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OpenX continua l’espansione internazionale con un nuovo hub per l’Asia

La piattaforma americana di Programmatic OpenX ha aperto un hub regionale a Singapore con l’obiettivo aggredire i mercati del Sud-Est Asiatico.

Il co-founder della società, Jason Fairfield, ha detto che il mobile e l’in-app engagement “dominano” la regione, e che OpenX si è posta l’obiettivo di espandersi in Indonesia, Filippine, Malesia e Vietnam, in aggiunta al piccolo ma ricco mercato di Singapore.

“Il media digitale, e in particolare la pubblicità mobile, hanno aperto una enorme opportunità per le aziende, gli editori e le compagnie tecnologiche nel Sud-Est Asiatico”, ha commentato, aggiungendo che la crescita del programmatic sta aprendo “opportunità ancora maggiori per rendere scalabile il coinvolgimento dei consumatori“.

Per quanto riguarda l’Asia, OpenX è già presente in Giappone dove, secondo quanto riferito da Fairfield, la società ha registrato nel 2017 una crescita anno su anno del 52%, posizionandosi come secondo digital ad exchange dopo Google.

Più in generale, per OpenX il 2017 è stato il decimo anno consecutivo di crescita e il quarto di profittabilità, con ricavi netti arrivati a quota 172 milioni di dollari a livello globale.

SpotX si potenzia nell’header bidding video con l’integrazione di Amazon TAM

Cresce il numero di piattaforme di vendita ed exchange integrate con Transparent Ad Marketplace, la soluzione header bidding server-side di Amazon. A PubMatic, Rubicon Project e Facebook Audience Network si aggiunge infatti adesso anche SpotX.

Grazie all’accordo, dedicato alla pubblicità video, gli editori che utilizzano la soluzione header bidding TAM potranno avere accesso alla suite di strumenti self-service di programmatic direct di SpotX, tra cui il team Demand Facilitation, i Curated Marketplace, e i vari tool di insight, verifiche e trasparenza della piattaforma. E quelli, d’altro canto, che già utilizzano SpotX potranno migliorare ricavi e user experience con una singola chiamata al marketplace cloud-based di TAM, dove tutte le fonti di domanda competono allo stesso livello.

«L’integrazione consentirà agli editori di massimizzare i ricavi e il controllo unendo le fonti di domanda di Amazon alle integrazioni di SpotX con oltre 65 DSP», ha commentato Sean Buckley, CRO at SpotX, aggiungendo che grazie ad essa sarà possibile anche avviare transazioni in private marketplace basate su deal ID. Dallo scorso aprile, la piattaforma di vendita di SpotX è aperta a soluzioni di terze parti: gli editori ora possono infatti avere accesso a sorgenti di domanda provenienti da diversi fornitori di header bidding, così come dalle varie DSP integrate nella piattaforma SpotX.

«Con l’ampia esperienza di SpotX nella gestione dei contenuti video, e la semplicità e trasparenza di TAM, queste integrazione farà sì che i broadcaster possano sbloccare i più alti CPM programmatici, erogando allo stesso tempo un’ottima esperienza video», ha aggiunto Ken Leeder, General Manager di Amazon Publisher Services.

European Broadcaster Exchange, nuovi sviluppi per il progetto di Mediaset, ProSiebenSat.1 e TF1

All’inizio di giugno, Mediaset, ProSiebenSat.1 e Groupe TF1 avevano annunciato il lancio di una joint venture dal nome European Broadcaster Exchange (Ebx), una piattaforma congiunta specializzata nella vendita di campagne video in programmatic. Un’unione di forze grazie alla quale i tre broadcaster europei puntano a giocare insieme un ruolo da protagonisti del mercato della pubblicità digitale e contrastare così il dominio degli Over The Top, rispondendo alla sempre crescente richiesta di brand safety e di campagne video paneuropee di alta qualità e su larga scala.

Col tempo, il progetto sta sempre più prendendo forma, e in occasione del recente Dmexco alcuni particolari sono stati svelati sull’evoluzione della piattaforma, che conta di avere un bacino di utenza di 100 milioni di spettatori unici al mese, e che ora starebbe facendo la corte ad altri editori in alcuni grandi mercati del continente, Gran Bretagna in primis, dove tra l’altro sarà ospitata la sede della società (a Londra).

«Ci troviamo tutti a dover fronteggiare le stesse problematiche, opportunità e sfide, che in questo mondo orientato a tecnologia e piattaforma significano “scalabilità”. Adesso possiamo dire ai buyer che se vogliono una campagna pan-europea in programmatic, questo è il solo posto dove possono acquistare le inventory [di ciascuno dei nostri membri]», ha dichiarato al Dmexco Christof Wahl, chief operating officer di ProSiebenSat.1 Group, sottolineando come il momento per gli editori televisivi di portare sul mercato un marketplace video premium e controllato per le aziende che vogliono pianificare una campagna pan-europea in programmatic non è mai stato migliore, con le difficoltà dei grandi OTT a garantire soluzioni pubblicitarie trasparenti e brand safe.

Da ora fino a dicembre, sulla piattaforma verranno condotte alcune campagne di test con selezionati clienti. Attualmente, è disponibile inventory pre-roll su ognuna delle offerte dei broadcaster, ma col tempo verranno aggiunti più formati e soluzioni, in particolar modo riguardanti le capacità di targeting degli spettatori, ad esempio in base agli interessi o alle variabili demografiche. Secondo quanto ha rivelato al Dmexco Wahl, in futuro potrebbe anche esserci un’estensione ad altre inventory video digitali su tv connesse e addressable tv.

E’ alle fasi finali anche la costituzione del team che lavorerà all’exchange, che per evitare rallentamenti nelle procedure sarà indipendente dai tre broadcaster fondatori. A breve dovrebbe essere ufficializzato il nome del CEO e la composizione della squadra commerciale.

L’ANA lancia un nuovo progetto contro le frodi e la tech tax

La statunitense Association of National Advertisers ha lanciato un progetto pilota di sei mesi per combattere l’ad fraud e fare chiarezza sulle commissioni e tariffe trattenute dalle aziende ad tech nel settore della pubblicità digitale.

Secondo i dati dell’ANA, infatti, solo 30-40 centesimi di ogni dollaro speso in pubblicità digitale raggiungono effettivamente gli editori. Dal canto loro, le aziende ad tech dichiarano di addebitare queste spese per ottimizzare le campagne pubblicitarie, per trovare, ad esempio, il giusto target di un annuncio o l’inventory migliore. In questo però l’Associazione vede un maggior ritorno per gli operatori di tecnologia oltre che frodi difficili da individuare nella loro complessità.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di portare questa cifra fino a 70 centesimi, recuperando 20 miliardi di dollari da vari intermediatori o da processi fraudolenti. Il progetto pilota parte con 35 inserzionisti e oltre 50 milioni di spesa su 30 editori online premium, e tra i suoi scopi c’è naturalmente anche quello di misurare quanto effettivamente, di un investimento pubblicitario, si perde nella lunga catena del valore.

In particolare, l’iniziativa coinvolge TrustXad exchange realizzato dalla Digital Content Next (DCN), associazione di categoria che rappresenta alcune tra le più importanti aziende mediali globali, con l’obiettivo di portare maggiore trasparenza nella pubblicità online (leggi l’articolo dedicato). La piattaforma garantisce che gli inserzionisti paghino solo per le transazioni umane e visualizzabili in ambienti brand-safe.

I membri dell’ANA e altri marketers erano già liberi di utilizzare TrustX. Ora sono resi disponibili dati aggiuntivi e analisi attorno alla quota di budget che arriva effettivamente nelle tasche degli editori.

MoPub sfrutterà i dati di Twitter per offrire pacchetti di audience alle aziende

Dopo essere stata per anni fondamentalmente indipendente da Twitter, che l’ha acquisita nel 2013, MoPub sembra aver adesso intenzione di sfuttare al massimo il bacino di dati del social network.

Secondo quanto riporta Ad Exchanger, MoPub starebbe infatti testando la creazione di “pacchetti di audience”, ossia di segmenti di pubblico realizzati partendo dai dati proprietari di Twitter. La soluzione sarebbe in alpha test con un selezionato numero di partner.

Al momento i segmenti sarebbero piuttosto ampi, come “amanti dello sport” o “appassionati di musica”, ma ci sarebbe il potenziale per fare ancora di più. All’exchange mobile di Twitter arrivano infatti circa 450 miliardi di richieste di campagne al mese, e, come ha spiegato nei giorni scorsi la VP di MoPub Janae McDonough: «La piattaforma siede su una miniera di dati. Da noi passano informazioni in quantità sul comportamento degli utenti, e combinandole con i dati di Twitter e con quelli di prima parte delle aziende viene fuori una proposizione molto interessante».

Quella dei pacchetti di audience, con le sue conseguenze per le possibilità di targettizzazione delle campagne, non è la sola novità a cui sta lavorando MoPub. Nelle prossime settimane, infatti, la piattaforma ha intenzione di rilasciare una nuova versione del proprio SDK con gli strumenti di misurazione della viewability di Moat ed Integral Ad Science (IAS) già integrati, in modo che gli editori di MoPub possano automaticamente fornire misurazioni della visibilità delle loro inventory in-app.

«Sappiamo che le audience sono importanti per le aziende, ma immaginate se i brand potessero acquistare una audience “viewable” – ha commentato Meridith Miller, head of commercial partnerships di MoPub -. Gli inserzionisti hanno bisogno di posizionamenti trasparenti su cui investire i loro budget, e le misurazioni sono ciò che rende possibile questa trasparenza».

I big dell’editoria digitale americana lanciano un ad exchange congiunto

Digital Content Next (DCN), associazione di categoria che rappresenta alcune tra le più importanti aziende mediali globali, sta per lanciare un proprio ad exchange, chiamato TrustX, con l’obiettivo di portare maggiore trasparenza nella pubblicità online.

La piattaforma tecnologica permetterà ai marketer di acquistare spazio pubblicitario sulle proprietà dei marchi editoriali, inclusi ABC, Condé Nast, Hearst, NBCUniversal, il Washington Post, Meredith, ESPN, Vox Media e News Corp. TruxtX opererà come una sussidiaria senza scopo di lucro di DCN e, stando a quanto dichiarato al Wall Street Journal da Jason Kint, Chief Executive della sigla, è stata progettata per riportare trasparenza nella sempre più complicata filiera della pubblicità online.

“È stato chiaro che per ripristinare fiducia nel mercato avevamo bisogno di entrare in gioco in maniera più diretta”, ha dichiarato Kint. Digital Content Next ha inoltre affermato che TrustX si concentrerà nel generare benefici di lungo termine per operatori e editori, senza concedersi ad investitori esterni e perseguire finalità di profitto. digital-content-next-trustx

L’ad exchange garantirà che i marketer pagheranno per annunci visionati solo da parte di consumatori reali e promette anche di fornire totale trasparenza circa i costi di erogazione della campagna. Kint prevede che TrustX sarà operativo entro la prima parte del prossimo anno. La società ad tech Iponweb è stata selezionata per costruire la tecnologia sottostante la piattaforma.

Già in passato alcune società operanti nell’editoria digitale si erano impegnate in simili alleanze, sempre in ambito Programmatic. Tra le più importanti figurano Pangea, composta da The Guardian, CNN International, The Financial Times, Reuters e l’Economist e, in Francia, il consorzio La Place Media, attivo dal 2012.

Rubicon Project e SuperAwesome lanciano la prima soluzione programmatica “kid-safe”

Rubicon Project, l’azienda di pubblicità Programmatica, e SuperAwesome, la piattaforma di marketing per ragazzi, lanciano REX, un video ad exchange premium che permette ai marchi di pubblicizzare i loro prodotti agli under-13 rispettando le normative degli Stati Uniti.

Le società affermano che si tratta della prima ed unica soluzione per lo scambio automatizzato di pubblicità video conforme alle direttive COPPA, con la possibilità di erogare annunci su schermi desktop e mobile in tempo reale. I requisiti imposti da COPPA negli Stati Uniti e da GDPR in Europa impongono legalmente ai proprietari di contenuti e agli inserzionisti attivi nello spazio di utilizzare solo piattaforme che non facciano targeting basato su profili o cookie.

Rex, disponibile anche in Italia, elimina qualsiasi software di targeting o tracciamento che le autorità vietano di impiegare in comunicazioni commerciali dirette ai bambini con meno di tredici anni d’età, SuperAwesome identifica poi una base utenti rilevante per gli inserzionisti che usano sistemi automatizzati, ed eroga gli annunci a questo stesso segmento. “REX si inserisce tra l’editore e l’exchange, assumendo il ruolo di firewall. Ispeziona le richieste in uscita e le priva di qualsiasi PII prima di inviarla attraverso l’exchange. Quest’ultimo considera poi la richiesta e i compratori possono iniziare a fare le offerte sull’inventory. Una volta che l’offerta vincente è riconsegnata all’editore, REX la intercetta di nuovo e rimuove qualsiasi tracciatore che possa raccogliere PII prima di inviarlo all’editore. Tutto questo avviene in tempo reale, consentendo un flusso programmatic completo e contemporaneamente assicurando la conformità di tutte le parti coinvolte”, spiega Joshua Wohle, Chief Product Officer di SuperAwesome.

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Il funzionamento di REX

Inserzionisti e fornitori di contenuti come Disney, Turner, Hasbro e Lego hanno usato la piattaforma di marketing per ragazzi, con l’intento di coinvolgere il vincolatissimo gruppo degli under-13, che sta progressivamente abbandonando i metodi più ortodossi di consumo mediale, come la tv lineare, in numeri record.

Secondo quanto riportato da The Drum, gli analisti prevedono che il mercato della pubblicità digitale per ragazzi raggiungerà i 3,5 miliardi di dollari entro il 2018, nonostante il regime regolatore americano abbia storicamente comportato che la maggioranza delle campagne per under-13 sia eseguita attraverso scambi diretti.

Rex prosegue la missione di SuperAwesome di elaborare gli strumenti e le piattaforme per far crescere l’ecosistema dei media digitali per ragazzi. Siamo entusiasti di lavorare con un leader tecnologico come Rubicon Project per lanciare REX, in quanto ciò evidenzia l’importanza crescente di questo mercato e la serietà con cui è preso in considerazione sia dai professionisti della pubblicità che dagli operatori della tecnologia”, ha dichiarato Dylan Collins, Chief executive officer di SuperAwesome.

Harry Patz Jr., Chief Revenue Officer di Rubicon Project, ha sottolineato, inoltre, la crescente influenza del gruppo under-13 per ciò che riguarda la spesa del consumatore, e ha aggiunto che introdurre l’automazione nelle campagne dirette verso questa fascia anagrafica può generare efficienza operativa.

Lavoriamo con un leader come SuperAwesome per portare la potenza dell’automazione alla pubblicità conforme a COPPA; REX stabilisce gli standard per gli inserzionisti nel mondo affinché possano inviare i loro messaggi a questo segmento in un modo automatizzato. Non vediamo l’ora di offrire l’inventory di SuperAwesome in maniera esclusiva alle migliaia di compratori di qualità presenti sulla nostra piattaforma”, ha concluso Patz Jr.

Dopo la chiusura di FBX, Facebook si prepara a dismettere anche LiveRail

Dopo la conferma della chiusura il primo di novembre dell’ad exchange FBX, dedicato all’acquisto di spazi display su desktop per azioni di retargeting, Facebook si prepara a dismettere un altro suo prodotto pubblicitario. Si tratta di LiveRail, l’ad exchange video acquisito nel 2014 per una cifra tra i 400 e i 500 milioni di dollari.

Già qualche mese fa LiveRail aveva dismesso la sua parte di business relativa all’ad serving, e ad aprile i suoi dipendenti erano stati invitati da Facebook a cercare altre opportunità professionali. Lo stesso ceo Mark Trefgarne aveva lasciato la società proprio in quel periodo. Dunque, da tempo ci si aspettava che qualcosa bollisse in pentola.

Adesso arriva una conferma dalla stessa Facebook, riportata dal sito Re/Code. Un portavoce del social network ha dichiarato: «Stiamo fermando le attività di LiveRail Private Exchange per concentrarci a trovare modi migliori perché gli editori possano vendere direttamente i loro spazi agli inserzionisti, e per espandere la nostra offerta pubblicitaria video tramite Audience Network. Questo è quello che moltri publisher ci hanno detto di volere, e crediamo che questo possa rendere le campagne video ancora più rilevanti per gli utenti che le guardano».

Senza girarci troppo intorno, la società ha rivelato il suo focus del momento: Audience Network. La piattaforma peraltro proprio in questi giorni è stata oggetto di un importante potenziamento: tramite di essa, infatti, le aziende potranno ora veicolare pubblicità verso tutti gli utenti web, inclusi quelli che non hanno o non usano un profilo sul social network.

Novità per Facebook Audience Network

La novità arriva a due anni dall’introduzione di Facebook Audience Network, con cui finora era possibile per gli inserzionisti “estendere” la portata degli annunci su Facebook verso un network di siti ed applicazioni esterni ai confini del social, e dopo l’opportunità di estendere la reach degli annunci video introdotta qualche giorno fa (leggi l’articolo dedicato).

In un modo non molto diverso da come ha fatto Google con AdSense, Facebook comincerà dunque a monetizzare tramite tutti quegli utenti non presenti sul social, di cui tuttavia carpisce informazioni utili per il targeting ogni volta che visitano siti con tecnologia Facebook, ad esempio quelli con il pulsante “Like”. Un bacino molto più vasto dei suoi attuali 1,6 miliardi di utenti al mese comunicati nell’ultima trimestrale (qui l’articolo dedicato).

La novità mette dunque in competizione Facebook non solo con il già citato AdSense, ma anche con tutti quei player che osservano e targettizzano gli utenti, come fa notare il sito AdAge, riportando una dichiarazione di Bosworth in cui il manager sottolinea un importante vantaggio di Facebook rispetto alla concorrenza: «Dal momento che capiamo le persone in generale, possiamo utilizzare tutte le cose che abbiamo imparato sul marketing people-based per mostrare agli utenti pubblicità basate sulle informazioni che abbiamo a disposizione su di essi. Penso che questo sia un grosso vantaggio competitivo rispetto alle altre società che fanno questo tipo di lavoro». Ma se è facile conoscere i propri utenti, non sempre lo è per quelli che non hanno un account: un limite riconosciuto dal manager, che a tal proposito ha precisato che nel caso in cui Facebook non dovesse avere abbastanza informazioni rilevanti su una determinata persona, non la includerà nell’Audience Network.

Più controllo per gli utenti

L’annuncio della novità, effettuato tramite il blog in un post dal titolo “pubblicità migliore per tutti”, è accompagnato da un maggiore set di funzionalità messe a disposizione degli utenti internet per esercitare il controllo sui contenuti promozionali visualizzati, “inclusi gli strumenti per scegliere di non vedere più inserzioni basate sugli interessi degli utenti”.

Se gli utenti registrati possono farlo direttamente dalle impostazioni di Facebook, indipendentemente dal dispositivo utilizzato per accedere al social, d’ora in avanti sarà possibile scegliere di non visualizzare le inserzioni su siti e app non offerti da Facebook in base alle proprie impostazioni relative alle inserzioni. “È possibile impostare tale scelta visitando le impostazioni di Facebook o cliccando sull’icona AdChoices in corrispondenza di una inserzione su Audience Network”, fa sapere il social.

Facebook conferma: spegnerà a novembre il suo ad exchange FBX

Dopo diversi rumors di mercato, arriva oggi la conferma ufficiale: Facebook “spegnerà” il primo di novembre il suo ad exchange FBX.

La notizia, che è stata confermata dal social network a CMO Today, sito della galassia Wall Street Journal, non sorprende più di tanto gli addetti ai lavori. Già un anno fa Facebook aveva dimezzato il numero dei partner certificati autorizzati a collegarsi all’exchange (qui l’articolo dedicato) e col tempo aveva mostrato di stare spostando il proprio focus strategico su altri prodotti, come Audience Network, che consentono di acquistare pubblicità al di fuori del social network sfruttando i dati di Facebook, e le API, un set di tool digitali per l’acquisto di spazi adv interni alla piattaforma.

FBX, nato per consentire a società di advertising tecnologico terze di acquistare pubblicità sul social network, attualmente serve per lo più a fare azioni di retargeting sulla versione desktop del social, ad esempio sugli spazi display che appaiono sulla colonna destra dello schermo.

Niente video né formati mobile. Un’inventory piuttosto limitata dunque rispetto ai prodotti pubblicitari che Facebook oggi mette a disposizione delle aziende e su cui il social network sta strategicamente puntando. Una connessione sottolineata anche da Matt Idema, Facebook’s VP of product monetization, riportata da AdExchanger: «FBX è stato costruito come tool di retargeting per il desktop e negli anni, l’utilizzo di Facebook si è progressivamente spostato sempre più sul mobile». E per fare retargeting sia da desktop che da mobile Facebook mette già a disposizione degli inserzionisti altre soluzioni: i Dynamic Ads o le Custom Audiences, entrambe disponibili attraverso le interfacce di gestione della pubblicità del social network.

A questo c’è da aggiungere che, già un anno dopo la nascita di FBX, nonostante le previsioni degli analisti, la COO di Facebook Sheryl Sandberg aveva ammesso in occasione di una call di bilancio che l’ad exchange costituiva una parte “molto piccola” del business complessivo della società.

Attualmente tra i partner che utilizzano FBX ci sono AppNexus, Criteo, AdRoll e MediaMath.

DMP, DSP e ad exchange: in Europa Occidentale e Nord America si gestiscono sempre più “in casa”

Un sondaggio effettuato a gennaio di quest’anno da Technology Business Research, società americana di analisi e ricerca, ha scoperto, intervistando 241 individui nelle regioni interessate, che sempre più compratori ad-tech in Nord America e Europa Occidentale (Francia, Germania e Regno Unito) gestiscono internamente le loro DMP, DSP e ad exchange.

In Europa Occidentale, più della metà (57%) dei compratori ha detto di aver gestito la propria DMP internamente; oltre un quarto (26%) ha dichiarato, invece, di aver usato un’applicazione di un fornitore, mentre l’11% ha fatto ricorso ad un’azienda esterna per questo servizio. Circa il 7% dei compratori ad-tech in Europa Occidentale ha sostenuto di non gestire una DMP.

Per quanto riguarda l’utilizzo di DSP e l’ad exchange, il 39% dei compratori in Europa Occidentale ha sostenuto di farlo internamente, mentre il 10% dei rispondenti ha usato un’applicazione di un fornitore tecnologico. Più di un quarto (28%) si è rivolto ad un’azienda esterna, mentre i restanti hanno dichiarato di non gestire DSP.

Leggermente diversi i dati relativi al Nord America. In confronto all’Europa Occidentale, meno rispondenti in Nord America (36%) hanno detto di gestire la loro DMP internamente; più di un quarto utilizza un’applicazione di un tech vendor e, infine, un maggior numero di rispondenti in quest’area ha affermato di utilizzare servizi esterni o comunque di non gestire DMP. Ad ogni modo, la gestione delle DSP e dell’ad exchange in Nord America ha rispecchiato la gestione in Europa Occidentale.

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Come commentato da eMarketer, c’è un interesse crescente nelle DMP, specialmente tra le agenzie più affermate e i professionisti marketing americani. Una ricerca di Rocket Fuel ha rilevato che più di nove su dieci rispondenti sono molto, o in qualche modo, interessati ad apprendere nozioni sulle DMP nell’anno 2016.