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La società proprietaria di Adblock Plus debutta nel Programmatic

Dall’ad blocker al Programmatic. Eyeo, società tedesca proprietaria del ben noto filtro anti adv Adblock Plus (ABP) e creatrice del programma di whitelisting Acceptable Ads, ha annunciato il lancio di una piattaforma per l’acquisto di pubblicità in programmatic: una soluzione grazie alla quale sarà possibile raggiungere chi utilizza gli ad blocker.

Si chiama Acceptable Ads Exchange (AAX) e secondo quanto riporta AdExchanger, è stata in fase di alpha test per svariati mesi, durante i quali hanno potuto sperimentarla tre DSP, due europee e una americana, e alcuni editori globali. Secondo quanto rivelato dal CEO di Eyeo Till Faida, il network arriva già a coprire 40 dei 100 siti americani più trafficati, e il 20% dei principali 10 mila siti a livello mondiale.

La piattaforma consentirà alle aziende di raggiungere gli utenti che utilizzano i filtri anti adv Adblock Plus, AdBlock o Crystal, e che hanno optato per la visualizzazione dei soli annunci appartenenti all’Acceptable Ads Program. Secondo Faida, solo il 6-7% di chi usa Adblock Plus ha escluso ogni tipo di annuncio pubblicitario, inclusi quelli del programma. Acceptable Ads Exchange tratterrà il 20% della spesa effettuata sulla piattaforma.

Per eyeo non si tratta del primo esperimento in ambito programmatico. La stessa società proprietaria di Adblock Plus aveva annunciato esattamente due anni fa il lancio di un progetto simile, Acceptable Ads Platform. Si trattava di una sorta di SSP – realizzata in collaborazione con la piattaforma di vendita ComboTag – all’interno della quale gli editori potevano rendere disponibile la loro inventory qualora rispettasse i criteri di “acceptable ads” della società.

All’epoca il progetto aveva sollevato svariate polemiche intorno al suo business model, e alla fine non era andato in porto, anche per mancanza di partner. Il lancio infatti prevedeva il coinvolgimento di due partner di ComboTag, AppNexus e Google, come DSP di riferimento, ma le due società si tirarono immediatamente indietro, sostenendo di non avere nulla a che fare col progetto.

Adesso però secondo eyeo le cose sono diverse, e la società ha una buona base di utenti che non odia la pubblicità online tout court, ma comprende le dinamiche di sostentamento dell’editoria digitale ed accetta alcuni annunci. E dunque proporre dei filtri anti pubblicità da un lato e vendere inserzioni dall’altro non è più un paradosso. «Alcune persone odiano tutti gli annunci online, e non vogliamo certo convincerli ad approvare gli Acceptable Ads, ma abbiamo una base utenti che comprende le economie della rete e desidera un compromesso – ha dichiarato Faida -. Questo è uno dei motivi per cui mi auguro che stavolta questo nostro approccio non venga più considerato controverso».

Su Amazon il Prime Day c’è chi non risparmia: i venditori

Oggi nella nostra rassegna: Amazon Prime Day, l’integrazione di AMS nell’offerta di IPG, e uno studio su ad blocker e rilevanza degli annunci.

Su Amazon il Prime Day c’è chi non risparmia: i venditori

Gli shopper online sono pronti a una due giorni, molto importante: il Prime Day, che si svolgerà il 16 e 17 luglio e che metterà a disposizione degli abbonati Prime di Amazon una serie di offerte vantaggiose per l’acquisto dei prodotti sul suo sito. Ma se per gli utenti in quei giorni il risparmio è assicurato, non lo è invece per i venditori di prodotti. Amazon infatti ha innalzato le fee di registrazione per condurre i cosiddetti Prime Day Lightning, delle promozioni riservate agli abbonati Prime che durante la due giorni vengono messe “in evidenza” a brevi intervalli: il costo, gratuito nel 2016, è passato a 500 dollari nel 2017 ed a 750 dollari quest’anno. E con il grande traffico atteso sul sito ecommerce, Amazon sta anche spingendo i propri inserzionisti ad aumentare la spesa pubblicitaria durante il Prime Day: secondo la società, durante l’evento i venditori registrano un aumento delle vendite da annunci adv del 300%, e un aumento del 200% delle impression pubblicitarie. Leggi di più su CNBC.

Kumar (IPG Mediabrands), sull’acquisizione di AMS: «Ci aiuterà a gestire i dati di prima parte nel rispetto della privacy»

In un’intervista ad AdExchanger, Arun Kumar, chief data and marketing technology officer di IPG Mediabrands, descrive come la recente acquisizione di Acxiom Marketing Solutions andrà ad integrarsi all’interno dell’offerta di Interpublic Group, e quali saranno i benefici che porterà ai clienti della holding. La parola d’ordine è ovviamente una: dati, soprattutto quelli di prima parte, diventati ormai fondamentali nell’era post-GDPR. «[AMS] ci aiuterà a gestire i dati di prima parte in maniera conforme alla privacy», ha spiegato il manager, aggiungendo: «Avere più intelligence sul consumatore porterà benefici ai business construiti sull’attivazione delle audience. Le strategie data-driven devono essere coerenti. Non possiamo più raccogliere dati bene negli Stati Uniti e non in altri mercati». Leggi di più su AdExchanger.

Il 56% degli utenti vede campagne online di prodotti già acquistati. La pubblicità è rilevante?

Il fenomeno degli ad blocker è ancora lungi dall’essere stato debellato. Secondo uno studio di Kantar Media in USA, Brasile, Cina, Francia e UK, una persona su cinque dichiara di utilizzare sempre un filtro anti adv quando naviga, e il 33% di utilizzarlo solo a volte. E l’adozione di questi software è ormai agli stessi livelli tra i 18-34enni e i 45-64enni. Gli utenti sembrano essere particolarmente scocciati, inoltre, della non rilevanza degli annunci: il 72% dichiara di vedere continuamente gli stessi annunci, e il 56% afferma di vedere spesso campagne online di prodotti già acquistati. Il 64% vorrebbe avere maggiore controllo sulle campagne che visualizza. Leggi di più su MediaPost.

Microsoft testa l’integrazione di Adblock Plus sul suo browser Edge mobile

Dai test sul filtro anti-adv di Microsoft ai magazine di Facebook e LinkedIn agli esperimenti delle aziende su IGTV di Instagram: gli argomenti della nostra rassegna di oggi.

Microsoft testa l’integrazione di Adblock Plus sul suo browser mobile

Microsoft sta lavorando con Adblock Plus per integrare il filtro anti-adv della società sul suo browser Edge su mobile. L’integrazione è ancora in fase di test e, secondo una portavoce di Redmond, “è parte di un aggiornamento mensile che il nostro team conduce per le app mobile”. La quota di mercato di Edge è piuttosto bassa rispetto a quella di Chrome, meno del 4%. Tuttavia, questa mossa rappresenta un secondo, importante, caso di browser che decidono di porre dei limiti all’erogazione di annunci sulle proprie piattaforme, dopo il caso di Google con Chrome. Leggi di più su AdAge.

Facebook e LinkedIn lanciano i loro magazine

Facebook e LinkedIn, quasi in contemporanea, hanno lanciato dei magazine rivolti al pubblico business. Quello di Facebook si chiama Grow e nasce come ampliamento di un format di eventi per manager di azienda lanciato 3 anni fa dal team UK. La rivista, che ha cadenza trimestrale, sarà distribuita via mailin list, agli eventi Grow e nelle lounge della British Airways, ma avrà anche declinazione digitale su una pagina Facebook dedicata, un blog e una piattaforma online. Non ospita pubblicità, e i suoi contenuti sono un insieme di interviste ed articoli ad aziende. Quella di LinkedIn, invece, si chiama Underscore ed è specialmente pensata per le aziende tecnologiche, con tanto di test e parole crociate a tema. Leggi di più su CNN Money e sul blog di LinkedIn.

Ecco come le aziende stanno usando IGTV di Instagram

Pochi giorni fa Instagram ha lanciato IGTV, una nuova sezione e stand-alone app del social su cui gli utenti possono creare canali e postare video lunghi fino ad un’ora. Anche diverse aziende stanno testando questo nuovo contenitore, alcuni riproponendo contenuti utilizzati già per le loro Storie su Instagram (dove la visibilità del contenuto è temporanea), altri con materiali creati ad hoc. Tra questi ci sono Nike, Netflix e Gucci. Leggi di più su Digiday.

Coalition for Better Ads e ad-blocker su Chrome, il mercato è pronto alla sfida

Focus su un tema caldo dell’advertising digitale nella seconda tavola rotonda della giornata conclusiva di Programmatic Day(s). A parlare delle nuove guidelines in termini di “annunci pubblicitari accettabili” definite dalla Coalition for Better Ads, e adottate da Google come criterio di filtraggio per il browser Chrome, sono stati Francesco Apicella, co-founder di Evolution Adv, Andrea Ceccoli, Country Manager Italia di Smart, Edoardo Negri, Head of Sales di Instal, e Davide Ingrassia,  ‎Sales Director Platform Solution di Adform.

A loro abbiamo chiesto qual è l’impatto reale che questa novità stanno avendo sul mercato della pubblicità online. «Di certo, la prima reazione è stata di smarrimento, come spesso accade dinanzi ad una novità. Non poteva essere altrimenti d’altronde», spiega Edoardo Negri. «Quel che è certo, dal nostro punto di vista, è che lo scopo per cui è nata la Coalition for Better Ads è nobile. E noi condividiamo la sua mission, perché mettere al centro l’utente non può che far bene a tutto il sistema».

Il mercato sembra aver digerito bene le nuove guideline e la decisione di Mountain View, come conferma Davide Ingrassia. «I primi feedback, dopo i primi mesi di sperimentazione, sono stati positivi. I timori iniziali non si sono verificati. Ora, come Adform, inizieremo a lavorare sui formati focalizzati sull’area mobile, quella forse più penalizzata dall’ad blocker di Google». Gli fa eco Andrea Ceccoli, secondo il quale «quello che da molti era considerato il D-Day della pubblicità digitale alla fine non si è avverato. La percentuale di publisher che non rispettava gli standard della Coalition era molto bassa in realtà già prima, l’impatto dunque è stato meno devastante di quanto molti pensassero». Anche se, sottolinea Francesco Apicella, «se è vero che l’ad blocker di Google probabilmente bloccherà la pubblicità solo su una piccola percentuale dei siti italiani, è altrettanto certo che ad essere colpiti saranno soprattutto i portali che vivono di reservation».

La nascita della Coalition for Better Ads e la decisione di Google, concordano tutti i relatori, hanno comunque accelerato un processo in parte già avviato all’interno del mondo della pubblicità digitale, finalizzato a migliorare la relazione tra mercato e utente finale.

«E’ forse preoccupante che sia il player più importante a dettare gli standard», dice Andrea Ceccoli. «Il tema è però centrale per lo sviluppo del mercato, che dovrà sempre di più puntare su un numero minore di annunci ma più di qualità, piuttosto che preoccuparsi dei formati». Una mission a cui la tecnologia, nelle sue evoluzioni più innovative come l’intelligenza artificiale, aggiunge Edoardo Negri, può dare un contributo determinante. Fermo restando, conclude Davide Ingrassia, «che non bisogna dimenticarsi del contenuto. Anche la pubblicità digitale ha bisogno di creatività per essere realmente efficace, qualsiasi sia il device dove viene declinata».

Ghostery cambia business model, tra dati e (un po’ di) pubblicità

Mentre l’ad blocker Ghostery cambia business model, una società di ad tech presenta il suo strumento per testare il “sessismo” nella pubblicità e Facebook sigla un nuovo accordo con una major discografica.

Ghostery cambia business model

L’ad blocker Ghostery è appena diventato uno strumento open source, e si appresta a dare il via a un nuovo modello di business. Lo strumento si sosterrà in due modi: innanzitutto attraverso Ghostery Insights, una forma di abbonamento premium, il cui lancio è previsto più avanti nel corso dell’anno, dedicata a ricercatori ed editori che vogliono sapere di più sulle performance delle loro pagine e sull’ecosistema online del tracking. Il secondo modo sarà attraverso Ghostery Rewards, una sorta di programma di affiliazione che, nel caso di accettazione da parte degli utenti (attraverso opt-in), consentirà di erogare alcuni tipi di annunci come offerte e sconti, considerati rilevanti per gli utenti. Leggi di più su Wired.

Stereotipi di genere nella pubblicià: ora c’è uno strumento per individuarli

In occasione della Festa della Donna l’8 marzo, la società di ad tech video Unruly ha presentato un nuovo strumento che consente di testare se un annuncio è sessista o meno, sulla base di 13 stereotipi di genere identificati dall’Advertising Standards Authority britannica. Il tool è in grado, ad esempio, di identificare se l’annuncio oggettivizza corpi o se mostra che determinati ruoli o occupazioni sono preferibili per un determinato genere, come la cura della casa per le donne. Leggi di più su Warc

Facebook sigla un accordo con Warner Music

La musica dell’etichetta Warner arriva su Facebook. La major discografica e il social network hanno siglato un accordo grazie al quale la piattaforma avrà licenza di utilizzare i brani del catalogo Warner Music in video e messaggi. Questo significherà che gli utenti potranno creare, caricare e condividere video con le canzoni degli artisti dell’etichetta. Facebook aveva recentemente siglato un analogo accordo con un’altra major, la Universal Music. Leggi di più su Variety.

Il 15 febbraio al via il filtro anti-adv di Chrome. Il mercato è pronto?

Si avvicina una data che il mercato dell’advertising digitale attende con trepidazione. E’ il 15 febbraio, giorno in cui entrerà in vigore sul browser Chrome un filtro anti-pubblicità che andrà a bloccare le inserzioni considerate troppo invasive.

Ad essere bloccati dal filtro non saranno tutti gli annunci, ma solamente quelli che non rispettano gli standard della Coalition for Better Ads, consorzio di cui Google fa parte insieme ad altre grandi società e che ha fissato delle linee guida su come le aziende possano migliorare gli annunci per renderli non invasivi per gli utenti. Tra i formati segnalati ci sarabbero gli interstitial a pagina intera, i pop-up, gli annunci che riproducono automaticamente video con audio attivo o quelli che coprono parzialmente i contenuti.

Quale sarà la portata dell’entrata in vigore di questo ad blocker è difficile stabilirlo. Adblock Plus – uno tra i più diffusi software in grado di “bloccare” gli annunci pubblicitari su internet -, ha recentemente effettuato un test su 55 differenti tipi di annunci desktop, mettendo a paragone quelli che filtrerebbe Chrome, in quanto non aderenti ai criteri della Coalition for Better Ads, a quelli che filtrerebbe la sua app. I primi sarebbero solamente nove, a fronte di ben 51 bloccati da Adblock Plus.

Ma indipendentemente da quello che prospetta Adblock Plus, la industry rimane in fermento. E già alcuni editori si stanno muovendo per “ripulire” la propria inventory dai formati più invasivi. Come System24, che a partire da febbraio si doterà di una nuova politica commerciale digitale all’insegna della qualità, che tenga conto anche dell’eventuale sovraffollamento pubblicitario delle pagine e di possibili formati disturbanti per i lettori.

Intanto, per cercare di fare un po’ di chiarezza, IAB Italia ha organizzato l’1 febbraio a Milano un incontro gratuito in collaborazione con IAB Europe sui temi della Coalition for Better Ads. L’incontro, che si propone di aggiornare le parti interessate dell’ecosistema digitale sulle novità, gli sviluppi e le implicazioni pratiche che le decisioni prese all’interno della Coalition avranno a livello globale e sul nostro mercato, vedrà tra i suoi partecipanti anche i principali owner di browser.

Pubblicità fastidiosa, la digital industry si compatta: “non lasciamo la questione all’iniziativa dei browser”

Nella battaglia contro gli annunci pubblicitari fastidiosi e invadenti sono recentemente scesi in campo nuovi operatori del mercato internet: i browser. Negli scorsi mesi, quasi in concomitanza, due dei principali software di navigazione, Chrome di Google e Safari di Apple, hanno annunciato di voler porre dei limiti alla pubblicità visibile attraverso i loro programmi, andando a toccare in alcuni casi la gestione dei cookie per il tracking degli utenti, e in altri i formati pubblicitari con l’installazione di ad blocker proprietari.

Ma le associazioni di categoria non sono d’accordo su questa “intromissione”, vedendo nella discesa in campo di queste realtà una “ostentazione di potere” di Google e Apple.

Già un mese fa alcune tra le principali associazioni avevano scritto una lettera aperta ad Apple, chiedendole di rinunciare alle modifiche sul tracking introdotte con gli ultimi aggiornamenti del software. Ma a quanto pare l’iniziativa non ha avuto risposta. Ora, IAB, ANA e 4A si sono nuovamente alleate per chiedere alla Coalition for Better Ads, un organismo fondato lo scorso anno per creare degli standard globali per la pubblicità online, di promuovere l’adozione di quello che loro chiamano il “Better Ads Experience Program”.

Si tratterebbe di un impegno volontario, per tutte le società coinvolte nella pubblicità digitale, a rispettare gli standard pubblicitari stabiliti dalla Coalition for Better Ads, messi a punto qualche tempo fa. Qui la lettera completa.

La lettera non chiama direttamente in causa Google e Apple, ma sottolinea come “ogni programma volto a ridurre agli utenti esperienze sgradevoli deve essere basato su una regolamentazione autonoma a livello di mercato, e non lasciato all’iniziativa individuale di browser o altre società di tecnologie di erogazione, che agiscono sulla base delle loro personali interpretazioni e dei loro giudizi”.

Questo tipo di società è comunque chiamato a fare la propria parte di controllo dell’aderenza dei siti agli standard della CBA e rafforzamento dell’impegno comune a promuovere un ambiente digitale rispettoso dell’utente.

Le iniziative di Apple e Google sono state oggetto di critiche e preoccupazione da parte del mercato, in quanto considerate potenzialmente dannose per l’industria pubblicitaria, ponendo dei pesanti freni al modello economico su cui si è finora basata la sopravvivenza del mercato digitale.

Ad blocker nei browser. Ecco cosa ne pensano gli operatori del mercato

Nelle ultime settimane i filtri anti-pubblicità sono tornati ad essere uno dei temi caldi dell’industria pubblicitaria. E’ successo dopo che Google ha annunciato che il prossimo anno aggiungerà un ad blocker al suo browser Chrome. Annuncio seguito, a breve distanza, da quello di Apple, relativo a due nuove, prossime funzionalità di Safari, entrambe volte a mettere dei paletti all’invasività pubblicitaria.

Le novità di Google ed Apple hanno subito riscosso ampia risonanza. La prima perché Chrome è il browser più utilizzato in assoluto (secondo statistiche della società specializzata NetMarketShare, lo usano quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile), e dunque l’integrazione di un ad blocker in esso potrebbe avere un impatto molto rilevante sul mercato. La seconda perché, nonostante non si sappia se la soluzione sarà attivata di default su Safari, quanto a livello di configurazione sarà richiesto agli utenti e se essa verrà estesa anche alla versione mobile del browser, la novità rimane comunque un decisivo passo di Cupertino verso la salvaguardia della privacy dei propri utilizzatori e potrebbe andare a discapito della industry pubblicitaria, soprattutto quella data-driven.

Naturalmente, il mercato adesso si interroga su quali potrebbero essere le reali conseguenze dell’integrazione di filtri all’interno di due tra i principali browser utilizzati.

Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei principali operatori del mercato italiano, lato acquisto e lato vendita. Ecco cosa ci hanno risposto (clicca sui titoli per leggere le interviste).

Andrea Di Fonzo, Blue 449: «Il mercato dell’advertising saprà trovare soluzioni opportune»

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Andrea Di Fonzo

Roberto Zanaboni, RCS Pubblicità: «Potenzialmente l’effetto potrebbe essere devastante»

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Roberto Zanaboni

Andrea De Togni e Antonello D’Elia, GroupM Italia: «L’impatto dipenderà dai criteri di filtro degli annunci»

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Andrea De Togni e Antonello D’Elia

Giangiacomo Corno, Triboo Media: «Una possibile opportunità per la nostra industry»

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Giangiacomo Corno

Irene Carta, Phd: «Necessario trovare un punto di sostenibilità»

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Irene Carta

Fabrizio Tomei, SpeeD – Gruppo Monrif: «Possibili conseguenze pesanti sui ricavi degli editori»

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Fabrizio Tomei

Alessandro Ceratti, Quantum Native Solutions: «E’ ora che la pubblicità rimetta al centro l’utente»

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Alessandro Ceratti

Pattano, 4W MarketPlace: «Una questione allarmante»

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Massimo Pattano

Ad blocker: dopo Google ora arriva anche Apple

Non solo Google. Dopo l’annuncio dell’arrivo dell’ad blocker su Chrome, con le sue possibili conseguenze sul mercato, anche Apple si schiera dalla parte degli utenti contro la pubblicità fastidiosa.

In occasione della recente conferenza WWDC, in cui ha presentato le sue ultime novità in termini di prodotti e servizi, la società di Cupertino ha annunciato due feature di Safari, disponibili col nuovo sistema operativo desktop macOS High Sierra ed entrambe legate al mondo pubblicitario.

La prima è un’opzione che agisce sui video in autoplay con audio attivo, automaticamente tenendoli in pausa fino a che l’utente non decide di farli partire. La novità, che sarà disponibile nel beta pubblico di High Sierra a fine giugno, renderà forse felici molti utenti, ma con ogni probabilità non sarà accolta altrettanto positivamente dal mondo degli editori, così come neppure dagli inserzionisti. I primi, infatti, potrebbero veder tagliati una parte dei loro introiti pubblicitari, i secondi vanificare degli investimenti in posizionamenti fastidiosi ma senza dubbio “viewable”.

La seconda è un ad tracker blocker, ossia un sistema che, se attivato, impedisce alle tecnologie di tracking di seguire gli utenti nella loro navigazione e raccogliere dati su di loro, in gran parte utili a fini di marketing. «Safari utilizzerà il machine learning per identificare i tracker, isolare i dati cross-site raccolti ed eliminarli cosicché la vostra privacy – e cronologia di navigazione – resterà solo vostra», ha spiegato Craig Federighi, SVP of software engineering di Apple.

Per quanto non si sa se la soluzione sarà attivata di default sul browser, quanto a livello di configurazione sarà richiesto agli utenti e se essa verrà estesa anche alla versione mobile di Safari, la novità rimane comunque un decisivo passo di Apple verso la salvaguardia della privacy dei propri utilizzatori e, anche in questo caso, una mossa che potrebbe andare a discapito della industry pubblicitaria, soprattutto quella data-driven. Apple, a differenza di altre big come Google, non deriva la maggior parte delle proprie entrate dalla raccolta adv.

Sul mercato sono presenti diversi filtri anti-tracciamento, sotto forma di applicazioni esterne da installare sui propri browser, proprio come gli ad blocker (una tra tutte, Ghostery). Ma averle già disponibili all’interno del programma di navigazione potrebbe rendere questi strumenti molto più diffusi di quanto lo siano attualmente, considerando la crescente insofferenza dell’utenza digitale nei confronti degli annunci invasivi e dell’utilizzo dei propri dati personali.

Su Chrome arriva l’ad blocker. Quali conseguenze per il mercato?

Con un blog post ufficiale, Google ha reso noti i piani per il suo ad blocker, dopo le indiscrezioni circolate un paio di mesi fa. La società ha comunicato che il prossimo anno aggiungerà un filtro anti-pubblicità al suo browser Chrome, per bloccare gli annunci più fastidiosi per gli utenti.

Alla base della selezione delle campagne da bloccare, la rispondenza o meno degli annunci ai criteri stabiliti dalla Coalition for Better Ads, associazione creata da varie aziende del mercato pubblicitario volta a migliorare l’esperienza degli utenti con l’advertising digitale. Alcuni dei formati “incriminati” sono i pop-up, i video in auto-play con suono attivato ed i “prestitial” che fanno visualizzare il contenuto editoriale dopo un conto alla rovescia.

L’iniziativa ha subito riscosso ampia risonanza. Oggi il browser Chrome, secondo le ultime statistiche della società specializzata NetMarketShare, è utilizzato da quasi 6 dispositivi su 10 tra desktop e mobile, e alla luce di questi numeri l’integrazione di un ad blocker potrebbe avere un grosso impatto sul mercato.

Ma quali possono essere le reali conseguenze di questa mossa di Google?

Non è mancato chi ha sottolineato l’apparente paradosso nella decisione di limitare in qualche modo la visualizzazione di annunci da parte di una società che basa la stragrande maggioranza delle sue entrate dalla pubblicità (per la precisione, viene dall’adv l’88% dei ricavi di Alphabet). In realtà, Google ha tenuto a precisare che la nuova soluzione non sarà un “blocker”, quando piuttosto un “filtro” come quello già esistente su Chrome per le finestre pop-up.

Ma di fatto, filtro o blocco che sia, si parla di un sistema che limita la visualizzazione di parte della pubblicità. Il che, da un lato, va certamente nella direzione di una migliore esperienza dell’utente, ma dall’altro va a colpire una fonte di revenue per gli editori, soprattutto quelli medio-piccoli. Da questo punto di vista, le opinioni degli editori sono contrastanti. Alcuni fanno notare che quei formati, fastidiosi o no, sono usati da molti siti per pagare i costi dei loro contenuti, e tra l’altro rispondono alle esigenze di viewability degli inserzionisti, alla ricerca di soluzioni pubblicitarie che non vengano ignorate dal pubblico. Altri invece pensano che sia una buona soluzione filtrare gli annunci fastidiosi, quelli tra l’altro che hanno spinto gli utenti ad adottare ad blocker più “drastici” che bloccano l’intero carico pubblicitario.

E a proposito di ad blocker drastici, secondo alcune testate la decisione di Google di realizzare un proprio filtro anti pubblicità andrebbe proprio nella direzione di bloccare lo sviluppo di altre soluzioni di questo genere. A tal proposito, Google introdurrà presto anche Funding Choices, ora in beta, uno strumento per gli editori che consentirà di mostrare un messaggio personalizzato agli utenti che utilizzano filtri anti pubblicità, ‎invitandoli a attivare gli annunci sul proprio sito, o pagare tramite il nuovo Google Contributor, per ottenere un pass che consente di rimuovere tutte le inserzioni. Di questo passo, Big G potrebbe acquisire sempre più controllo su quali annunci bloccare, e ciò potrebbe conferirle una posizione ancora più dominante nell’ambito della pubblicità online.

Resta di fatto che questa novità riaccende l’attenzione sul tema degli ad blocker, la cui adozione dopo una fase di rapida crescita si era ultimamente stabilizzata. Secondo la ricerca interassociativa realizzata da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, IAB Italia, Netcomm e UPA, coordinata da GroupM e commissionata a comScore e Human Highway, lo scorso novembre in Italia il numero degli utenti unici con un ad blocker installato nel pc era fermo al 13%, dato stabile rispetto allo scorso maggio.