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Il successo dell’Audience ID: la nuova alternativa al cookie?

All’estero l’utilizzo dell’Audience ID per l’individuazione degli utenti lungo il customer journey è in rapida crescita. E in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Di Fonzo, CEO di Blue 449

di Alessandra La Rosa
15 maggio 2017
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Oggi il customer journey è un processo fluido che vive su molteplici dispositivi e canali, e riuscire a seguire un utente nei vari step che portano dall’awareness all’acquisto (e anche oltre) è particolarmente complicato, e quasi impossibile utilizzando il tradizionale cookie.

Per questo nuove metodologie si stanno sviluppando col tempo, ed una di essa sembra essere destinata a diventare un possibile benchmark. Stiamo parlando dell’Audience ID: profili online creati per identificare in maniera anonima una tipologia di pubblico in modo da riconoscere ed associare lo stesso utente su diversi canali e/o dispositivi.

Secondo un recente studio condotto da Enders Analysis per Yahoo, sempre più aziende si affidano all’Audience ID per orientare i propri investimenti adv: in UK l’anno scorso era utilizzato per il 28% della spesa pubblicitaria digital ed entro il 2020 la percentuale si stima salirà fino al 58%.

Un successo che sembra essere guidato non solo dalla possibilità, offerta da questi “identificativi”, di determinare chi sta guardando una campagna sui vari device e dunque di comprendere e gestire meglio l’esposizione pubblicitaria, ma anche dal vantaggio di avere maggiore visibilità sulla reach di una campagna, con conseguenze dirette sull’attribuzione e sull’ottimizzazione del ROI. Gli Audience ID, infatti, possono aiutare le aziende a determinare il ruolo che specifici annunci o canali hanno giocato nel fare andare avanti il consumatore lungo il funnel che lo ha portato all’acquisto.

Ma questo successo è solo internazionale o gli Audience ID sono diffusi, e richiesti, anche in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Di Fonzo, CEO di Blue 449.

Andrea, ci spieghi in parole semplici cos’è un Audience ID?

«Intanto parliamo di audience con la “a” minuscola, nel senso che non parliamo di un prodotto specifico ma di un concetto. Parliamo delle tecnologie e modelli per identificare univocamente un utente, un consumatore, su media diversi, su device diversi. Di fatto finalmente la possibilità di andare oltre al cookie, magari legato a un browser, o a un singolo device e di unire l’esperienza cross mediale».

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Andrea Di Fonzo

In Italia sta salendo la domanda di questo tipo di tecnologia?

«Ovviamente si. E’ la risposta a un desiderata di sempre, quello di seguire puntualmente il consumatore da un media all’altro, da un device all’altro. Ma bisogna stare attenti a false promesse o semplificazioni. Il trend è segnato, ma ci sono differenze sostianziali tra le tecnologie e metodologie. Importante è l’incrocio multisource dei dati per dare una solidità a quello che si sta facendo».

Chi è in grado di offrire questo tipo di soluzioni?

«Non esiste una tecnologia unica, perché bisogna fare il merge di più fonti, di più strumenti e avere modelli di integrazione. Anzi direi che sono molti che si stanno lanciando in questo ambito, dagli operatori OOT ai grandi gruppi di comunicazione. Noi come Publicis Media siamo molto avanti, avendo sviluppato una tecnologia proprietaria multisources, disponibile in vari mercati nel mondo».

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