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Secondo gli utenti, la pubblicità sugli smart speaker è meno intrusiva che su altri media

Lo rivela uno studio di Adobe Analytics. Ne parliamo nella nostra rassegna, insieme alla nuova divisione di InMobi dedicata alle telco e ai dubbi degli editori su Apple News

di Alessandra La Rosa
26 febbraio 2019
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Oggi nella nostra rassegna parliamo di smart speaker, Apple News e di una nuova divisione di InMobi.

Secondo gli utenti, le pubblicità sugli smart speaker sono meno intrusive che su altri media

Secondo uno studio di Adobe Analytics, alle persone gli assistenti vocali come Alexa di Amazon piacciono sempre di più. Anche quando veicolano messaggi pubblicitari. Del 25% di consumatori che hanno sentito una campagna su uno smart speaker, il 38% l’ha trovata “meno intrusiva di una pubblicità su TV, stampa, online e social”. E il 39% l’ha trovata “più coinvolgente”. Leggi di più su AdWeek.

InMobi lancia una divisione dedicata alla gestione dei dati delle telco

InMobi lancia una nuova business unit dedicata a supportare le strategie in ambito dati delle telco. Si chiama TruFactor e punta a rispondere ai problemi delle telco in merito alla fiducia dei consumatori in ambito dati personali, e alla loro esigenza di gestire e rendere anonimi gli insight in loro possesso, per poi poterli utilizzare per attività di marketing e pubblicità nel pieno rispetto della privacy degli utenti. Un modello che in futuro potrebbe essere adattabile anche ad altre industry. Leggi di più su MediaPost.

I dubbi degli editori su Apple News: la pubblicità non decolla

Nonostante riportino buoni risultati di traffico dall’app, gli editori continuano a far fatica a monetizzare le loro property su Apple News. Se da un lato le vendite dirette non decollano a causa di uno scarso interesse da parte degli inserzionisti (complici anche le limitate possibilità di targeting – Apple News non consente di utilizzare dati di terze parti), dall’altro anche il Programmatic non è una soluzione, in quanto le vendite automatizzate di spazi non sono concesse sul software. Risultato: fill rate bassissimi, in alcuni casi di meno del 20%. Leggi di più su Digiday.  

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