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IAB Tech Lab acquisisce il consorzio di società ad tech DigiTrust

Torna la nostra rassegna internazionale della giornata. Oggi parliamo delle ultime novità di IAB Tech Lab, AdRoll e P&G.

IAB Tech Lab acquisisce il consorzio di società ad tech DigiTrust

IAB Tech Lab ha acquisito DigiTrust, un consorzio non-profit di piattaforme programmatiche volto ad offrire indentificatori standardizzati per il targeting pubblicitario. L’obiettivo della società è quello di ridurre la presenza di tracker esterni con la creazione di “un token-utente anonimo, creato per essere diffuso e condiviso” tra i membri del gruppo, simile agli indentificatori per la pubblicità mobile su iOS o Android. Leggi di più su MediaPost.

AdRoll punta sull’ecommerce: annunciato accordo con Magento

AdRoll e Magento Commerce hanno annunciato un accordo che li vedrà unire le rispettive piattaforme per l’ecommerce. Gli strumenti di attribuzione e targeting pubblicitario di AdRoll verranno integrati all’interno del servizio di cloud management per i venditori online di Magento. AdRoll offrirà a Magento una fetta della propria fee quando i clienti condivisi performeranno una vendita utilizzando la tecnologia pubblicitaria. Leggi di più su AdExchanger.

P&G torna su YouTube dopo un anno

Procter & Gamble, tra i maggiori big spender mondiali, ha deciso di ritornare ad acquistare pubblicità su YouTube dopo oltre un anno di pausa dovuta a preoccupazioni sulla brand safety. Era marzo dello scorso anno, e l’abbandono del sito video di Google da parte dell’azienda aveva dato il “la” ad analoghe mosse da parte di altri inserzionisti. «Abbiamo messo in pausa la pubblicità e, nel corso dello scorso anno, abbiamo lavorato ampiamente con YouTube per migliorarne la brand safety – ha spiegato una portavoce dell’azienda -. Adesso sentiamo che sono state attivate le giuste misure per rendere possibile il ritorno di P&G sulla piattaforma». Leggi di più su AdAge.

Adroll sceglie Scott Gifis come presidente e annuncia un riposizionamento

AdRoll, una delle maggiori piattaforme di remarketing al mondo, ha annunciato la nomina di Scott Gifis come nuovo presidente, nonché un nuovo posizionamento del brand con l’obiettivo di “aiutare le aziende ambiziose a incrementare le vendite e sfidare le marche più affermate”.

La compagnia, che sostiene di avere attualmente 37.000 clienti a livello globale, ha precisato che l’aggiornamento del brand viene lanciato in questi giorni nell’area Emea, in America del Nord e nell’Asia-Pacifico, prima di essere implementato anche negli altri mercati.

La “nuova AdRoll” intende offrire una migliore esperienza con l’introduzione di diverse nuove possibilità in piattaforma: tra queste ci saranno una configurazione guidata delle campagne per le piccole imprese, inediti strumenti di reportistica multicanale, con l’estensione dell’offerta native e una dashboard di attribuzione self-service “senza eguali”. Tutti questi elementi, promette la compagnia, consentiranno ai clienti AdRoll di migliorare la propria attività.

“Siamo entusiasti di svelare la prossima generazione di AdRoll. La piattaforma è stata migliorata con nuove caratteristiche entusiasmanti”, afferma in una nota il neo presidente di AdRoll Scott Gifis. “La prossima generazione di AdRoll rafforza la nostra missione aziendale: aiutare le attività ambiziose a incrementare il reddito a prescindere dalle risorse, dal budget o dalle competenze di marketing a loro disposizione”.

“Da oggi cambia l’approccio alla partita che avremo per i nostri clienti operanti nelle aree EMEA e APAC”, aggiunge Marius Smyth, Vicepresidente AdRoll in queste due zone. “Fin qui, in queste aree, i risultati non sono sempre stati a favore dei brand ambiziosi. Le marche più affermate, infatti, hanno spesso a disposizione team, budget e risorse più importanti per vincere la sfida. Noi stiamo per cambiare tutto questo”.

Società di retargeting a caccia del consenso degli utenti per anticipare la GDPR

Con le nuove misure di Apple contro il tracking degli utenti su Safari e la definitiva entrata in vigore della GDPR a maggio, si prospettano tempi difficili per chi, proprio sul tracciamento delle audience, ha costruito il focus della propria offerta. Ad esempio, chi si occupa di retargeting.

Alcune di queste società hanno cercato di correre ai ripari, inventandosi dei modi per ottenere il consenso diretto degli utenti per il tracciamento. Tra queste ci sono Criteo e AdRoll, che, secondo quanto riporta Digiday, avrebbero iniziato ad erogare sui browser degli utenti dei messaggi che, una volta chiusi, autorizzano automaticamente il tracking.

Una modalità che, secondo la testata, non sarebbe tra le più ortodosse, facilitando l’autorizzazione del tracking molto più dell’opt-out, i cui link sono generalmente meno visibili. Il messaggio in-browser di AdRoll contiene un pulsante “accept and close” al posto del normale tasto di chiusura della finestra, lasciando l’opzione di opt-out in mezzo al messaggio.

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In quello di Criteo, il tracking viene autorizzato cliccando qualsiasi link della pagina, mentre l’esclusione del tracciamento, anche stavolta, è in una sola posizione in mezzo al testo del messaggio.

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In effetti, la GDPR prevede che l’uso dei dati richieda un esplicito permesso da parte degli utenti, ed anche la mossa di Apple per limitare il tracking sul browser Safari andrebbe proprio nella direzione di dare agli utenti un maggior controllo di quando, dove e a chi concedere i propri dati.

L’altro lato della medaglia è però il business di una certa categoria di società, che proprio sulla raccolta degli insight sui consumatori tramite i cookies hanno costruito la propria offerta. Solo un mese fa, la stessa Criteo aveva dichiarato ufficialmente che, qualora non fosse riuscita a sviluppare in tempo una soluzione alternativa per aggirare la questione, il blocco del browser di Apple avrebbe potuto avere sulle sue entrate del 2018 un impatto del 22%. Una percentuale non da poco.

Ed anche con la GDPR c’è poco da scherzare: se da un lato il regolamento prevede una maggiore consapevolezza degli utenti sul trattamento dei loro dati, il che potrebbe implicare una minore quantità di dati disponibili e dunque un targeting pubblicitario meno aggressivo, dall’altro, per le società che non si adeguano, impone cospicue sanzioni economiche.

Attribuzione, quali sono i principali ostacoli per i marketer d’azienda?

Con l’aumento dei potenziali punti di contatto disponibili e le difficoltà legate al tracciamento degli utenti tra canali offline e online, la definizione della customer journey rappresenta il principale ostacolo ad un efficace applicazione di strategie di attribuzione.

Lo si evince da un sondaggio di AdRoll, realizzato a livello globale in collaborazione con Econsultancy, che ha interpellato marketer aziendali e professionisti operanti lato vendita in Europa, Asia Pacifica, Nord America e Australia.

Secondo l’indagine, oltre un terzo (35%) dei rispondenti ha infatti segnalato che è proprio l’identificazione del percorso online del consumatore ad impedire l’attribuzione; lo scorso anno questa quota corrispondeva al 27%.

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Un’elaborazione grafica di eMarketer

Dai risultati emerge comunque che se da una parte alcune barriere all’attribuzione stanno scomparendo, altre invece stanno acquisendo maggiore criticità. È il caso dell’azionamento degli insight: il 29% dei marketer lo ha infatti indicato come ostacolo maggiore, mentre nel 2016 questa voce era stata segnalata dal 18% delle persone coinvolte nel sondaggio.

Infine, meno di un terzo dei rispondenti (32%) ha dichiarato che la complessità dei dati è una barriera significativa all’attribuzione; erano quattro su dieci i professionisti ad aver dato questa risposta l’anno scorso.

Sempre più aziende utilizzano l’attribuzione. Ma c’è incertezza su come interpretare i dati

Otto su dieci aziende utilizzano qualche forma di attribuzione, ma ben sette su dieci hanno difficoltà a tradurre in azione le informazioni raccolte. Lo rivela uno studio di AdRoll, The 2017 State of Marketing Attribution, realizzato insieme ad Econsultancy e basato su uno studio di circa 1000 aziende e agenzie tra Europa, Nord America, Giappone e regione Asia-Pacifico.

Secondo i dati dello studio, la maggior parte delle società coinvolte utilizza un modello di attribuzione, ma non tutte lo adottano per ogni campagna, e non in tutti i casi ne analizzano i risultati: solo il 39% delle aziende utilizza una forma di attribuzione sulla maggioranza o su tutte le campagne e analizza le informazioni ricevute, percentuale che scende addirittura al 13% nel caso delle agenzie.

Secondo AdRoll, c’è una diffusa incertezza su come interpretare i dati, soprattutto a causa del proliferare di touchpoint e informazioni, a partire da un numero sempre maggiore di strumenti di marketing, che rendono più complicato per aziende e analisti prendere delle decisioni sicure.

Alla domanda su quali sono i principali obiettivi nell’uso dell’attribuzione, il 60% ha risposto “ottimizzare il media mix”, seguito da “comprendere il customer journey/ciclo di vendita” (57%) e da “poter giustificare la spesa digital” (56%).

Tra le varie aree geografiche, è il Nord America quello con il maggior numero di società che usano l’attribuzione su tutte o quasi tutte le campagne (51%), dato che precipita al 19% nel caso dell’Europa.

Programmatic native, accordo tra Taboola e AdRoll

Taboola ha siglato una collaborazione con AdRoll per espandere la sua offerta di programmatic native.

Grazie a questa integrazione, la società di performance marketing potrà acquistare in maniera automatizzata spazi pubblicitari sull’exchange di pubblicità contestuale di Taboola; inoltre, in questo modo, gli oltre 30.000 clienti di AdRoll avranno accesso al marketplace della piattaforma di scoperta dei contenuti.

Greg Fulton, VP of Product di AdRoll, ha affermato che l’exchange native di Taboola aiuterà i suoi marchi inserzionisti ad attrarre nuovi consumatori e mantenere quelli già esistenti in scala.

“Siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità per fornire ai brand contenuti sicuri e orientati alla performance al di fuori dei walled gardens, e questo è un ulteriore passo in questa direazione”, ha dichiarato a MediaPost Adam Singolda, Fondatore e Ceo della società di content discovery.

Snap vuole un futuro programmatico: il fantasmino punta AdRoll

Snapchat, o meglio la sua società Snap Inc., è a caccia di ad tech company da acquistare per accrescere il proprio appeal nei confronti dei marketer. Un processo che ha portato Snap a sedere allo stesso tavolo con AdRoll, per imbastire una discussione finalizzata all’acquisto da parte di Snap delle piattaforma di programmatic adv.

A rivelarlo è Business Insider, secondo cui il social starebbe valutando anche altre società, rivolgendo la propria attenzione principalmente su startup specializzate in martech e ad tech. Un processo che sta accelerando in questo particolare momento storico in cui Snap si trova nella spiacevole condizione di dover sedare le preoccupazioni dei suoi investitori legate principalmente al ribasso del prezzo per azione subito dalla company nel corso della scorsa settimana.

Una persona informata dei fatti ha riferito a BI che la società sta in particolare puntando company che possano aiutarla a dimostrare l’efficacia delle sue soluzioni pubblicitarie.

In linea con questo, Snap ha acquisito in giugno Placed (leggi qui l’articolo) per oltre 200 milioni di dollari, stando alle voci, con l’obiettivo di disporre di un efficace strumento di misurazione e attribuzione delle vendite offline.

La discussione aperta con AdRoll pare essere stata intrapresa poco prima dell’IPO di Snap (avvenuta in marzo) per poi proseguire successivamente. A quanto risulta, nonostante ci siano stati più incontri tra le due società, un prezzo di offerta non è stato ancora formulato.

Intanto, comunque, AdRoll sarebbe in trattative anche con altre società. Fino a oggi la company di San Francisco ha raccolto circa 91 milioni di dollari di fondi da venture capital e sostiene di essere la piattaforma di programmatic adv indipendente più utilizzata, con oltre 35.000 clienti. L’azienda fattura a livello mondiale e stima di fare oltre 300 milioni di dollari di revenue quest’anno, dichiara a Business Insider un’altra fonte ben informata sugli affari della società.

Snap e il calo delle azioni

L’acquisto di AdRoll permetterebbe a Snap di compiere un ulteriore passo avanti nel targeting, nella gestione delle campagne e nello sviluppo delle competenze in materia e-commerce.

“L’acquisto di AdRoll da parte di Snapchat sarebbe un analogo dell’acquisto di DoubleClick da parte di Google”, ha riferito un esperto alla testata riferendosi all’acquisto di 3,1 miliardi di dollari effettuato da Big G nel 2007 e che ha segnato lo sbarco definitivo del colosso nell’adv online.

Intanto, sebbene il social sia incredibilmente popolare tra i più giovani, Snap è attualmente impegnata a convincere gli azionisti di ciò che la sua offerta pubblicitaria può assicurare ai marketer, soprattutto rispetto a Facebook e Google. Le incertezze che aleggiano intorno a Snap hanno portato il prezzo della azioni della scorsa settimana al di sotto del prezzo iniziale di lancio di 17 dollari, visto che una serie di analisti di Wall Street ha rivisto a ribasso le valutazioni a causa della crescita contenuta, o meglio inferiore rispetto al previsto, di Snap e della feroce concorrenza di Instagram.

Mentre i colloqui con AdRoll non sono stati abbastanza seriosi e sostanziali per procedere a un’offerta vera e propria, Snap sta comunque attivamente esaminando altre aziende attive nel mercato sempre più ampio e sempre più sovrapposto della tecnologia applicata al marketing e alla pubblicità. Infatti, un altro nome sta circolando tra i più informati in relazione a Snap, ed è quello di Segment, un tool di customer data tracking per marketer. Non è ancora ben chiaro però se le due società hanno già avuto contatti d’affari.

Gestire l’intero customer journey B2B con un’unica piattaforma: AdRoll lancia ABM

Una soluzione integrata con piattaforme di CRM e di marketing automation per raggiungere il proprio target con annunci rilevanti. Può essere sintetizzata così la novità di AdRoll: si chiama ABM ed è un nuovo set di funzionalità di marketing account-based, disegnato per consentire alle aziende B2B di raggiungere il proprio pubblico con annunci personalizzati in programmatic.

Con questo nuovo prodotto, già disponibile, le aziende B2B possono individuare un pubblico chiave e creare annunci personalizzati in maniera dinamica su scala one-to-one, sfruttando due potenti strumenti, il CRM e il programmatic.

Uno strumento specificamente pensato per il B2B, un mercato con un customer journey particolarmente complesso che vede il coinvolgimento di touch point on e offline spesso gestiti da diversi dipartimenti aziendali e con strumenti differenti. Una complessità a cui la società di ad tech intende porre soluzione con ABM: il prodotto, integrandosi con i tool di CRM aziendali e con soluzioni di marketing automation come Marketo, consente di connettere tutti i punti del funnel del consumatore B2B.

Per consentire un targeting ancora più efficace, oltre ad utilizzare i dati di CRM di prima parte, le aziende potranno fare affidamento anche ai dati di AdRoll IntentMap per la segmentazione lookalike.

Il 66% delle aziende conta quest’anno di aumentare gli investimenti in Programmatic

L’80% delle aziende è “in confidenza” o “estremamente in confidenza” con il programmatic advertising, e il 66% afferma che gli acquisti automatizzati portano un ROI più elevato rispetto a quelli tradizionali. Circa due terzi hanno ampliato le campagne in programmatic anche ai dispositivi mobili nel 2016, e il 68% conta di aumentare i propri investimenti in retargeting quest’anno.

Sono i risultati di uno studio di AdRoll, condotto su 1300 aziende in Europa e Nord America che usano la piattaforma di prospecting e retargeting.

Il report ha evidenziato anche come circa due terzi delle aziende coinvolte ha intenzione di aumentare la propria spesa in programmatic quest’anno e, se nel 2013 solo il 7% dei brand riservava oltre la metà della propria spesa alla pubblicità data driven, nel 2016 la quota ha superato il 50%; d’altro canto la percentuale di chi investe meno del 10% dei propri budget sul programmatic è scesa dal 40% all’8% nello stesso intervallo di tempo.

In crescita anche l’utilizzo del programmatic sui social media: AdRoll rileva che nel 2016 oltre il 75% delle aziende ha deciso di condurre campagne data driven sulle piattaforme social, e chi ha esteso le campagne dal solo web ai social ha visto un aumento medio del click-through rate di oltre il 66% e una crescita complessiva delle impression del 43%. Il 77% delle aziende intervistate ha condotto campagne in programmatic sui social media nel 2016, contro il 53% su mobile e il 37% sul video.

Per il 32% delle aziende il Programmatic è stato il canale più di successo per attrarre nuovi consumatori, al terzo posto dopo i social paid (54%) e i social owned (35%).

Tra i principali temi sollevati dalle aziende nella ricerca, quello di una corretta attribuzione, considerato “importante” o “importante in maniera critica” da circa il 75% dei brand coinvolti. Se la maggior parte degli intervistati ha ammesso di fare riferimento ai modelli di attribuzione first-click o last-click, quasi il 60% ha affermato di avere in piano per quest’anno un cambiamento di approccio rispetto a questi metodi.

Attribuzione: quanto e come viene utilizzata dalle aziende?

Quattro aziende su cinque utilizzano la Marketing Attribution, ma meno di un terzo la applica a tutte o quasi tutte le loro campagne e ne analizza i risultati.

Lo rivela The State of Marketing Attribution, una ricerca condotta a livello europeo (Uk, Francia e Germania) da Econsultancy e AdRoll per scattare una fotografia del fenomeno e analizzare come le aziende stanno reagendo a campagne sempre più multicanali.

Secondo quanto dicono i dati dello studio, le aziende credono nell’importanza della Marketing Attribution, ma nella pratica non la applicano sempre. I motivi? Innanzitutto, l’enorme mole di dati sugli utenti a disposizione delle aziende, che se da un lato ha aperto la strada alla possibilità di individuare i canali più performanti all’interno di una campagna integrata, dall’altro risulta spesso troppo difficile da gestire.

Quanto ai modelli di attribuzione più utilizzati, quasi la metà degli intervistati (48%) ha rivelato di utilizzare ancora il modello last-click, e poco meno (il 47%) il first-click. Modelli più semplici da utilizzare ma anche meno “veritieri”: quasi tutti infatti hanno confermato di reputare più efficaci i modelli algoritmici e customizzati, utilizzati tuttavia solo del 23% delle aziende.

Alla base del rifiuto di utilizzare migliori tecniche di attribuzione c’è una mancanza di conoscenze in merito, sebbene anche nel caso di aziende dotate di professionisti dedicati, i modelli “avanzati” non vengano adottati in circa il 60% dei casi.

Rimane comunque diffusa la consapevolezza dell’utilità dell’attribuzione nell’ottimizzazione degli investimenti pubblicitari digital: lo riconosce il 74% degli intervistati. Il più delle volte, queste “ottimizzazioni” sono volte al taglio, invece che all’aumento, delle cifre spese.

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