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Il mestiere del programmatic trader? Servono nervi saldi e tanta pazienza. Lo rivela uno studio

Una ricerca internazionale getta luce sulle quotidiane difficoltà di chi gestisce le campagne in programmatic. Complessità che potrebbero essere evitate

di Andrea Di Domenico
21 febbraio 2019
programmatic-in-house

Processi disparati, complessità superflue e reportistiche farraginose appesantiscono il lavoro dei “programmatic traders” – ovvero coloro che si occupano dell’impostazione, del monitoraggio e dell’ottimizzazione delle campagne pubblicitarie in programmatic – spesso a discapito della qualità del modo in cui vengono impiegati.

E’ quanto rileva una ricerca internazionale dell’ad tech company CtrlShift, secondo cui tra l’altro due terzi dei “programmatic traders”, si trovano a dover gestire continuamente sei o più campagne pubblicitarie alla volta. Altri problemi frequenti sono l’alto numero di piattaforme utilizzate e la reportistica, ancora prevalentemente “fatta a mano”.

Monitorando professionisti in tutto il mondo,  il report “Hot Traders Trade” di CtrlShift accende i riflettori sui crescenti sforzi richiesti agli operatori del programmatic, e sottolinea che il carico di lavoro non consente loro di utilizzare al meglio le proprie abilità.

Il ruolo infatti richiede “non solo una conoscenza in profondità di molteplici piattaforme e strategie di ottimizzazione, ma anche una comprensione dei consumatori e un bisogno costante di essere aggiornati sugli ultimi trend”, nota il chief executive di CtrlShift Dominic Powers.

“L’errore più tragico del settore è il sotto-utilizzo dei nostri operatori programmatici”, avverte Powers. “C’è poco spazio per sfruttare il loro contributo come veri knowledge worker, quando vengono impiegati per così tanto del loro tempo a gestire complessità superflue e processi disparati”.

La ricerca avvalora queste considerazioni con una serie di evidenze, come il fatto che il 48% dei rispondenti dice di impiegare cinque o più piattaforme tecnologiche diverse al giorno, mentre quasi il 20% ne usa otto o più quotidianamente.

Secondo la ricerca, oltre la metà delle campagna vengono ottimizzate da una a tre volte alla settimana, mentre un altro 33% da 3 a 6 volte. Secondo l’opinione generale degli operatori, le campagne con un budget “piccolo” (sotto i 50 mila dollari) sono più complesse da gestire rispetto alla grandi campagne da oltre 1 milione di dollari (probabilmente per la loro natura focalizzata sulla “performance”).

Se le ottimizzazioni non sembrano poi così numerose, forse è anche perché gli operatori impiegano ancora molto tempo nella reportistica. Il 42% dei rispondenti afferma che più della metà dei report sono stati ancora eseguiti manualmente e il 29% crea report manuali l’80% delle volte.

Considerati tutti questi fattori, CtrlShift si spinge a mettere in evidenza un rischio significativo di burnout per i programmatic specialists. Non sarebbe quindi un caso che quasi la metà dei 93 intervistati avesse trascorso meno di 12 mesi nel suo ruolo attuale.

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