenti sulle sue property, in particolare di quelle che hanno avuto accesso ai dati degli utenti prima dell’entrata in vigore della nuova policy del social nel 2015 e quelle considerate “sospette”: delle migliaia coinvolte nel processo di verifica, circa 200 sarebbero state sospese, i cui nomi non sono però stati rivelati. Leggi di più su Venture Beat.

Apple lancia un suo strumento per l’attribuzione delle campagne

Apple ha silenziosamente avviato sul mercato SKAdNetwork, una API per iOS 11.3 che consente agli ad network o agli inserzionisti di misurare l’efficacia di una campagna volta all’installazione di un’app direttamente tramite App Store. Di fatto, quando un utente tocca un annuncio di un’app e da lì installa e apre il software, Apple manda automaticamente all’ad network (o all’inserzionista) una notifica per la riuscita di quella campagna, senza divulgare informazioni sull’utente o sul dispositivo. Una novità che potrebbe avere conseguenze sul ruolo dei fornitori di attribuzione esterni. Leggi di più su AdExchanger.

CBS e Nielsen al lavoro sull’inserimento dinamico di pubblicità sulla tv lineare

Nuovi passi avanti verso la Programmatic TV. Negli Stati Uniti, CBS e Nielsen stanno lavorando a un accordo che li porterà ad effettuare l’inserimento dinamico di pubblicità (“dynamic ad insertion”) all’interno di trasmissioni in diretta su tv lineare. Questo significa che per gli inserzionisti sarà possibile targettizzare singoli utenti con pubblicità rilevanti, invece di erogare per tutti gli spessi spot. La partnership con Nielsen consentirà a CBS di offrire impression segmentate sulla base di caratteristiche comportamentali degli utenti, al di là di età e genere. Leggi di più su The Drum.

Google restringe l’utilizzo dei DoubleClick ID. Cosa significa per le aziende?

Quella che prima era solo un’indiscrezione è stata ora ufficializzata da Google: l’azienda non consentirà più l’utilizzo dei DoubleClick ID a chi usa il suo servizio di trasferimento dati. Lo strumento funzionerà ancora, ma i suoi dati non saranno esportabili all’esterno. La novità, voluta da Big G per allinearsi alle politiche previste dalla GDPR, sarà attiva proprio dal 25 maggio, lo stesso giorno in cui entra definitivamente in vigore il regolamento europeo.

La notizia potrebbe creare qualche difficoltà alle aziende che usano DoubleClick per acquistare pubblicità: gli identificativi di DoubleClick, infatti, sono attualmente uno strumento prezioso per misurare le performance delle campagne multicanale, dentro e fuori le piattaforme di Google, proprio in quanto trasferibili all’esterno. Senza un identificativo utilizzabile su più piattaforme, infatti, diventa molto più difficile per un brand verificare, ad esempio, se la stessa persona che ha visto l’annuncio di un prodotto su smartphone ha poi effettuato l’acquisto dello stesso prodotto da pc.

E nel mercato – come fa notare il sito MediaPost – alcuni vedono già in questa mossa la volontà di Google di sfruttare la GDPR per chiudere ancora di più i propri “walled garden”, evitando la possibilità di condividere i dati e portando così le aziende ad utilizzare sempre più i propri strumenti e piattaforme.

Intanto, un portavoce di Google ha fatto sapere che la società si sta muovendo per «prendere accordi con aziende e partner su altri modi di misurare le campagne, compresa un’accelerazione dell’espansione dell’Ads Data Hub», ossia il sistema di misurazione di Youtube progettato per dare agli inserzionisti informazioni a livello di impression sulle campagne erogate su diversi dispositivi, successivamente ampliato anche agli spazi acquistati attraverso DoubleClick e il Google Display Network.

Pochi giorni fa Google aveva reso nota un’altra mossa in vista della GDPR: la messa a punto di una piattaforma per la gestione dei consensi (CMP) destinata agli editori. Una novità che – anche in quel caso – sta facendo molto discutere, in quanto limita i publisher che la utilizzano ad avere al massimo 12 partner ad tech, un numero ben al di sotto dell’attuale norma.

Webtrekk estende l’offerta di dati con cross-device bridge

La piattaforma di customer intelligence Webtrekk ha annunciato il lancio ufficiale del suo Cross-Device Bridge (CDB), un pool “cooperativo” di dati cross-device che consente alle aziende di seguire i propri utenti su molteplici dispositivi, con un aumento delle conversioni “fino al 15%”, sottolinea la nota della società.

Al momento Cross Device Bridge è disponibile in Germania e può essere attivato su richiesta anche in altri mercati.

“In un’era di clienti iper-connessi, Webtrekk ha rilevato che ben il 30% dei clienti effettua la conversione attraverso un percorso che coinvolge più device. Per ottimizzare la customer journey, le aziende devono essere consapevoli del comportamento dei loro utenti su tutti i device ma le differenze tra i dispositivi mobile e desktop rendono arduo recuperare queste informazioni: attraverso la condivisione dei dati nel CDB di Webtrekk, le conversioni dei clienti possono essere aumentate fino al 15%”, scrive WebTrekk.

Cosa significa “pool di dati cooperativo“? E’ presto detto: per avere a disposizione informazioni di utenti non loggati, le aziende possono condividere i propri dati scambiandoli con quelli delle altre aziende che aderiscono al progetto. Webtrekk mette a disposizione le informazioni in forma sicura e nel rispetto della legge sulla protezione dei dati, le imprese aderenti possono accedere alle informazioni senza che vi sia un’identificazione personale dell’utente. I dati sono di conseguenza protetti e possono essere utilizzati solo per un’analisi Cross-Device, ma non per altri scopi di marketing.

Il Cross-Device Bridge di Webtrekk è certificato “ePrivacy” e potrà dare alle imprese una visione Cross-Device completa dei propri utenti in conformità con la nuova normativa sulla protezione dei dati (GDPR) che sarà in vigore dal maggio dell’anno prossimo.

“Da molto tempo si parla di Cross-Device Tracking. Siamo lieti di avere dato vita a Cross-Device Bridge, il primo pool di informazioni cooperativo, certificato in base alla protezione dei dati, per le imprese europee” ha affermato Wolf Lichtenstein, CEO di Webtrekk. “Le aziende che aderiscono a Cross-Device Bridge traggono vantaggio dai dati di altre imprese in quanto tutti mettono a disposizione i propri insights nel pool. Diamo vita così alla prima coalizione europea”.

Si arricchisce dunque di una nuova soluzione il portafoglio di Webtrekk, la piattaforma europea di analisi e customer intelligence che consente ai clienti di comprendere meglio il comportamento dei propri utenti in relazione ai dispositivi utilizzati, di fare delle analisi e optare per soluzioni di mirate. Fondata nel 2004, Webtrekk ha sede a Berlino e uffici a, Madrid, Amsterdam, Beijing e Milano, quest’ultima guidata dal country manager Nicola Liverani.

Attribuzione, quali sono i principali ostacoli per i marketer d’azienda?

Con l’aumento dei potenziali punti di contatto disponibili e le difficoltà legate al tracciamento degli utenti tra canali offline e online, la definizione della customer journey rappresenta il principale ostacolo ad un efficace applicazione di strategie di attribuzione.

Lo si evince da un sondaggio di AdRoll, realizzato a livello globale in collaborazione con Econsultancy, che ha interpellato marketer aziendali e professionisti operanti lato vendita in Europa, Asia Pacifica, Nord America e Australia.

Secondo l’indagine, oltre un terzo (35%) dei rispondenti ha infatti segnalato che è proprio l’identificazione del percorso online del consumatore ad impedire l’attribuzione; lo scorso anno questa quota corrispondeva al 27%.

attribuzione
Un’elaborazione grafica di eMarketer

Dai risultati emerge comunque che se da una parte alcune barriere all’attribuzione stanno scomparendo, altre invece stanno acquisendo maggiore criticità. È il caso dell’azionamento degli insight: il 29% dei marketer lo ha infatti indicato come ostacolo maggiore, mentre nel 2016 questa voce era stata segnalata dal 18% delle persone coinvolte nel sondaggio.

Infine, meno di un terzo dei rispondenti (32%) ha dichiarato che la complessità dei dati è una barriera significativa all’attribuzione; erano quattro su dieci i professionisti ad aver dato questa risposta l’anno scorso.

Sempre più aziende utilizzano l’attribuzione. Ma c’è incertezza su come interpretare i dati

Otto su dieci aziende utilizzano qualche forma di attribuzione, ma ben sette su dieci hanno difficoltà a tradurre in azione le informazioni raccolte. Lo rivela uno studio di AdRoll, The 2017 State of Marketing Attribution, realizzato insieme ad Econsultancy e basato su uno studio di circa 1000 aziende e agenzie tra Europa, Nord America, Giappone e regione Asia-Pacifico.

Secondo i dati dello studio, la maggior parte delle società coinvolte utilizza un modello di attribuzione, ma non tutte lo adottano per ogni campagna, e non in tutti i casi ne analizzano i risultati: solo il 39% delle aziende utilizza una forma di attribuzione sulla maggioranza o su tutte le campagne e analizza le informazioni ricevute, percentuale che scende addirittura al 13% nel caso delle agenzie.

Secondo AdRoll, c’è una diffusa incertezza su come interpretare i dati, soprattutto a causa del proliferare di touchpoint e informazioni, a partire da un numero sempre maggiore di strumenti di marketing, che rendono più complicato per aziende e analisti prendere delle decisioni sicure.

Alla domanda su quali sono i principali obiettivi nell’uso dell’attribuzione, il 60% ha risposto “ottimizzare il media mix”, seguito da “comprendere il customer journey/ciclo di vendita” (57%) e da “poter giustificare la spesa digital” (56%).

Tra le varie aree geografiche, è il Nord America quello con il maggior numero di società che usano l’attribuzione su tutte o quasi tutte le campagne (51%), dato che precipita al 19% nel caso dell’Europa.

Nielsen si rafforza sull’attribuzione con l’acquisizione della società specializzata Visual IQ

Nielsen ha annunciato di aver raggiunto un accordo per l’acquisizione di Visual IQ, fornitore indipendente di modelli di attribuzione multitouch.

A seguito dell’intesa, di cui non sono stati resi noti i termini economici, Nielsen entrerà in possesso non solo della piattaforma di attribuzione di Visual IQ, ma anche di dati, tecnologie e proprietà intellettuale della società.

Le soluzioni di Visual IQ verranno integrate all’interno della suite di prodotti di Nielsen per l’efficacia del marketing, contribuendo a renderli più veloci e scalabili. Inoltre, l’operazione darà a Nielsen accesso a nuovi dati proprietari di aziende, retailer ed editori, utili per l’ottimizzazione dell’allocazione degli investimenti pubblicitari e di marketing dei suoi clienti.

«La nostra acquisizione di Visual IQ rafforza le attuali capacità di Nielsen nell’ambito delle soluzioni per un marketing efficace, portando velocità, granularità e scalabilità alla misurazione del ROI – commenta Matt Krepsik, Global Head of Product Leadership for Marketing ROI di Nielsen -. La ricca esperienza di Visual IQ sull’attribuzione e la digital intelligence, combinata alle soluzioni di primo livello di Nielsen per l’efficacia del marketing forniranno ad aziende, editori e agenzie una piattaforma olistica capace di offrire la trasparenza necessaria per ottimizzare e migliorare il ROI».

L’accordo dovrebbe essere chiuso entro il mese di ottobre.

Commanders Act, Frassinetti: «Ottimizzare le performance adv? Servono dati e un approccio omnicanale»

Attivare i dati nel processo programmatico, ma in generale in ambito digital advertising, è la vera grande sfida per pianificazioni vincenti. Ma cosa significa tecnicamente? «Generalmente, attivare i dati viene interpretato come utilizzare le audience disponibili nella DMP per esporre ai clienti o potenziali tali, messaggi pubblicitari mirati e accattivanti sui canali da loro maggiormente usati», spiega Marco Frassinetti, Country Manager Italy di Commanders Act. La realtà europea permette ai propri clienti di monitorare le campagne digitali omnichannel e cross device e di raccogliere, riconciliare e attivare i propri dati, sia on sia offline «per cercare di veicolare una vera e propria storia sui prodotti, più che un semplice messaggio pubblicitario, sempre più in ottica one-to-one e sempre più dinamica nel tempo», spiega ancora il manager, che in questa intervista anticipa come gli sforzi di Commanders Act siano concentrati sullo sviluppo della DMP e su partnership chiave con altri player di mercato.

Marco, perché è così importante ragionare in ottica one-to-one?

«Ciascun utente ha le proprie abitudini di interazione: c’è chi usa i canali social, chi utilizza prettamente testate giornalistiche online, chi si limita al solo utilizzo dei motori di ricerca. Ogni utente è un caso a se stante, e proprio per questo è fondamentale che la storia venga raccontata sui canali maggiormente utilizzati da ciascuno. Seguire questo principio significa da un lato aumentare il ROI delle proprie campagne ed evitare dispersione inutile di budget pubblicitario, e dall’altro coccolare l’utente dimostrandogli che la storia che gli sto raccontando è in linea con i suoi interessi, la sua cultura, le sue abitudini. In sostanza, se ciascun editore o inserzionista si muovesse in questa direzione, toglieremmo linfa vitale e ragion d’essere agli ad-blocker».

L’utente però lamenta sempre più invalidità e mancanza di coerenza degli annunci con il proprio journey online. Perché siamo ancora in questa situazione?

«Il mercato, agenzie e vendor media, hanno come slogan: “Il giusto messaggio, al giusto cliente, al momento giusto, con il giusto contenuto sul giusto device”. La realtà è che il 59% degli utenti ritiene che la pubblicità che riceve ogni giorno non è in linea con i suoi bisogni del momento. Questo perché le esperienze dei clienti sono molto spesso cross-canale. E il problema è che i diversi canali anche se interconnessi tra loro agiscono separatamente e non sono in grado di fornire una customer experience univoca. Per garantire una esperienza di navigazione completa e interconnessa bisogna implementare una strategia customer centric e avere un approccio omnichannel. Il primo step fondamentale è quello di identificare gli utenti cross device & cross channel ed è proprio in questo che Commanders Act fa la differenza. Permette di avere un approccio omnichannel e utilizzare le informazione raccolte sui clienti tramite la DMP per ottimizzare le perfomance, veicolando messaggi pertinenti omnichannel & cross-device».

Intanto, le aziende che investono puntano a risultati misurabili e alla brand safety. Come contribuite al raggiungimento di questi obiettivi?

«Il nostro sistema di misurazione di performance delle campagne, chiamato Mix Commander e parte della nostra suite, consente non solo di capire il contributo in termini di revenue e ROI di ogni singolo canale, bensì anche eventuali errori commessi durante la pianificazione delle campagne, con particolare riferimento alle campagne RTB; qualora quindi risultassero delle impression erogate su domini o pagine indesiderati o inopportuni per il brand, lo strumento è in grado di rilevarle e consentire la correzione della pianificazione al media planner. Lo strumento chiaramente non si limita soltanto ad azioni correttive, si configura bensì come uno strumento fondamentale per analizzare in dettaglio il contributo che apporta ciascun canale al proprio business, in termini di conversioni, revenues generate, costi e relativi ROI. Mix Commander si pone sul mercato quindi come strumento unico nel suo genere, di importanza cruciale per ogni marketer che voglia avere una visione a 360 gradi e super-partes delle propria presenza sul web, nonché chiaramente rendere profittevole il proprio business».

Quale effetto ha quindi tutto questo sul ROI di chi investe?

«L’implementazione di strategie omnichannel permette di comprendere le sinergie tra online e offline. Data la complessità del customer journey è fondamentale dotarsi di strumenti di attribuzione come quello offerto da Commanders Act per comprendere il vero impatto degli investimenti digitali. Mediamente i nostri clienti arrivano a un aumento del ROI compreso tra il 15 e il 20% essendo in grado di ripartire il proprio budget media, sui canali più performanti».

commanders-act

Attualmente su cosa vi state concentrando? Quali saranno i vostri prossimi passi per questo 2017?

«Gli sforzi sono concentrati sulla nostra DMP e su partnership chiave con altri player di mercato. Lato DMP, stiamo puntando sul machine learning. Il Prediction Tree è il primo step verso l’intelligenza artificiale in Commanders Act. I campi di applicazioni sono differenti e stanno portando a risultati sorprendenti. Possiamo per esempio prevedere chi tra tutti gli utenti che visitano il sito ha una propensione di acquisto elevata (90%) in base al comportamento di navigazione, ed escludere questa audience da liste di retargeting (Google, Facebook, eccetera) per ottimizzare quel canale specifico. Per darvi dei numeri, Promod ha avuto un saving del 10% annuo e ha reinvestito il budget su altri canali marketing. Un altro campo di applicazione è il look-a-like modeling. Si può per esempio comprendere chi dei visitatori anonimi ha un profilo simile a clienti VIP. In questo modo si possono implementare strategie di marketing personalizzate in quanto si ha una conoscenza maggiore dell’utente che si ha di fronte».

E sul fronte partnership?

«Una partnership importante portata a termine alla fine del 2016 è quella con Criteo. Attraverso la nostra integrazione siamo in grado di riconciliare gli utenti cross device e di conseguenza permettere ai nostri clienti comuni di conoscere meglio i percorsi di acquisto degli utenti. Altra importante integrazione è quella di Funnel.io, per importare in automatico i costi delle campagne all’interno della nostra piattaforma di attribution per comprendere meglio il ROI. Siamo molto attivi sul mercato e vogliamo fornire ai nostri clienti una soluzione completa per l’implementazione di strategie omnichannel».

Creare annunci adv su Snapchat: arriva un nuovo strumento self-service

Mentre l’azienda cui fa capo, Snap Inc., si mostra particolarmente interessata all’acquisizione di startup in ambito ad tech, Snapchat annuncia ufficialmente la disponibilità di un nuovo strumento volto a facilitare la vita dei suoi inserzionisti.

Si chiama Snap Publisher e, annunciato un mese fa, è ora disponibile per tutte le aziende che investono sul social a livello globale. Si tratta di uno strumento self-service che consente di creare in pochi passi un annuncio ad hoc per la piattaforma, senza l’intervento di società terze. Tra i suoi principali vantaggi c’è quello di poter convertire un video orizzontale in un formato verticale ottimizzato per Snapchat, ma il tool permette anche di arricchire gli spot con testi e animazioni, e di generare versioni multiple di Snap Ads (video verticali di massimo 10 secondi). Tutti procedimenti che normalmente comportano dei costi aggiuntivi per le aziende.

La nuova funzione va ad arricchire Ad Manager, la piattaforma recentemente lanciata da Snapchat per consentire ad inserzionisti di tutte le dimensioni di acquistare, creare e targettizzare campagne sul social network in modalità self-service.

Non c’è dubbio che Snapchat stia ultimamente muovendosi molto sul fronte pubblicitario, con una serie di arricchimenti della propria offerta commerciale e varie partnership e acquisizioni nel campo della misurazione e dell’attribuzione. Ma bisogna vedere se la messa a disposizione degli inserzionisti di strumenti efficienti e trasparenti per l’acquisto di pubblicità sarà affiancata anche da una crescita del numero di utenti. Per quello bisognerà aspettare la prossima trimestrale della società, i cui dati verranno ufficializzati il mese prossimo.

Nel primo trimestre 2017 il social ha raggiunto i 166 milioni di utenti unici giornalieri, contro i 188 attesi dagli analisti.

Il successo dell’Audience ID: la nuova alternativa al cookie?

Oggi il customer journey è un processo fluido che vive su molteplici dispositivi e canali, e riuscire a seguire un utente nei vari step che portano dall’awareness all’acquisto (e anche oltre) è particolarmente complicato, e quasi impossibile utilizzando il tradizionale cookie.

Per questo nuove metodologie si stanno sviluppando col tempo, ed una di essa sembra essere destinata a diventare un possibile benchmark. Stiamo parlando dell’Audience ID: profili online creati per identificare in maniera anonima una tipologia di pubblico in modo da riconoscere ed associare lo stesso utente su diversi canali e/o dispositivi.

Secondo un recente studio condotto da Enders Analysis per Yahoo, sempre più aziende si affidano all’Audience ID per orientare i propri investimenti adv: in UK l’anno scorso era utilizzato per il 28% della spesa pubblicitaria digital ed entro il 2020 la percentuale si stima salirà fino al 58%.

Un successo che sembra essere guidato non solo dalla possibilità, offerta da questi “identificativi”, di determinare chi sta guardando una campagna sui vari device e dunque di comprendere e gestire meglio l’esposizione pubblicitaria, ma anche dal vantaggio di avere maggiore visibilità sulla reach di una campagna, con conseguenze dirette sull’attribuzione e sull’ottimizzazione del ROI. Gli Audience ID, infatti, possono aiutare le aziende a determinare il ruolo che specifici annunci o canali hanno giocato nel fare andare avanti il consumatore lungo il funnel che lo ha portato all’acquisto.

Ma questo successo è solo internazionale o gli Audience ID sono diffusi, e richiesti, anche in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Di Fonzo, CEO di Blue 449.

Andrea, ci spieghi in parole semplici cos’è un Audience ID?

«Intanto parliamo di audience con la “a” minuscola, nel senso che non parliamo di un prodotto specifico ma di un concetto. Parliamo delle tecnologie e modelli per identificare univocamente un utente, un consumatore, su media diversi, su device diversi. Di fatto finalmente la possibilità di andare oltre al cookie, magari legato a un browser, o a un singolo device e di unire l’esperienza cross mediale».

Andrea_Di_Fonzo_MediaCom
Andrea Di Fonzo

In Italia sta salendo la domanda di questo tipo di tecnologia?

«Ovviamente si. E’ la risposta a un desiderata di sempre, quello di seguire puntualmente il consumatore da un media all’altro, da un device all’altro. Ma bisogna stare attenti a false promesse o semplificazioni. Il trend è segnato, ma ci sono differenze sostianziali tra le tecnologie e metodologie. Importante è l’incrocio multisource dei dati per dare una solidità a quello che si sta facendo».

Chi è in grado di offrire questo tipo di soluzioni?

«Non esiste una tecnologia unica, perché bisogna fare il merge di più fonti, di più strumenti e avere modelli di integrazione. Anzi direi che sono molti che si stanno lanciando in questo ambito, dagli operatori OOT ai grandi gruppi di comunicazione. Noi come Publicis Media siamo molto avanti, avendo sviluppato una tecnologia proprietaria multisources, disponibile in vari mercati nel mondo».