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Ad blocker: secondo PageFair in Italia li usa il 17% della popolazione online

Ultimamente di ad blocker si sta parlando di meno, ma il fenomeno è lungi dall’essere stato debellato. Anzi, secondo una ricerca di PageFair, continua a diffondersi.

L’istituto di ricerca ha ufficializzato i dati di “The state of the blocked web”, uno studio che analizza l’utilizzo degli ad blocker su desktop e mobile a livello globale, regionale e nazionale.

Secondo il report, nel mondo 615 milioni di dispositivi oggi hanno un filtro anti pubblicità installato, un dato che è in crescita del 30% anno su anno. L’utilizzo degi ad blocker a livello mobile ha raggiunto il numero di 380 milioni di dispositivi, crescendo in un anno di 108 milioni di device, mentre quello su desktop è arrivato a 236 milioni di computer, in aumento di 34 milioni anno su anno. Complessivamente si tratta dell’11% della popolazione online globale.

In Italia, la penetrazione dell’ad blocking sulla intera popolazione online è più alta della media mondiale: il 17%, con una maggiore diffusione del fenomeno sui dispositivi desktop (17%) che su quelli mobile (1%). Dati che differiscono in parte da quelli della recente ricerca interassociativa promossa da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, GroupM, IAB Italia, UPA e commissionata a Comscore e Human Highway: in quel caso, la penetrazione da desktop era del 13%, mentre quella da mobile era del 7,6%.

A livello demografico, nel mondo l’ad blocking non appare più ormai limitato alla sua base originaria di giovani di sesso maschile, ma oggi abbraccia diverse tipologie di persone, sia uomini che donne, di tutte le età. Tra le principali ragioni dell’utilizzo di questi software, le preoccupazioni degli utenti per virus e malware (30%), mentre le “troppe pubblicità” sono segnalate dal 14% degli intervistati.

«La continua crescita dell’ad blocking è una sfida seria per l’industria del digital media, ma è anche un’opportunità singolare per ricominciare d’accapo, evitando gli errori del passato ed erogando pubblicità che non infastidiscano gli utenti», commenta il CEO di PageFair Sean Blanchfield.

Un’altro interessante spunto è quello relativo ai sistemi che alcuni publisher hanno adottato contro gli stessi filtri, i cosiddetti “adblock walls“: il 74% degli utilizzatori di adblocker ha dichiarato di abbandonare i siti dove viene a loro bloccato l’accesso ai contenuti. Ben il 77% degli utenti con adblocker è disponibile a vedere pubblicità, preferendo formati banner statici e video skippable agli spot non-skippable.

«Erogare annunci non-invasivi e a prova di malware è sicuramente preferibile a far andar via gli utenti dai siti», aggiunge Blanchfield.

Due millennial su tre utilizzano un ad blocker su desktop o mobile

Negli Stati Uniti, anche i millienial si affidano agli ad blocker per bloccare la pubblicità invasiva.

Secondo una ricerca condotta a luglio da Anatomy Media, agenzia pubblicitaria creativa specializzata in marketing ambito intrattenimento, due su tre millennial americani utilizzano un ad blocker su desktop o su un dispositivo mobile.

Quasi la metà dei rispondenti (46%) ha dichiarato di utilizzarlo su desktop e il 31% ha detto di averne uno sul proprio dispositivo mobile. Tipicamente, le persone coinvolte nel sondaggio, 2.700 individui dai 18 ai 24 anni, hanno bloccato le inserzioni su solo uno di questi dispositivi. Il 14% affermato di impiegare un filtro su entrambe le tipologie.

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Nonostante il 36% dei rispondenti abbia detto di non utilizzare un ad blocker, il dato potrebbe cambiare. Fa notare eMarketer che si stima che la pratica crescerà a doppia cifra quest’anno, così come l’anno prossimo. Nel 2016, 69,8 milioni di americani utilizzeranno un filtro, un salto del 43,4% dolo nell’ultimo anno. Entro il 2017, è previsto un altro del 24%, ad 86 milioni di utenti.

Perché gli utenti utilizzano i filtri anti-pubblicità?

Gli internauti americani desiderano una navigazione che sia ininterrotta e senza interferenze e, per ottenere questa esperienza, decidono di utilizzare un’applicazione di blocco pubblicitario. Ma quali sono, nello specifico, le ragioni che muovono questa scelta?

Secondo una ricerca condotta a maggio di quest’anno da Omnicom Media Group, il 40% degli utenti internet ha dichiarato di utilizzare questo strumento perché stanchi di essere “bombardati” dalle inserzioni. Un numero maggiore di rispondenti (45%) ha detto che impiegherebbe dei filtri perché non desidera incontrare annunci pop-up. Il 44% ha affermato di associare gli ad blocker proprio con l’oscuramento dei  pop-up.

 

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Da una stima elaborata da eMarketer emerge che quest’anno e nel 2017 il fenomeno crescerà a doppia cifra. Solo nel 2016, 69,8 milioni di americani useranno un ad blocker, un salto del 34,4% rispetto allo scorso anno.

Il blocco della pubblicità è più comune sui desktop e sui laptop che sugli smartphone. Nel 2016, 63,2 milioni di persone useranno un ad blocker sui loro desktop o pc portatile, contro i 20,7 milioni che ne adotteranno uno sul loro cellulare. Infatti, il 90,5% di questi utenti bloccherà gli annunci su desktop e laptop, mentre solo 29,7% lo farà sugli smartphone.

Similmente a quanto emerso dalla ricerca di Omnicom Media Group, anche uno studio IAB, datato giugno 2016, ha scoperto che gli utenti internet stanno usando i blocchi pubblicitari perché sono infastiditi dalle inserzioni che bloccano i contenuti. Nonostante la maggioranza dei rispondenti abbia dichiarato di non utilizzare ad blocker e di non pensare di farlo nei prossimi sei mesi, un altro 36% ha affermato di averne uno installato sul proprio desktop o laptop. Inoltre, il 17% ha detto che mentre non adottava un filtro al momento dell’intervista, programmava di farlo entro i prossimi mesi.

 

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Ad blocking, crescita a doppia cifra nel 2016. A Cannes un panel dedicato

Gli inserzionisti online continueranno a soffrire a causa dei blocchi pubblicitari: sia per quest’anno che per l’anno prossimo, si stima una crescita del fenomeno a doppia cifra. Nel 2016, 69,8 milioni di americani utilizzeranno un ad blocker, un balzo del 34,4% nell’ultimo anno. Nel 2017, il dato crescerà del 24%, a 86,6 milioni di persone.

Questi i dati di eMarketer, la società specializzata in ricerche di mercato acquisita recentemente da Axel Springer, che, secondo la sua definizione, prende in considerazione gli utenti che accedono ad internet almeno una volta al mese attraverso un qualsiasi dispositivo con un blocco pubblicitario attivato.

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Quest’anno negli Stati Uniti, il 26,3% degli utenti internet, in generale più di uno su cinque, utilizzerà un ad blocker. Il fenomeno è più comune su desktop e laptop che su smartphone. Quest’anno, 63,2 milioni di individui faranno uso di un ad blocker sul loro desktop o pc laptop, contro i 20,7 milioni su smartphone. Infatti, il 90,5% di questa utenza bloccherà gli annunci su desktop e laptop, mentre solo il 29,7% lo farà sugli smartphone.

La crescita che si registra nell’utilizzo dei dispositivi mobili avrà come conseguenza un incremento dell’utilizzo degli ad blocker in mobilità. Nel 2016, gli utenti di filtri anti-pubblicità su smartphone aumenteranno del 62,3% mentre su pc del 30,1%.

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A Cannes si parla di ad blocking

L’ad blocking, quindi, spaventa e preoccupa editori ed inserzionisti. Un tema cruciale che l’industria non poteva permettersi di ignorare nemmeno al Festival Internazionale della Creatività Cannes Lions.Ne hanno discusso Randall Rothenberg, Presidente e Ceo di IAB, Mark Thompson, Ceo del New York Times, e Jess Greenwood, Vice Presidente Content e Partnership di R/GA, nella tavola rotonda dedicata, dal titolo “Block You: Why World Class Creativity Will Obliterate Ad Blocking”.

Il dibattito si è aperto con aspre invettive contro i filtri anti pubblicità lanciate del numero uno dell’Interactive Advertising Bureau, che ha al contempo voluto denunciare le ragioni alla base del fenomeno: “Gli operatori dell’industria devono unire le forze per a favore delle persone e non delle impressioni, attraverso migliori creatività. Inserzionisti, agenzie ed editori devono offrire pubblicità utile ai consumatori, qualcosa che li coinvolga e di cui scelgano di non privarsi”.

Thompson ha confermato quanto sostenuto da Rothenberg, enfatizzando l’importanza dell’esperienza utente in ambiti digitali, spesso compromessa da formati pubblicitari intrusivi. Proprio per cercare di tutelare i percorsi di fruizione editoriale, l’autorevole quotidiano newyorkese ha aperto due nuove divisioni dedicate allo sviluppo della user experience, concentrate sul branded content.

Nel corso del convegno, Greenwood ha analizzato, invece, la declinazione mobile del fenomeno. La VP di R/GA ha osservato che spesso agenzie e marketer utilizzano creatività desktop che sono poi acriticamente tradotte sul mobile, generando così annunci più intrusivi in schermi più piccoli. Con esiti sconfortanti per gli operatori: “Circa il 60% dei clic sui banner pubblicitari è compiuto per sbaglio”, ha ammonito Greenwood.

Tutti i partecipanti all’incontro sono stati concordi nell’affermare che chiedere ai consumatori di disattivare i blocchi o includere nella lista bianca i siti non sono azione sostenibili nel lungo termine. “Considerata la possibilità di scegliere tra fare qualcosa di giusto o fare qualcosa gratuitamente, i consumatori opteranno sempre qualcosa di gratuito”, ha affermato Greenwood. La vera sfida per l’industria, da cui dipende il futuro della pubblicità digitale, sarà guidare l’utente in questa scelta.

Ad-tech in difesa degli editori: l’ascesa degli anti-ad blocker

Continua a crescere l’adozione, da parte dei consumatori, di strumenti di ad-blocking, di conseguenza, gli editori e le aziende mediali hanno cominciato a sperimentare diversi metodi per limitare l’impatto dei filtri pubblicitari sul loro giro d’affari.

Ciò ha generato, secondo un articolo del Wall Street Journal, una nuova generazione di “anti-ad-blocker”, ossia compagnie tecnologiche che sperano di trarre profitto dalla situazione vendendo software progettati per contrattaccare agli effetti dei blocchi.

PageFair, Sourcepoint, Secret Media, Admiral ma anche ATG (leggi l’articolo dedicato) sono solo alcune tra le aziende, attualmente operative sul mercato, a proporre agli editori questo genere di tecnologia; adottano approcci differenti ma tutte promettono una cosa : aiutare i media a ricatturare i ricavi perduti a causa degli utenti che utilizzano i filtri anti-pubblicità.

“Pensiamo davvero che l’internet gratuito sia a rischio a causa del problema, soluzioni di questo tipo servono ad invertire la tendenza”, ha dichiarato al Wall Street Journal, Dan Rua, Ceo di Admiral, la quale ha recentemente raccolto 2,5 milioni di dollari per costruire la sua piattaforma.

Rua ha spiegato che i prodotti di Admiral permettono ai siti web di mostrare gli annunci agli utenti che hanno un blocker attivo assicurandosi che essi siano caricati sulle pagine con modalità non rilevabili dalla maggior parte dei software anti-pubblicità. Questo metodo è spesso definito “inserimento dell’annuncio”, in quanto aiuta a reinserire nelle pagine web le inserzioni che altrimenti non sarebbero state visualizzate.

Secondo il Ceo, Admiral è al lavoro su strumenti che gli editori possono utilizzare per incoraggiare i visitatori a disattivare i loro filtri, offrendo agli utenti dei modi per pagare per accedere ai contenuti.

Nel frattempo, la startup Secret Media, basata a New York, offre una soluzione simile a quella di Admiral, ma progettata specificamente per gli annunci video online. Secret Media sta collaborando con 450 editori negli Stati Uniti e in Europa, secondo quanto dichiarato al quotidiano finanziario americano dal Ceo Frèderic Montagnon.

Per i venditori di pubblicità online, l’attrattiva di queste tecnologie è chiara. A causa degli ad-blocker, nel 2015 gli editori hanno perso 24 miliardi di dollari in ricavi a livello globale, secondo le stime della società di ricerca e consulenza londinese Ovum.

Un approccio alternativo agli ad-blocker

Tuttavia, alcuni sostengono che erogare forzatamente gli annunci agli utenti che hanno tentato di evitarli non è una soluzione di lungo termine al problema.

La startup irlandese PageFair, offre agli editori tecnologie per recuperare i ricavi persi con l’ad-blocking, ma prova a distanziarsi dalla nozione di reinserimento dell’annuncio. L’azienda sostiene di star usando la sua tecnologia per fornire un tipo diverso di pubblicità agli utenti che applicano i filtri.

“Il reinserimento implica mostrare la stessa inserzione che altrimenti sarebbe stata bloccata, ma fallisce nell’affrontare la causa alla radice dei blocchi pubblicitari”, ha detto il Ceo di PageFair Sean Blanchfield, “La strategia che stiamo intraprendendo reinventa l’approccio, in modo da portare indietro l’orologio al tempo prima che gli annunci fossero fastidiosi, ingombranti e che tracciassero le persone”.

PageFair sta aiutando gli editori a mostrare agli utenti dei blocker annunci simili a quelli delle riviste, che non sono animati e non tracciano i comportamenti degli utenti nel modo in cui fanno molte pubblicità online. PageFair ha, attualmente, contratti con dieci importanti clienti per la sua tecnologia, stando alle dichiarazioni di Blanchfield.

Invece, Secret Media afferma di star cambiando la propria strategia per aiutare gli editori a creare una migliore esperienza pubblicitaria e a recuperare, attraverso il reinserimento, le entrate perdute per i blocchi. “Utilizzando la nostra tecnologia miriamo ad aiutare gli editori ad ‘aggiustare l’esperienza utente’ e a renderla più leggera”, ha detto Montagnon, “Non pensiamo che nel frattempo gli editori debbano accusare questo colpo. Siamo in grado di recuperare ricavi e alleggerire l’esperienza insieme”.

Ad-blocker, chi li usa ha più probabilità di acquistare contenuti digitali

Questa settimana, Ad Block Plus si è unita con la start-up di donazioni online, Flattr, per lanciare un nuovo strumento che permette agli utenti di effettuare donazioni a editori online e creatori di contenuti. Una ricerca di GlobalWebIndex dimostra che gli internauti dotati di filtri anti-pubblicità hanno, in realtà, probabilità maggiori alla media di acquistare contenuti digitali.

Nonostante gli attacchi e le critiche rivolti comunemente agli ad-blocker, lo studio registra che oltre il 60% di questo pubblico acquista qualche forma di contenuto su base mensile. Nello specifico, 1 su 5 paga per film o televisione in streaming e applicazioni mobili, il 15% paga per scaricare la musica: dati che suggeriscono che questa audience è propensa a pagare per il giusto tipo di contenuto.

Di seguito l’infografica completa della ricerca:

 

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TheOutplay pronta a lanciare una nuova versione della piattaforma Content Exchange

Dopo aver archiviato un 2015 ricco di novità, tra cui si ricordano gli accordi siglati con Reuters, TheTelegraph, National Geographic, ITN, Videoelephant e RAI, l’avvio dell’attività in Danimarca (dopo Italia e Uk) e l’ingresso di nuovi investitori nella holding a cui fa capo (tra questi Davide Serra, Founder e Ceo di Algebris Investments), TheOutplay si prepara ad annunciare altri importanti novità. A confermarlo è Andrea Pezzi, Fondatore e Ceo del Content and Audience Exchenge e della holding, a cui TheOutplay fa capo, Gagoo Group.

Andrea, abbiamo riassunto le tappe più importanti degli ultimi mesi per TheOutplay. Ci sono altre news da segnalare? In generale, come procede la crescita di TheOutplay a livello locale e internazionale?

Il 2016 porterà molte novità. In primis il lancio previsto per giugno della nuova release della piattaforma di Content Exchange che consentirà di mettere in contatto i publisher e gli advertiser attraverso i video in un modo del tutto nuovo e totalmente disruptive. In generale, posso dire che la crescita di TheOutplay nei vari Paesi segna un +300% rispetto allo stesso quarter del 2015, sia in termini di qualità degli accordi, sia per volumi di business fatturato. Questo conferma la bontà della strada intrapresa un anno fa, quando abbiamo messo in cantiere la rivisitazione della piattaforma e del nostro modello di business sul mercato.

Entriamo più nel dettaglio. Quali sono le novità di prodotto che vi apprestate a lanciare?

Sono veramente tantissime. Solo il product team è cresciuto di 3 volte negli ultimi 6 mesi e gli investimenti in questo ambito sono stati molti. La piattaforma di Content Exchange in release a giugno è un vero gioiello: immaginate di mettere insieme un Content Management System, un Ad-Server, una SSP e un sistema di Ad Analytics, il tutto segnato da una user experience semplicemente fantastica. Il Content Exchange segnerà decisamente uno spartiacque tra quello che sono state fino a oggi le piattaforme Ad Tech di video advertising e quelle di domani.

Però hai parlato di “tantissime novità”. Cosa puoi anticiparci ancora?

In questo momento il nostro focus di sviluppo è orientato alle nuove tecnologie di ad-stitching per combattere il fenomeno degli ad-blocker, all’erogazione dei video e dell’Adv su Player di terze parti e alla full-stack integration con tutte le SSP e DSP del mercato. Il Content Exchange consentirà così a tutti, advertiser, publisher, content owner, di gestire la propria strategia video in totale autonomia.

[Leggi l’intervista completa ad Andrea Pezzi di TheOutplay su Engage.it]

Non odiano la pubblicità ma le interruzioni: per questo i giovani usano (tanto) gli ad-blocker

Youtube, Netflix, ma anche Facebook. Sono queste le piattaforme più utilizzate da giovani e giovanissimi per guardare contenuti video online.

Una ricerca di Defy Media ha fatto luce sul consumo digitale di video in una fascia d’età, quella tra i 13 e i 24 anni, non sempre ben messa a fuoco. E tra le principali evidenze, il che forse non ci stupisce granchè, c’è il fatto che la visione di video è davvero una parte importante della vita dei ragazzi, che impiegano 12,1 ore alla settimana a vedere video gratuitamente su YouTube, Facebook, Vine, Tumblr, Snapchat e Instagram, ma ne impiegano anche altre 8,8 a vedere clip a pagamento e 8,2 a vedere cable tv.

Tra le piattaforme preferite c’è YouTube (prima scelta per l’85% degli intervistati), poi Netflix (66%), e cable o sat tv (62%).

La ricerca però, va oltre, e analizza anche il comportamento che questo pubblico ha nei confronti della pubblicità, rivelando che oltre la metà degli intervistati utilizza ad blocker, il 52% per l’esattezza. E lo fa non perchè odia la pubblicità in sè, ma perchè non sopporta le interruzioni.

I ragazzi coinvolti nello studio hanno infatti dimostrato di avere compreso l’idea di base che la realizzazione e diffusione di quei contenuti che loro guardano è supportata e garantita dalla pubblicità: il 63% capisce che le sue star preferite hanno bisogno della pubblicità per continuare a produrre video, e il 58% afferma che è disposto a vedere le pubblicità per supportare i propri idoli dello schermo digitale.

Piuttosto, è l’intrusività dell’annuncio pubblicitario che irrita questo pubblico. Non per nulla, alla domanda su quali formati sono considerati “ok”, la maggior parte dei giovani intervistati ha menzionato formati più “mescolati” con il contenuto stesso, come sponsorship o product placement, lasciando i classici pre-roll, soprattutto quelli di maggior durata, agli ultimi posti.

IAB: contro l'ad-blocking un ruolo più attivo e deciso degli editori

IAB torna sul tema dell’ad-blocking.

L’associazione, tramite il suo IAB Tech Lab, ha pubblicato oggi un nuovo whitepaper che, a cinque mesi di distanza dalle prime, gentili, proposte di soluzione al problema dei filtri anti adv, ritorna sulla questione con nuovi suggerimenti per i publisher.

In sostanza, l’associazione chiede agli editori di assumere un ruolo più deciso e attivo nel rapporto con gli utenti che utilizzano gli ad-blocker, attraverso una serie di proposte sintetizzabili nell’acronimo DEAL, che sta per Detect, Explain, Ask e Lift of Limit (ossia Individua, Spiega, Chiedi e Solleva o Limita).

Leggi l’articolo completo su Engage.

IAB USA fa “Mea Culpa” e lancia il programma L.E.A.N. in risposta agli ad blocker

Abbiamo fatto un pasticcio” (“we messed up“).

Sotto pressione a causa del dilagare del fenomeno dei filtri anti pubblicità, l’industria della pubblicità online americana – rappresentata dallo IAB, che nella versione USA rappresenta di fatto la più grande associazione mondiale di aziende, operatori ed editori attivi nella comunicazione interattiva – recita il Mea Culpa per aver permesso lo sviluppo di formati adv troppo invasivi ed esigenti come consumo di dati. E annuncia, nel contempo, l’avvio di un nuovo protocollo, chiamato L.O.A.N. con l’obiettivo di incentivare lo sviluppo di una nuova generazione di pubblicità, più leggere e rispettose per l’esperienza internet degli utenti.

“We messed up”: con queste parole si apre il lungo comunicato rilasciato da IAB US e firmato da Scott Cunningham, senior VP technology and ad operations dell’associazione, che in parte ripercorre l’evoluzione della pubblicità internettiana, evidenziando una certa mancanza di visione di lungo termine da parte di tutti gli attori della filiera.

Agli inizi degli anni 2000, ricorda Cunningham, l’esplosione della bolla di internet si è tradotta nella chiusura di migliaia di aziende. Dopo questo “Medio Evo”, secondo i termini usati dall’Associazione, è venuto il “Rinascimento”, in cui la pubblicità interattiva è diventata la base di un motore economico che, ancora oggi, rende il web gratuito e democratico.

Ma nella ricerca di massimizzare il profitto, la industry ha forse corso troppo. “Nella nostra ricerca della maggiore automatizzazione e massimizzazione dei profitti (…), abbiamo costruito delle tecnologie per massimizzare i ricavi durante la crisi del mercato adv, finendo per perdere l’equivalente di tanti euro in termini di fiducia da parte dei consumatori per dare la caccia a dei centesimi”, scrive Cunningham.

Ci è voluta – ammette quindi IAB – l’esplosione massiccia dei filtri anti-pubblicità perché la industry prendesse coscienza del problema.

Ciò premesso, l’associazione ovviamente non considera perduta la partita è ha annunciato il lancio del protocollo L.E.A.N. (l’acronimo sta per “Light, Encrypted, Ad Choice Supported and Non-Invasive”,  ossia leggero, criptato, subordinato alla scelta dell’utente e non-invasivo) che racchiude i principi che aiuteranno a guidare lo sviluppo della prossima generazione di standard tecnici dell’advertising digitale mondiale, ha fatto sapere IAB.

Le linee guida avranno come obiettivo quello di limitare le dimensioni dei formati in termine di consumo di dati, assicurare la sicurezza degli utenti, supportare le limitazioni imposte dalla privacy e integrare la user experience. Le linee guida non prenderanno il posto degli attuali standard pubblicitari.

Il quadro preciso dei nuovi standard sarà definito con tutti gli attori del sistema, nell’ambito di una discussione aperta.

Il programma annunciato dallo IAB ricorda per molti versi quello degli “accettable ads” definiti da alcuni filtri anti pubblicità. Il più conosciuto, AdBlock Plus della Eyeo, utilizza una white list di formati che non vengono bloccati di default: per essere inclusi in questa lista, gli annunci non devono né perturbare la lettura né essere “aggressivi” (quindi non vi figurano pop-up, formati animati, quasi tutti i rich media etc.).

Tuttavia, è stato sostenuto che AdBlock Plus richiede di pagare importanti fee “tecnici” per essere accolti nella white list anche con i formati conformi alla white list. Una pratica che ha portato diversi grandi editori e operatori a parlare esplicitamente di ricatto, con tanto di cause legali intentate in diversi Paesi, finora tutte vinte dalla Eyeo.