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Adform riceve un investimento strategico dal fondo GRO Capital

Nuova iniezione di capitali per Adform: la piattaforma ad-tech indipendente ha annunciato un round di investimenti da parte del fondo danese GRO Capital, che diventa inoltre un nuovo azionista della società e collaborerà con l’attuale shareholder VIA equity e il management team di Adform nello sviluppo ulteriore dell’attività della società nel settore del Programmatic Advertising.

Il contesto di incertezza globale presente nell’ecosistema pubblicitario non ha impedito ad Adform di ottenere questo finanziamento strategico, che segnala un futuro positivo per il comparto ad tech, come sottolinea la nota stampa: “L’investimento consente ad Adform di offrire un’alternativa trasparente ai walled garden dei grandi operatori tecnologici” scrive la società basata a Copenaghen in un comunicato.

La società ad-tech è da tempo in controtendenza rispetto alla pratica di crescita attraverso acquisizioni, a favore, invece, della costruzione della propria piattaforma tecnologica in-house. L’obiettivo di Adform è quello di offrire una proposta completa di buy-side su trading, dati e creatività. “L’approccio ‘built as one platform’ – prosegue la nota – ha consentito ad Adform di definire la Integrated Advertising Platform (IAP) come una nuova categoria capace di affrontare direttamente molte delle questioni critiche all’interno dell’ecosistema odierno del digital advertising. La Integrated Advertising Platform è costituita da strumenti che supportano l’intero processo di pianificazione digitale a partire dall’Ad Serving e dalla creatività, seguiti dall’attivazione attraverso la Demand Side Platform con ulteriori targeting e insight possibili attraverso la Data Management Platform“.

Nell’ambito dell’investimento, GRO Capital entra nel Consiglio di amministrazione di Adform con Lars Dybkjær (Managing Partner in GRO Capital), Lars Lunde (Partner di GRO Capital) e Torben Munch (ex CEO di Itiviti Group AB e COO di SimCorp A/S). Munch assumerà inoltre il ruolo di Chairman.

Adform negli ultimi 12 mesi ha continuato inoltre la propria espansione con l’apertura di uffici in sette nuovi mercati, tra cui: Dubai, Australia, Sud Africa, Giappone, Estonia, Romania e Cina. Ad oggi, la società è cresciuta fino a contare circa 850 dipendenti, e opera in 27 paesi, espandendosi per servire clienti globali e attrarne nuovi internazionali.

“Siamo molto entusiasti della partnership con GRO Capital e non vediamo l’ora di collaborare per realizzare la nostra visione comune, offrendo a grandi inserzionisti, agenzie e publisher la nostra piattaforma software leader nel campo di dati, creatività e trading”, dichiara Gustav Mellentin, CEO e co-founder di Adform. “GRO Capital rappresenta una combinazione unica di capitale e competenze capaci di supportarci nel nostro percorso per diventare il principale fornitore ad-tech full-stack indipendente con un impatto globale”.

“Abbiamo seguito Adform per molti anni e siamo rimasti molto colpiti dalla sua base di prodotti e clienti che include alcuni dei più grandi inserzionisti e agenzie a livello globale. Questo investimento è perfettamente in linea con la strategia di GRO Capital di investire in società tecnologiche eccezionali a supporto delle loro ambizioni di trasformazione e crescita”, afferma Lars Dybkjær, Managing Partner di GRO Capital. “Gustav Mellentin ha costruito una squadra molto forte e ha assemblato un gruppo di individui altamente qualificati e ambiziosi. Siamo davvero impazienti di aiutare il team a sfruttare i punti di forza esistenti per far leva sulla loro posizione privilegiata di software provider full stack indipendente con un elevato livello di trasparenza, standard leader di sicurezza e privacy, e un forte supporto ai clienti”.

In Italia la società, che giovedì ha visto l’Enterprise Sales Director Michele Salani partecipare come speaker al Programmatic Day, ha recentemente annunciato una riorganizzazione del team locale con l’ingresso di Michela Passera e Alessandra Viganò nell’area sales.

 

Adform rafforza l’area sales con Michela Passera e Alessandra Viganò. Esce Valeria Mazzon

Novità in casa Adform: la piattaforma di programmatic “full stack” usata da agenzie media, trading desk, brand ed editori a livello globale ha annunciato un’estensione degli incarichi per il VP Southern Europe Julien Gardès, che allarga le sue responsabilità all’area Middle-East Africa, e due nuovi ingressi nell’area sales della sede italiana: Michela Passera e Alessandra Viganò.

Ufficializzata anche l’uscita di Valeria Mazzon, che lascia il ruolo di country manager Italia per intraprendere un nuovo progetto professionale. La carica sarà ricoperta ad interim dallo stesso Gardès.

Nell’ambito della riorganizzazione del team locale, Adform conferma dunque la propria strategia di sviluppo del team sales, attraverso un ulteriore potenziamento del gruppo vendite con l’ingresso di due nuove risorse che andranno a supportare quest’area: Michela Passera, in qualità di Sales Director per la linea di Business Publisher e Digital Outdoor e Alessandra Viganò nel ruolo di Sales Account.

Adform, il profilo di Passera e Viganò

Passera entra in Adform come Sales Director dedicata al comparto publisher, rich media, SSP, adserver, programmatic, Dynamics ads, e DOOH. Esperta in marketing, sales e advertising, Michela vanta un’esperienza ventennale nel settore, grazie ai ruoli coperti in concessionarie e aziende digital. Prima di approdare in Adform, la manager è stata Sales Director di Erredue Communication, responsabile della gestione dei rapporti commerciale con clienti, agenzie e centri media/trading desk. Dal 2014 al 2016, ha ricoperto il ruolo di Responsabile Commerciale Digital presso il Gruppo Finelco con l’obiettivo di coordinare forza vendita, clienti e centri media. In precedenza, ha ricoperto la carica di Sales Manager con focus al comparto web per diverse testate editoriali e concessionarie italiane.

Alessandra Viganò fa il suo ingresso in Adform come Sales Account dopo aver ricoperto le cariche di Digital Sales Manager presso Quantum Advertsing e Digital Sales Account presso SHAA. Ruoli che hanno permesso ad Alessandra di approfondire il proprio know-how in campo digital e appassionarsi alle tematiche di settore dopo una laurea in Relazioni Internazionali e un Master in International Business – Economia presso l’Università Cattolica di Milano.

Esce Valeria Mazzon, nuovi incarichi per Gardès

Con l’uscita di Valeria Mazzon, la guida della italiana sarà dunque ricoperta da Julien Gardès. “Il 2019 si è aperto all’insegna del cambiamento per Adform Italia dando il benvenuto a due nuove figure che andranno a rafforzare un’area molto importante per la società”, afferma il manager. “Grazie all’ingresso di Michela e Alessandra il team Sales si amplia ulteriormente contribuendo a rafforzare il servizio e la presenza di Adform nel territorio italiano, intensificando in modo particolare l’attenzione al cliente in termini di supporto locale e partnership di lungo periodo che il mercato ci riconosce”.

Per Gardès, oltre alla responsabilità dell’ufficio italiano, sono poi arrivati nuovi incarichi internazionali: il manager, entrato in Adform nel 2017 con il ruolo di VP Southern Europe, grazie al nuovo incarico di VP Southern Europe & Middle-East Africa avrà la responsabilità di sviluppare il business di Adform in Turchia, Dubai e Sud Africa oltre che nei mercati sud-europei.

Con un’esperienza ventennale in ambito marketing e digital, prima di approdare in Adform, il manager ha ricoperto dal 2011 al 2017 la carica di Managing Director, Continental Europe & Mena presso Rubicon Project con il focus di espandere il business dell’azienda nei mercati di riferimento. In precedenza, Julien Gardès è stato Head of Technology Sales per la Francia di 24/7 Real Media (WPP Company), Head of Publishers & Operations di Valueclick Media e Business Development Director France di Miva Media.

In questo contesto Adform – che ha di recente presentato al mercato la nuova soluzione di targeting “self service” Audience marketplace – continua anche la sua espansione a livello globale. Solo nell’ultimo anno la società adtech ha aperto uffici in sette nuovi mercati, tra cui: Dubai; Australia; Sud Africa; Giappone; Estonia; Romania e Cina. Ad oggi l’azienda conta di circa 900 dipendenti ed è attiva in 28 Paesi.

Il mestiere del programmatic trader? Servono nervi saldi e tanta pazienza. Lo rivela uno studio

Processi disparati, complessità superflue e reportistiche farraginose appesantiscono il lavoro dei “programmatic traders” – ovvero coloro che si occupano dell’impostazione, del monitoraggio e dell’ottimizzazione delle campagne pubblicitarie in programmatic – spesso a discapito della qualità del modo in cui vengono impiegati.

E’ quanto rileva una ricerca internazionale dell’ad tech company CtrlShift, secondo cui tra l’altro due terzi dei “programmatic traders”, si trovano a dover gestire continuamente sei o più campagne pubblicitarie alla volta. Altri problemi frequenti sono l’alto numero di piattaforme utilizzate e la reportistica, ancora prevalentemente “fatta a mano”.

Monitorando professionisti in tutto il mondo,  il report “Hot Traders Trade” di CtrlShift accende i riflettori sui crescenti sforzi richiesti agli operatori del programmatic, e sottolinea che il carico di lavoro non consente loro di utilizzare al meglio le proprie abilità.

Il ruolo infatti richiede “non solo una conoscenza in profondità di molteplici piattaforme e strategie di ottimizzazione, ma anche una comprensione dei consumatori e un bisogno costante di essere aggiornati sugli ultimi trend”, nota il chief executive di CtrlShift Dominic Powers.

“L’errore più tragico del settore è il sotto-utilizzo dei nostri operatori programmatici”, avverte Powers. “C’è poco spazio per sfruttare il loro contributo come veri knowledge worker, quando vengono impiegati per così tanto del loro tempo a gestire complessità superflue e processi disparati”.

La ricerca avvalora queste considerazioni con una serie di evidenze, come il fatto che il 48% dei rispondenti dice di impiegare cinque o più piattaforme tecnologiche diverse al giorno, mentre quasi il 20% ne usa otto o più quotidianamente.

Secondo la ricerca, oltre la metà delle campagna vengono ottimizzate da una a tre volte alla settimana, mentre un altro 33% da 3 a 6 volte. Secondo l’opinione generale degli operatori, le campagne con un budget “piccolo” (sotto i 50 mila dollari) sono più complesse da gestire rispetto alla grandi campagne da oltre 1 milione di dollari (probabilmente per la loro natura focalizzata sulla “performance”).

Se le ottimizzazioni non sembrano poi così numerose, forse è anche perché gli operatori impiegano ancora molto tempo nella reportistica. Il 42% dei rispondenti afferma che più della metà dei report sono stati ancora eseguiti manualmente e il 29% crea report manuali l’80% delle volte.

Considerati tutti questi fattori, CtrlShift si spinge a mettere in evidenza un rischio significativo di burnout per i programmatic specialists. Non sarebbe quindi un caso che quasi la metà dei 93 intervistati avesse trascorso meno di 12 mesi nel suo ruolo attuale.

Come conquistare i clienti con l’Ad Tech

“Adoro questo annuncio online!” non è qualcosa che i consumatori dicono molto spesso. La pubblicità online non ha quasi mai attirato l’attenzione dei consumatori, ancora meno in questi giorni che i consumatori sono alla ricerca di un marketing pertinente e non intrusivo e di una user experience completa attraverso i diversi touchpoint. Non accettano più annunci che non soddisfano queste richieste e i marketer sono fra i primi ad essersene accorti, vedendo la riduzione delle prestazioni degli annunci.

Ciò significa che la fine della pubblicità online è all’orizzonte? Al contrario, ci sono buone notizie per i marketer sotto forma di tecnologia pubblicitaria all’avanguardia. Con l’aiuto dell’Ad Tech, i marketer possono creare annunci accattivanti che ispirano gli acquirenti con il prodotto giusto al momento giusto, riflettendo nel contempo la visione del brand e raggiungendo obiettivi di marketing complessi. La ricetta segreta per ottenere questo risultato è costituita da due soli ingredienti: i dati giusti e la tecnologia giusta.

I dati sono il nuovo petrolio nel marketing. Per anni, non si è parlato altro che di Big Data, ma ancora più importanti sono le informazioni in tempo reale che possono essere estratte dai dati. I dati commerciali aggiornati sono la base per annunci significativi che attraggono i consumatori in qualsiasi fase del percorso di acquisto, e la sofisticata tecnologia Ad Tech è la tecnologia necessaria per elaborare questi dati e ottenere i migliori risultati pubblicitari possibili.

Il primo passo per fornire annunci iper-pertinenti ai consumatori è la capacità di abbinare gli utenti a diversi dispositivi e piattaforme. Senza il collegamento incrociato di un utente ai suoi diversi dispositivi, che sia uno smartphone, un tablet o un desktop, è quasi impossibile pubblicare la pubblicità più rilevante in qualsiasi fase del percorso del consumatore.

Immagina che un consumatore abbia visitato il tuo negozio online su un desktop e uno smartphone e abbia finito per acquistare dallo smartphone. Senza sapere che si tratta dello stesso utente, si rischia di mostrargli annunci per un prodotto che ha già acquistato, il che influisce negativamente sull’esperienza dell’utente. Una tecnologia di identificazione deterministica è quindi la base per qualsiasi annuncio online sofisticato, che richiede la collaborazione con altri attori del settore.

Una volta che puoi coinvolgere gli utenti su diverse piattaforme e dispositivi, il passo successivo è determinare quale annuncio mostrare ad un particolare utente. L’obiettivo è mostrare ad ogni singolo consumatore l’annuncio più pertinente in qualsiasi momento, senza rischiare di esporre eccessivamente il consumatore ai tuoi annunci. Nel mondo del Programmatic, le aziende Ad Tech all’avanguardia possono utilizzare il Predictive Bidding, che prevede lo sviluppo e l’utilizzo di algoritmi per presumere la probabilità che ciascun utente interagisca con uno specifico annuncio, in base ai dati di acquisto dell’utente stesso.

La decisione di mostrare a questo utente un annuncio in un determinato momento viene presa in tempo reale prima che l’annuncio venga visualizzato. Pertanto, l’Ad Tech consente agli inserzionisti di mostrare ai consumatori gli annunci a cui sono più interessati in quell’istante specifico.

Al momento di decidere se mostrare o meno un annuncio a un utente, è necessario un potente suggerimento sul prodotto per definire quali prodotti verranno mostrati. Dimentica il vecchio modello di Retargeting con il famoso paio di scarpe rosse che ti seguono per settimane dopo averle guardate su un sito retail. Il Modern Retargeting elabora dati più complessi per calcolare i prodotti più interessanti, che non sono necessariamente quelli che l’utente ha guardato prima.

Inoltre, oggi l’Ad Tech è molto più che Retargeting. Supporta gli obiettivi di marketing dalla generazione di consapevolezza e considerazione fino alla conversione, raccomandando anche il prodotto che si adatta a un utente in ogni fase del viaggio, sia esso un best-of selection, una nuova collezione o un prodotto personalizzato.

Infine, una caratteristica spesso dimenticata ma molto importante dell’Ad Tech è l’ottimizzazione creativa in tempo reale. Alcuni utenti reagiscono inconsciamente ai pulsanti rossi di invito all’azione, altri a quelli blu. Alcuni preferiscono più testo, altri meno. Alcuni preferiscono determinati formati di annuncio rispetto ad altri. L’ottimizzazione della creatività in tempo reale definisce il giusto mix di colori, elementi, stili di annunci e formati a cui gli utenti reagiranno molto probabilmente, e miliardi di creatività sono possibili, pur mantenendo la conformità con la corporate identity dell’inserzionista.

L’Ad Tech ha la capacità di coprire tutti questi elementi, grazie a sofisticati algoritmi in grado di elaborare enormi volumi di dati. Poiché l’Intelligenza Artificiale diventa sempre più parte integrante dell’Ad Tech, si prevede che porterà ancora più innovazione e raggiungerà gli obiettivi di marketing più complessi. L’obiettivo generale è quello di trasformare gli annunci in un’esperienza di shopping che piaccia agli utenti, in modo che possano dire: “Adoro questa assistenza per lo shopping!”

La tecnologia può migliorare lo storytelling? Sì, secondo Adform

Avere a disposizione dati in tempo reale significa poter fornire esperienze più rilevanti al singolo consumatore, allo stesso tempo fornendo risultati dinamici e misurabili. E’ quanto rivela Adform in un suo nuovo whitepaper, dal titolo “The Art and Science of Digital Storytelling: The Five Rs of Creative Advertising“.

Il documento indaga il tema della creatività pubblicitaria, e come esso possa unirsi al meglio a quello dei dati per rendere le campagne ancora più personalizzate ed efficaci. In questo senso, Adform introduce il concetto delle “Cinque R della creatività pubblicitaria“, ossia Real-time, Reportistica, Reach, Rilevanza e Reazione.

In particolare, la società sottolinea perché sia importante per i brand incorporare uno storytelling d’impatto nelle loro campagne, che possa rendere il come, cosa e perché della loro offerta: in un mercato in cui la spesa pubblicitaria globale si appresta a superare i 630 miliardi di dollari nel 2018, le aziende dovrebbero dimenticare lo storytelling lineare, e puntare invece a creare campagne con storie dalle strutture complesse che possano catturare il giusto pubblico, nel giusto momento e sulla giusta piattaforma, con messaggi d’impatto. E qui si inseriscono le “Cinque R”, capaci di determinare come le tecnologie possano supportare i brand – attraverso retargeting, annunci dinamici, targeting cross-device e messaggi sequenziali – per raggiungere uno storytelling efficace e di impatto.

Alcune altre evidenze del documento:

  • E’ il rapporto tra analytics, dati e creatività che costruisce il framework di base per una storia;
  • Man mano che nuovi mezzi vengono integrati, come il cross-device o modelli look-a-like, aumenta il pitenziale per uno storytelling più stimolante e diversificato;
  • Le campagne devono avere un gancio emozionale per connettersi col pubblico e influenzare le azioni.

Il white paper è scaricabile a questo link.

Quello dell’ad tech è ancora un mercato frammentato. I dati di uno studio IDC

Nonostante le varie acquisizioni che si sono susseguite negli ultimi tempi, il mercato dell’ad tech, in particolare quello dei software pubblicitari, è ancora molto frammentato. Lo rivela uno studio di IDC, secondo cui nel 2017 i principali 15 fornitori di software pubblicitari rappresentavano meno del 40% del mercato complessivo, per lo più invece costituito da piccoli vendor specializzati con fatturati di minori dimensioni.

Quello dell’ad tech, del resto, è un mercato in crescita, e destinato a vivere un trend positivo anche nel prossimo futuro. Secondo lo studio, il settore nel suo complesso è aumentato del 38% anno su anno dai 9,2 miliardi di dollari del 2016 ai 12,7 miliardi del 2017, e la quota di ricavi da ad tech sul totale delle vendite pubblicitarie è aumentata dal 4% del 2016 al 4,7% del 2017, una percentuale che IDC stima possa arrivare al 7,8% entro il 2022.

Una crescita cui contribuirà l’aumento complessivo del volume della spesa adv e l’incremento delle tecnologie di automazione nei processi pubblicitari, ma soprattutto, secondo la società, la progressiva transizione dalla pubblicità su tv tradizionale a quella su digital video, nello specifico sulle tv connesse.

Ad tech, in EMEA il 58% delle agenzie media ha un’offerta proprietaria di soluzioni

Per le agenzie media, oggi, è diventato particolarmente importante riuscire ad offrire ai clienti anche strumenti e competenze per gli acquisti pubblicitari in programmatic. Nel mondo, le varie società hanno risposto in maniera differente a questa esigenza, come mostra una ricerca di ExchangeWire Research realizzata in associazione con l’azienda di ad tech Iponweb.

Secondo i dati dello studio, effettuato tra aprile e maggio su 129 professionisti di agenzie media nelle aree APAC, EMEA e Nord America, circa la metà (49%) delle sigle si è dotata di soluzioni di ad tech proprietarie, mentre una percentuale un po’ più bassa, il 34%, ha optato per un’offerta mista di soluzioni proprietarie e tecnologie di terze parti. Nell’area EMEA le percentuali, rispettivamente, sono del 58% e 25%.

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Tra chi ha un’offerta interamente proprietaria, la maggioranza afferma che questa scelta si è dimostrata vantaggiosa per promuovere un migliore rapporto sia con le aziende che con gli editori, grazie anche a una migliore misurabilità delle attività e protezione dei dati. In particolare, per oltre un terzo di essi (37%) tale opzione ha portato a un miglioramento “considerevole” del rapporto con i brand, percentuale che sale al 63% se si parla di rapporto con gli editori.

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Ovviamente, sia in presenza di modelli interamente proprietari che di offerte ibride, ci sono delle sfide da affrontare: nel primo caso le più citate sono trasparenza e brand safety; nel secondo, invece, la principale è ottenere scalabilità con i partner media di qualità.

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Tra le principali priorità, nel caso di chi ha una tech stack proprietaria, ci sono le misurazioni (59%) e la capacità di costruire algoritmi customizzati per acquisti media tagliati sul singolo cliente (57%). E’ interessante notare come invece, nel caso di agenzie con modelli ibridi, ben il 41% citi l’esigenza di “costruire una stack proprietaria”.

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Infine, il 59% di chi ha un’offerta esclusivamente proprietaria ha dichiarato che tale scelta ha contribuito a costruire rapporti diretti “estremamente forti” con editori premium, allo stesso tempo riducendo l’esposizione a player sospetti.

In 2 anni gli spender hanno ridotto del 40% il numero delle DSP utilizzate, secondo una ricerca

Negli ultimi due anni, gli spender pubblicitari hanno progressivamente ridotto il numero di piattaforme che utilizzano per comprare spazi pubblicitari in programmatic.

Il trend emerge da una ricerca svolta dalla piattaforma di tracciamento americana Pathmatics, che ha analizzato gli investimenti dei primi 100 spender sulla sua piattaforma, scoprendo che il numero di demand-side platforms (DSP) usate da questi è diminuito mediamente di circa il 40% tra gennaio 2016 e aprile 2018: due anni fa, in media, gli inserzionisti americani veicolavano almeno l’1% del della loro spesa attraverso circa sette diverse DSP ogni mese. Progressivamente, come si vede dal grafico qui sotto, elaborato da eMarketer, questo numero si è ridotto fino ad arrivare alle circa quattro DSP mediamente utilizzate oggi.

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Oltre a un tema di costi di piattaforma, l’utilizzo di un numero eccessivo di DSP può avere un altro inconveniente: dal momento che molte di queste condividono almeno in parte le stesse sorgenti inventario, gli advertisier che ne usano in grand numero possono correre il rischio di “biddare” contro se stessi, il che può far salire i prezzi di acquisto del media.

Se verrà confermata, questa dinamica di “selezione” potrebbe favorire una concentrazione del mercato, con la fusione o scomparsa di alcuni player, ma allo stesso tempo che quelli in grado di mantenere il contratto con i propri inserzionisti potrebbero vedersi assegnare una quota di budget superiore rispetto al passato.

Del resto, dopo alcuni anni di “boom” nel numero di piattaforme apparse sulla scena internazionale, il mercato ha già visto negli ultimi anni diverse operazioni di M&A nell’area delle DSP, alcune particolarmente significative: Amobee ha comprato turn; Sizmek ha assorbito Rocket Fuel; Adobe ha acquistato la DSP video TubeMogul; Viant ha messo le mani su Adelphic; e Oath ha consolidato il diverse DSP dall’ad stack di AOL e Yahoo.

Madvertise a fianco degli editori emergenti con il “Madvertise Developer Fund”

La concessionaria di pubblicità specializzata in mobile Madvertise inaugura il “Madvertise Developer Fund”, un nuovo progetto di monetizzazione a forte impronta “ad tech” dedicato agli editori “emergenti”.

Aderendo a MDF, giovani editori e sviluppatori di app potranno avere accesso a un budget dedicato a loro, facendo fruttare i loro spazi pubblicitari su mobile. L’iniziativa, spiega una nota, fa sì che tutti i ricavi generati dagli annunci rimangano all’editore, garantendo infatti revenue share particolarmente competitivi su campagne in programmatic e reservation e il 100% di revenue share sulla mediation, previa l’implementazione dell’SDK Madvertise.

“In Italia le realtà ambiziose, di qualità, che garantiscano ambienti brand safe non mancano, ma molte di queste sono ancora in fase di sviluppo per quel che riguarda la distibuzione della loro inventory mobile”, afferma Francois Roloff, COO di Madvertise.

Per i publisher che aderiranno al fondo (a cui è possibile candidarsi qui, ndr) sarà sufficiente implementare l’SDK per godere dei vantaggi offerti dal programma. “Il mercato è sempre più frammentato in termini di nuovi editori” – aggiunge Tommaso Rossi, Managing Director di Madvertise Italia – “Il nostro obiettivo è avviare una collaborazione con i candidati più promettenti. Il Madvertise Developer Fund si propone appunto di far integrare l’SDK Madvertise a tutte le testate con grande potenziale, ma ancora in fase di crescita, invitiamo dunque tutti gli editori con contenuti di qualità, una struttura già avviata per gli spazi pubblicitari e almeno 20.000 utenti attivi al mese ad aderire al programma”.

“Madvertise Developer Fund”, la concessionaia fa insomma da apripista per quei budget pubblicitari a cui le testate più verticali spesso non riescono ad avere accesso. “Abbiamo avuto un’esperienza molto positiva nella collaborazione con GoalAlert, app che fornisce risultati calcistici in real-time“, spiega Roloff. “Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2015 l’app ha registrato 1 milione di utenti unici. È stato il risultato di strategie basate sull’attenzione a monetizzazione e rispetto della user experience, aspetti di cui un publisher deve necessariamente tener conto per affermarsi sul mercato.”. Allo stesso modo sono cresciute con Madvertise, per diventare le più importanti app del network, realtà come FantaMaster, Squid e Cinetrailer.

Madvertise è integrata con le principali SSP, il che permette a tutti i partner di lavorare con brand di valore in ambienti di alta qualità. Per maggiori informazioni visitare il sito

Google, l’indicizzazione sul motore di ricerca diventa “mobile-first”

Le ultime novità Search di Google, la nuova iniziativa data driven di Starbucks e il boom dell’ad tech registrato da Zenith, oggi nella nostra rassegna.

Sul motore di ricerca Google l’indicizzazione diventa “mobile-first”

Dopo circa un anno e mezzo di sperimentazioni, Google ha annunciato il lancio dell’indicizzazione “mobile-first” sul suo motore di ricerca. Questo significa che, progressivamente, su Google.com l’algoritmo che governa la visualizzazione dei siti nei risultati di ricerca utilizzerà la versione mobile di un sito – non più quella desktop – per indicizzare le sue pagine. Sempre la versione mobile sarà utilizzata anche per mostrare le informazioni sul sito all’interno dei risultati di ricerca. I siti che non hanno una versione mobile continueranno ad essere indicizzati in base a quella desktop; Google assicura che il cambiamento non prediligerà alcuni siti sugli altri a livello di ranking. Leggi di più su TechCrunch.

Ad tech, negli ultimi anni un boom. Lo confermano le stime di Zenith

Le società di ad tech sono cresciute 5 volte più velocemente del mercato della pubblicità digitale tra il 2010 e il 2016, secondo quanto ha rilevato Zenith nel suo ultimo forecast. La società ha tracciato l’andamento dei ricavi di 14 società pubbliche di tecnologie pubblicitarie, tra cui Adobe Marketing Cloud, Criteo, The Trade Desk, Rubicon Project, Rocket Fuel (ora Sizmek) e RhythmOne, scoprendo che nei sei anni in esame, esse sono cresciute mediamente del 931%, mentre il mercato della pubblicità digitale “solo” del 177%. Leggi di più su AdExchanger.

Starbucks, Wi-Fi gratuito in cambio dell’indirizzo email

Nei tanti Paesi in cui è presente, Starbucks non è solo una caffetteria, ma anche un “Wi-Fi spot”: un posto dove le persone possono collegarsi ad internet mentre sorseggiano un caffè o un cappuccino. Adesso, per usufruire di questo servizio, gli utenti non avranno neanche bisogno di acquistare una bevanda: il prezzo che dovranno pagare sarà quello di fornire il proprio indirizzo email. La catena sta testando un programma di log-in alle reti Wi-Fi delle proprie caffetterie: fornendo il proprio indirizzo email, l’utente potrà connettersi automaticamente alla rete non appena entra in uno dei negozi Starbucks. L’azienda raccoglierà così preziosi dati di prima parte, che poi utilizzerà per inviare promozioni mirate. Leggi di più su MediaPost.