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Google Trust and Safety Ads Report: rimossi 2,3 miliardi di annunci “ingannevoli” nel 2018

«Procediamo nel nostro progetto di sostenere un ecosistema pubblicitario sano, sicuro e sostenibile». Sono queste le parole con cui Mark Howe, Managing Director, Agencies & Ad Industry relations, Europe Middle East & Africa di Google, in un incontro con la stampa ha descritto l’obiettivo che sottende la pubblicazione annuale del Trust and Safety Ads Report, di cui ha poi presentato i dati relativi al 2018.

Il report, che elenca e descrive tutte le azioni intraprese per eliminare inserzioni, siti e operatori ingannevoli in contrasto con le politiche che regolano le tipologie di annunci consentiti, ha reso noto che Big G ha complessivamente rimosso lo scorso anno 2,3 miliardi di annunci “non validi”, cioè in contrasto con le norme stabilite dalla multinazionale (erano 3,2 miliardi nel 2017). Nel complesso, quindi, si parla di oltre 6 milioni di annunci sbagliati ogni giorno.

Tra questi, Google segnala di aver rimosso quasi 207.000 annunci per la rivendita di biglietti e più di 531.000 annunci relativi a “bail bond” (annunci di prestiti per cauzioni). Proprio rispetto a questi ultimi, dallo scorso maggio Google ha una policy dedicata (leggi qui il blog post ufficiale).

Sono stati inoltre rilevati e rimossi circa 58,8 milioni di phishing ads, molti dei quali sono stati bloccati prima di essere pubblicati.

«Nel 2018 abbiamo affrontato nuove sfide legate a situazioni in cui la pubblicità online avrebbe potuto danneggiare gli utenti offline. In totale, nel corso dell’anno abbiamo introdotto 31 nuove policy pubblicitarie per contrastare abusi in aree quali il supporto tecnico di terze parti, i rivenditori di biglietti online, le criptovalute e alcuni servizi locali, le cauzioni e le strutture di riabilitazione per le dipendenze», ha spiegato Howe.

La tecnologia di rilevamento migliora

Ma le azioni di Google non si sono fermate ai soli annunci. Con l’obiettivo di fermare prima il dilagare di pratiche poco corrette online, Big G ha anche provveduto a identificare e chiudere quasi un milione di account di inserzionisti attivi su Google Ads giudicati non validi.

Questo grazie a una combinazione di revisioni manuali e di una tecnologia di machine learning costantemente protesa al miglioramento e al potenziamento.

Sono stati inoltre lanciati 330 nuovi “detection classifiers”: «La loro funzione è quella di aiutarci a individuare meglio quando una policy non è rispettata a livello di pagina», dichiara in proposito Howe, che in più sottolinea che si tratta di quasi il triplo del numero di classificatori lanciati nel 2017.

Per gli inserzionisti anche tool di protezione

L’obiettivo del processo di controllo di Google è però volto anche a fornire assistenza agli inserzionisti per evitare che commettano errori: «Mentre continuiamo a proteggere gli utenti da pubblicità di questo tipo, siamo inoltre al lavoro per permettere agli inserzionisti di verificare più facilmente che le loro creatività siano conformi alle policy. In linea con il nostro Centro policy di AdSense, il prossimo mese renderemo disponibile un nuovo Policy Manager per Google Ads, che fornirà suggerimenti sugli errori più comuni e aiuterà gli inserzionisti che non hanno intenzioni malevole a semplificare la creazione e il lancio di annunci in linea con le policy», dice ancora il manager.

Nel mirino anche i publisher

La nuova edizione del Trust and Safety Ads Report parla inoltre di circa 734.000 publisher e sviluppatori di app rimossi dal network pubblicitario di Google.

Inoltre, sono stati completamente eliminati gli annunci adv da quasi 1,5 milioni di app e da quasi 28 milioni di pagine per violazione delle publisher policies del colosso di Mountain View.

Ma non solo: «Abbiamo inoltre continuato ad affrontare la sfida innescata contro disinformazione e siti di scarsa qualità, utilizzando diverse politiche per garantire che i nostri annunci supportino editori legittimi e premium. Nel 2018, abbiamo rimosso gli annunci da 1,2 milioni di pagine, oltre 22.000 app e quasi 15.000 siti nella nostra rete pubblicitaria per violazioni delle norme sui contenuti, perché non pertinenti, che aizzavano all’odio o perché giudicati di scarsa qualità».

Sono stati inoltre rimossi gli annunci da quasi 74.000 pagine perché classificate come “contenenti contenuti pericolosi i dispregiativi” e circa 190.000 annunci pubblicitari per lo stesso motivo.

Insomma, la lotta è aperta sia sul fronte domanda sia sul lato offerta: «Il nostro obiettivo resta quello di lottare contro l’ad fraud, l’odio e la disinformazione online. Nel 2019 il nostro lavoro per proteggere gli utenti e consentire un ecosistema pubblicitario sicuro, che funzioni bene per gli inserzionisti e i publisher, continua a essere una priorità assoluta», dice ancora Howe, facendo riferimento anche all’operazione condotta lo scorso anno con la società di cybersecurity White Ops, l’FBI e con altri rappresentanti del settore pubblicitario per sventare una delle più grandi e complesse operazioni di frode pubblicitaria internazionale mai esistita, conosciuta con il nome di 3ve (leggi qui il resoconto dell’operazione).

In vista delle elezioni del parlamento Europeo

Dalla segnalazione di siti che diffondono “fake news”, a domande sull’identità dell’inserzionista, fino a consistenti operazioni di frode pubblicitaria, la pubblicità online è oggetto di importanti preoccupazioni, soprattutto quando si agisce in ambito politico.

«Lo scorso anno abbiamo attivato una nuova policy sugli annunci elettorali negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato. Abbiamo controllato quasi 143.000 annunci elettorali negli Stati Uniti e diffuso un nuovo rapporto di trasparenza sulla pubblicità politica che fornisce maggiori informazioni su chi ha acquistato annunci legati alle elezioni. Nel 2019, lanceremo uno strumento simile per le elezioni in Europa e in India, come annunciato sul finire del 2018 nel caso delle elezioni EU e a inizio anno per quelle indiane», dichiara in conclusione Howe.

Google contro le inventory fraudolente: novità per gli editori su AdSense e DoubleClick

Quella delle inventory fraudolente è oggi una delle principali criticità dell’industria digitale, e sempre più società si stanno impegnando a trovare dei modi di porre un freno a questo trend. Tra le possibili soluzioni, ce n’è una su cui si stanno concentrando gli sforzi di molti operatori: Ads.txt, un indice preformattato di venditori autorizzati che gli editori possono attaccare ai loro domini consentendo agli advertiser di riconoscere chi è ufficialmente preposto alla vendita delle loro inventory.

Questo strumento, ideato da IAB Tech Lab, ha ricevuto sin da subito il plauso e l’endorsement di vari player, tra cui Google. E oggi Big G continua a spingere sull’adozione di questo strumento da parte degli editori, attraverso una serie di novità inerenti AdSense e DoubleClick.

Queste novità sono per lo più volte a frenare una tipologia ben precisa di pubblicità fraudolenta: il cosiddetto “domain spoofing“, ossia la vendita di inventory con l’URL di un sito premium, ma che in realtà sono spazi appartenenti a property ben meno prestigiose.

Sono tre le novità annunciate da Google. La prima è che su AdSense inizieranno ad essere mostrati degli alert nell’interfaccia utente, che segnaleranno agli editori eventuali errori identificati dal sistema nel loro file ads.txt.

Inoltre, entro la fine di questo mese, l’ad server DoubleClick for Publishers includerà un generatore Ads.txt e un validatore, per aiutare gli editori a creare le loro liste di venditori autorizzati e correggere o modificare i loro elenchi già esistenti.

Entro quest’anno, infine, DoubleClick Ad Exchange e AdSense filtreranno l’inventory non autorizzata, in base a quanto scritto sui file Ads.txt, escludendola dalle proprie aste.

Creatività pubblicitarie sempre rilevanti? Google e Shutterstock annunciano un accordo

Nell’era del real-time pubblicitario digitale, a volte non è facile realizzare creatività sempre diverse e rilevanti per poter cogliere appieno i benefici del targeting data-driven. Ma un nuovo accordo sembra venire in aiuto alle aziende in difficoltà.

Da oggi infatti gli inserzionisti dei prodotti pubblicitari display di Google potranno utilizzare le immagini di Shutterstock per le loro campagne.

Il fornitore di immagini e musica ha infatti annunciato un’integrazione API con Google, che permetterà alle aziende che usano i formati display web e mobile di Big G, tra cui Adsense, Adwords e Admob, di accedere a un portafoglio di oltre 90 milioni di immagini, utilizzabili per le loro campagne.

La tecnologia di Google unirà in maniera programmatica le immagini ai copy pubblicitari, valutandone le performance adv: la soluzione API scalabile di Shutterstock consentirà infatti a Google di testare facilmente le performance dell’immagine unita al testo, direttamente all’interno del formato pubblicitario, per annunci ancora più rilevanti che sappiano rispondere alle nuove sfide del real-time pubblicitario digitale.

Shutterstock fornisce già il proprio archivio di immagini a fini pubblicitari ad AOL, Salesforce e Sprinklr.

A febbraio il roll-out delle AMP di Google. Tra i partner pubblicitari, tante big dell’ad tech

Le Accelerated Mobile Pages diventeranno presto realtà.

Con un blog post firmato da Richard Gingras, head of News di Google, e una conferenza stampa dedicata negli Stati Uniti, Google ha annunciato che il progetto AMP prenderà ufficialmente il via a febbraio 2016, quando verrà integrato all’interno del motore di ricerca.

Contestualmente all’ufficializzazione del roll-out, Google ha resi noti anche i nomi di nuovi partner pubblicitari del progetto, che vanno ad aggiungersi a quelli già annunciati qualche settimana fa. Tra le strutture che si occuperanno a vario titolo della gestione della pubblicità su AMP, e che attualmente stanno collaborando con Big G alla fase di test degli annunci, ci sono diverse big dell’ad tech: oltre DoubleClick e AdSense, anche Outbrain, AOL, OpenX, Taboola, Pubmatic, Integral Ad Science, Moat e Teads.

Quello della pubblicità è uno degli ambiti del progetto su cui Google sta attualmente lavorando: secondo quanto rivela il blog post, la roadmap iniziale su questo fronte include annunci dal caricamento più veloce, annunci dalle misure adattabili e supporto per la viewability, oltre all’integrazione con data management providers e fornitori di contenuti sponsorizzati. Così come editori e partner tecnologici, sono stati coinvolti in questa fase anche alcuni buyers come Annalect, sigla ad-tech di Omnicom Media Group.

Anche sul fronte analytics fervono i lavori, insieme ai partner comScore, Adobe Analytics, Parse.ly, Chartbeat, Nielsen, ClickTale e, ovviamente, Google Analytics. Le prime funzionalità verranno attivate già questo mese, con nuovi tool nelle settimane successive e l’avvio dei test definitivi nella seconda metà di gennaio.

Diversi gli editori che hanno manifestato l’intenzione di adottare le Accelerated Mobile: dall’italiana La Stampa al New York Times e al Washington Post, oltre a piattaforme digitali come Twitter, Pinterest, Linkedin e WordPress.

Leggi l’articolo completo su Engage.